Chapter 6
Ariberto si guardò dall'aggiungere che la cifra dello stipendio era dovuta a lui, vecchio e cospicuo cliente della Casa; e disse invece che s'era voluto usare un riguardo alla persona di Folco.
--Tutto benissimo!--rispose Folco.--Non m'importa affatto di stare sulla breccia. A Milano ho poche conoscenze. Le persone di spirito, in ogni caso, mi daranno ragione: quanto agli imbecilli, non dobbiamo curarcene.
Ariberto gli strinse la mano senza parlare; Folco lo abbracciò. Poi corse a recar la notizia a Gioconda, che da molti giorni seguiva con paura, con trepidanza, la sorda lotta di Folco, e temeva non avesse energia sufficiente a superarla. Quando udì che Ariberto lo aiutava, il cuore le si allargò; aveva di lui un concetto strano, fra l'odio e l'ammirazione; il suo intervento assicurava, agli occhi di Gioconda, la vittoria.
--Ebbene,--le disse Folco,--ora credi che Ariberto mi sia amico?.... Non gli devo tutto in questo istante?
La contessa ebbe il suo sorriso enigmatico.
--Non discutiamo!--rispose.
--Perchè non vuoi piegarti all'evidenza?--insistette Folco.
--Ma che fosse amico tuo non ho mai dubitato!--esclamò Gioconda.--Dubito sempre che sia amico mio.... È un'impressione; potrò ravvedermi col tempo.
Folco entrò così agli stipendi della Casa Scotti. Non gli riuscì difficile impratichirsi di quel commercio; stette, come diceva Ariberto, sulla breccia, francamente, valorosamente. Quasi, ci si divertiva; non gli dispiaceva quel lavoro febbrile, che i primi giorni lo aveva stremato di forze; non gli dispiaceva quella sfilata di gente che trattava le futilità, le maglie di seta, gli oggettini leggiadri e inutili, con gravità pensosa; non gli dispiaceva, sopra tutto, guadagnarsi la vita. Pensava al bimbo che doveva nascere, e al piacere di potergli raccontare, un giorno, che papà vendeva le calze e i fazzoletti mentr'egli veniva alla luce.
Che cosa non avrebbe fatto per quel bambino di domani, per quel piccolo Manfredi o per quella piccola Lillia? Dov'erano le sue stolte ambizioni letterarie, l'illusione superba di conquistar l'alloro coi libri?... Folco ne sorrideva senza amarezza, come di sogni puerili. E mai non gli era parso che la festa fosse così dolce; che il riposo fosse così confortante, così lieto.
Andava a spasso con Gioconda la domenica, come un piccolo borghese, e qualche volta a teatro, nei posti popolari: egli abituato a tutte le squisitezze d'una esistenza ricca, godeva l'esistenza modesta del commesso, placidamente; non aveva occhi se non per Gioconda e non rammentava il lusso, i capricci, lo scialo d'un giorno, quasi non li avesse mai conosciuti. In verità, se lo stipendio fosse stato un poco più largo e gli avesse dato modo di curar meglio Gioconda, non lo avrebbe barattato con un patrimonio, perchè sentiva tutto l'orgoglio nobile della fatica, tutta la soddisfazione di lavorare per sua moglie e pel suo bambino.
Gioconda, in silenzio, dissimulando abilmente, soffriva.
Dopo quella prima visita al ritorno da Parigi, i suoi avevano appreso che Folco s'era dovuto acconciare a un posticino con modesto stipendio; che Gioconda aveva venduto manicotto e stola e tutti quanti i suoi oggetti preziosi, eccettuati l'anello nuziale e l'anello di rubino; che anche Folco aveva venduto libri, stampe, quadri; che s'erano ridotti in due camere mobigliate.
--Hai preso la via più lunga,--osservò la signora Delfina,--ma finisci per vivere come e peggio tu avessi sposato il pellicciaio....
--Distinguiamo!--interruppe il signor Piero, comprendendo che Gioconda era ferita dalle parole inconsciamente crudeli di sua madre.--Il conte Filippeschi è sempre il conte Filippeschi; e un giorno sarà ricchissimo.
--E quando verrà questo giorno?--rimbeccò Delfina.--Fra un mese, fra un anno, fra dieci anni? Magari fra venti, anche; e la giovinezza di Gioconda sarà sfiorita tutta negli stenti.
