La vita operosa: Nuovi racconti d'avventure
Part 9
— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato dal cavaliere. Va bene. Dovevo saperlo, per regolarità.
E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso ombroso, soddisfatto del dovere compiuto.
5.
Metafisico.
Io gridai al Dàimone:
— Voglio vederti anch'io, perdio!
— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile e puntigliosa: è dettata più dal dispetto di sentirti inferiore a un usciere, usciere di Succursale, che non a un desiderio nativo e profondo di conoscenza.
— E io voglio vederti — reiterai, testardo come un bambino; e non potrei giurare che così dicendo io non battessi i piedi forte per terra.
— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, ma tutt'al più d'un uomo d'azione.
— E io sono un uomo d'azione!
— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo e non ti muovere. Sì: sulla sedia che è a destra della porta con portiera, a riscontro con l'altra ove riposa e dorme quel degno usciere verso cui ti morde una ignobile invidia.
Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, che appunto s'era addormentata profondamente, la voce del mio Dàimone riprese:
— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile a te, per quel tratto medesimo avviene che tu diventi invisibile a tutti. E intanto tu non avrai forza di muoverti nè di parlare, ma sarai come una porzione cosciente e inattiva del nulla.
— Ne avrò molto piacere.
— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano.
— Un momento, per carità: non hai mica una forma spaventosa?
— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò prenderne una qualunque, la prima che mi venga in mente.
— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E tacqui.
Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene per lunga inedia o per subita anemia, gli occhi mi si annebbiarono, per un istante parve che ogni appoggio mi mancasse intorno come al punto di precipitare nel vuoto.
Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, gli occhi mi si riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi l'usciere canuto e sottile, ma ora sorrideva con giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse potuto restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al luogo ov'egli si trovava poco innanzi a dormire, cioè sulla sedia a sinistra dell'uscio.
Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso e canuto, e continuava a dormire profondamente.
Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè capii subito che quegli che girava giovenilmente per la stanza era il mio Dàimone.
Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. Mi resi conto che, com'egli m'aveva predetto, io non possedevo più altro al mondo se non la coscienza di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione.
Allora attesi serenamente gli avvenimenti.
Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due giri per la stanza, s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata. Il Dàimone non rispose; e udimmo un altro busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e s'affacciò una testa spaurita, dicendo:
— Si può entrare?
— Provi — rispose il mio Dàimone.
La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro, e con lei la mediocre persona su cui quella testa era infissa. Il Dàimone gli domandò:
— Sa leggere?
— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo credo: ho la licenza tecnica.
— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè altrimenti avrebbe letto che sull'uscio sta scritto Avanti.
Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello tra le mani cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio medesimo si riaperse come per una ventata ed entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio Dàimone mosse subito investendolo con queste parole:
— Perchè è entrato senza domandare permesso?
Il giovine sventato rispose prontissimo:
— Perchè c'è scritto _Avanti_.
— Qui la volevo — disse il Dàimone. — _Avanti_ è una risposta: quando qualcuno dice _Permesso_, gli si risponde _Avanti_. Lì dunque, sull'uscio, c'è la risposta preparata per uno che abbia domandato. Ma per chi, come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo natura di risposta, non vale, ed è come non esistesse.
Il giovinetto rispose con risolutezza:
— Lei è matto.
— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo venuto, cui la presenza dell'altro dava un'improvvisa violenza di reazione.
— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei non ha diritto di pensarlo, perchè a lei avevo detto proprio il contrario di quello che ho detto ora a questo signore: dunque se sono matto verso lui, sono savissimo verso lei, o viceversa. Scelgano, signori.
— Scegliere?!
— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto e per quale sono savio. In mancanza di un criterio logico di scelta, possono giocarsela a scacchi, a primiera, a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque punti di morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia lunga e corta....
— Oh — interruppe il secondo venuto — io non ho tempo da perdere; io debbo parlare al cavaliere, per un impiego.
— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno di vedere il signor cavaliere, per una cambiale.
— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con sussiego — a quest'ora non riceve.
Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul fatto, la portiera dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si aperse, e irruppe nella stanza il gioviale compagnone che m'aveva condotto in quel luogo.
— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti.
Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente al mio Dàimone.
— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi per voi. Ma dovete dirmi una cosa: chi era quella magnifica signora che è uscita di qui un quarto d'ora fa, quando sono entrato io?
— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi a me, che ho fretta.
— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto prima di lei, dunque ho più fretta.
Il mio compagno si sovrappose ad entrambi:
— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque ho più fretta di tutti.
Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano, rispose:
— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie funzioni, che sono esclusivamente spirituali.
Lo sventato lo sostenne:
— Questo galantuomo ha ragione.
— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche distanza.
Il mio compagnone ruggì:
— Immorale a me! io!! io!!!
E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo manrovescio.
Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato, saltò al collo dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava di strozzarlo, mentre il percosso strillava: — Bravo, gli dia, gli dia — e girando attorno ai due avvinghiati lanciava alla meglio qualche esile pedata nei garretti al mio compagno.
A questo punto il mio Dàimone credette opportuno d'intervenire, gettando sul gruppo immondo dei tre rissanti questo stratagemmatico grido:
— Il Cavaliere!
6.
Ethico.
Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena viene nella mente nostra la parola del totale, — così a quella parola «Cavaliere!» si sciolse in un attimo e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente affratellati nella paura, rimasero a bocca aperta e impietriti: solo movevansi le tre coppie di sguardi andando e tornando a più riprese dalla faccia del mio Dàimone all'uscio di fondo.
Allora il Dàimone pronunciò:
— Si vergognino!
— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più incolume dei tre.
— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve vergognarsi.
— Sì, capisco, di questa scena involontaria che....
— No! no! Non è per questa amena e umanissima rissa ch'io li invito a vergognarsi. Ma è per averla interrotta appena io ho pronunciato la parola «Cavaliere».
I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora più ampiamente le bocche. Ma ora non guardavano più l'immobile portiera, sibbene il mio Dàimone, che li dominava. Il quale continuò:
— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa batteva le anticamere, come loro, per ragioni vili, come le loro: anticamere di qualche cavaliere che ne aveva battute altre simili qualche decennio prima. Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano e candido piacere di picchiarsi.
Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, cercò di servirsi della propria dicendo:
— Capirà....
Il mio Dàimone l'interruppe:
— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore che cerca impiego, quest'altro che cerca danaro, e lei, il peggiore di tutti, che oltre il resto vorrebbe buttar via dieci lire per correr dietro alla bipede che è uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente la vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo alla soddisfazione momentanea degli appetiti più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo. Ma il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece l'uomo, e non soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma anche il meno istruito, sa almeno che il tempo e lo spazio sono infiniti.
— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie no — obbiettò quello che aveva la licenza tecnica.
— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio avvenire è essere più bestie delle bestie, perchè la bestia è bestia dietro un appetito del momento, mentre provvedere al proprio avvenire è essere premeditatamente bestie per una lunga serie di momenti, giorni e anni, cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in indefinito la propria bestialità. Elleno, o signori, sono un vivente insulto alla Natura e alla Storia.
Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale compagnone, uomo conciliante, disse:
— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. E queste sono non dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per piacere, l'indirizzo di quella magnifica signora che è uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato io.
— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri.
Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza.
Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono, aspettando.
In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore ricorrermi le vene.
Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò le braccia lunghissime, le tenne melodrammaticamente levate un istante, poi repentinamente sparì.
I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le braccia come invasati, poi voltarono le spalle e si precipitarono all'uscita. Due si dileguarono di là; il terzo, ch'era il mio compagno, inciampò sulla soglia, vi cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più ad alzarsi.
Corsi a lui.
Riconoscendomi, mormorò:
— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto?
— Che cosa? — feci io candidamente.
