Chapter 4
--È un vero peccato!--osservò la giovane.--Noi avevamo bisogno di un papà: il tuo non ci vuole, il mio non sa; siamo giovani e la vita è difficile: possiamo aver bisogno d'un consiglio....
--Un consiglio si può sempre chiedere a un amico,--rispose Folco sorridendo.--Io credo che Ariberto sia sincero quando dice che mi vuol bene.
--Allora sarà il tuo papà,--concluse la contessa.--Egli sarà il tuo papà.
E la notizia fu comunicata, prima di partire per Parigi, ad Ariberto Puppi, il quale alzò le braccia al cielo con gesto di desolazione:
--Ma quali consigli posso io dare a vostro marito?--esclamò.--Egli veste benissimo e sa leggere un orario: io non vado più oltre. Figuratevi, forse lo sapete, che traduceva François Villon, e io ignorava anche l'esistenza di quel poeta. Non me ne importa nulla, ma ciò può darvi idea della mia coltura!
Ariberto Puppi aveva la debolezza di mostrarsi in tutto assai peggio di quel che non fosse: ignorante, pigro, volubile, nullo. Stanco un giorno della rinomanza di bell'uomo, s'era tirato addosso una grandine di mali finti, si era foggiato una maschera, s'era messo a camminare come una navicella in burrasca, appoggiandosi, quando non se ne dimenticava, a un bastoncino d'ebano.
Gioconda aveva appreso con infinito stupore che tutti quei mali e quegli inconvenienti di cui Ariberto Puppi si doleva, non esistevano affatto; egli voleva figurare come un uomo finito: altri hanno la vanità di figurare sempre gagliardi.
La contessa ne aveva riso.
--È dunque vivo?--domandava a Folco.
--Vivo, vivo!--assicurava Folco.--Non ha mai avuto un giorno d'emicrania.
--Se hai molti amici come Ariberto, puoi aprire un manicomio....
--Esemplare unico!--definì Folco.
--Credo che finirà per essermi odioso!--riflettè la giovane.
Ma quando lo vide quella sera sbucar d'un tratto dalla fiumana di gente che batteva il lastrico del _boulevard_, ella sorrise amichevolmente.
--Dove andate?--chiese Ariberto, quasi si fossero lasciati un'ora prima.
--Io vado a dare un'occhiata ai balli russi. Prendiamo un taxi; sapete che non posso camminare.
--Puppi!--gridò Gioconda, piantandosi sul marciapiede.--Non cominciamo! Se volete essere il papà di Folco, non dovete più parlare dei vostri malanni da burla.
--Io non parlerò più dei malanni,--consenti Ariberto,--ma devo confessarvi che non ho mai pensato a essere il papà di Folco.... Che cosa me ne farei? perchè volete darmi questa afflizione morale in cambio delle afflizioni fisiche?
--Vi teniamo in serbo,--disse Gioconda,--pel giorno in cui avremo bisogno di consiglio.
--Ma che? per darvi un consiglio, occorre sollevare cento chili a braccio teso? sospendere in aria coi denti l'omnibus del Giardino delle Piante?--domandò Ariberto spaventato.
La contessa rise dagli occhi e fece spallucce.
Non poteva serbare il broncio a un così buffo amico; quella sera si divertì molto; i suoi sguardi quasi trepidi erano per Folco; di tanto in tanto gli cercava la mano, perchè non si allontanasse pur col pensiero; non pareva contenta s'egli non rispondeva col sorriso al sorriso di lei. Ma rideva assai volentieri alla parola e alle osservazioni di Ariberto; discuteva animatamente con lui sulle donne che vedeva intorno e sul loro modo di vestire e di comportarsi.
Verso la fine dello spettacolo, Ariberto era stanco.
Abituato a vivere con gente che viveva la sua stessa vita e non aveva nè domande da rivolgergli nè scoperte da fare, il marchese Puppi si stupiva della garrulità di Gioconda, del suo chiedere incessante, del suo facile maravigliarsi, di quella curiosità tutta femminile che vede due, tre cose alla volta e trova due, tre domande da metter fuori.
Egli rispondeva con minore attenzione: guardava a quando a quando una ballerina sul palcoscenico, dorata dalla nuca ai tacchi, la quale danzava con infernale rapidità una danza russa; e a quando a quando Folco Filippeschi al suo fianco; il quale appariva sereno, soddisfatto, l'animo riposato che gli traluceva dagli occhi senza ombre.