La logica di sua madre appariva alla contessa inesorabile ed esatta. Per certo, ella si guardava dal pensar con desiderio alla morte del conte suocero; ma il periodo di prova durissima, tanto più dura in quanto era succeduto immediatamente agli splendori della vita parigina, poteva essere ben lungo.
Nacque intanto la bambina, Lillia.--La felicità di Folco aveva dell'esagerazione, della follia, dell'ubbriacatura. Mandò subito un telegramma ai suoi; fece avvertire Piero e Delfina che perdonava l'inganno del pellicciaio, anzi non lo rammentava più, e potevan venire ad abbracciar la figliuola. Cantava, saltava, si portava intorno la bambinetta bellissima, sordo alle raccomandazioni della levatrice, la quale gli teneva dietro perchè non la soffocasse.
Gioconda era contenta, ma d'un contento più pacato. Sorrideva, commossa alla felicità traboccante di suo marito, e guardava con amore la piccola Lillia che vagiva.
Aveva desiderato un maschio, un bel Manfredi, bruno con gli occhi avana iniettati di pagliuzze d'oro.
Le nasceva una femmina rosea, con un ciuffetto di capelli così biondi, che parevano bianchi.
Non se ne lagnò; le volle bene ugualmente, la curò con attenzione, palpitò ai suoi dolori, visse delle sue gioie.
--Io la chiamerei François Villon,--disse Folco in uno slancio di letizia.--Se non avessi tradotto François Villon, non ti avrei sposata e non avrei oggi Lillia.
--Che diventerebbe mai, povera Lillia,--riflettè Gioconda,--per imitare il tuo poeta?
Ma di repente le parole festose tacquero nella casa.
Una sera comparve Ariberto Puppi.
Egli veniva di rado a visitar Gioconda e Folco. S'era accorto che la contessa era gelida con lui, e quantunque non trovasse la ragione di quel contegno, non intendeva chiederla, nè far capire che aveva capito; poi Folco era l'intero giorno occupato, ritornava a casa la sera stanchissimo; non si sapeva quale fosse l'ora meno inopportuna per una visita. Da ultimo, Ariberto pensava che alla contessa, orgogliosissima, sapeva male forse ch'egli, compagno di cene e di svaghi a Parigi, vedesse la sua povertà presente; e per delicatezza stava lontano.
Folco gli corse incontro a ringraziarlo della visita inaspettata; ma si arrestò vedendo l'espressione dolente, grave, ch'era sul volto d'Ariberto.
--Folco,--disse questi dopo essersi inchinato alla contessa,--io devo compiere un incarico molto penoso.
--Mio Dio!--esclamò con voce soffocata il giovane.--Sta male la mamma?
--No; si tratta di tuo padre; devi partire subito.
--È molto ammalato?--interrogò Folco affannosamente.
--Molto. Parti subito.
Folco si gettò nell'altra camera a preparare una valigia.
Ariberto fece qualche passo, avvicinandosi a Gioconda.
--Andate anche voi!--consigliò sottovoce.--Suo padre è morto; Folco avrà bisogno d'un cuore fedele. È il notaio che mi telegrafa, perchè avverta Folco, la cui presenza è necessaria all'apertura del testamento. Andate anche voi. Accompagnatelo!
Gioconda tremava, pallidissima.
--Vi ringrazio!--disse ella pure sottovoce.
Corse da Folco, lo serrò stretto; gli mormorò all'orecchio:
--Ti accompagno!
Folco la guardò, comprese; e si abbandonò tra le braccia di lei, piangendo disperatamente.
IX.
Giornate fosche.
Gioconda tenne in quell'occasione un contegno perfetto.
Sarebbe stato imprudente dimostrare un acerbo dolore per la morte del conte suocero, il quale non aveva mai voluto conoscerla, le aveva impedito di varcar la soglia di casa, ed era morto senza perdonare a lei e a Folco.
Ma sarebbe stato peggio mostrarsi indifferente a una sciagura, che colpiva Folco nel più alto dei suoi sentimenti. La contessa non fu nè indifferente nè accasciata; tenne con dignità le gramaglie per diciotto mesi, e quantunque, tra mobili ed immobili, Folco avesse ereditati parecchi milioni, non si dipartì dalle abitudini di una vita modesta, badando solo che degli agi potesse godere Lillia.
Folco era stato percosso fieramente dalla morte improvvisa del padre.
A Perugia, nello studio del notaio, s'era trovato di fronte alla madre, alla sorella, al cognato; aveva sperato che la comunanza della sventura gli permettesse di esprimere loro la sua devozione.
