Part 2
--Tutta sola, un lungo viaggio?--osò chiedere ancora la ragazza.
Donna Grazia chinò il capo e non rispose: un velo di tristezza le passò sulla faccia. Tacquero.
E Ferrante, come il giorno della partenza si approssimava, non andava più nei soliti ritrovi di Roma autunnale: male o bene, ma con una febbre di uomo preoccupato, aveva cercato di risolvere alcuni affari stringenti, assorbito, distratto, accettando qualunque peggiore risoluzione, purchè fosse immediata. Quando i suoi intimi lo vedevano ricomparire, per un momento, gli domandavano, sorpresi:
--Ma che fai, dunque?
--Parto--rispondeva lui, pensando ad altro.
--Dove vai?
Egli faceva un cenno vago, come di paese molto lontano. Per discrezione, gli intimi non chiedevano altro: sapevano quale tragedia morale avesse sconquassata la sua famiglia e molti supposero qualche improvvisa, bizzarra decisione. Anzi, la voce ne corse, avvolta in veli misteriosi. Una sera, un amico più affettuoso, più insistente, andò a casa di lui: e lo trovò solo, fumando, con le finestre aperte, ma col caminetto acceso dove buttava delle carte, dopo averle lette. Sul tavolino vi erano altri pacchi di lettere, un grosso portafoglio di pelle, tutto sdrucito, due o tre libri dalla legatura usata e un paio di minute pistole nella loro scatola che pareva quella di un gioiello.
--Che fai, ti vuoi ammazzare?--domandò ridendo l'amico.
--Forse--rispose Ferrante, ridendo un poco, ma poco. Nè dissero altro, mentre nel caminetto le lettere avvampavano allegramente.
Così, nell'alba bigia in cui donna Grazia partì da Sorrento per Napoli, mentre aveva detto ai suoi amici che sarebbe partita solamente la sera, in quell'alba bigia, la sua devota cameriera, vedendola andar via, avvolta nel grande mantello bruno, avvolta nel bruno velo che le circondava il capo, il viso, il collo, si chinò, commossa, a baciarle la mano:
--Io la rivedrò, nevvero?--chiese, cercando di trattenere le lacrime.
--Forse--disse donna Grazia, andandosene, senza voltarsi.
Tanto la fatalità li aveva vinti, ambedue.
Donna Grazia non vedeva nè il mite sole che rallegrava le vie di Napoli, nè le azzurrità fini del cielo e del mare, nè la folla lieta che si godeva quel giorno soave: chiusa nella carrozza da nolo, guardando ogni istante il piccolo orologio sospeso alla cintura pur senza vederne l'ora, ella divorava lo spazio con la mente, cercava di ripetere per la millesima volta il calcolo del tempo e dello spazio, per chetare la propria impazienza. Sarebbe partita da Napoli per Roma alle due e cinquantacinque, col treno più celere, tutta sola nel suo compartimento; sarebbe giunta a Roma alle otte e trentacinque della sera; alla stazione avrebbe ritrovato Ferrante e dopo un'ora e mezzo, in cui non sarebbero neppure entrati in Roma, sarebbero ripartiti, via Firenze e Bologna, per Venezia, insieme. Insieme! Pensando, ripensando, pronunciando sottovoce questa parola, ella vedeva scomparire l'ora, il tempo, lo spazio tutto, una nebbia le scendeva sugli occhi, una lieve vertigine le confondeva ogni moto. Insieme! Fu macchinalmente che pagò il cocchiere, scendendo alla _partenza_, nella stazione, stringendo fra le mani il sacchetto dove erano i suoi valori più preziosi. La grande galleria coperta dove si prendono i biglietti era quasi vuota. Ella non vi badò.
--Di prima, per Roma--disse, affannando un po' al bigliettinaio.
--Ecco--fece quello--ma si affretti, perchè il treno parte.
