# Le Amanti

## Part 3

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/le-amanti-17909/index.md

Ora, per il livido chiarore del gaz, nella calda sala del Doney, seduta di fronte a lui, togliendosi lentamente, con un moto seducentissimo, i lunghi guanti neri, raddrizzando i numerosi anelli delle sue mani gemmate, appoggiando le lunate spalle a un seggiolone e distendendo i piedini sopra uno sgabello, ella era ridiventata la bella, vivace signora dei convegni aristocratici, dei balli inebbrianti, dei folleggianti _pique-niques_. Anzi, mentre i nervi le si chetavano nel senso di riposo che dà una sala lucente, tiepida, con qualche mazzo di fiori sparso qua e là, con una folla rumorosa che si rallegra nell'apprestamento del cibo, a questa sua bella serenità si mescolava la maliziosa soddisfazione della donna che gusta la libertà, il piacere bizzarro e pericoloso della prima, audace avventura di amore. Essere in compagnia di Ferrante che l'amava, che ella amava, guardandosi negli occhi, sorridendosi, innanzi a molta gente e senza punto curarsi della gente, pranzando insieme, come due sposi innamorati, parlando pianissimamente, a fior di labbro, ciò costituiva per lei una nuova, acre, vivida, soddisfazione umana, quasi, che ella esercitasse una lungamente meditata vendetta, di tanti pranzi di cerimonia, noiosi, banali, fra persone indifferenti e antipatiche. Una novella impensata trasformazione si faceva in lei: ella si sentiva fatta di umana argilla, si sentiva donna, si sentiva felice di quella libertà conquistata a prezzo di tante lacrime, assaporava con lentezza raffinata la sua parte di felicità terrena. Ferrante, con lo sguardo profondo dell'amore, le leggeva nell'anima; uno strano sorriso di conquista gli vagava sulle labbra; ed ella che vedeva questo sorriso di conquista, non se ne offendeva, no, anzi ne pareva singolarmente orgogliosa. Un senso segreto ma traboccante di sfida le saliva dal cuore, ribellatosi al cervello: una sfida contro tutto quello che aveva venerato, di cui aveva avuto, sino allora, rispetto e paura: parevale sentire, in quell'ora, la inutilità dell'abnegazione, la vacuità del sacrificio, la ingratitudine del mondo a qualunque privazione morale fatta per esso. E come questi superbi e acri pensieri le passavano nell'anima, corrodendone il buon metallo lucido del carattere, Ferrante seguiva questo passaggio e nel suo orgoglio di uomo si gloriava del cangiamento. Donna Grazia prese dei fiori, una grossa manciata di fiori, dalla fioraia che glieli offriva non senza timidezza: i morti fiori autunnali di cui ella adornò il suo grande mantello bruno, fra occhiello e occhiello: e dopo aver aspirato lungamente il fiore, quasi impercettibile profumo di una rosa thea, lo offrì a Ferrante con un muto cenno, con uno sguardo pieno di amore, sguardo così vibrante di elettricità che l'uomo impallidì. Adesso passeggiavano su e giù, nella galleria di aspetto, coperta di cristalli, e curiosamente donna Grazia si fermava a tutte le piccole botteghe, dove si vendevano dei nonnulla, piccoli ricordi fiorentini, chincaglieria povera di viaggiatori sentimentali ed economici. Essa volle comprare le noci intagliate che raffigurano la cupola di Santa Maria del Fiore, le scatolette di legno d'ulivo che vengono da Lucca e portano sul coperchio le due rondinelle fuggenti, col motto francese; _je reviendrai_, le scatole da guanti, di paglia, foderate di raso azzurro o rosso. Pareva una bimba bizzarra e ingenua, al suo primo viaggio; essa risalì nel vagone, ridendo, ridendo, buttando sui sedili i fiori, gli oggettini, andando e venendo, con le guancie un po' calde e le belle mani che sembravano farfalle gemmate, volitanti di qua e di là. Siccome non si partiva ancora, Ferrante le chiese permesso di passeggiare sul terrapieno, per fumare una sigaretta.

--Fuma pure--disse lei, crollando il capo, ridendo ancora sottovoce.