Il gioviale compagnone arrossì.
— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi il piacere di accompagnarmi a una carrozza.
Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza fu partita, la voce del mio Dàimone mi domandò:
— Sei soddisfatto?
— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto. Io vorrei vederti come sei.
— Ti ho già detto che non ho una forma materiale mia.
— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto per quale ragione, quel vecchio usciere poteva vederti.
— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno a me non ci fosse per te nulla di misterioso?
CAPITOLO NONO
CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA
1.
Principio della fine.
Da un anno a questa parte — anzi da un anno e un terzo, perchè quella mattina era gelida mentre oggi che scrivo l'insubre cielo s'impiomba sotto i segni congiunti del Leone e della Vergine — da un anno e quattro mesi io sono còlto talvolta in mezzo all'oscillazione di due diversi pensieri.
L'uno è facile fino alla volgarità, ed è questo:
— Quale solenne, invidiato ed esemplare collocamento nel mondo sociale avrei io oggi, se quella mattina, un anno e un terzo fa, la mattina del 22 di febbraio del 1919, primo anno del Dopoguerra, se quella mattina io fossi andato da Sua Eccellenza!
L'altro, che gli si oppone, è più fino, e ha del metafisico:
— Ognuno fa ciò verso cui è nato, e niente altro. E questa non è già la sua predestinazione, ma la forma soggettiva della sua felicità.
Il che vale a dire: — Io non sono nato per collocarmi solennemente, invidiabilmente ed esemplarmente nel mondo sociale. Perciò, se quella mattina fossi andato da Sua Eccellenza avrei perduto alcune ore di sonno, e oggi sarei esattissimamente dove e quale sono; quel mio sforzo, rimasto sterile, non si sarebbe inserito in alcun modo nella serie della mia biografia, così appunto come non parteciparono alla biografia del mondo gli atti delle nazioni e dei popoli inessenziali, secondo insegnò Giorgio Hegel.
E s'io ricordo qui — nelle pagine estreme e conclusive del libro della mia vita d'azione — quella vicenda mattutina, si è per placare in una nota di calma l'appassionato turbinio in cui ho dovuto trascinare il lettore traverso l'incalzare di troppo operose avventure.
Forse, così narrando l'ultima di esse, le sopprimerò tutte interamente dal mio ricordo, e dalla loro stessa esistenza. Allora non mi avverrà più di sentirmi oscillare tra i due pensieri che ho esposti, e si concluderà in me ogni dissidio tra l'uomo comune e l'uomo filosofo. Placato in tal modo ogni superstite interessamento verso gli aspetti episodici della vita, potrò intraprendere, come da tempo è mio desiderio, la descrizione di avvenimenti di ben più durevole e vasta portata e fecondità.
2.
Le cause prime.
La sera avanti quella mattina, cioè la sera del 21 di febbraio, che è a dire del giorno in cui il mio Dàimone s'era degnato di mostrarmisi in forma umana — quella sera io ed egli ci mettemmo (l'idea fu sua) a sfogliare un taccuino dov'io ero venuto segnando gli appunti de' miei affari e avvenimenti più importanti.
Il Dàimone con rapida sintesi mi disse:
— Eccoti sbarcato nella Città Operosa, e per aver visto passare un paio di sgualdrine ti fai prendere dalla febbre del danaro! Avanti dunque. Bei principii, nel covo di pubblicità di quell'equivoco magistrato! E con che diritta decisione navighi nell'oceano dei pescicani! Di tutta la fantasia che hai poi buttato al vento quando hai voluto donar Milano di una foresta di grattacieli, credo più generoso non ti parlare. Ed ecco, 5 di febbraio, ecco qui i tuoi vani sforzi per crearti diplomatico mediatore di compere e vendite all'ingrosso. Perfino quando ti trovi, poco dopo, a fronte alla più stupefacente tra le invenzioni moderne, non sai trarne motivo che a un'insipida larva di amore. Molti, in questa facile èra, sono riusciti ad afferrare la ricchezza e il potere incontrando molto minori e più semplici occasioni di quelle che si sono presentate a te. Tu vi hai fatto una passeggiata.
