Le Amanti

Part 4

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A un tratto era stata presa dall'orribile paura di dover fare la stessa via del morticino; e soggiungeva, mentre si allontanavano, senza voltare il capo indietro, _presto_, _presto_. Alle spalle il singhiozzo della persona che si disperava dietro la gelosia si era fatto più forte, più alto: la barca funeraria si metteva in moto. Ma era così lenta, che la gondola di Grazia e di Ferrante scomparve subito. Quando ebbero camminato per un pezzo, allora soltanto ella si voltò a guardare Ferrante, ma lo vide così travolto, così pallido, che ne ebbe orrore e pietà. E dopo un minuto di intensa riflessione, ella intuì, ella indovinò il pensiero di lui:

--Tu pensi al tuo bambino?--gli disse, sottovoce, nella faccia.

Ah, questa volta, questa volta, egli non ebbe il coraggio di negare: disse di sì, semplicemente, senz'altro. Ed ella, allargando le braccia, fece un atto di persona vinta, che lascia andare la sua vita al vortice soverchiante.

Pure, nella serata, ubbidendo alla sua natura buona e generosa, ella andò a lui, nella pace fredda del grande salone e lo pregò che le perdonasse. Si umiliava, tutta confusa, sentendo sempre più grande farsi la lontananza fra loro, cercando, con la bontà, con la pietà, di riavvicinare le loro anime, nuovamente. E lo vide tremare, come essa tremava, di dolore, di tenerezza, di compassione: egli le carezzò lievemente i capelli, con quel moto affettuoso, famigliare, aggiungendo qualche vaga parola di conforto: e l'uno voleva consolar l'altro, a forza, come di una grande sventura ignota, di cui nessuno dei due voleva pronunziare il nome. Nell'ombra del salone che solo la vampa del caminetto spezzava, gittando spruzzi sanguigni di luce sul vecchio tappeto veneziano, essi si tenevano per mano, frementi di dolore, balbettando incerte parole di consolazione e sembravano, insieme, in quell'ora bruna, in quella camera, la rovina di una grande cosa, i superstiti di un naufragio dove tutto avessero perduto.