Egli accese la sigaretta e si appoggiò a uno dei pilastri della tettoia, fumando silenziosamente, immobile, guardando il vagone, fisamente, come se là fosse tutta la sua vita, come se gli fosse impossibile di perderlo d'occhio. Improvvisamente ella si era fermata, nel vano dello sportello aperto, appoggiando la testa allo stipite di legno, e guardava Ferrante che fumava. Attorno a loro i viaggiatori si arrabattavano per trovare i migliori posti, per la notte: qualcuno si fermava innanzi al vagone, di cui donna Grazia sbarrava l'entrata, ma si ritirava subito, tanto quell'alta e snella figura di donna pareva lei posta a guardia della carrozza. Ferrante prese ancora un'altra sigaretta bionda, l'accese, la fumò, imperturbabile fra il chiasso di quella partenza per la linea Bologna-Venezia. Donna Grazia si era seduta dietro lo sportello, ma teneva il busto un po' inclinato, per guardare ancora il suo compagno di viaggio: quando gli vide gittare metà della seconda sigaretta, spenta, mormorò sommessamente:

--Non vieni?

Egli dovette più che udire, intendere, tanto era fioca la voce seduttrice: fu nel vagone in un attimo, tirandosi dietro lo sportello.

--Fuma anche qui: non mi fa male--disse lei, mettendosi di nuovo i guanti, mollemente.

--No, no, tu devi dormire--rispose lui, con una tenerezza quasi fraterna.

Ma fra le pelliccie, gli scialli, le coperte, al caldo, ella si addormentò assai tardi. Teneva gli occhi chiusi, però, lasciandosi prendere da tutta quella dolcezza dell'amore e delle cose; ogni tanto, con un moto adorabile di stanchezza, li schiudeva e trovava gli occhi di Ferrante fissi su lei, così teneri, così amorosi che la magnetizzavano di nuovo, nella dolcezza.

--Non dormi?--chiedeva ella, vagamente, come se parlasse in sogno.

--Non ho sonno--diceva lui facendole cenno di chetarsi, sorridendo tacitamente.

Solo nel mezzo della notte, ella trabalzò, scossa da un grande fragore, vedendo una gran luce rossastra.

--Che è?--gridò, levandosi a metà.

--Niente, non aver paura: passiamo sul Po.

Sulle rive nere del fiume, nella notte, grandi cataste di legna secca bruciavano: attorno ad esse i guardiani del fiume vegliavano e si riscaldavano, temendo l'inondazione autunnale.

--Dormi, non aver paura--soggiunse lui, lasciando ricadere la tendina, sedendosi accanto a lei, passandole lievemente la mano sui capelli, per chetarla.

Quando ella si risvegliò di nuovo, all'alba, avevano già oltrepassato Mestre, erano sulla stretta lingua di terra che attraversa la laguna. E non si vedeva altro, da tutte le parti, che una grande estensione di acqua immobile, senza che un solo soffio ne agitasse la tinta argentina, opaca. Ogni tanto una pianta acquatica, senza fiori, senza foglie, cioè un cespuglio di rami nudi e neri, irti come spini, usciva dall'acqua: o un pilone nero, un po' inclinato, sorgeva dal fondo. Una lieve nebbia argentina ma senza luccicori fluttuava sull'acqua, e tutto l'orizzonte era della stessa tinta, senza che si potesse distinguere dove l'acqua finisse, dove cominciasse il velo di nebbia. Un vento umido e molle alitava. E il vagone parea molle di umidità, tutto il treno pareva andasse sull'acqua dormiente, attraverso la nebbia, fra il fiato umido e soffocante.

--Ecco Venezia--disse Ferrante, un po' ansioso, guardando più il viso di Grazia che il paesaggio.

--Non vi è--diss'ella, vedendo solo la laguna e la nebbia, tremando un po' nella voce, pallidissima.

Si risedette; due volte mise la testa fuori del cristallo, guardò attorno, lungamente; si passò le dita sulla manica, come per sentire se fosse molle di umidità. Alla fine, fra la laguna e la nebbia, sorse qualche profilo bigio di una massa più oscura.

--Ecco Venezia--ella mormorò, quasi fra sè.--Pare una tomba.

............................................................. .............................................................

