La vita operosa: Nuovi racconti d'avventure
Part 7
— No, no — m'interruppe Gionata —: non mi ha lasciato finire. Parlo dei soddisfatti, non degli oberati da materiali vantaggi. Soddisfatti: _satis-factus_: senso di moderazione. Coloro che hanno ricevuto grossi vantaggi dai volgimenti storici odierni, sono necessariamente in una condizione di sovraccarico, e di precarietà, e di stupefazione, e di angoscia: è un successo affannoso: e, in più, perdura in loro un bisogno d'inquieta operosità, contraria quanto mai allo spirito di questo cenacolo, o isola di beati, od oasi di filosofi, o abbazia telemitica che ella voglia chiamarla. Il principio n'è un soddisfatto acconciamento per piccole cause, per aver còlto, dallo squilibrio universale, modesti e calmi motivi di equilibrio personale. L'esempio luminoso, eccolo: donna Irene. Altri da difficoltà simili alle sue fu abbattuto e sommerso: ella ne ha saputo genialmente ricavare una ragione serena di vita. E da questa è nato il pensiero del nostro cenobio. Onore a donna Irene, e al suo primo, e al suo secondo marito.
Tutti clamorosamente brindarono alla trifida coppia: e chi brindò col rosso e chi col biondo: i due colori scintillanti dominavano la mensa, e cominciarono a scintillare mescolandosi anche nei nostri pensieri e nelle nostre parole.
Dopo essermi coscienziosamente unito al brindisi, dissi:
— A rischio di cadere una seconda volta in contravvenzione, confesso che, poichè furono saggiamente esclusi i pescicani d'ogni sorta, non vedo tuttavia quali altri casi di soddisfazione potrebbero trovarsi, del genere moderato e quotidiano che il signor Gionata ha definito.
— Ho già detto che son rari, qualche volta sottili. Ecco il nostro reverendo amico — e accennava al prete. — Egli ha sempre bevuto il caffè senza zucchero: un tempo questo fatto non aveva per lui una speciale portata, nè gli creava una situazione personale nella società. Ma da quando tutti i bevitori di caffè bestemmiano due o più volte al giorno contro la saccarina, egli gode del senso d'una particolare situazione di superiorità in cui la sua abitudine lo pone oggi, e però ne ricava un gaudio raffinato e continuamente rinnovato del trovarsi a vivere nel periodo storico della saccarina; il quale gaudio gli ha conferito il pieno diritto di aver parte a questa mensa.
Il prete stava appunto allora bevendo il caffè. Lo sorbiva nel piattino come dicono facesse Guglielmo ex-imperatore: ma forse è una delle calunnie antitedesche che la guerra rese necessarie. E così, col volto acceso chino a sorbire la bevanda, alzava gli occhi verso me, il naso leggermente arricciato, asserendomi mutamente la sua beatitudine che certo era complessa e superava il piacere puramente sensuale. Intanto erano stati serviti con abbondanza liquori di varia natura ed origine.
Allora il mio vicino di sinistra, asciugandosi col tovagliolo la barba assira, parlò:
— Di fronte all'esemplare candore della soddisfazione di questo reverendo io quasi mi domando se posso senza rimorso rimanere tra voi. La mia è così complessa, che io ho talvolta il dubbio di dover essere noverato tra uno dei grandi avvantaggiati, così giustamente esclusi da quest'oasi. Io sono uno storico, cioè un artista. E come tale io amo la materia del mio studio per se stessa. Sono un medievalista. E adoro il Medio Evo. Per molti anni ho rimpianto di non essere nato ai tempi di Romolo Augustolo o di Abelardo, di non aver frequentato la reggia di Carlomagno, come Eginardo storico che innamorò di sè Emma, figlia dell'Imperatore. Odio il telefono, il motore a scoppio, i versi liberi, la Camera del Lavoro, il microscopio, il frack e il Parlamento. Ora, da qualche anno io mi sento lentamente ma sicuramente condurre, e oso dire sollevare, verso il medio evo de' miei studi e de' miei sogni. Anzitutto, per più di quattro anni, dal benedetto agosto del '14 al novembre del '18, già mi beavo sentendo il mondo pieno di fazioni guerresche, soverchiamenti di razze, invasioni. La mia anima ha esultato la prima notte che ho veduto la città immersa nell'ombra. Quando scioperano i tranvieri godo di andarmene per le vie a guardare le inutili rotaie, e spero che tutto il procedere del tempo nuovo le risommerga entro il suolo donde mai avrebbero dovuto scaturire alla luce. Amo sapere che ogni notte nelle vie della città si aggredisce a mano armata il passante e si devasta con sicurtà il magazzino come ai tempi di Eriberto d'Intimiano. E se penso che questi non sono che piccoli segni, quando prevedo che presto avremo lo spettacolo, prima di una dittatura industriale, poi di una rivoluzione, con alterne vicende e fasi, e così saremo (almeno per qualche tempo, certo per tutto il tempo della mia vita) ricondotti a un pieno medioevo da una alternativa di oligarchie diverse ma tutte avide ugualmente di lotta....