--Che bestia!--pensava Ariberto crudamente.--Se avesse sposato la ballerina laggiù, non avrebbe avuto più noie e più disagi che sposando questa ingenuissima e onestissima figliuola; col vantaggio che la ballerina non si stupirebbe di nulla, e questa invece passa la vita a stupirsi di tutto.... È una donna da fare, o meglio da rifare. Ci vorrà una bella costanza, povero Folco!...
In quel momento, Gioconda, come usava, toccò la mano di Folco e gli sorrise: Folco le sorrise. Nel cervello di Ariberto passò il dubbio, senza ragione, senza gradazione, che la giovane non fosse sincera. Dove aveva egli letto un profilo di donna, che sembrava far tutto quanto voleva il suo innamorato e faceva invece tutto quanto voleva lei?
--Maria Feodòrowna Petrowski,--disse Gioconda ad alta voce, guardando nel programma.
--La ballerina,--aggiunse distratto Ariberto.
Ma dove aveva letto quel profilo? andava chiedendosi.
Leggeva tanto poco, per abitudine, che non doveva essergli difficile rammentare una pagina. E la scovò infatti nella memoria. Aveva comperato le liriche del Villon e le aveva guardate qua e là, sbadigliando, tanto per sapere di che e di chi voleva occuparsi Folco Filippeschi; subito gli eran caduti gli occhi sulla pagina in cui il poeta parla con rancore della sua amante, l'ingannatrice docile.
Mentre i due, Folco e Gioconda, guardavan la scena, tornò a fissarli.
Era facile comprendere che il conte Filippeschi non vedeva nella contessa la donna, la moglie, la compagna, l'amica; vedeva la perfezione. Non aveva detto venti parole nella serata e lasciava parlar lei; la scrutava per sapere se godeva; era orgoglioso di leggere su quel volto piccolo e bruno l'espressione del piacere, stava attento ad ogni suo gesto, quasi per interpretarlo. La beveva, o si lasciava bere.
--E Villon?--chiese a un tratto Ariberto.
Folco sussultò come avesse udito lo sbatacchiar fragoroso d'un uscio alle sue spalle.
--Non dovevi lavorare intorno a Villon?--seguitò Ariberto.--Mi avevi detto, se non erro, che avresti cercato alla Biblioteca Nazionale ciò che ti occorre?
--C'è tempo,--rispose Folco.--Ora Gioconda deve divertirsi.
--Tocca alla contessa richiamarti al lavoro.---osservò Ariberto, sorridendo per attenuare nelle parole il senso di rimprovero.
La contessa volse il capo lentamente.
--Io?--disse con indifferenza Ma subito si corresse:
--Io sarei felice di veder lavorare il mio Folco. Non m'importerebbe nulla di rimanere sola all'albergo se sapessi che Folco è alla Biblioteca o non ha tempo d'accompagnarmi a teatro.
--Un giorno o l'altro,--promise Folco piuttosto a sè medesimo che ad Ariberto,--mi ci metterò.
--Quanto rimarrete a Parigi?--domandò Ariberto.
--Chi sa?--disse Folco.--Fin che fa piacere a Gioconda.
--Eh allora!--esclamò Ariberto ridendo.
Ma Gioconda gli lanciò un'occhiata insolitamente fredda.
Quei discorsi la rattristavano. Gli studi letterari di Folco le portavano il ricordo del salottino male illuminato da una lampada miserabile, le facevano risuonare all'orecchio il ticchettìo della macchina da scrivere, le spiegavano innanzi tutto il quadro dei giorni di timore. Aveva tanto sofferto per la speranza di innamorare il conte Folco Filippeschi, per lo spavento di vederlo sfuggire!...
François Villon non aveva oramai sulla sua anima se non il potere di risvegliar quegli echi dolorosi. La sera che aveva trascritto il Rondeau era stata seguita per lei da una tormentosa notte di dubbi, una delle tante notti in cui sognava a occhi aperti. Folco l'amava? L'amava davvero o si trattava d'un semplice capriccio? Era molto giovane: poteva allontanarsi, dimenticarla, incontrar più facili prede. Ed ella si comportava secondo prudenza, o doveva essere più ardita? continuare nel suo riserbo o svelare abilmente a Folco con un tremito, con un gesto, con una parola impensata, ch'era innamorata di lui?... L'alba si levava che la fanciulla non aveva ancor trovato riposo.