Come tutte le altre mattine, fosse avvolto nella bigiastra velatura il Canal Grande e la chiesa della Salute, e lontano, laggiù, scomparisse addirittura il canale della Zuecca; o la lenta pioggia di ottobre piovesse solingamente su quell'acqua dormiente, su quella chiesa dormiente, su quei palazzi dormienti; o il biondo sole illuminasse i tenui azzurri del cielo e le sagome fini della chiesa e circondasse l'isola di San Giorgio in un'aureola di luce; come in qualunque mattinata, Ferrante entrando nel salotto pieno di fiori, trovò donna Grazia seduta, nel vano dello stretto e lungo balcone a ogiva, guardando vagamente il paesaggio. Ella portava sempre una delle sue vestaglie di lana bianca, dalla forma di peplo, che odoravano di violetta, poichè fra le arricciature di merletto del collo, fra le morbide pieghe del petto, alla cintura, spuntavano dei freschi mazzolini di violette. Ella guardava, con gli occhi fatti quasi più grandi e un po' vitrei dalla lunga contemplazione.

--Che hai?--disse Ferrante, baciandole le mani.

--Nulla--fece lei, con un piccolo sorriso.

--Mi ami sempre?

--Sempre, sempre.

E un cenno largo, come ad accennare un fatto ineluttabile, accompagnò la monotonia di quella voce dove pareva si fosse infranta ogni corda di vivacità.

--Sei triste, mi pare--disse lui, chinandosi a guardarla meglio.

Ella sorrise ancora, senza rispondere, gli dette, con un atto gentile, uno dei suoi mazzolini di violette; egli lo prese, l'odorò e poi lo rigirò fra le dita, senza parlare.

--Anche tu sei triste?--chiese ella, levando su la testa, con un gesto affettuoso.

--No, cara. Venivo a chiederti se volevi uscire.

--.... Sì--disse lei, dopo una pausa,--Dove andiamo?

--In giro--fece lui.--Dove tu vuoi.

Invece, la voce di lui era un po' stanca. Senza dire altro, ella si levò e passò nella sua stanza a vestirsi. Occupavano un vasto appartamento mobiliato, in uno dei magnifici palazzi del Canal Grande, dirimpetto alla chiesa di San Giorgio: appartamento mobiliato con qualche traccia del lusso antico, a cui si mescolava tutta la confusione fra comoda ed elegante del lusso moderno. Ma le stanze erano tanto grandi che parevano vuote, sempre; le finestre, i balconi erano così piccoli che la luce vi entrava scarsamente, anche nelle più limpide giornate; e malgrado i fiori di cui Grazia riempiva tutte le stanze, tutti gli angoli, tutti i tavolini, i saloni non si rianimavano, restavano freddi e muti come se fosse impossibile farvi risuscitare anche una finzione di vita. Grazia e Ferrante stavano sempre insieme; spesso, lui, per discrezione, si ritirava nella sua camera, lasciava Grazia libera; ma dopo un poco, era preso da tale insoffribile malinconia, che cercava di lei, e la trovava così insoffribilmente malinconica, che si tendevano le mani, come se l'uno dovesse salvare l'altro. Quando erano insieme, certo, di fronte a quel paesaggio grandioso ma dormiente, in quell'ambiente di cose morte e di cose moribonde, fra quei colori che erano stati vivaci ed erano pallenti, fra quel silenzio grande di uomini e di fanciulli, certo, non avevano la grande giocondità delle anime intensamente felici; ma si teneano per mano, quieti, silenziosi, senza sussulti e senza tristezza. Si ricercavano, dunque, ansiosamente, come se dovessero sempre partire per un lungo viaggio, come se dovessero iniziarsi ad un altissimo diletto spirituale, come se dovessero raccontarsi tutto un romanzo misterioso, il romanzo del proprio cuore: ma, essendo insieme, parean subito appagati, senza bisogno di dire nulla, anime che già l'ambiente aveva impregnate di sè. Così quel giorno, come tutti i giorni, solo dopo pochi minuti di assenza, donna Grazia ritornò per uscire, vestita tutta di nero, come sempre, mentre in casa era sempre vestita di bianco: sul nero vestito, qua e là, dai merletti, dalla cintura, facevan capolino i freschi mazzolini di violette.

III.