Essi furono di marmo. Salutarono, entrando e uscendo dallo studio, con un cenno del capo; e perchè v'erano alcune disposizioni da prendere, ne diedero incarico al notaio, che s'intendesse con Folco (dissero, anzi, «col conte Filippeschi»), quasi avessero temuto di rivederlo.
Soltanto il cognato, Corradino Àutari, si ritrovò, come per caso, l'indomani dal notaio, e abbracciò Folco.
--Sai,--gli disse.--Testardi! È la razza.
--Io sperava,--rispose Folco timidamente,--di poter presentare mia moglie alla mamma e a Giselda...
Corradino levò le braccia al cielo.
--Non te lo sognare!--esclamò.--Giselda e tua madre ignorano che tua moglie esista: lo ignoreranno sempre.
E aggiunse, quasi come un ritornello:
--Che vuoi? È la razza. Come dice la divisa di casa Filippeschi?
--«Crolli il mondo».
--Bene; crollerà il mondo, ed esse rimarranno immobili.
Folco non osò insistere. Vedeva, ormai insuperabile ed eterna, la barriera che lo separava da sua madre e da sua sorella.
Tornato all'albergo, trovò Gioconda pallida, bella, nelle sue vesti nere, che tenendo tra le braccia la piccola Lillia, le susurrava parole carezzevoli. Sentì un vano impeto di ribellione.
A che tanto orrore della povera donna? Non era onesta e diritta come Giselda? Di quale colpa si poteva accusarla, se non d'avere accolto l'amore di lui e d'aver con lui sopportato bravamente le traversie della sua vita?
Egli leggeva ogni giorno negli occhi di Gioconda una domanda: «Mi vogliono?» E volgeva gli occhi altrove, non potendo rispondere.
Partì, quasi fuggì da Perugia non appena tutte le prescrizioni di legge furono compiute; lasciò l'ordine al notaio di vendere a mano a mano i poderi di sua proprietà; non sarebbe mai più tornato.
Quando furono in treno, nello scompartimento che aveva scelto perchè gli estranei non gli dessero di gomito in quell'ora inenarrabilmente malinconica, Folco s'avvide che Gioconda piangeva in silenzio.
Era ferita al cuore.
Mai non avrebbe creduto che pure innanzi alla morte, pure in un giorno di grande lutto, le donne di casa Filippeschi sarebbero rimaste impassibili di fronte a lei e alla sua bambina. S'aspettava di giorno in giorno d'esser chiamata a una riconciliazione; ma più ancora s'aspettava che Folco la imponesse, che facesse prevalere il suo buon diritto e la sua volontà.
Allorchè, venuta l'ora della partenza, Gioconda dovette salire in treno per non tornar forse mai più a Perugia e far così incolmabile l'abisso che la teneva lontana dalla suocera e dalla cognata, il dolore e l'ira le pervasero l'animo.
Guardò Folco da capo a piedi, quasi lo vedesse la prima volta. Chiuso nell'abito nero, pallido in volto, gli occhi stanchi dalle lagrime, biondo, sembrava un fanciullo smarrito. Era un debole, un vinto; la volontà di lui al paragone della volontà di due donne, le quali erangli pur legate dai più stretti vincoli di sangue, non valeva nulla, non aveva significato alcuno; chiunque poteva passarvi sopra e calpestarla.
Era un debole.
Gioconda che si sentiva capace di perseguire anni ed anni, ora per ora, un suo disegno con paziente scaltrezza, con tenacità ostinata, con elasticità felina, aveva pei deboli un senso di commiserazione non troppo dissimile dal disprezzo.
Fu desolata, scoprendo che la volontà di due donne era più forte della volontà di suo marito. In un altro istante, presa come le avveniva, dallo sdegno, si sarebbe lasciata sfuggir dalle labbra parole amare; ma intuì che non doveva colpire di nuovo Folco già provato dalla sventura.
Tacque, si rôse dentro, pianse in silenzio.
E non gli perdonò.
La morte subitanea del conte, la ricchezza sicura, avevano allontanato l'uno dall'altra.
Folco si diceva che in causa di Gioconda aveva perduto la sua famiglia; che Gioconda a Parigi gli aveva impedito di lavorare, costringendolo a sciupar tempo in una vita la quale era, per quel momento, pazzesca. Tornarono, con gli agi, le idee d'ambizione letteraria, e il tempo perduto sembrava a Folco irreparabile.