— Paga! Paghi!! Pagare!!!
Non ricordo di qual colore fosse il nuovo vino comparso a questa intimazione piacevole.
Voltomi alla ridente e profumata donna o fanciulla che sedeva al mio fianco, io le domandai:
— Lei, se non sono indiscreto, per quale titolo porta a questa riunione la fortuna della sua presenza?
La donna o fanciulla rise più giocondamente, e mi guardò di sotto in su con l'aria di un'oca cui agitino dionisiaci fantasmi, aria, come ognuno sa, estremamente turbativa, che subito mi fece dimenticare la mia stessa domanda. Ma già vi rispondeva, per la fanciulla, Gionata l'Imperterrito, così:
— In qualunque tempo viva una donna, quello è il tempo migliore per lei. La signorina è qui come rappresentante eletta di questa verità generale.
Non ricordo se il filosofo continuasse nella sua dissertazione, e forse neppure allora me ne avvidi, perchè, lo confesso, il mio cervello non si trovava in condizione di seguire un discorso diffuso o una serie di concetti.
Ricordo solo, assai lucidamente, che a un certo punto e quasi d'improvviso m'avvidi che l'abbondanza dell'elemento liquido che dall'esterno avevo introdotto nel mio interno, mi fe' sentire una imperiosa brama di ristabilire l'equilibrio tra me e il macrocosmo mediante un corrispondente espellimento di elemento liquido dal mio interno verso il mondo esteriore.
5.
Le liquide vie.
Ma una vergogna, che è altrettanto assurda quanto generale e pertinace negli uomini civili, e forse è appunto l'indice più esatto e il portato più certo della civiltà, — quella vergogna m'impediva di manifestare il mio desiderio a qualcuno de' miei ospiti. Ricordo quell'istante della mia vita come un turbine di fumi, profumi, luce, voci squillanti, e al centro di quel turbine il mio desiderio, che facevasi a ogni minuto più inquietante, pungiglioso e spasmodico.
Non ricordo come e a chi pagassi il doveroso contributo per la mia cena e per la contravvenzione, non ricordo se promettessi di tornare, e con quali parole mi accomiatassi, e chi m'abbia accompagnato all'uscita: questo so, che a un certo punto mi trovai uscito, mi trovai nella strada, ch'era solitaria e quasi buia, e corsa nel mezzo da un solido marciapiede di pietra; e su quel marciapiede, nella solitudine muta del mondo e sotto il gelido cielo, sostai, sostai lungamente, levando lo sguardo al firmamento. Orione splendeva sul mio capo in tutto il suo fulgore, mentre io sostavo fermo così nel mezzo della ospite via: e a mano a mano, mentre ne contavo le stelle, fluiva ogni irrequietudine fuori di me e sentivo il mio spirito e i miei nervi rapidamente e lungamente placarsi.
Quando fui conscio d'aver raggiunto il desiderato equilibrio, mi parve anche d'esser più saldo sulle gambe e quasi snebbiato il cervello. Ritornai lo sguardo dalle sfere celesti al solido suolo. E tra la penombra distinsi con paterno orgoglio, in mezzo alla via, una specie di arcadico rio che spumeggiando la correva in giù e si perdeva lontano nell'ombra. Non potei frenare a quella vista un impeto d'irragionevole riso. E altrettanto irragionevolmente il giuoco della fantasia mi portò a seguire l'andar di quel rio, e così percorsi per un tratto la via senza che la mia direzione avesse altro movente più savio. A un certo punto ogni traccia della mia creazione recente svaniva e perdevasi nel suolo, ma l'inerzia mi portò avanti ancora. Cominciai, così camminando come alla ventura, a ripensare il curioso impiego della mia serata, dai tumulti pomeridiani di piazza della Scala fino a quell'ora. Ebbi qualche rimorso della giornata inoperosa, poi scusai me stesso pensando ch'era stato un legittimo riposo alla operosa vita dei giorni precedenti. D'uno in altro pensiero vagavo, senza afferrarne alcuno con chiarità; e credo che in quel procedere piegai ogni tanto d'una in altra strada. Ed ecco mi trovai in una piccola piazza, e fermato nel centro di quella, così guardandomi attorno, stavo per riconoscerla; quando a un tratto una voce, che parve uscire dal muro buio, mi gelò. Il muro avea detto:
— Signore!