Andarono, per i grandi saloni, per la scalea scuriccia: un servo aprì loro il portone che dava, per tre scalini, sulla laguna. L'acqua appena appena fiottava, contro il marmo corroso. Il barcaiuolo che sedeva a prora della gondola, senza far nulla, aspettando, si levò subito e domandò qualche cosa, nel suo dolce dialetto:

--Ha detto--spiegò Ferrante a Grazia, interrogandola--se deve togliere il _felze_.

--Sì, sì--rispose ella subito--lo tolga pure; lì sotto si soffoca.

E aspettarono: il gondoliere, con un certo moto bizzarro, essendo entrato nella negra cabina dagli ornamenti di ferro lucido, ne sollevò con le spalle tutta la parte superiore, simigliante alla gobba nera di un dromedario, al coverchio di una lunga bara di ebano dalle intarsiature artistiche e dalle finestrine microscopiche: sempre portandola sulle spalle, la depose innanzi al portone, raccomandando al servo questo negro _felze_. La gondola ora aveva la sua aria di barca da passeggiata, con l'elegante rostro lucido a prora, i due posti di divano, a poppa, foderati di panno nero, adorni di cordoni e di fiocchi di lana nera, sgabelli neri su cui appoggiare i piedi. Grazia e Ferrante vi si sedettero, senza dire nulla: e il gondoliere cominciò a remare verso il Rialto, senza aver loro chiesto nulla. Quel giorno lo scirocco era più pesante del solito e dava pena al respiro. Delle zàttere cariche di carbone andavano per il Canal Grande, con un moto così lento che pareva quasi indistinto; l'uomo della zàttera puntava sul fondo del canale con una lunga pertica e, facendo forza, e camminando sulla zàttera in senso inverso della corrente, la faceva avanzare. Era tutto bruno, arcuato, quasi piegato in due, e passando vicino, Grazia udì uscirgli dal petto un gemito rauco e cadenzato, quello che esce dal petto dello spaccalegna.

--Questo non canta certo le ottave di Torquato Tasso, come dicono i poeti di Venezia--osservò Ferrante, nel cui cuore lo scetticismo soverchiava ogni tanto il sentimento.

--Eppure questa laguna avrebbe dovuto esser fatta solo per l'amore e per l'arte--mormorò ella, aspirando il profumo di un mazzolino di violette--non per il duro lavoro e per la miseria.

--Gli uomini guastano tutto--osservò sentenziosamente Ferrante.

--Sì--approvò lei, chinando il capo.

La gondola andava lentamente, fra il gorgoglìo delle acque smosse; a un certo punto, lasciando il Canal Grande, infilò un piccolo canale, fra due alti palazzi grigio-verdastri. Così faceva sempre il gondoliero che li conduceva in giro, senza chieder loro dove volessero andare. Due o tre volte lo aveva chiesto: ma essi si erano guardati in faccia, esitanti, non sapendolo. Ora, non domandava più. A ogni voltata di piccolo canale gli usciva dal petto un grido gutturale di avvertimento; a cui spesso rispondeva un altro grido, simile, dall'altro gondoliere che gli veniva incontro, con la sua gondola.

--Perchè le gondole sono così nere, nere dappertutto, nel panno, nel legno, nei cordoni, nei fiocchi?--domandò distrattamente donna Grazia.

--Portano il lutto della repubblica--rispose Ferrante, che aveva accesa una sigaretta e fumava.

--Veramente?--fece ella, guardandolo.

--Veramente.

--È triste, è triste--susurrò lei, colpita.

Ma sbucavano in Cannaregio, il quartiere popolare, le cui case sono piccole, le cui finestre sono adorne del bucato familiare, le cui _fondamenta_ sono continuamente battute dai vivaci zoccoletti delle donne: ed è un andirivieni, al sole, di bimbi biondi, di donnine dai capelli neri e ricci, a ondate fulve, di uomini piccoli e tarchiati dai mustacchi folti, ispidi e rossastri, mentre l'allegro e lezioso dialetto forma un brusìo, dovunque. Anzi, dinnanzi a una casa, vi erano certi suonatori di chitarra, seduti per terra, mentre una donna in piedi, sotto l'arco del portone, cantava una bizzarra melopea, gutturale, quasi orientale, chiamata la _strega_, che un coro di donne e di bambini riprendeva, a ogni ritornello, con voce sorda e grave.

--Qui sono allegri, almeno--disse donna Grazia, un po' rinfrancata, sollevandosi sui cuscini.--Restiamo qui, un poco.