Improvvisamente, presa da una orribile paura, ella si mise a correre, vedendo appena la sua strada, urtando le persone, lasciando appena il tempo alla guardia di tagliare il biglietto, arrivando sul terrapieno, appena a tempo per vedere il treno delle due e cinquantacinque allontanarsi lentamente. Ella tese le braccia e gridò, come se avesse potuto fermarlo. Un facchino sorrise; mentre gli impiegati della stazione, raccolti in gruppo, la guardavano con curiosità. Alla paura ella sentì subentrare una grande angoscia e una grande vergogna: rientrò nella sala di aspetto, deserta, si andò a buttare in un cantuccio, stringendo le labbra per non singhiozzare dietro il velo, stringendo nelle mani nervose, convulsamente, il manico di cuoio della borsetta. Perdere il treno, che miseria, che disgrazia ridicola, che tragedia buffa! Le pareva un'avventura così sciocca, così volgare che non sembrava possibile fosse capitata proprio a lei, nel momento supremo in cui si decideva la crisi del suo amore; era fremente di sdegno e di onta. Tanta forza di volontà, tanto impeto vincitore, tanto magnetismo trionfante di amore, tanta elettricità condensata... e farsi buttare a terra da un orologio che non va, o da un cocchiere che non ha saputo sferzare il suo cavallo. Avrebbe pianto di collera. Vediamo, quale era la piccola, meschina causa, la causa stupida per cui tutto l'edifizio era crollato? E cercava, invano, di ricordarsi: se era stata la propria lentezza nell'annodarsi il velo in casa sua, a Napoli, nel suo appartamento solitario; o l'esser tornata indietro, un momento, per aver dimenticato un taccuino da cui non si separava mai; o il non aver trovato immediatamente la carrozza da nolo; o perchè il cocchiere avea prescelto la stretta, difficoltosa e ingombra via di Forcella alla via della Marina, per andare alla stazione. Chi lo sa! Si trattava di cinque minuti, di soli cinque minuti, cinque piccolissimi, cortissimi, brevissimi minuti, che si perdono così naturalmente, così facilmente un po' qui, un po' là, senza saper come: e la loro perdita, poi, equivale alla rovina di tutto un sogno!
Fu solamente dopo un'ora di riflessioni amarissime, che ella sentì un soffio di rassegnazione penetrarle nel cuore: ma pur essendosi calmata, un'amaritudine gliene rimase. Si levò, risolutamente: andò a leggere l'orario, sulla parete stuccata di bianco. Avrebbe potuto partire soltanto la sera, alle dieci e quarantacinque. Circa sette ore di attesa! Pure, non ebbe il coraggio di rientrare in città, a Napoli; le sarebbe parsa una rinunzia completa. Avrebbe aspettato nella stazione. Non l'avrebbero mandata via, da quella sala d'aspetto? Non aveva mai viaggiato sola: non sapeva niente. Il guardiano le si accostò, guardandola curiosamente. Ella gli donò subito cinque lire: si sentì meno timorosa. Cercava di ricostruire il suo piano. Bisognava, innanzi tutto, telegrafare a Ferrante--e tal pensiero la faceva arrossire, pensava che avrebbe egli detto, trovandola così sciocca, così distratta da perdere il treno. Che dirà, che dirà?--si andava domandando, mentre girava intorno alla stazione, senza ritrovare l'ufficio telegrafico. Alla fine lo trovò. E allora non seppe dove indirizzare il telegramma; non seppe che cosa dire, si sentiva così irritata e umiliata, con sè stessa, col caso, che lacerò i fogli, senza riescire. Alla fine, mettendo l'indirizzo della stazione di Roma gli telegrafò, così confusamente, che le riesciva impossibile partire prima delle dieci e quarantacinque, senza aggiungere le ragioni di questo _impossibile_ e soggiunse, umilmente: _perdonami_. Lo soggiunse, poichè non potea resistere all'idea del dolore di lui, Ferrante, non vedendola giungere alla stazione di Roma, trovando un telegramma invece della sua persona. Oh quelle sette ore di attesa! La pallida signora, vestita di un grande mantello bruno, tutta chiusa in un grande velo di garza bruna, snella e flessuosa nella persona, dall'andatura un po' lenta, un po' stanca, fu vista da per tutto, ripetutamente, nella stazione, per quel pomeriggio e per quella sera. Innanzi alle lunghe vetrine del