Nè il sole novello, nè le miti giornate di ottobre, nè gli sforzi dei loro cuori coraggiosi e onesti, nè la paura della catastrofe che vedevano avvicinarsi e pure volevano scongiurare, potevano ridonare a Grazia e a Ferrante, ciò che era irreparabilmente fuggito. Ancora per vari giorni Venezia che tanti amori e tanti amanti ha visti e dovrà ancora vedere, per vari giorni la soave città languente di morte, vide questi due amanti nelle sue _calli,_ nelle sue piazze, nelle sue chiese, sempre insieme, tenendosi sempre per mano, come se volessero comunicarsi un fluido che li legasse per sempre, come se volessero vincere un potere ignoto che aspirasse al dissolvimento. Incapaci di reggere alla solitudine della loro stanza segregata, della loro casa così piena di tristezza, incapaci di prolungare un dialogo solitario senza che li conducesse, istintivamente, inconscientemente, a una fatale conclusione, essi cercavano di mettere il mondo esteriore fra loro, desiderosi di quanto potesse distrarre i loro occhi e le loro anime. Quella semplice e bonaria vita esterna veneziana, li seduceva, non in sè, ma perchè li toglieva alla tetra domanda della loro coscienza; le lunghe stazioni sotto le Procuratie, innanzi ai piccoli tavolini del caffè Florian, dove si ripetono, meno ingenue e meno piacevoli, le scene goldoniane; le lunghe stazioni, in piazza, guardando il volo dei colombi che discendono a mangiare il miglio, buttato dalle candide mani di una fanciulla inglese, ammalata di nostalgia e di anemia; le lunghe stazioni nella basilica dove, sotto le arcate che pare abbiano profondità infinite, i lumicini delle lampade moresche brillano innanzi alle sacre immagini cristiane, innanzi ai santi e alle sante dalla faccia nera e dal vestito di argento; le lunghe stazioni sulla riva degli Schiavoni, nell'ora del tramonto, in una luminosità così fine, così trasparente che nessun paese possiede, che nessun poeta ha saputo descrivere e nessun pittore dipingere; le lunghe passeggiate per le straduccie strette che sembrano corridoi di una immensa casa, la compra di gingilli, di ricordi nelle microscopiche botteghe di Merceria e di Frezzeria; le lunghe contemplazioni artistiche nei musei e nelle gallerie, innanzi ai capolavori umani e divini di Carpaccio e di Gian Bellino, del grande Paolo e del superbo Tiziano. Qui erano più lunghe e intanto più pericolose le loro dimore, poichè la sublime arte veneziana è così fatta di amore supremo e di amore terreno, che è impossibile non amare o non parlare di amore, per essa. Queste manifestazioni così potenti della passione, mentre li attraevano, li lasciavano turbati sino agli strati imi del cuore. Più di una notte, levandosi nella veglia affannosa, uscendo dalla sua stanza nella bianca vestaglia come un fantasma che non avrà mai requie, Grazia andava fino alla porta della stanza di Ferrante e sentiva che anche lui vegliava, passeggiando, fumando, schiudendo la sua finestra per guardare il negro Canal Grande. Due volte sentì che egli scriveva, che scriveva tanto concitatamente che la penna strideva sulla carta. E a chi scriveva? Ella non osò mai chiamarlo, mai chiederglielo. Due volte Ferrante era uscito, solo, forse per impostare queste sue lettere; mai era giunta una lettera di risposta. L'angoscia che li ardeva, adesso, non era più che dolorosa: era una vampa che li consumava in una lotta contro un nemico sconosciuto che prendeva sempre più terreno, che ogni giorno guadagnava una piccola o una grande battaglia; era una fiamma che li devastava da cima a fondo, facendo il vuoto in essi, senza che le lacrime alla tenerezza valessero a smorzarne l'incendio. Nè l'uno diceva all'altro il segreto di queste veglie ardenti e desolate; ma ognuno lo indovinava questo segreto, sul volto dell'altro, senza parlare, anzi temendo di parlare. Ancora camminavano accanto, nella vita, tenendosi per mano: ma a un motto, a un gesto, tremavano di veder sparire l'amata figura daccanto. La solitudine, la solitudine a cui nessun segreto resiste, la solitudine che risolve a rilento o bruscamente tutti i grandi problemi morali dello spirito, era quella che li sgomentava. Avevano deserta la casa, ora. Un giorno, sul finire di ottobre, non sapendo dove portare il loro bizzarro tormento, s'imbarcarono sul vaporetto che porta all'isola del Lido, un'isola tutta verde, piena di piccole ville, che da una sponda dà sulla laguna, sul mare immobile, dormiente, dall'altra sponda sullo squillante, fragoroso, tempestoso Adriatico. È su quella sponda che si erge il bello stabilimento di bagni marini, dove accorre tutta Venezia e vengono italiani da tutte le parti, e anche stranieri, tanta è la gaiezza estiva di quel ritrovo. Ma nulla è più stranamente malinconico della città di svernatura al mese di agosto, e delle spiaggie di bagni quando l'estate è fuggita via, da tempo. I viali dell'isola erano deserti e il piccolo _tramvai_ andava e veniva, pian piano, vuoto, tanto per fare le sue corse di quel giorno. Lo stabilimento aveva tutte le porte dei suoi camerini aperte; alcune sbattevano contro le pareti, per il vento forte del mare, le onde schiumavano rabbiose contro i pali, frangendosi. Nel grande salone-terrazza, non un'anima; solo il custode sonnecchiava nel suo casotto, malgrado il cattivo tempo. Grazia e Ferrante andarono ad appoggiarsi alla ringhiera, guardando quel grande mare burrascoso che li aspergeva di minute stille gelide. A un tratto una voce amica li riscosse dalla triste contemplazione: un altro solitario era, colà, un amico di entrambi, un gentiluomo meridionale, cuore profondo sotto apparenze un po' leggiere, un po' scettiche. Era il solo che aveva intravveduto la loro passione: e trovandoli colà non mostrò nè meraviglia nè freddezza. Per una stranezza Grazia e Ferrante oppressi dalla solitudine e dalle loro segrete torture morali, per quanto prima avevano odiato ogni contatto umano, per tanto in quel giorno furono contenti di trovare quell'amico, quel terzo. E la conversazione, sui banchi umidi di salsedine del vuoto stabilimento, fu insolitamente cordiale, come se un misterioso vincolo legasse spiritualmente quelle tre persone. E anche Giorgio, il gran signore ricercato dei balli e delle caccie, lontano da Roma, in quel posto così deserto, in quella giornata di temporale, pareva avesse dimenticato il suo leggiadro scetticismo, pareva che una nota più sentimentale, più tenera, vibrasse nel suo cuore e nella sua voce. Grazia che lo conosceva da anni glielo disse.