«Or vediamo: sai almeno dirmi perchè non hai potuto attuare da tutto ciò nulla di pratico? —
Pensai un momento, poi con umile franchezza gli risposi:
— Perchè la prima volta per non cominciare di venerdì ho rimandato al lunedì; e a farlo apposta, il lunedì era il giorno 13 del mese: guarda il calendario.
— Bravo! — esclamò il Dàimone. — Un imbecille di primo grado m'avrebbe risposto: «perchè le occasioni non erano buone». Un imbecille di secondo grado avrebbe detto: «perchè non sono stato abbastanza abile nel coglierle». Tu m'hai dato la sola ragione che potesse piacermi: vedo che posso ancora sperar bene di te.
3.
Un intervento.
In quel punto bussarono, e mi fu recapitato un biglietto.
Lo portava, e me lo consegnò, un adolescente fattorino d'albergo.
Era un biglietto di Giacomino.
È perfettamente inutile spiegar qui in particolare chi era, e credo sia tuttora, Giacomino. Basti dire che è uno degli innumerevoli amici avvalangatimi dalle multiformi vicende della mia vita.
Inoltre, Giacomino era, e credo sia tuttora, segretario particolare e influentissimo d'una persona che fu più volte ministro.
Essa persona in quel tempo era appunto ministro, cioè Eccellenza.
Il biglietto di Giacomino diceva:
«_Caro amico,_
«_Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente di te; ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani mattina alle 7, al «Continental». Si tratta di una cosa interessante e importante, per cui occorrono il tuo ingegno e la tua attività. Sarà la tua rapida fortuna!.... Ci sarò anch'io, a introdurti. A domattina, dunque; saluti_».
L'adolescente fattorino aspettava una risposta.
Scrissi la risposta: la quale non fu che una meccanica eco delle ultime parole della proposta: «_A domattina, dunque: saluti_».
Appena fu richiuso l'uscio dietro le tenui spalle del fattorino, sentii una specie di freddo. Ma la stufa era accesa. Il freddo era interiore.
Capii ch'esso mi veniva dalla parte del mio Dàimone. Poich'egli taceva, ebbi l'umile bisogno di scusarmi:
— È una cosa speciale — gli spiegai —: non potevo dire di no.
— Io vado a dormire — rispose.
Quella sera dovevo essere singolarmente disposto all'imitazione. Come avevo echeggiato l'ultima riga del biglietto di Giacomino, così copiai l'ultimo atto del Dàimone e me n'andai a letto.
Ma prima presi le mie precauzioni. Calcolai che la mattina appresso mi sarebbe occorsa mezz'ora per vestirmi e un quarto d'ora per recarmi fino al «Continental». Arrotondando, un'ora. Bisognava dunque che mi svegliassi alle 6. Caricai lo svegliarino e per colmo di previdenza lo misi un po' prima delle sei, perchè è manifesto che con una Eccellenza bisogna essere esageratamente puntuali.
4.
Il sonno dell'ingiusto.
Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in che cosa avrei potuto essere utile a Sua Eccellenza.
Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente di me stesso arrivante uomo nuovo per rapide e lucide strade al potere.
Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne chiare immagini. Perchè più imperiosa e curiosa mi si presentò un'altra domanda: — che aspetto avrà Sua Eccellenza?
Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e rapido, e il tipo classicheggiante, barbuto e pomposo. D'un tratto m'agitai, accorgendomi che non sapevo di quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro.
Intanto cominciavo ad addormentarmi.
Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno delle mie notti d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione venne a poggiarsi sul mio guanciale, nel punto che stavo assopendomi, e di lì cominciò a torturarmi con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo porticato marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa e sterminata panatenaica, e io da un trono sfavillante la contemplavo passare sotto i miei piedi e perdersi nel lontano verso un cielo marino. Ma già i marmi s'erano disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo ingarbugliando sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, che un po' apparivami raso come un quacquero e un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del mio divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli che la causa n'era quella sua forma mutevole. D'un tratto, chinando gli occhi, m'accorsi che non avevo la cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato guardava duramente allo sparato ignudo della mia camicia: il quale contrattempo completamente mi paralizzò.
A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio sogno mi riferì a preoccupazioni più pratiche e reali. Cioè, sognai di svegliarmi in ritardo, e di buttarmi angosciato giù dal letto, e ivi infilare una scarpa, poi l'altra, poi accorgermi di non avere più la prima. E indi precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una si passava per vasti androni in un'altra, e talvolta mi sorprendevo a salire anzichè scendere: anzi ero sempre salito, e allora tornavo indietro, indietro: e a tratti m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi destasse. Invece mi addormentai del tutto. Ma ecco, irruento come un'orda, atroce, uno squillo improvviso mi sveglia.
5.
La necessità.
Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la testa sotto le coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, fioco, infinitamente lontano. Passò un'eternità. Socchiusi le coperte, e il suono ridiventava uno scroscio stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto. Finalmente cessò.
Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino m'aveva scritto. Sua Eccellenza m'aspettava alle sette. Erano le sei. Bisognava levarsi, vestirsi con cura, e correre al «Continental», all'appuntamento concesso da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose!
— Cinque minuti per rimettermi.
In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano ad annebbiare le idee. Me ne spaventai a tempo.
— No no: mi riaddormento!
Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un freddo tremendo.
— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone era mattiniero. Dev'essere una particolarità degli uomini di Stato. Bel gusto.
Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte fino al mento. Ma in quei moti grandi ventate gelide entravano sotto.
— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa debbo dirgli?
Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi sotto per ritrovare un po' di calore prima di scendere dal letto. E ripresi a disputare:
— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano tutti a quest'ora? Lavorano come ciuchi. Per gli altri. E io debbo diventare di quella gente?
Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, non so donde, già formulata, non so da chi, nel mio cervello:
— Se non ci andassi?
Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò un rincalzo:
— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei un'altra volta.
Diventai sottile, quasi arguto:
— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può avere nessun carattere di indispensabile e di definitivo. Ieri a desinare non lo sospettavo neppure. Sua Eccellenza non è, suppongo, venuto a Milano per questo. Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni carattere di coscienza e di necessità, può nascere una cosa importante qual'è l'avvenire d'un uomo? Evidentemente no.
Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma guardava egli me con una specie di ghigno bianco schernevole. Segnava le sei e venti.
— Bisognerebbe risolvere.
Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio d'un abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea avvolto il corpo e lo spirito. Quel tepore mi spinse verso le morbide rotondità della retorica:
— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del piccolo bene presente: qualche ora di buon sonno! E, cosa indispensabile alla tranquilla coscienza, senza il danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una così urgente necessità di farmi una posizione.
In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla più probabile condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; e non potei trattenermi dal ridere. Da quell'immagine, per non so che sotterranei canali, mi ritrovai improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla donna che avevo vista passare impellicciata e profumata per le vie di Milano, la prima sera del mio ritorno alla città. Mi convolgevo così tra vaporati fantasmi di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una punta di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine fu lunga, vanì in un avvolgimento tepido di oblio attorno a tutta la mia sostanza. Fu lunga.
A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili momenti mi stava risospingendo subdolamente verso il sonno. Balzai, tesi il collo a guardar l'ora.
— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse dormito?
Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici di strada trovando subito una carrozza: e la barba? Anche a fare miracoli non era possibile esser da Sua Eccellenza prima delle sette e quaranta.
Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci affatto. Non vedendomi, poteva immaginarmi morto: ma nulla avrebbe potuto giustificare un ritardo di quaranta minuti.
Mi rificcai sotto.
Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era invasa di luce, riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato il sonno pieno e soddisfatto dell'uomo giusto.
6.
Idillio.