La vita operosa: Nuovi racconti d'avventure

Part 8

Chapter 83,802 wordsPublic domain

— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla fine. — Bei riposi ho trovato nella solitudine della campagna! Strana sorte la mia: io sono sempre stato, sono, e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme la sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so che potentissima calamita di pazzi.

E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla tavola comune, subito annunziai recisamente:

— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza finisce.

— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?...

— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del mattino.

Egli echeggiò:

— Sabato, con la corsa del mattino.

E aggiunse:

— Benissimo.

Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco soggiunse:

— Io invece parto domani mattina.

Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», ma me ne trattenni. Fui per accennare alle cose mirifiche che m'aveva mostrate, a quelle più mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. Mi pareva che un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre tre sostanze. Poi i silenzi obliqui che strisciavano tra noi cominciarono a travagliarmi. Cercai qualche argomento di discorso che ci portasse giù, in un'aria più respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare qualche volgarità. Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi quali fossero i discorsi più consueti che si tengono nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli uomini sani. Finalmente dissi così:

— Speriamo che sabato non ci siano scioperi.

Bruno mi guardò come se avessi immaginato una inverosimile ipotesi di turbamenti cosmici.

— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi è necessario imparare a vivere giorno per giorno, ma nello stesso tempo a contare sopra un domani imperturbato e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento di trapasso. Credo tuttavia che qualunque tempo, visto da vicino, dovè parere agli uomini pensosi un fiero momento di trapasso.

Poichè entrambi tacevano, continuai:

— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra...

— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come fuori del mondo, da molti anni. Come in un'isola ignota.

— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente dal singolare ricordo. Non avevo mai più pensato ad Irene.

— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola di Irene?

— Lontano.

— C'è stato?

— Sì.

— Quando?

— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci fui.... mio Dio! pare fantastico, eppure è: c'ero sei giorni sono. È credibile?

Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei due dissensati. Ma non eran persone da maravigliarsi per sì poco. Laura consentì:

— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli da cui si ritorna più rapidamente. Ma non si ritrovano mai più.

Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso nelle regioni della pura pazzìa. Non feci altri sforzi per riportarlo alla saggezza. Pensavo tra me se non avrei potuto precipitare ancor più la mia partenza. Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo, più bella.

Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò:

— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla dunque a Milano.

Non contradissi, e scomparve.

Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un vecchio camino acceso. Non ebbi la forza di andarmene. Sedetti nell'altra poltrona, all'altro lato del camino.

Laura sorrise e mi disse:

— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato con noi.

— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa di lei, mi dica che è nata in un luogo, in un giorno, così, come nascono tutte le donne.

Sorrise ancora:

— Non abbia paura: sono nata in un luogo di questo mondo e in un giorno del calendario; e sono nata proprio come tutte le donne, e anche tutti gli uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo accanto al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che questo possa rassicurarla completamente sul conto mio. E le propongo di fare ora la passeggiata che non ha voluto fare oggi.

Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo la riva del lago al chiarore delle stelle. Ella teneva gli occhi a terra, chè la strada era irregolare e sassosa. Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio braccio. L'aria rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi a noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e senza levare lo sguardo mi disse:

— Torniamo.

Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio, e così ve la tenne, fino che fummo giunti alla nostra dimora, ove mi salutò, quasi senza parole.

5.

La soglia.

Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della signorina, avvertendomi ch'ella era indisposta e non si sarebbe mossa di camera. Quella giornata fu la più vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita.

La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai la stessa cameriera a recarle i miei saluti. Mi riportò un biglietto di lei. V'era scritto:

_A rivederci per una volta ancora._

_Laura._

E partii.

Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del lago che il freddo colorava d'acciaio, poi traverso brughiere e boscaglie di brina e di ghiaccioli — mi rischiarò. Quando scesi alla stazione di Milano mi sentivo assai lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni trascorsi: li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo ben chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza. Soltanto un senso di lassitudine, che parevami esserne rimasto in fondo a me, dominava oscuramente il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi con una specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando una carrozza, mi sentii chiamare da una voce che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole spavento. Mi voltai.

— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi incontro festosamente. — Bravo. Venga con me.

Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita e i miei atti — e solo dopo la morte, concludendo le somme, potrò risolvere se mi fu amorevole o maligna — mi spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse:

— Andiamo a far colazione.

Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa. Non riconoscevo l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso rideva. Io gli dissi:

— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo che lei amasse tutte le cose che qui ora ci vediamo intorno.

— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo, per mio conto, nel secolo ventesimo, come fossi un uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli più tardi. Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste donne non mi vedano neppure, tanto mi sento fatto d'una diversa sostanza. Ma me ne valgo. Questa ansia verso la velocità — soppressione del tempo e della lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è il materiale bruto della mia creazione. Perciò costoro mi servono, e senza intenzione forse io creando li servo.

— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole uno spirito fraterno. Lei ha definito esattamente, mi perdoni se parlo un momento di me, quello ch'io vorrei essere, se fossi un'artista: sol che la mia creazione sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io vorrei operare su questa materia, come se l'amassi, senza amarla, e creando giovarle senza intenzione ne' suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia sostanza sentirsene estranea e lontana, più là o più qua, sola.

— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà la mia invenzione. Poco m'importerebbe che fosse anche l'ultimo.

— Dove andiamo?

— Non lontano.

Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa. E Bruno m'introdusse in una stanza quasi nuda, mi fe' sedere, e parlò in questo modo:

— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella che lei ha visto in fondo al mio studio laggiù.

A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare stranamente i suoi palpiti.

— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente ne è acusticamente isolato, senza che occorra la cuffia. Di lì senz'altro lei sentirà telefonicamente le parole del gabinetto lontano ch'è in comunicazione con questo. E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio, uno specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente, il luogo e la persona con cui si parla: la si vede parlare e muoversi, vivere. Data l'audizione e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra gli uomini è con ciò pienamente abolita.

Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti e intorbidava in me l'interesse per l'esperienza prodigiosa. Bruno mi disse ancora:

— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto quando sarà seduto sulla poltrona.

Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno aperse, mi spinse dentro, e rapidamente, dietro le mie spalle, richiuse.

6.

Convegno.

Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la cabina, che senz'aperture nè lampade era chiara d'una luce diurna. Riabbassando lentamente lo sguardo dal soffitto alla parete in faccia a me, d'un tratto agghiacciai. Quella parete era quasi tutta di specchio, lucidissimo specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente le forme del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel mezzo una piccola poltrona — ma nello specchio non c'era nessuno, non c'ero io.

Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che parve squarciarmi; credo che detti un urlo e che mi rivoltai per fuggire, ma seppi dominarmi, e stringendomi con le mani le tempie chiusi gli occhi. Allora nella sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve confortevole, o forse m'era di sicurezza sentire quelle stesse mie mani tenagliarmi duramente la fronte. Così mi placai, riebbi la conoscenza del luogo e delle cause. Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a tentoni girai intorno alla poltrona e mi vi posi.

Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri diffusi, voce d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. Così ebbi cuore di riaprire gli occhi. E vidi che lo specchio davanti a me s'era annebbiato come di veli grigi che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso il centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia a me era seduta una forma umana, era la forma di Laura. L'immagine di Laura moveva il capo con dolcezza, levava una mano verso me con un cenno. Anche le sue labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva:

— Sono io, sì, sono Laura.

Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi riusciva d'incontrarne lo sguardo, che ancora vagava come disperso in un diverso etere. Allora anch'io parlai, e dissi all'immagine:

— Perchè non mi guarda?

La figura di Laura rispose:

— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo, la prego.

Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto il mio essere. Vedevo lo sguardo di lei in un contorcimento divincolarsi dalle lontananze che lo trattenevano, fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci trovammo così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci paurosamente fin nel profondo delle anime, perduti di passione.

— Parla — mi implorò.

E poichè sgomento io tacevo:

— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che ci saremmo riveduti una volta ancora.

Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non si chinarono, neri e fondi come li avevo visti un vespero in riva al lago gemente.

— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei di passarlo per venirti a parlare. Ma come posso parlarti così?

— Vedi come ti sono vicina.

Mi parve che alzasse una mano verso me.

— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi lanciai verso le sue braccia. Ma d'improvviso a quel moto il campo dello specchio come in un baleno si vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani urtai contro il vetro solido.

Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo specchio si scombuiò tutto di nuvole, come poco innanzi; poi le nuvole vaporando vidi tornata la figura di Laura, e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora stava protesa verso me, e tremando pregava:

— Non mi abbandonare.

Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza forma; e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un punto le anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un tratto anche le nostre sostanze s'intesero disperatamente lontane: sentii lei più infinitamente remota da me che se l'avessi pensata senza vederne gli atti nè udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo ella a un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca implorante, m'invase un così disperato e rabbioso furore che quasi cieco e pazzo mi levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio della cabina, ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza più pensiero o memoria non so dove: appena ricordo che per giorni e notti errai tremando le vie più paurose della città, come una bestia inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni ombra e d'ogni luce, scontroso a ogni forma apparente e mobile della vita; e solo dopo assai tempo riuscii per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la mia casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia vita: ma ivi chiuso per più giorni ancora me ne stetti senza voler vedere persona, macerato in un odio torvo contro ogni intelligenza dell'uomo, in un sincero spasimo di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose insensitive e dei bruti.

CAPITOLO OTTAVO

IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA

1.

Telefonico.

Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come è facile immaginare, di mattina — quando strilla il campanello del telefono. Reggendomi non so che con la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra il ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile) m'investe senz'altro, tutto d'un fiato, con le seguenti parole: — La prego, si trovi tra un'ora al Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni, ma un improvviso fragore d'olio friggente scaturì dalle profonde viscere dell'ordigno e per qualche minuto m'impedì di sentire o far sentire una sola parola. Poi d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo il mistero dei fili sino al mio orecchio il più profondo glaciale universale silenzio. Provai a sonare chiamare urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi più inumanamente rumorosi non rispondeva se non quel silenzio, così totale e impassibile che a un certo punto lo sentii sacro, e preso d'improvviso da un reverenziale timore di profanarlo riappoggiai piano piano il ricevitore al suo posto, sostai un istante trattenendo il respiro, poi in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii di vestirmi, e uscii di casa.

2.

Patologico.

Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse v'era sciopero di tranvieri e altri trasportatori della persona umana) verso il bar del Commercio, che era, ed è tuttora, al lato meridionale di piazza del Duomo — andandomene dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, cioè, ch'io non mi sentivo abbastanza incuriosito di quell'arcano, nè della persona, non ancora identificata, che m'aspettava laggiù.

La causa di questa mia condizione non va cercata in un superiore disprezzo delle cose pratiche e mondane, ma in un fatto assolutamente morboso. Io m'ero svegliato quella mattina con una frase in capo, venutavi chi sa donde, ed era questa:

— La standardizzazione del ferro....

Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti scorrendo in distrazione la rubrica industriale di qualche giornale. Ma l'Antico Avversario s'era divertito a coglierle e metterle in serbo, per poi ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le scolte dell'intelletto non vigilano alle porte.

— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione del ferro?

Così angosciosamente domandandomi camminavo. Non so se più m'irritava l'ignorare il senso di quella locuzione, o la sua forma fonica, fastidiosa d'imbarbarita civiltà. Invano cercavo una distrazione nelle cento immagini che le strade operose offrono ai più preoccupati passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni rotaia di tranvai, mi avveniva di domandarmi:

— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato!

Passavano creature fascinose, ma non valeva la loro vista a consolarmi. E credo che se la più bella di esse m'avesse rapito e tratto a sè e offertami la bocca, io su quella avrei languidamente mormorato una sola parola:

— Standardizzarti....

E il mio stomaco era ancora digiuno.

In queste condizioni pietose giunsi alla mèta.

3.

Divagativo.

Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna parte del bar si trovavano ancora persone di mia conoscenza. E nessuno, vedendomi passare e guardare, mi fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i caratteristici fonemi che si usano verso gli arrivanti a un convegno.

Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era latte e i biscotti erano finiti, accettai con rassegnazione il consiglio, che un imperioso cameriere mi rivolgeva, di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a contemplare la macchina lucidissima che dall'alto del bancone di marmo continuava, con grandi fremiti e sbuffi, a esprimere robustamente dalle metalliche viscere negre spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar di manubrio, si convolveva di nuvole come Zeus pronto a discendere sul mondo.

Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi presso l'estremo del bancone, tre o quattro giovanotti fatti tutti alla stessa maniera come fossero stati colati in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da folti baveri di pelo nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e vidi che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello.

Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne a battere sul piano del mio tavolino col duro castone di quell'anello: di sotto alla gemma osservai che sfuggivano due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò alquanto e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma nella sua semplicità e padronanza colui non vi fe' caso.

Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi che, distratto dalla contemplazione del luogo e de' suoi indigeni, non avevo più pensato alla standardizzazione del ferro.

Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare un'affettuosa manata sulle spalle.

Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo il nome.

— Era lei? — domandai.

— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente al mio fianco. E senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo! era un pezzo che non ti vedevo! Voglio pagarti un ponce.

Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che con tanta effusione mi dava del tu, e invocai tra me un'occasione di farmi perdonare e mostrargli il mio affetto. Perciò gli raccontai la mia avventura telefonica.

Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva chiamato un altro numero.

Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che a primo colpo aveva risolto un intricatissimo problema. Egli intanto parlava con abbondanza. Aveva cominciato col raccontarmi altri aneddoti telefonici d'ogni genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente due donne che passavano, poi aveva ripreso a dissertare, non più di telefoni, ma della situazione politica; a un certo punto mi costrinse ad accettare un secondo ponce — e per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi d'ora innanzi dal suo sarto; poi d'un tratto s'alzò come un vento, dicendo:

— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni un momento alla Succursale.

Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si scontrarono torbidamente col freddo intenso della strada, fumigarono con ira verso le estreme regioni inferiori e superiori del mio corpo. Arrivati a una delle vie interne del centro della città, il compagno, che aveva sempre parlato, si fermò a un portone basso. Cercai di salutarlo ma egli gridò:

— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo modo!

Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito d'un cartello bianco che da un uscio vetrato diceva: _Avanti_. Nè, parlando egli, ebbi mai agio di domandargli di che cosa fosse succursale il luogo che aveva così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al proposito.

Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui rivolgerci, quando d'un tratto nella parete di fondo vedemmo sollevarsi una portiera di stoffa, e uscirne, sbattendo violentemente un uscio, una signora con un cappello e un petto poderosamente sviluppati in ampiezza, la quale traversò la stanza come un turbine gridando:

— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino non ci metterò mai più i piedi.

Questa frase durò esattamente il tempo che occorse al ciclone per coprire la lunghezza della stanza dalla detta portiera all'uscio d'ingresso, dal quale ella uscì, similmente sbattendolo: onde il tragitto fulmineo e la pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta rimasero come incorniciati e incastonati tra due tonfi.

Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere assorbito dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il mio timore fu quetato, cominciai a esaminare se dalla metafora ch'era uscita dalla sua bocca irosa potessi trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi trovavo.

4.

Diabolico.

Il mio compagno guardò, come un cane che annusi, dietro la traccia della donna, e pronunciò:

— Perdio che pezzo....

Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio di fondo che la fragorosa visione ci aveva rivelato.

Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro di esso uscio, vedemmo levarsi una figura che parve essa pure fatta di ombra tanto era fluida e sottile.

— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai io con le parole onde Bruno Nolano gratifica un prefazionatore di Copernico.

Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere, perchè con voce tremula avanzando verso il mio compagno lo interrogò:

— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non riceve più.

Il mio compagno non era persona da arrestarsi per questo.

— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò la portiera che subito ricadde ondeggiando dietro le sue fuggevoli spalle.

L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi rassegnato si volse a me, che m'ero seduto sopra un divano di dubitoso colore tra l'aragosta non ancor finita di cuocere e il teocriteo amaranto.

— E lei chi cerca?

— Io sono con quel signore.

— E quest'altro è con lei?

Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto mi voltai, ma al mio fianco, sul divano, dov'egli additava, non c'era nessuno.

Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra una fronte ossuta ergeva una chioma candidissima. Ma essa parlava con la maggior serietà del mondo. Infatti ripetè:

— E questo signore?

Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare con dei matti, io stavo a disagio, chè i matti quotidiani sono di un'altra natura. Ma d'un tratto mi credei d'ammattire io, chè al mio fianco, al mio fianco sinistro, dal divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era nessuno, una voce mi parlò incorandomi:

— Diglielo dunque, chi sono.

Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce, e subito al terrore frammettendosi una tepida commozione, esclamai:

— Tu!...

— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri dimenticato di me.

— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io non ti ho mai visto; credevo che tu avessi voce, ma non forma visibile. Come avviene che questo simulacro d'uomo ti vede?

— Non so, è merito suo: non offenderlo.

L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, senza alzare d'un tono quella sua voce caprina, insistette:

— E questo signore?

— È il mio Dàimone.