--È il contagio--disse Giorgio, con una velatura di sorriso.

--Della persona?--gli domandò Ferrante, serio serio.

--Anche. Ma è Venezia, sovra tutto. Io non posso ritornare in questo paese, senza sentir rinascere in fondo al cuore tutte le onde soffocate di tristezza.

--Anche voi?--mormorò Grazia, abbassando gli occhi.

--E perchè ci vieni?--chiese Ferrante.--Perchè scavare in sè questi strati così amari? I saggi sanno dimenticare.

--Sei un saggio, tu?--gli chiese ironicamente Giorgio.

--No--fece l'altro, con un senso di umiltà nella voce.

--E io neanche. Ogni anno vengo qui per un pellegrinaggio

--Religioso?--chiese Grazia.

--.... pietoso--rispose Giorgio.--Quando la vita esteriore più mi ha inaridito tutte le fonti del sentimento, quando più mi sento un freddo egoista capace di sacrificare tutto al mio piacere, quando più mi corrode la pazza vanità e la folle ambizione, allora io lascio Roma, lascio Parigi, lascio Londra e vengo qui, solo, a guarirmi, a diventar più umano, più buono. Voi ridete di me, forse?

--No, non rido--soggiunse Grazia, pensosa, guardando il mare coperto di bianca spuma.

Ferrante taceva, pensando.

--Venezia mi contrista e mi guarisce--disse il bel gentiluomo, con la contrizione di un penitente, passandosi la mano sulla fronte, a scacciarne le ombre che la offuscavano.

Stettero in silenzio, tutti tre: ognuno era preso dal proprio pensiero e il mare mugghiante accompagnava i voli di quelle fantasie. Fu Ferrante che si risolse a rompere il silenzio per il primo, sospirando chiedendo all'amico:

--Dicci questa istoria, Giorgio.

Giorgio guardò Grazia: e benchè ella non parlasse, lesse negli occhi di lei una preghiera.

--Che vi può importare, una storia d'amore?--domandò Giorgio ad ambedue, guardandoli.

Ma nuovamente vide in ambedue tanto ardente e doloroso desiderio di sapere, di conoscere, di misurare, che intravvide financo, dietro il desiderio, l'angoscia di ambedue. Intravvide, non si spiegò: intese che come a lui era necessario, in quel momento, uno sfogo, ad essi era necessario, in quello stesso momento, l'appagamento di quel tormentoso desiderio.

--Sentite--disse.--Io ho conosciuta quella soave donna a Livorno, quattro anni fa. Era una polacca; si chiamava Anna; aveva un marito brutale, e che ne era molto, molto geloso. Ella era piccola, delicata, con certi lunghi e folti capelli fulvi e una salute così delicata, che il più piccolo soffio di vento la faceva tossire. Così leggiadra e così debole, io l'ho amata più di tutte le donne opulente, trionfali, maestose, l'ho amata più di qualunque donna abbia mai incontrata, più di qualunque donna potrò mai incontrare sul mio cammino....

--Ella vi ha amato?--chiese ansiosamente donna Grazia.

--Sì--disse Giorgio con semplicità,--Era buona e pia; ma mi ha amato, con tanto ingenuo trasporto, che io consumato alle esaltazioni della passione, fui scosso per la prima volta. Era così geloso il marito, che non le lasciava un'ora di libertà: qualche volta soltanto, quando ella andava in chiesa, poichè ella era cattolica e lui ateo. Bene, la cercai in chiesa: ella tremava, povera piccola, poichè diceva che questo era un sacrilegio, un'offesa a Dio, il quale ci avrebbe puniti, nell'amore nostro. Ma non poteva fuggirmi come io non potea trattenermi dal seguirla dovunque, dovunque....

Ferrante e Grazia, ora si guardavano.