libraio e nella sala gelida dei bagagli, camminando, fermandosi, sfogliando distrattamente un libro, aprendo un giornale illustrato; di nuovo alla sala del telegrafo, donde telegrafò a Sorrento, a due o tre persone che non la interessavano punto; verso le sette nella sala del _buffet_, dove prese un brodo e una tazza di caffè, malgrado che non avesse fame, seguendo con l'occhio distratto i multicolori avvisi della _macchina Singer_, della _Coca Buton_ e della ferrovia lombarda ai _Tre laghi_; fu vista finanche fuori stazione, passeggiare in giù e in su, facendo voltare tutti quelli che la incontravano, mentre essa guardava, certo senza vederli, il malinconico giardinetto della piazza, e le carrozze da nolo disposte intorno come i raggi di un cerchio, e le insegne dondolanti degli equivoci alberghi dal fanale verde o rosso; e da capo, come se ella non potesse stare ferma, fu incontrata al telegrafo, alla posta, nei terreni incolti della Piccola Velocità, presso il venditore di libri e di giornali, su e giù, su e giù per tutte le gallerie. Questo irrequieto fantasma muliebre vide empirsi e vuotarsi le sale di aspetto dei viaggiatori che partivano successivamente per le linee di Salerno, di Castellammare, di Foggia, di Aquila: vide fermarsi e andarsene i treni carichi di uomini, di donne, di borghesi e di contadini, che se ne andavano ai loro affari, al loro lavoro, alle loro cure. E nella ultima ora di attesa la invase una stanchezza profonda; rincantucciata in un angolo della sala di aspetto, silenziosa, immobile, col sacchetto sulle ginocchia, ella guardava le ondeggianti fiammelle del gas che il vento della sera agitava, e fu il guardiano della sala che l'avvertì della partenza--tanto in lei si era fatta la convinzione che era inutile più partire, che Ferrante non l'amava più, che tutto era finito. Tutta la notte del viaggio, lunga, lenta, con le sue numerose, monotone fermate, ella la passò in una veglia dolorosa alternata da qualche torpore doloroso, tutta sola nel suo compartimento, tremando di freddo malgrado le coperte e le pelliccie. L'alba si levò sulla severa campagna romana; donna Grazia dormiva, ora, pallida pallida, e solo i tre lunghi, striduli fischi del treno che entrava in Roma la riscossero. Le parve di uscire da un sogno triste: il sole illuminava le prime case di Roma, e la nebbia romana, e il fumo del treno, una felicità di calore e di luce l'avvolse, scendendo dal vagone, poggiando la sua mano sottile guantata sempre di nero in quella tremante di Ferrante. Si guardarono, così, lungamente, fra la folla, tenendosi per mano, camminando quasi portati.
--Sei venuta, poi....--mormorò lui, cercando di dominare la propria emozione, intensa, soffocante.
--Credevi che non venissi più?--chiese lei, con uno sguardo scrutatore, fermandosi un minuto.
--Sì, l'ho creduto--soggiunse lui, chinando gli occhi, confessando con quelle parole tutte le angoscie della sua serata e della sua nottata.
--Mi perdoni?--domandò lei, umilmente, dolorosamente, sentendo bene che fra loro era già sorto e consumato il primo dolore.
--Non dir così: tu ti puoi dare e ti puoi ritogliere--disse fermamente lui, guardando altrove, per non far vedere che sforzo questa fermezza gli costava.
Essa non rispose. Poteva dirgli che il proprio ritardo non era stata una crudele esitazione, l'idea novamente feroce di spezzare quell'amore: poteva semplicemente dirgli che era stata la perdita di cinque minuti, per annodare il velo del cappello, o per prendere il taccuino dimenticato e che quindi ella aveva perduto il treno. Le parve, questa ingenua narrazione, così ridicola, così volgare, che non osò farla; e lasciò, per viltà, che perdurasse quell'amaro malinteso, quel senso triste di sfiducia che era nato nell'animo di Ferrante.
Adesso, col facchino dietro, erano in piazza della stazione.
--Dove andiamo?--ella chiese.
--Non so....--rispose Ferrante, incerto.--Avremmo dovuto partire ieri sera. Stanotte, io non sono rientrato in casa mia, ero così turbato....
--Quando parte, il prossimo treno, per Firenze?--diss'ella, brevemente.
--Alle dieci e mezzo, fra tre ore.