Gioconda non dimenticava d'essere stata trattata da tutti i congiunti di suo marito come una donna che non si deve conoscere, che non si può ammettere in una casa onesta, come l'ultima delle femmine; e Folco non aveva saputo spezzare il cerchio di oltraggiante disprezzo in cui avevan chiusa la sua compagna, colei che portava il suo nome e gli aveva data Lillia.
Non dissero nulla, ma diventarono ostili l'uno all'altra. Nè Folco nè la contessa chiesero una spiegazione; pareva s'intendessero e sapessero già.
Durante il periodo di lutto, Folco potè riavere l'appartamento dei primi giorni di nozze.
Venivano in quella casa a passare la serata molti amici; alcuni di amicizia vecchia, come Ariberto Puppi; altri, i più, d'amicizia nuova, nata dalla ricchezza, farfalloni che accorrevano a tutte le luci.
Guardandosi intorno perchè si sentiva sola, Gioconda trovò Ariberto Puppi, il nemico di ieri.
D'un tratto ella si ricredeva sul conto di lui.
Le eran bastate le parole dettele sottovoce, la sera in cui egli aveva annunziato la morte del conte:
--Andate anche voi! Accompagnatelo!...
V'era un senso amichevole, un consiglio affettuoso, un tono d'esperienza. La contessa n'era rimasta colpita come da una rivelazione; aveva guardato Ariberto Puppi allora e poi, di ritorno da Perugia, con occhi di curiosità indagatrice. Fosse veramente un amico?... Fosse, non ostante le bizzarrie e le monomanie, un uomo forte?
Gli sorrise, gli diede la mano, tornando; gli disse con calore:
--Sapete? Rammento sempre le parole di quella sera: «Andate anche voi! Accompagnatelo». Qualche volta me le ripeto.
--Ecco, vi dirò, contessa,--rispose Ariberto con un sorriso. Voi credevate che io fossi, non so perchè, vostro nemico....
Gioconda si sentì arrossire.
--.... e perciò,--soggiunse Ariberto fingendo di non veder quel turbamento ch'era una confessione, avete dato un'importanza eccezionale alle parole che chiunque vi avrebbe detto in quel giorno di sventura. Vi siete stupita perchè non vi davo un cattivo consiglio.... Ciò è un poco offensivo per me; è un poco crudele da parte vostra....
--Vi domando perdono,--si lasciò scappare Gioconda, alzando gli occhi in volto ad Ariberto.
--Oh,--esclamò questi, inchinandosi a baciarle la mano,--non chiedetemi perdono di nulla. La colpa è interamente mia. Io sono, come dire? secco, angoloso, beffardo.... Voi siete pressochè ancora una fanciulla inesperta e le mie maniere vi sono spiaciute. Il torto era mio; voi avevate ragione....
--Allora, facciamo la pace?--disse Gioconda sorridendo.
--Non ne ho bisogno; non devo che continuare a essere vostro amico, come sono stato sempre.
Gioconda respirò.
Folco era freddo con lei; ma anche non fosse stato, ella sapeva bene che in un'occasione grave, in un'ora di battaglia, egli non avrebbe avuto nè l'energia, nè l'esperta sicurezza per consigliarla. Gli altri intorno erano bellimbusti, ganzerini che le facevano la corte e tentavano sviarla; uomini dei quali non si sarebbe fidata, ai quali non avrebbe mai detto parola che non fosse stata scherzosa o ironica.
Da qual parte volgersi?
Con l'impeto del suo carattere si volse tutta ad Ariberto.
Egli se ne accorse e ne fu impacciato. Come dirle: «Badate: se voi pensate che io sono un vecchio, non lo pensano gli altri, non lo penso io stesso, e la mia assiduità può nuocere a voi e a Folco. Ho trentasette anni e molta voglia e molta forza di vivere. Siate prudente, per voi, per me, per tutti»?
Si mise a farle la corte; una corte divertita, un po' leggera, un po' frivola, fatta di lievi sarcasmi, ma instancabile, quasi per avvertirla che anche con lui correva qualche pericolo, che poteva bruciarsi le ali proprio là dove supponeva non ci fosse più fuoco.
Gioconda rideva.
--No, no, vi prego, non dite sciocchezze! Sì, sarò bella, sarò elegante, ma questo non vi riguarda....
--Come, non mi riguarda?
--Non vi riguarda. Ascoltatemi: accompagnatemi fuori; non voglio uscire sola, e Folco si secca ad andar pei negozi. Devo far delle compere. Su, venite fuori con me....