--Tanto che--soggiunse Giorgio, preso dall'amarezza eccitante della sua narrazione--tanto che qualche cosa fu detta al marito; e da un giorno all'altro egli decise di partire. Oh quella notte! Coi piedi nudi nelle pianelle, ravvolta in uno scialle, tremando di freddo e di paura, Anna ebbe il coraggio di lasciare la sua stanza, senza svegliare suo marito e di venire da me, disperata, soffocando i singhiozzi. Ogni minuto che passava, di quella notte, poteva metterci in pericolo di morte, entrambi, eppure non sapevamo dividerci, delirando di amore e di dolore. Quando dovette lasciarmi, ella s'inginocchiò per terra e disse una breve preghiera, e sempre inginocchiata, giurò sopra un piccolo crocifisso di argento che le pendeva dal collo, che per il giorno venti di ottobre, alle dieci di sera, ella si sarebbe trovata a Venezia, ad aspettarmi: e che solo la morte avrebbe potuto impedirglielo....

--Venne?--domandò Grazia.

--Sì--riprese Giorgio--venne.--Aveva giurato. Io era da dieci giorni all'albergo _Danieli_, nascosto, inquieto, folle talvolta di paura, talvolta di speranza. Venne. Ma era morente, la piccola adorata; nè io seppi mai come aveva potuto sfuggire alla sorveglianza del marito, e quale lotta l'aveva ridotta in quello stato. Pure fingeva di star bene, per amarmi, per amarmi assai, sempre meglio, sempre più, mentre discendeva precipitosamente alla morte....

--Una breve stagione d'amore?--chiese Ferrante.

--Diciotto giorni.--Una sera che era andato fuori, costretto da un dovere inrecusabile, trattenendomi due o tre ore, al ritorno, non la ritrovai più. Era venuto il marito, improvvisamente, e l'aveva portata via. Per due giorni girai Venezia come un pazzo, cercandola. Non credevo a una immediata partenza. Poi mi misi disperatamente in via per la Polonia....

--E la raggiungeste?--disse Grazia, quasi affannando.

--No--fece Giorgio--era morta per viaggio.

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I tre amici, come si avanzava l'ora pomeridiana, uscirono dallo stabilimento e si avviarono lentamente verso la spiaggia lagunare dove ancorava il vaporetto che doveva ricondurli a Venezia.

--Voi avete dovuto molto soffrire di quella morte--osservò mestamente Grazia che camminava fra i due uomini, rivolgendosi a Giorgio.

--Molto: ma per poco tempo. Sapete che il mondo dove viviamo e la vita che facciamo, non ci permette di soffrire che intensamente.

--È vero--disse Ferrante.

--Però--soggiunse Giorgio--quella poveretta è stata per me la grande, fuggente, sparente, idealità, buona e pura di cui tutti abbiamo bisogno per vivere, sia essa una finzione o una realtà, una donna o un'idea. Intendete ora perchè chiamo Venezia un pietoso pellegrinaggio; perchè Venezia mi sembra la tomba dove è sepolta tutta la poesia della mia vita; e perchè quando mi sento divenire perverso a furia di frivolezze e di scetticismo, io vengo qui a ricordare la dolce creatura vissuta e morta solo per l'amore.

S'imbarcavano, soli, sul vaporino; poichè niuno faceva più il tragitto dal Lido a Venezia. Rosso, rotondo, come disco di rame arroventato, il sole tramontava, basso sull'orizzonte. Erano seduti tutti tre sulla terrazzina di prora e tacevano. A un tratto Grazia, scuotendosi, disse:

--Povera donna! Avrebbe potuto vivere, amare, esser felice....

--Chissà!--disse profondamente Giorgio.--Se non fosse morta lei, sarebbe morto l'amore.

--È vero---disse Ferrante.

--È vero--disse Grazia.

Nè più sino alla sera riparlarono di tal soggetto: tennero compagnia a Giorgio fino a che egli ripartì, alle dieci e mezzo per Roma, discorrendo quietamente e freddamente di arte, di poesia, di viaggi, della società romana e napoletana, cui appartenevano. Invece di prendere la gondola, per ritornare alla loro casa, in quell'avanzata ora notturna, essi, per un tacito accordo, se ne andarono per le strette vie, a piedi, ombre rasentanti le alte muraglie dei palazzi patrizii, salienti e discendenti per i ponticelli, fermantisi ogni tanto, per tacito accordo, a contemplare le nere acque dei canali. Non si davano il braccio, non si tenevano per la mano, non si parlavano: andavano col capo chino, senza neanche guardarsi, quasi l'uno non si accorgesse più della compagnia dell'altro. La stazione era assai lontana, dalla loro casa; il tragitto era lungo e camminando così vi misero più di un'ora. Arrivati innanzi alla piccola porta di terra, con una chiave Ferrante la schiuse. Ma non entrarono: si guardarono, immobili, con una gelida occhiata.