Sotto l'arco di un ponticello, accanto al traghetto, la gondola si fermò. I due amanti tacevano, mentre il gondoliere si riposava. La canzone della _strega_ continuava, grave, come una canzone di Costantinopoli o di Algeri: ma i suonatori e i cantanti sogguardavano spesso i due signori della barca, intimiditi, mentre la musica, a poco a poco andava diventando più debole, più bassa, come scoraggiata dalla presenza di quegli estranei. Una ragazza snella, dallo sciallino di lana rossa, che distendeva una fune da un anello ad un altro sulle _fondamenta_, per mettervi ad asciugare delle matasse di seta tinta, si fermò nel suo lavoro, facendo solecchio con la mano, per vedere se quei signori se ne andavano.

--Andiamo via, non disturbiamo questa buona gente--disse Grazia.

--Sono poco abituati ai forestieri: il Cannaregio è un quartiere di poveri, di operai--rispose Ferrante.

La barca si allontanò, mentre, alle spalle, ricominciava l'allegro brusìo del dialetto, ricominciava il ticchettìo degli zoccoletti sulle _fondamenta_ di pietra levigata, ricominciava la canzone costantinopolitana della _Strega_. Andarono innanzi molto tempo, incontrando pochissime gondole, trovandosi a un tratto in un largo canale deserto: un canale così vasto, così torbido nelle sue acque immobili, così malinconicamente intonato che donna Grazia, per vincerne l'impressione, ne chiese il nome al gondoliere.

--È il Canale Orfano, eccellenza.

E la gran leggenda tragica, che era durata, sinistra e tetra, per centinaia di anni, la leggenda di tutti quei condannati, innocenti o rei, che dopo aver agonizzato per giorni e mesi nelle carceri soffocanti della Repubblica, in una notte oscura, facevano l'ultimo loro viaggio sotto il _felze_ opprimente della gondola, per essere strangolati tacitamente e gittati nelle acque profonde del Canale Orfano, si parò innanzi alla fantasia dei due amanti, con tutti i fremiti di sgomento che tale visione truce può dare.

--Il fondo deve essere coperto di scheletri--disse donna Grazia, guardando fissamente l'acqua.

--Torniamo indietro--soggiunse Ferrante con voce alterata.

Tornarono: e come il gondoliere affrettava il movimento dei suoi remi, donna Grazia gli fece cenno, con la mano, di far piano: pareva che temesse di disturbare quei morti. Ancora, silenziosi, vogarono per i canali, muti, quasi stanchi, non guardandosi neppure. Il movimento della gondola, a lungo, li gittava in un intorpidimento di tutti i sensi; tanto che neppure l'ora fuggente aveva più valore per essi. Canali seguivano canali: l'acqua era, dove verdastra, dove bigia, dove semplicemente torbida, dove con un'opaca oscurità di carbone: palazzi seguivano i palazzi, portoni pesanti chiusi come da secoli, gradini corrosi dalla salsedine, alti pilastri piantati nelle acque per legarvi le gondole e che s'inclinavano come se fossero presi da una inguaribile debolezza, finestre senza cristalli, ma le cui imposte verdi sembravano sbarrate per sempre. Ogni tanto un monastero, una chiesa, una bottega d'infilatrice di perle; di nuovo portoni chiusi a catenaccio e finestre serrate sino all'ultimo piano. La linea era pura, bella, artistica: la poesia che traspirava da tutto l'ambiente era grande, ma portava un profumo di fiori morti. E i due cadevano in un languore di mestizia che ne domava ogni entusiasmo, che ne annullava ogni impeto di vitalità.

--Qui, dicono fuggisse Bianca Cappello, per andarsene con l'amante a Firenze--disse Ferrante indicando una finestra bassa di un grande palazzo.

--Oh!...--fece Grazia, senza aggiungere altro.

E dopo un poco, sogguardando l'uomo che amava, facendo cadere le parole, ad una ad una, gli chiese:

--Tu sei stato un'altra volta, a Venezia?

Egli intese la profondità della domanda e il pericolo della risposta: una rapida emozione gli scompose il volto. Ma fu incapace di mentire.

--Sì: un'altra volta--rispose nettamente, buttando nel canale la sigaretta spenta.