--Tre ore, tre ore....--mormorò Grazia, come pensando.
--Vuoi che ti accompagni a casa mia.... non vi è nessuno.... o in albergo?--E il verbo _accompagnare_ era stato molto sottolineato.
--No, no, a casa tua--rispose subito Grazia, con una paura nella voce.
--Allora, in albergo?--soggiunse lui, pazientemente.
--.... Sì,... ma senza entrare in Roma--e abbassò gli occhi, come vergognandosi.
--Vi è il _Continentale_ qui dietro, in Piazza Margherita, non ti stancherai molto.
Seguìti dal facchino che portava le loro robe, vi andarono; sottovoce come se indovinasse le intenzioni di Grazia, Ferrante chiese due stanze al segretario dell'albergo; sottovoce costui gli domandò se le voleva vicine, e Ferrante gli disse subito che non importava. Grazia saliva innanzi, chinando il capo; alla porta della sua stanza, il segretario li salutò. Ella restò ferma, guardando Ferrante, con la mano appoggiata sulla maniglia della porta.
--Rammentati, è alle dieci e mezzo: verrò a prenderti alle dieci--disse Ferrante, gelidamente.
Le fece un saluto corretto e si allontanò subito.
II.
Ella entrò nella sua stanza e vi si chiuse, buttandosi pesantemente sopra una poltrona: si sentiva morire di tristezza, sentiva di essere disamorata, crudele con Ferrante, eppure non trovava ancora uno slancio di tenerezza, un impeto di passione per fargli dimenticare tutte quelle noie, quelle punture, quei disinganni, quelle amarezze. Ma tanta gente era loro intorno, dovunque, alla stazione, in piazza, nell'albergo, gente estranea, è vero, ma curiosa, dall'orecchio teso, dallo sguardo acuto! Ella si era chiusa nella sua stanzetta, stanzetta piccola, linda, ma banale come tutte le stanze di albergo, ma fredda con tutto il lieto sole autunnale che vi entrava; Grazia si era chiusa lì dentro, e un profondo pentimento le veniva in cuore, pel modo come aveva trattato Ferrante; la propria ingiustizia verso quel forte e docile amante che nulla chiedeva, che non si lagnava, che cercava di allontanarsi, di ecclissarsi sempre, onestamente, correttamente, mentre nell'anima gli ardeva la grande fiamma, questa propria ingiustizia, le faceva orrore, le sembrava un egoismo mostruoso, la crudeltà di una donna glaciale che pospone sempre il mondo all'amore. Rivoltata contro sè stessa, si levò per chiamare, per far avvertire Ferrante di venire da lei: voleva buttarglisi alle ginocchia per farsi perdonare, poichè egli solo era buono e giusto. Ma mentre era lì per premere il campanello elettrico, udì parlare sommessamente, nella stanza attigua. Si fermò: non era sola dunque, malgrado che si fosse chiusa a chiave? Aveva dei vicini, a destra e a sinistra, forse da tutte le parti, che, come ella udiva la loro, avrebbero udita la voce di Ferrante e la sua, parlando d'amore? Oh questi alberghi, che realtà, che realtà meschina, sconfortante, nauseante! Tornò alla poltrona, vi si sedette, senza far rumore, aspettando che le voci cessassero; forse i vicini sarebbero usciti, partiti: allora ella avrebbe chiamato Ferrante, per farsi perdonare. Ma le voci dopo qualche intervallo di silenzio, brevissima pausa, si udivano di nuovo: erano quelle di un uomo e di una donna, che discutevano pacatamente; si afferrava ogni tanto una parola, facevano il conto del loro viaggio. Ella fremeva, si agitava sulla poltrona, sperando sempre, a ogni momento di silenzio, che i vicini se ne fossero andati: ma quietamente essi ricominciavano a chiacchierare, con un'intonazione monotona, senza stancarsi. Per un momento Grazia si turò le orecchie quasi piangendo, al colmo di un urto nervoso che le poche ore di cattivo riposo del treno non avevano calmato: malediceva questi vicini che le rubavano quelle altre ore di felicità. Andò ad aprire la finestra della stanzetta, per sottrarsi a quell'incubo: il sole allietava tutto il piazzale della stazione, la giornata era dolce e bella, Grazia, stette guardando come un fanciullo che un nulla distrae, le persone che passavano sulla piazza. Così assorta, non udì che la seconda volta, quando bussarono alla sua porta. Era Ferrante: ma non entrò, rispettosamente.