6.
Un ginnosofista.
Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la plaga del muro in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene, e con voce umile implorarmi:
— Signore, avrebbe un fiammifero?
Le parole erano alquanto rassicuranti; il mio spirito si calmò dunque, e osservai l'uomo. Vidi con gran maraviglia ch'egli era in frack e senza pastrano, e a capo nudo, onde sulle prime pensai ch'egli fosse un Ginnosofista piovuto ivi dall'India di Alessandro il Macedone.
Tuttavia non osai esporgli questa mia ipotesi. Me gli avvicinai e gli porsi il fiammifero; stavo per andarmene, quand'egli con una leggera esitazione aggiunse:
— Per caso, avrebbe anche la sigaretta?
Me n'avevano rifornito nell'isola beata retta dalla placida Irene. Gli porsi la sigaretta. Allora l'incognito, come dopo un intimo sforzo, con voce risoluta incalzò:
— E avrebbe anche cinque lire?
Io detti novamente un balzo indietro, perchè lì per lì mi balenò il sospetto che l'ignoto stesse per assalirmi. Egli capì il mio timore e sùbito cercò di tranquillarmi:
— No, no, non tema, signore; per chi m'ha preso?
Poi la sua voce si paludò d'una certa nobiltà, proclamando:
— Io sono un mendicante.
Seguì un breve silenzio. Cercavo una frase cortese per farmi perdonare il mio movimento ingiurioso. Volli mostrargli che m'interessavo alla sua sorte e alla confidenza che m'aveva fatto. Poichè in questa ricerca generosa indugiavo, l'ignoto ripetè:
— Faccio il mendicante.
Io, avendo finalmente trovato, gli domandai:
— Da quanto tempo?
— Da poche ore — rispose.
— Io l'avevo preso per un ginnosofista.
— Non conosco. Fino ad alcuni mesi sono io vivevo modestamente e tranquillamente del mio lavoro. La disgrazia mi raggiunse vestendo l'aspetto di fortuna. Abitavo un piccolo quartiere quasi centrale, e il mio guadagno mi bastava per la mia vita mediocre. Una ditta di lubrificanti mi offerse ventimila lire per cederle il mio quartiere. La somma mi parve enorme: accettai. Ma non trovai altra casa, non trovai una stanza modesta: soltanto una camera, salotto e bagno in un albergo di prim'ordine. Speravo fosse per pochi giorni, invece non trovai più altro, mai. Le mie ventimila lire sfumarono o per meglio dire passarono dalla parte dell'albergatore. Frattanto avevo consumato tutti i miei vestiti, senza potermene fare altri. Non mi è rimasto, come vede, che il frack. Non ho più potuto comperare un cappello, l'ultimo m'ha abbandonato ieri. Il frutto del mio lavoro, che bastava alla mia vita modesta quando avevo un alloggio, ora basta soltanto a pagare la mia camera con salotto e bagno. Per mangiare non mi rimane che la mendicità. Ecco perchè ella, signore, mi trova in frack e a capo nudo a mendicare su questa piazza. Sia maledetto ora e sempre ogni lubrificante.
Gli detti silenziosamente le cinque lire. Egli mi ringraziò con effusione e disse ancora:
— Se al fiammifero, alla sigaretta e alle cinque lire, ella, signore, volesse aggiungere qualche indicazione o consiglio sul da farsi nella mia critica condizione!...
— Non saprei, signor ginnosofista. Ma l'uomo è fatto di anima e di corpo. Cerchi di porre il corpo sotto il dominio dell'anima: è il solo refugio e rimedio possibile in questi tempi assurdi e calamitosi.
— Non intendo bene.
— Neanch'io. Io sono un uomo dedito agli affari. Ma un filosofo potrebbe insegnarle il modo di convincersi che la sua situazione presente è la più fortunata. Provi a rivolgersi al signor Gionata, presso la signora Irene.
— Mi vuol dire l'indirizzo?
Colpito in pieno dalla domanda, m'accorsi d'un tratto che nè all'andare nè al ritorno, per ragioni diverse, avevo badato alla strada fatta. Volli tentare di ricostruirne il corso. Mi guardai attorno.