--Addio, Ferrante--ella disse, glacialmente.

--Addio, amore--egli disse, glacialmente.

E si allontanò, nella notte. La porticina si richiuse subito. In ambedue, la grande fiamma era spenta.

TRAMONTANDO IL SOLE.

_A Enrico Nencioni._

I.

--Chiarina, ti presento un amico, Giovanni Serra--disse la padrona di casa, mentre Serra faceva un grande inchino.

--Oh Anna, ma io lo conosco!--esclamò Clara Lieti, vivacemente, stendendogli la mano con un atto famigliare.

--Veramente? E come?--soggiunse Anna, con quel falso interesse mondano, che copre di amabilità la perfetta indifferenza.

--Da vari anni.... da moltissimi anni.... da un numero infinito di anni, lo conosco--e Clara finì con una risatina squillante.

--Non tanti, poi, signora Lieti--osservò Giovanni Serra, quasi facendo una correzione di pura cortesia.

--Allora, tutto va bene, vi lascio insieme--concluse la gentile e frettolosa padrona di casa, allontanandosi verso gli altri gruppi che popolavano il suo salone.

Serra restò in piedi, presso la signora Lieti: e taceva. Malgrado la luce bonaria dei suoi occhi azzurri, la sua fisonomia aveva qualche cosa di austero, che contrastava con la mondanità dell'ambiente.

--Non sedete?--chiese Clara, reprimendo un breve moto d'impazienza.

Egli ebbe una fugace esitazione; poi, si sedette in una poltroncina, accanto a lei. A poca distanza da loro, tre signorine chiacchieravano e ridevano con due giovanotti.

--Perchè vi siete fatto presentare?--domandò Clara a Serra, rompendo il silenzio, parlandogli con una intonazione più intima nella voce.

--Non sono stato io. Mi ha detto, la signora Anna: venite, vi presento a una donna di spirito.

--Sono io, disgraziatamente....

--Come, disgraziatamente?

--Lo spirito è una gran disgrazia, per una donna--ella sentenziò, con una di quelle tetraggini improvvise che le oscuravano la sorridente faccia.

--Perchè, signora? E un dono affascinante, un dono conquistatore....

--Per conquistare che?

--I cuori degli uomini.

--Bella conquista!

--Non l'apprezzate più?

--No, Serra--ella disse, profondamente.

Egli la guardò, ma senza stupore. Si vedeva che non le credeva. Ella abbassò le palpebre, per celare un lampo d'ira passeggiera nei suoi dolci, ma anche fieri occhi castani.

--Mi duole, che vi abbiano presentato....--mormorò, poi, quasi parlando a sè stessa.

--Lo ripeto, non è colpa mia.

--... come se foste un estraneo--ella soggiunse, vagamente--mentre io ho pensato a voi.... spesso....

--Oh!--disse lui, con una incredulità modesta e cortese.

--... molto spesso--ella terminò, senz'aver l'aria di accorgersi della sua negazione.

--E come mai?--domandò lui, con un po' d'ironia, niente altro.

--Così--disse Clara tristemente e brevemente.

Giovanni Serra abbassò gli occhi, quasi celando una domanda che si potea forse leggere nel suo sguardo. Di lontano, mentre attraversava il salone per pregare una signora di cantare, Anna mandò loro un sorriso: li vedea discorrere, era contenta di aver bene collocati due suoi ospiti.

--Voi non credete alle voci interne dello spirito?--ella gli chiese, guardandolo fiso, con quei suoi occhi che il pensiero rendea più oscuri.--Voi non avete inteso che io pensava a voi?

--No, signora.

--Non credete a queste voci, o non ne avete inteso?

--Io ci credo, come credo purtroppo, a tutte le cose sentimentali: ma nulla mi ha detto nulla--e sorrise.

--Peccato! peccato!--ella soggiunse, a bassa voce.

Cantavano, adesso. Era una signora bionda e fine che, in giovinezza, si destinava al teatro e che un felice matrimonio aveva tolta al palcoscenico. Ma ella cantava dovunque, sempre, appena le domandavano di cantare, posando il suo manicotto o il suo ombrellino, levando la testolina dal colletto di pelliccia che ornava la sua mantellina, come un uccelletto canoro che vive del suo canto e morrebbe, se non cantasse. Tutti tacevano, nel salone: donna Clara Lieti ora guardava la cantatrice, quasi non volendo perdere una espressione di quel volto, sereno nella soddisfazione del canto. Poi, voltandosi verso Serra, pianissimo, gli disse, con un sorrisetto malizioso, tutta mutata nel viso:

--Non vi siete ammogliato, poi?