--Andiamo?--diss'ella sorridendogli.
--Sì--disse lui, sentendo e vedendo la luce di quel sorriso, per la prima volta.
Ella mise il suo braccio sotto quello di lui: si appoggiava lievemente. Non potea dirgli nulla: ma vi era nei suoi occhi, nella sottile mano guantata, in ogni movimento della persona tanta femminile tenerezza, una così affettuosa domanda di perdono che egli dovette intenderla, in tutta la sua manifestazione: due volte, per le scale in penombra, si fermò a guardare il volto della sua donna, quasi volesse imprimersi nel cuore quella espressione così viva. Chi li vide passare di nuovo, sulla piazza, per la stazione, andando a mettersi nel vagone, in quella bionda mattinata di autunno, intese, certamente, che passava sul capo di quei due felici una silenziosa ora celestiale. Di quanto intorno ad essi avveniva, quei due più non sapevano: una macchinale coscienza, memore di altri viaggi, di altre partenze li guidava nella loro vita esteriore: una coscienza meccanica che si chetò, anch'essa, quando il treno fu partito da Roma. Erano soli. Una parte delle tendine color di legno erano tirate, contro il sole che si avanzava; solo da due cristalli si vedeva il paesaggio fuggente. Ferrante si era seduto accanto a Grazia: la mano di lei era fra le sue, stretta mollemente: a un certo momento ella la ritirò, ma soltanto per sollevare il suo velo bruno; la picciola mano fedele ritornò subito fra quelle dell'amor suo. Nè dicevano nulla. La delizia di due amanti, soli nel vagone fuggente per la campagna, fuggente innanzi ai villaggi e alle piccole città, ha poche delizie che la eguaglino: tanto è acuto il senso di libertà, di amore inconturbato, di oblìo terreno che dà quella fuga. Non esistono più nè lo spazio, nè il tempo, nè l'uomo, nè la vita: esiste solamente l'amore, nella sua massima condizione d'indipendenza, trasportato lontano, lontano, dove non vi sia che amore. Che dirsi? Ogni tanto ella sentiva che Ferrante la chiamava per nome, ripetendone due o tre volte le sillabe incantatrici: ma forse non la voce di Ferrante, era l'anima che parlava e l'anima di Grazia stava a sentire. Due o tre volte, a un lembo di paesaggio illuminato di sole, a un piccolo paese sospeso lungo i fianchi di una collina, innanzi a una grande pianura maestosa, i due volti si accostavano, dietro allo stesso cristallo, per vedere come era bello il mondo esteriore, non quanto quello che portavano nel cuore. Tacevano. Sentivano che era quella l'ora invocata tante volte, nelle insonnie della notte, nelle vuote mattinate, nelle sere affannose; sentivano che era quella la realtà del loro infinito desiderio, l'amore nella solitudine suprema; e sembrava loro che qualunque parola dovesse turbare questo sacro raccoglimento, questa concentrazione di felicità. Niuno sapeva più nulla di loro: essi non sapevano più nulla, di niente: e poteano dire che il mondo era scomparso, o era stato assorbito nella incommensurabile dolcezza del loro amore. Solo quando il sole cominciò a discendere sulla poetica campagna toscana, un senso di malinconia si mescolò, naturalmente, a tanta dolcezza. Era una mestizia fuor di loro, che veniva dalle cose: il paesaggio verde, i colli così pittoreschi, e le bianche case, e il fiume mormorante sul greto, e i campanili dei villaggi si fecero prima rossi, poi violacei, poi bigi: tutti i veli avvolgenti, misteriosi, malinconici del tramonto salirono dalla terra al cielo. Parve che il treno corresse meno rapidamente, come preso anch'esso da una fiacchezza; le voci delle stazioni erano meno vivaci, meno allegre, alcune sembravano rauche, altre fioche; il fiume, apparendo, riapparendo, assunse un aspetto tragico, di acqua traditrice gorgogliante; la stretta di mano di Ferrante che teneva nella sua quella sottile di Grazia, si allentò, come se lo cogliesse una improvvisa, crescente debolezza e la mano sottile si raffreddò sotto il guanto. Videro un cimitero: un piccolo cimitero di paesello a mezza costa, con quattro o cinque cipressi e poche lapidi bianche.