--.... Molto tempo fa?--aggiunse ella, con la freddezza e la tenacità di un giudice che interroga.

--.... Non molto.

Ella tirava, macchinalmente, ad una ad una, le violette dal mazzolino che teneva nelle mani e dopo averle fatte girare intorno al dito, le buttava in acqua, seguendole un momento con l'occhio. Poche ne rimanevano, smorte, quasi appassite nella larga foglia verde che le accartocciava, penzolanti sugli stelucci.

--Eri solo?--finì d'interrogare lei, sempre tenendogli piantati gli occhi sul volto.

Egli non rispose, nè prima, nè dopo, sentendo la crescente crudeltà di quel dialogo. Non rispose e volse il capo altrove. Allora ella, con l'aria di una persona perfettamente convinta, guardò un'altra volta le sue ultime violette e con un atto risoluto, le buttò in laguna, tutte. Ostinatamente, per nascondere il rivolgimento del suo spirito, egli guardava dall'altra parte; e anch'essa si mise a fissare un punto qualunque dell'orizzonte. Una brutta gondola passò: le finestrine del _felze_, senza i soliti delicati ornamenti di ferro lucido, erano chiuse coi lucchetti, come una cassa forte. E sulla porticina del _felze_, a guardia, stavano seduti due carabinieri in tenuta di viaggio e coi fucili fra le gambe, immobili, in quell'attitudine seria, pensosa, che dà loro come una nova aureola di rispetto. Era la gondola del carcere che avendo preso alla stazione i carcerati e i carabinieri, li conduceva per la laguna, alla tetra dimora. Grazia seguì con l'occhio il nero convoglio filante sulle acque; poi abbassò il capo sul petto, reprimendo le ardenti lacrime che le salivano agli occhi. Fu più innanzi, in un canale laterale che si lega al Canal Grande nel sestiere di Dorsoduro, che incontrarono la più tetra barca della laguna. Era tutta nera, come le altre, ma mancava di quella grazia civettuola della gondola di passeggiata: non aveva, a prua, il rostro lucido; era più larga, più piatta; si dondolava goffamente sulle acque: e i due gondolieri, invece del solito gabbano fra cittadino e marinaro, invece del solito berretto, portavano una giacchetta nera e un cappello a cilindro, con una coccarda nera. Stava ferma, la gondola, innanzi a un portoncino aperto; due o tre donne erano sotto il portoncino.

--Che è quella gondola?--disse Grazia al gondoliere, scattando in piedi.

--È la gondola dei morti, eccellenza: quelli sono i becchini.

--Andiamo via, andiamo via, Grazia--disse Ferrante rompendo il silenzio, dolcemente, volendo infrangere il malo incantesimo di quella giornata.

--No, no, voglio vedere--disse lei, duramente--gondoliere, fermati un poco.

--È meglio andare, cara, è meglio--ribattè lui, umilmente, crollando il capo.

Ma ella non gli dette retta. In piedi, appoggiata al divanetto di destra, guardava nel portoncino nero, donde arrivava un confuso mormorio.

--Voglio vedere questo morto--disse a sè stessa, senza distogliere gli occhi dal portoncino.

E quasi la sua anima desiosa di dolore, avesse avuto una forza magnetica, un tumulto si fece nell'ombra del portoncino, e fra un piccolo gruppo di donne e di uomini, portata da due altri becchini, comparve la bara; dietro le persiane di una finestra, al primo piano, si udiva un singhiozzo disperato e si vedeva una mano convulsa che tentava di aprirle, mentre qualcuno si opponeva, tenendole ferme. Questi volevano vedere la bara, che veniva caricata nella gondola funeraria: la piccola bara, la sottile bara, poichè era la bara di un bambino, e lassù, era certamente la madre del bimbo che singhiozzava e tentava disperatamente di aprire la finestra. A un tratto, con un moto svelto di gente pratica, i becchini gondolieri ficcarono la piccola bara sotto il _felze_ e ne richiusero con un colpo secco la porticina. Il picciolo morto era solo, là sotto. Ai quattro lati del _felze_ furono sospese delle povere e pallide corone di sfatti crisantemi, che una fanciulla piangente in silenzio aveva porto ai becchini.

--Andiamo via, presto, presto--disse nervosamente Grazia al gondoliere, ricadendo a sedere sul divanetto.