Poi di giorno le toccava ascoltar le discussioni tra sua madre e suo padre. Erano giunte da Perugia le informazioni su Folco Filippeschi, di cui il signor Piero aveva dato incarico a un amico. Eccellenti; magnifiche; insuperabili; un matrimonio di prim'ordine!... Folco sarebbe stato ricchissimo; apparteneva a una nobiltà la cui origine si perdeva nella notte dei secoli. Carattere mite; giovinezza pura; non si conoscevano di lui nè trascorsi, nè vizii, nè debolezze, nè amoretti; dedito interamente a' suoi studi; avido di gloria, ambizioso.
La mamma osservava, però, che i giorni passavano e che l'ambizioso non si decideva. Avrebbe voluto un poco più di civetteria da parte di Gioconda, di quella civetteria innocente, ignara, che è efficacissima; il suo riserbo la faceva parer fredda, non lasciava nemmeno capire se aveva o non aveva una simpatia per Folco, e Folco doveva trovare in sè il coraggio per due, se voleva fare un passo risoluto.
Il signor Piero opinava invece che il contegno di Gioconda non doveva mutare in nulla. Si fa presto a commettere un'imprudenza che poi si rammenta e si rinfaccia a distanza di anni. Occorreva che Folco Filippeschi si avanzasse lui, da solo; non avesse a pensare che Gioconda era in cerca d'un marito.
La fanciulla ascoltava umiliata quelle diatribe, accarezzando Dick aggomitolato sul suo grembo.
Finalmente un raggio di sole squarciava le cupe nubi di quei giorni; Folco le aveva offerto l'anello di rubino col motto. Tale una gioia rabbiosa s'era scatenata nell'animo della fanciulla, che, rimasta sola, aveva addentato l'anello, come si addenta una preda da troppo tempo covata con gli occhi. Tuttavia era stata ancora in dubbio, fino al giorno delle nozze, fino al ritorno dal Municipio e dalla chiesa: allora soltanto aveva sentito la tensione aspra dei nervi allentarsi; s'era abbandonata piangendo fra le braccia di Folco.
E non era finita. A Parigi, egli le svelava il raggiro stupido tramato da suo padre e da sua madre in silenzio: la storiella del probabile fidanzamento con Carlo Albèri, ammogliato da ben cinque anni! Ne aveva provato un subito rancore contro quei due: perchè non avvertirla, non consigliarsi prima con lei?... O che mai era ella, perchè si tentassero tutte le maniere di sbarazzarsene?... Poteva bene, bella, pura, intelligente, essere amata da un conte Filippeschi, senza chiuder questi in una rete di volgarissime giunterie.
I suoi l'annoiavano. Le scrivevano di continuo a Parigi pel denaro. Sapevano che Folco non sarebbe stato diseredato, ma sapevano pure che da casa non gli mandavano più un quattrino; e quanto sarebbe durata quella situazione penosa?... Che la ragazza--la contessa Filippeschi era tuttora e sempre in casa, _la ragazza_--ci pensasse, facesse economia, trattenesse il conte....
Gioconda da più giorni non rispondeva.
Il marchese Ariberto Puppi col rammentarle Francesco Villon e gli studi letterari di Folco, l'aveva inscientemente ripiombata in quei ricordi angusti; umiliazioni, trepidanze, volgarità, insonnie, lagrime: le liriche del poeta da capestro non le dicevano altro.
Si guardò rapidamente intorno; sbarrò gli occhi quasi per abbacinarli al torrente di luce artificiale che inondava il teatro. Le sembrò che tutte le donne le quali occupavano poltrone e palchetti, fossero sue amiche, pari a lei; forse ella era anche più su, nella scala sociale. Esse ignoravano Carlo Albèri, Dick, suo padre, sua madre, la lampada poco pulita, la macchina da scrivere; erano simpatiche, vestivano tutte benissimo.
Gioconda assorbiva con voluttà il presente per dimenticare il passato, per distruggerlo, perchè non osasse tornar mai.
--Folco,--disse, volgendosi a suo marito.
Desiderava prolungar le ore di godimento, che l'allontanassero sempre più dalla casa bigiognola con le botteghe respiranti il tanfo del loro traffico vecchio.
--Folco,--disse,--dopo lo spettacolo, vorrei cenare....
--Ma certo, certo,--rispose Folco.--Ho molto piacere di vederti così ben disposta.