--Io? E perchè avrei dovuto ammogliarmi?

--Dicevano....

--Voi ci avete creduto?--egli le chiese, mostrando per la prima volta una ansietà nel viso.

--No, mai.

--Volevo dire--replicò lui, tranquillizzato.

--Mai creduto, mai--riprese Clara, sorridendo.--Poteano passar gli anni, potevate viaggiare, cambiar paese, cambiar viso, dimenticare la patria, ma ammogliarvi, no!

E le balenò il trionfo, nel viso. Egli si ritrasse: una espressione di austerità, di nuovo, gli chiuse il volto.

--Siete fedele, voi--esclamò lei, ridendo.

--Io, sì--replicò, a occhi bassi, duramente.

--Fedele, _quand même_--e rideva sempre più.

--_Quand même_, no, signora Lieti.

--Vale a dire?

--Vale a dire che il fedele _quand même_, è l'uomo che seguita ad amare, anche se è schernito, o vilipeso, o abbandonato. A me non è accaduto nulla di questo.

--Come?--diss'ella, diventata grave.

--Io non ho amato nessuna donna frivola o perfida....

--Oh sì, Serra, voi avete amata la più frivola e la più perfida fra le donne!--ella esclamò, pianissimo, con un velo di lacrime negli occhi.

--Che importa _quella_? Io ne ho amata _un'altra_--egli dichiarò pianissimo, guardando innanzi a sè, come se vedesse la visione di una creatura incorporea.

--Ahimè, sono la medesima persona--Clara disse, pianissimo, con una mortale tristezza.

--Per me, no.

--È una illusione, Serra. Ella era cattiva, e voi avete gittato il vostro cuore.

--Il mio cuore serba un divino ricordo, un ricordo ideale a cui resta fedele: e giacchè tutto si riassume e si risolve in illusione, signora, io preferisco la mia.

--E la donna umana, la donna terrena, quella fatta di ossa, di carne e di nervi, quella che vi ha fatto soffrire e vi ha fatto piangere, l'avete dimenticata, Serra?

A questa domanda così diretta, così limpida, che Clara gli faceva, con voce pianissima, ma tremante, egli rispose subito, pianissimo, ma senza tremare:

--No, per molto tempo.

--Per quanto tempo?

--Per cinque o sei anni, credo, portai questo tormento. Dopo, ebbi una grave malattia. Quando guarii, ero guarito anche del mio segreto tormento.

--Guarito? Completamente?

--Sì, signora, completamente.

--Felice? Felice?

--Sono come un uomo liberato da una grave e crudele croce. Quando la depone, egli si sente mortalmente stanco: e, forse, si domanda, se quella croce non era la sua vita.

--Non so che farei, per vedervi felice, Serra--essa gli mormorò, pianissimo, con tenerezza.

--Quando volete, sapete anche esser buona.

--Non siate così amaro. È da un'ora, che vi parlo con la più grande dolcezza.

--È così strana, per me, la cosa, che non la capisco.

--Perchè siete così ironico? Non sentite che vi parlo a cuore aperto?

--Quale cuore, donna Clara?

--Il mio cuore.

--Quello di dieci anni fa?

--Quello di oggi, Serra.

--Io non lo conosco, donna Clara.

--È un cuore pieno di umiltà e di tenerezza.

--E perchè?

--Così. Perchè la gente si stanca di essere cattiva, si disgusta della propria perfidia, ha la nausea di sè stessa!

--Pare impossibile, donna Clara.

--Non mi chiamate così!

--Non è il vostro nome? Il vostro bel nome luminoso e glorioso?

--È il duro nome di altri tempi; chiamatemi: Chiarina.

--Vi chiamerò: signora.

--Non siate così duro, Serra, ve ne prego.

--Io non sono che rispettoso.

--Il vostro rispetto è freddezza, è sarcasmo. Sapete che odio questa battaglia di freccie avvelenate.

--Signora Lieti, perdonatemi, se vi ho irritata.

--Non mi avete irritata, mi avete addolorata.

--E da quando in qua voi soffrite, signora?