Ariberto obbediva, mandando al diavolo Folco.
O che tipo d'imbecille era diventato costui, il quale pareva non occuparsi più di Gioconda e darsi tutto soltanto alla piccola Lillia? Stava con Lillia l'intero giorno, giuocava, con Lillia, conduceva a spasso Lillia, e non vedeva che sua moglie era o accasciata da una noia indicibile o circondata da un nugolo di corteggiatori, alcuni dei quali pericolosi?
Che aveva? Che pensava?
Interrogò discretamente Gioconda, e non ne capì nulla.
Allora, con quella sincerità rude che s'irritava allorchè doveva battere contro una porta chiusa, andò a bussar direttamente alla porta di Folco. Da vecchio amico aveva ben diritto a sapere.
Gli domandò:
--Come mai non accompagni quasi più la contessa?
--Non posso starle sempre alle gonne,--rispose Folco,--sarebbe anche ridicolo: non è una bambina; e i mariti gelosi hanno torto....
--È vero: ma dallo starle alle gonne al non uscir quasi più con lei c'è qualche divario.... Finirà per annoiarsi tremendamente. Le hai portato via anche Lillia....
--Io?...--esclamò Folco.--Ma Lillia è sua quanto mia.
--Senza dubbio; soltanto è sempre con te, o tu sei sempre con lei: si può dire che tu fai le veci della mamma....
--È Gioconda che ti ha incaricato di rivolgermi queste osservazioni?
Ariberto ebbe un gesto di energico diniego.
--No, no; osservo io; non ci vuol molto. Ho visto, per così dire, nascere il vostro matrimonio e perciò noto con facilità i mutamenti.... Sono forse indiscreto?...
--Anzi; la tua amicizia non esisterebbe, se non fosse franca.
--E allora mi sembra che tu sia ingiusto con la contessa; parrebbe quasi che le tenessi il broncio per non so qual cosa....
Folco stette in silenzio un istante: poi disse a mezza voce, quasi confessasse:
--Che vuoi? Ho torto. Ma dalla scomparsa di mio padre, sono andato pensando e ripensando, e ho sentito che Gioconda è stata causa, involontaria ammettiamolo, di molti mali per me. Grazie al mio matrimonio, ho perduto la famiglia. Il papà è morto senza perdonare; mia madre e mia sorella sono inesorabili....
--Ma tu fai colpa alla contessa delle colpe altrui!--esclamò Ariberto.
--Ti ho già detto che ho torto,--rispose Folco.--Si ha sempre torto quando si ragiona col sentimento e non con la testa; tuttavia, se ne accettano lo stesso le conclusioni. Ho perduto dunque la famiglia; non più padre, non più madre, non più cognato. Ho perduto anche la mia città e la mia terra perchè, non volendo rimetter piede laggiù, tutti i miei beni saranno venduti man mano che l'occasione si presenta.... È molto, come tu vedi....
--È molto,--convenne Ariberto.--Ma la tua famiglia oggi è la contessa, è Lillia.
--Ho torto,--ripetè Folco,--Ma non ho torto sempre. Stammi ad ascoltare. Gioconda che è venuta meco a Perugia, sa bene, quanto me, quali sono state le conseguenze del matrimonio; per darle il mio nome, ho distrutto ogni cosa, ho abbandonato famiglia e amici, e città nativa: quando ne è stato il caso, ho lavorato umilmente....
--Magnificamente, corresse Ariberto.
--Magnificamente se tu vuoi, per sostenere lei e la bambina. Ebbene, che cosa ella m'ha dato in cambio di tutto questo?...
--Come?--esclamò Ariberto stupefatto.--Ma ti ha dato tutta sè stessa, tutta la sua vita, tutto il suo amore....
--E tutti i suoi capricci!--aggiunse Folco.--Perchè non mi ha assecondato in ciò che mi è più caro, nel mio lavoro e nelle mie ambizioni.... Oh è ben diversa da quei giorni in cui lavorava con me, nel suo salottino povero ch'ella odia, e che io rammento sempre con tenerezza! A Parigi, vedi, in seguito ai tuoi buoni consigli, io ho tentato di riprendere il mio lavoro; ella se ne accorse, e mi fece una tale scena, così inaspettata, così contraria al suo carattere docile, che io ho guardato d'allora in poi quei manoscritti e quei libri con orrore; li ho richiusi nel baule, non ne ho parlato più, e non so nemmeno dove siano andati a finire.... Voleva divertirsi, capisci, divertirsi a qualunque costo, giorno e notte, e non si fermò che quando io le dissi che bisognava ci fermassimo per forza perchè mi rimaneva il denaro appena sufficiente a reggere ancora qualche mese e a cercarmi intanto un impiego.