--È una buona idea!--approvò Ariberto.--Vi condurrò all'Abbaye; siete mai stati all'Abbaye?...
Allora la giovane sorrise anche a lui, un sorriso mite di gratitudine.
VI.
Tutta di qua.
L'ondata del piacere le passò accanto e per poco non la travolse.
Vide in quella cena all'Abbaye la vita parigina notturna, il ritrovo in cui le dame straniere dan di gomito a quelle che non sono dame; notò le eleganze spinte fino alla soglia della stranezza; una folla di donne in abito scollato, di uomini in abito nero, uno spumeggiar di calici, una profusione d'argenti, un ondular discreto di musica invisibile; sentì un fiotto di profumi discordanti salirle alle nari, impregnarle vesti e capelli.
Mangiò poco; non bevve quasi nulla; fingeva d'ascoltare ciò che dicevano i due uomini, Folco e Ariberto, il primo dei quali non aveva occhi se non per lei, e l'altro non vedeva nulla perchè aveva visto troppe volte lo stesso spettacolo o spettacoli consimili.
Ma gli sguardi di Gioconda seguivano con curiosità ciò che avveniva a questa e a quella tavola; faceva gran fatica a non rivolgersi per guardare anche le scene che si svolgevano alle sue spalle. Constatò con ingenua maraviglia che Ariberto conosceva tutti; prima di sedere aveva chiesto il permesso di salutare alcune dame ch'erano a una tavolata non molto discosto, e aveva finito per trovare amiche e amici a tutte le tavole.
La contessa lo vedeva inchinarsi, baciar la mano dell'una e dell'altra, dir qualche parola agli uomini, sorridere: gli chiedevano chi era la giovane signora e il gentiluomo che cenavano con lui; gli occhi dei commensali si posavano su Gioconda discretamente, ma non così di sfuggita ch'ella non comprendesse che si parlava di lei; era soddisfatta; il suo nome correva tra quella folla in cui erano rappresentati quasi tutti i paesi d'Europa.
--Voi incontrate il favore mondiale, cara contessa,--annunziò Ariberto nel tornare alla sua tavola.--Se mi sono attardato un poco, la colpa è più vostra che mia. Non c'è stato uno, non c'è stata una, che non mi abbia chiesto chi è la magnifica dama che Folco e io abbiamo l'onore di servire. Perfino la duchessa di Rejkiavik, la quale ha il difetto di spregiar tutte le donne che non siano mostri, ha dovuto confessare che siete ammirevole.
--Folco, disse Gioconda ridendo,--hai udito? sei contento della tua piccola moglie?...
Folco levò il capo a guardare intorno, per vedere la folla degli ammiratori.
--Se ti fa piacere il.... come ha detto Ariberto?... il favore mondiale,--rispose poi,--io sono certo contento: ma non avevo bisogno d'un plebiscito di questo genere per volerti bene....
Ariberto comprese che Folco Filippeschi era piccato, e mutò subito discorso.
Gioconda intuì a sua volta che Folco rammentava il giuoco di casa Dobelli, l'arte di risvegliar in lui la gelosia; e si morse le labbra. Ella sapeva ormai che invece di aizzar la passione e l'amore, come avviene nel cuore di quasi tutti gli uomini, la gelosia spegneva l'una e l'altro nel cuore di Folco.
--Mostratemi la duchessa di Rejkiavik,--ella pregò Ariberto.
Questi, felice di trovare facile argomento a discorsi che potevano distrarre Folco dalla prima inquietudine, indicò a Gioconda la duchessa e via via i commensali più cospicui, da un re in incognito a un granduca russo, a un generale inglese, dalle attrici meglio note a quella Maria Feodòrowna Petrowski che un'ora prima ballava, tutta d'oro dalla nuca ai tacchi, l'infernal danza moscovita.
La cena si protrasse a lungo, servita da tre camerieri con una gravità la quale pareva invitare a considerare seriamente ogni portata nella sua bellezza complicata prima di gustarla.
Era notte tardissima, allorchè Gioconda metteva piede sul predellino dell'automobile per far ritorno all'albergo. Ariberto aveva preso congedo; intendeva prolungar di qualche ora la veglia con alcuni amici che lo avevano invitato alla loro tavola.
Ma appena furono soli nell'automobile e Folco le sedette al fianco, Gioconda indovinò ch'egli era ostile, di malumore.
--Non ti sei divertito?--ella chiese.
--Poco. La folla che ti guarda m'indispettisce,--rispose Folco.