--Beati i morti--ella disse sottovoce quasi parlasse a sè stessa.
--Chissà!--le rispose lui, sul medesimo tono.--Forse amano ancora.
--Tu hai tombe, per il mondo?--gli domandò lei, piegandosi a guardarlo, in quella penombra crepuscolare.
--No: ma tutti abbiamo delle tombe, in noi.
--Molte cose hai veduto morire?
--Molte cose e molte persone che son vive.
--È triste, è triste--diss'ella ributtandosi indietro, sulla spalliera.
--La tristezza è in fondo alle anime: non bisogna andarla a cercare--soggiunse Ferrante, come se pronunziasse una sentenza.
Tacquero. Ella aveva abbassato il velo sul viso di nuovo e il capo sul petto. Egli si levò, guardò dallo sportello opposto, nella penombra, per qualche tempo; poi ritornò vicino ad essa, sedendosi.
--Grazia?
--Ferrante?
--Che hai?
--Nulla--fece lei, con un gesto largo.
--Dimmi, dimmi che hai.
--Quello che hai tu--rispos'ella, enigmaticamente.
--Non parlare di me: io sono una quercia fulminata. Tu non puoi essere come me; sei così giovane, e così bella, Grazia, e così destinata alla felicità!
--Io ho paura.... paura....
--Di che, amore, hai paura?
--Della vita.
--Fole!--egli esclamò, sorridendo nella penombra.
--E della morte, della morte, assai più.
--La morte è lontana--fece lui.
--Taci, taci--mormorò Grazia--forse passiamo innanzi a un altro cimitero.
Quasi presa da un vago ma forte terrore, ella si era stretta a lui, infantilmente, poggiandogli la guancia sulla spalla, chiudendo gli occhi. Quei due sportelli su cui non erano tirate le tendine di lana, quegli sportelli oramai neri, nella sera fitta, affascinavano la donna, come se fossero aperti sull'infinito. Egli se ne accorse, vedendola immobile, estatica, con gli occhi sbarrati sul nero orizzonte che fuggiva dietro i cristalli: volle fare un moto per levarsi, per tirare le altre due tendine.
--No, no--lo supplicò lei, stringendosi ancora, socchiudendo gli occhi.
Restarono così: il lumicino ad olio del vagone tremava, pareva dovesse spegnersi ogni momento. Bizzarre ombre danzavano. sui divani: tenendola stretta a sè, bimba spaurita, Ferrante sentiva che Grazia affannava un poco. L'aria si era raffreddata. Una angoscia li opprimeva, entrambi, angoscia ignota, angoscia di chi ha intravvisto il negro problema dell'infinito. Due o tre volte egli volle muovere una mano per carezzarle i bruni capelli: ma ella temendo che Ferrante la lasciasse, rabbrividì di paura. Due o tre volte egli disse, sottovoce, come un soffio amoroso:
--Grazia! Grazia!
Ma ella fremeva, fremeva, e gli diceva:
--Taci, taci, taci.
Tanto che il lungo, sonoro fischio, triplicato fischio della vaporiera, le fece gittare un grido di spavento.
--È il fischio di allarme, nevvero--domandò, piena di ambascia, quasi che non fosse possibile, in quel momento, altro che una grande catastrofe.
--No, no, è Firenze.
--Tre fischi, grave pericolo--balbettò lei ostinata.
--È Firenze, è Firenze, cara.
L'arrivo spezzò l'incubo. La carrozza in cui essi viaggiavano avrebbe proseguito sino a Venezia, attaccandosi, al treno in partenza da Firenze; ma per la partenza ci voleva un'ora e mezzo.
--Scendiamo?
--Sì, sì, sì--disse lei, levandosi, subito, avida di moto, di luce.
--Vuoi pranzare, nevvero, cara?--chiese lui, trattandola infantilmente.
--Sì, subito, subito--fece ella, attaccandosi al suo braccio, con un'improvvisa disinvoltura.