--Era molto giovane,--scusò Ariberto.--Non sapeva che fosse nè la vita nè il danaro.
--E sta bene: ma poi?... Oggi non siamo più nelle stesse condizioni. Abbiamo la ricchezza.
--Mi sembra che non ne abusi,--osservò Ariberto.--Anzi, che non ne usi neppure, perchè non fa alcun lusso e non ha chiesto nemmeno d'avere una carrozza.
--È vero.... Ma se io le parlo dei miei studi passati, del desiderio di riprenderli, di quelle ambizioni che in un giovane sono naturali, Gioconda risponde distratta; una volta era l'entusiasmo, oggi è l'indifferenza....
Ariberto scattò.
--O che uomo sei tu?--disse.--Hai bisogno che una donna, che la moglie, ti parli di letteratura e di Francesco Villon, per metterti a lavorare? Hai bisogno che le tue ambizioni diventino le ambizioni della contessa per sentirle ancora dentro di te?... Ma tu chiedi troppo: ma una donna vive benissimo senza letteratura e senza ambizioni!... Sarebbe straordinario, sto per dire ridicolo, che tua moglie si facesse l'apostolo e il compagno del tuo lavoro, e che scrivesse a macchina sotto dettatura.
--Non esageriamo,--interruppe Folco.--Non chiedo tanto. A me basta ch'ella non sia gelida e quasi repulsiva quando le parlo dei miei progetti.... Comprendo che Gioconda non deve essere l'apostolo del mio lavoro; ma non deve esserne neppure il nemico....
--E che t'importa?--disse Ariberto.--Bada: nelle tue parole c'è una grossa esagerazione: io non credo affatto che la contessa sia nemica del tuo lavoro. Ma voglio ammetterlo per un istante.... E che t'importa? Lavori per lei o per te? Hai una tua convinzione, un tuo concetto, una tua strada da percorrere, o non li hai? Non sei libero della tua persona, del tuo tempo, delle tue idee?.... In tutto questo la contessa non può nulla.
--È vero,--confessò Folco.--Ma in tutto questo manca il più bello: il sorriso d'una donna!...
Ariberto si alzò; gli pareva che la frase sentimentale fosse molto buffa, ma non volle rilevarlo. D'altra parte aveva parlato abbastanza; le accuse che Folco faceva a Gioconda erano tanto poco fondate, che sarebbero cadute da sole, e il giovane avrebbe riconosciuto alla prima occasione il suo torto.
--Io me ne vado,--disse Ariberto.
E rammentando alfine una delle sue mille infermità fantastiche, soggiunse:
--Ho un certo dolore, qui, al braccio sinistro....
Folco alzò le spalle, ridendo.
--Ti auguro--disse--di non averne mai altri!
Ariberto se ne andò: ma l'indomani vide la contessa, verso l'ora del tè. Folco era uscito; i soliti amici non erano ancora giunti. Ariberto disse:
--Ho parlato ieri a lungo con Folco.
--Di Francesco Villon, ahimè!--sospirò Gioconda.
--È dunque vero?--esclamò Ariberto sorpreso.
--Che cosa?
--È vero che non volete più udir parlare di Francesco Villon e di letteratura? Permettetemi di essere indiscreto. Io avevo osservato da tempo che in casa vostra c'è un po' di malumore: non siete felici e spensierati, ora che la felicità e la ricchezza vi arridono. La cosa mi è parsa bizzarra; e mi sono fatto lecito di parlarne a Folco.
--Avete fatto benissimo,--approvò la contessa.--Ed egli vi ha risposto che io non traduco più Villon con lui e che mi annoio a udirlo parlare della poesia francese del XV secolo.... Vi ha detto questo?...
--A un dipresso,--rispose Ariberto.
--Ma, caro amico, son due anni che ne sento parlare e son due anni che porto pazienza. Vedete di quali colpe mi accusa? Miserie, non vi pare?
--E perchè non lo lasciate parlare? Tutti noi abbiamo il nostro tic.
--Oh, sì,--esclamò Gioconda ridendo.--Voi avete il tic di parer moribondo.
--E tuttavia mi sopportate benissimo,--osservò Ariberto.