Gioconda gli prese la destra fra le sue piccole mani, e la tenne, in silenzio.
Egli si chinò a baciarla. Come per magia, il malumore e l'ostilità erano sfumati nell'animo di lui al solo contatto di quelle mani.
--Non badarci,--disse, quasi scusandosi.--Ti ho condotta a Parigi perchè ti diverta, e non pensare a me.
La contessa non rispose; guardava i _boulevards_, oscuri, a quella tarda ora quasi deserti, alcuni popolati da gente malvestita, che rasentava le case. La città non dormiva; era cessata la furia dei veicoli, ma serpeggiava la vita subdola della notte, ma quelle ombre che passavano erano indizio di convegni finiti o di convegni che principiavano; molti rettangoli di luce nelle case svelavano ore d'insonnia o di veglia, in attesa della luce nebbiosa dell'alba.
Gioconda inebriata da quel tuffo di vita mondana, pensava seriamente se non fosse stato possibile ottenere da Folco di rimaner per sempre a Parigi; forse, a poco a poco, non senza molta arte, non senza quella sommissione che vinceva nell'animo di Folco i più ragionevoli propositi.
Ella aveva dimenticato che i danari di Folco non potevano durare eternamente; s'illudeva sulla cifra, sul valore, sulle spese; forse ne aveva altri, Folco, dei quali non aveva parlato.
--Non andremo più all'Abbaye,--ella disse a un tratto.
--Perchè, se ti diverti?--obiettò Folco sorpreso.
La giovine volse il capo per nascondere un sorriso di vittoria.
Ariberto Puppi non comparve nè l'indomani nè i giorni successivi; mandò alla contessa un gruppo di orchidee e stette assente una settimana. Gioconda non disse nulla, ma fu inquieta. Quell'uomo conosceva Parigi come ella conosceva la sua piccola casa trafitta da misere finestrucole; era una guida sicura.
Sopra tutto piaceva a Gioconda quel vivere di lui accanto sempre, dentro spesso, alla grande vita internazionale di lusso; quell'udirlo nominar la contessa Filippeschi insieme alla principessa di Furstein, al granduca Vladimir, ai nomi più eletti che rappresentavano l'aristocrazia e la plutocrazia di tutto il mondo, la lusingava.
Finalmente Ariberto venne una sera a prendere «i suoi figliuoli», e andarono a teatro e cenarono.
--Ebbene,--chiese la contessa a Folco, tornando a casa e gettando la stola di zibellino sul letto,--non sono ora tutta di qua?
Rideva al pensiero che i primi giorni ella aveva osato spedir cartoline alla sarta, alla modista, alla moglie del fuochista o del tramviere. Il suo nome figurava ormai nel _Figaro_ con quello di Folco tra i commensali più assidui dei ritrovi più eleganti.
--Sei tutta di qua!--ripetè Folco sorridendo.--Ora andiamo bene.
Tornò alla mente di Gioconda l'idea di stabilirsi a Parigi; ogni volta ch'ella si sentiva sfiorata dall'onda del tramestìo gaio, e poteva vivere la grande vita notturna, il suo cervello s'annebbiava. Era notata per la sua bellezza; ma pure accarezzando la sua ambizione femminile, gli omaggi e gli aggettivi dei giornali su quel tema non le bastavano. Voleva essere, come ella diceva, «distinta», fine, veramente signora.
E senza parere, studiava il portamento, l'atteggiamento, gli sguardi, i gesti delle grandi signore italiane, inglesi, russe, francesi, con le quali si trovava nelle sale dei teatri, nei luoghi di convegno alla moda. Non solo, in breve, non tormentava più Folco e Ariberto con una tempesta di domande attonite, ma sapeva apparir freddissima in pubblico, quasi indifferente agli spettacoli, come tutta la sua giovinezza fosse trascorsa nel fasto che non ha più nulla da desiderare, come ella tornasse da viaggi in cui aveva visto ogni cosa.
Così era «tutta di qua».
Folco se ne stupiva senza parlare; perchè non appena varcata la soglia della loro camera all'albergo, Gioconda traboccava di gioia, d'allegria, di spensieratezza; si accoccolava volontieri per terra, cantava a gola spiegata, sfrenava quasi selvaggiamente la furia delle domande; era per Folco solo, nella più soave intimità, la ragazza che camminava trasognata in un paese di incanti e aveva bisogno di aggrapparsi al braccio di lui per non vacillare.
Il marchese Puppi, il quale voleva bene davvero a Folco Filippeschi, e non sapeva ancora definire la contessa, oscillando a volta a volta fra i giudizi più contradditorii, seguitava a osservar la coppia: con curiosità Gioconda; con qualche timore Folco.
Egli non aveva potuto assodare se non che Folco Filippeschi era incappato fino al collo; buona cosa, giudicava Ariberto, in amore; temibilissima nel matrimonio. L'amore è breve: il matrimonio è eterno; l'amore è un episodio, il matrimonio è la vita; si può per un mese, per un anno rinunziare alla propria personalità, trascurare i propri interessi; non si può per la vita intera. Occorre che nel matrimonio l'uomo sia il padrone, quanto più gli è possibile amorevole e persuasivo; ma padrone.
Per ciò Ariberto Puppi non s'era ammogliato.
--È una «cuffia»!--egli disse a sè medesimo, per definire l'amore di Folco verso Gioconda.
Una sera udì che un poco celiando, un poco da senno, la contessa avanzava l'idea di stabilirsi a Parigi; così abilmente, con tanta cautela, ch'egli rammentò certi topolini, i quali prima d'arrischiare una corsa alla luce sporgono il musetto, fiutano l'aria, drizzan le orecchie, volgono il capo di qua e di là; e non appena il silenzio e l'odore li rassicurano, via di galoppo, saltellando felici al sole, al vento.
--Perbacco!--si lasciò sfuggire Ariberto.
--Che cosa significa «perbacco»?--interrogò pronta Gioconda.
Ariberto si strinse nelle spalle ridendo.
--Non significa nulla!--spiegò.--Tocca a Folco dir l'ultima parola.
Folco non disse, e Gioconda non domandò.
Ma se Ariberto non riusciva ancora a capir bene lei, ella non riusciva affatto a capire Ariberto.
Era un amico? era un nemico? Proteggeva Gioconda o proteggeva Folco? a quale dei due avrebbe portato aiuto e consiglio in caso di dissenso? Sotto la squisitezza delle maniere signorili, Ariberto sembrava a Gioconda impenetrabile. Non appena si trattava d'esprimere un'opinione che avesse qualche peso, egli si distraeva con una sagacia diplomatica, la quale era riuscita a irritar più d'una volta Gioconda, d'una irritazione tuttavia ben dissimulata.
Quel «perbacco» significava «che sciocchezza!» o «che buona idea»? Non si sapeva. Negli occhi della contessa si accese un lampo d'ira, ch'ella non potè nascondere se non volgendo il capo subitamente.
L'indomani mattina, mentre Folco leggeva il giornale, aspettando che Gioconda si abbigliasse per uscire, fu telefonato al conte Filippeschi che il marchese Puppi lo attendeva nella sala di lettura per dirgli una parola.
--È Ariberto,--si volse Folco a Gioconda.--Che può volere?
--Ma!--disse Gioconda inquieta.
--Io scendo: tu mi raggiungi.
--Fra poco.
Nella sala di lettura, guardando alcune stampe inglesi, le quali rappresentavano scene di caccia a cavallo, Ariberto Puppi ruminava dentro di sè i pensieri che lo avevano deciso a quel colloquio. Vestiva in abito grigio, teneva sotto il braccio il cappello floscio, e, dimentico delle sue numerose infermità, aveva posato il bastoncino d'ebano sulla tavola nel mezzo della sala.
Andò con un sorriso amichevole incontro a Folco.
--Sei vestito per uscire?--chiese, scorgendo nella sinistra di Folco il cappello e il bastone.
--Sì; Gioconda mi deve raggiungere qui; andiamo al Museo Cernuschi.
--Ah, sta bene!
Sedettero su un divano; quindi Ariberto riprese:
--Io devo partir domattina per Londra; sono passato a salutarti, e mi riservavo di venire stasera a presentare i miei omaggi alla contessa....
--Mi spiace molto che tu parta,--rispose Folco.--Dispiacerà molto anche a Gioconda.... Ma tornerai presto, speriamo?
--Rimarrò a Londra un mese, almeno.
--Oh, allora ci ritroverai qui!--esclamò Folco.
--Davvero?--fece Ariberto.--Ancora un mese a Parigi?
--Che vuoi?--spiegò Folco.--Gioconda ci si diverte. Non hai udito che iersera parlava di stabilirci?