— Vediamo — gli dissi —: sa lei da qual parte io sia sboccato in questa piazza?
— No, signore. Io ero quasi assopito, e l'ho visto che lei era già fermo, in quel punto, guardandosi attorno proprio come fa ora.
Dopo un istante d'intenso e inutile raccoglimento:
— Ma allora — gridai esterrefatto — allora neppur io potrò tornare più all'isola dei beati, all'abbazia telemitica, al cenacolo platonico della placida Irene!
Il ginnosofista scosse il capo; poi cercò di consolarmi:
— Non ci pensi, signore. E se per caso ha un cappello che non porta più, me lo mandi, la prego. Eccole il mio nome.
Trasse un lapis e un pezzo di carta, e mi scrisse il suo nome, che qui non occorre ripetere, e il suo recapito, ch'era quello del più illustre e fastoso albergo della città.
— Buona notte.
CAPITOLO SETTIMO
PANTELESTESI
1.
Diagnosi.
Il giorno 9 febbraio del 1919, alle ore 10 e 45 del mattino, mi venne il mal di capo.
Postomi a ricercare le possibili cause di questo fatto straordinario, non tardai a persuadermi ch'esso era certamente da attribuirsi all'intenso lavoro compiuto nelle precedenti settimane, da un mese a quel punto. Precisamente un mese innanzi, il 9 di gennaio, io ero tornato dall'esercizio del corpo a quello dell'anima, dalla quadrupedante e arcadica vita militare al cerebroso turbine della metropoli.
Mi spaurii accorgendomi della brevità del tempo in cui tante e così intense esperienze avean potuto cumularsi. Un mese dunque, un solo mese innanzi, trentun giorni precisi, ero dato in secco nell'aperta campagna della Città Operosa, la avevo corsa come in una rapida ricognizione, mi s'eran rivelate le correnti e le cascate dell'oro sovrastarla e sommoverla, avevo intuito il nuovo costume e la nuova religione sorti d'un tratto sul suolo intenso dall'influsso della guerra lontana. Un esatto mese innanzi, all'ordine imperioso delle nuove necessità, io, per molti anni dedicato allo studio e poi per breve parentesi alla milizia, m'ero d'improvviso riplasmato uomo d'affari. Nel nuovo esercizio i miei assaggi profondi s'erano successi e cumulati con rapidità maravigliosamente varia, com'è narrato nei sei capitoli che qui precedono. Chi li abbia letti, e pensi che tanta opera, e per me insolita e non prima prevista (se anche nei portati non fecondissima) si compiè nel rapido giro di trentun giorni solari — non dovrà maravigliarsi al sentire che il mattino del trentaduesimo io mi sentii d'un tratto affaticato ed esausto.
Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che precedono, non importa: per l'intelligenza di questo basta ch'egli sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10 e 45, mi venne il mal di capo.
2.
Appressamento d'un mistero.
Stabilii di concedermi qualche giorno di riposo: e senz'altro indugio, la mattina appresso partii. Andai in campagna, cosa assai piacevole a farsi nelle stagioni in cui solitamente gli uomini se ne astengono. In poche ore raggiunsi il paese che avevo scelto, sulla riva d'un lago lombardo.
Ma il caso m'impigliò quivi in una complicata e mirabile avventura la quale mise in serio pericolo il mio amore e la mia fede nella vita moderna, e con essi minacciò tutto il nuovo orientamento che la presenza del dopoguerra aveva offerto al mio spirito.
Nella piccola pensione in cui mi allogai erano due ospiti: un giovane e una giovane. Mi si presentarono come fratello e sorella. Il che appariva in ogni modo al primo sguardo per la loro singolare somiglianza, accresciuta dal fatto che il giovane, quasi un adolescente, era di lineamenti assai delicati. Il solo carattere chiaramente diverso tra i loro visi era nell'espressione dello sguardo. La sorella avea dolci gli occhi e velati di malinconia anche quando sorrideva, o, più raramente, rideva. Invece il giovane portava in fondo alle pupille perennemente accesa una mobile luce maniaca.
Quella prima mattina scambiammo pochi discorsi incolori. La sera all'ora del pranzo trovai sola la fanciulla alla tavola comune. Mi disse:
— Bruno è andato a Milano, e tornerà domattina.
Ella si chiamava Laura.
Quando un uomo e una donna si trovano in presenza, comincia la tortuosa lotta dei sessi.
Il nostro colloquio ritegnoso e coperto si prolungò qualche tempo dopo la fine del pranzo. Ella era garbata, e a gradi si fe' quasi lieta. Da ultimo avvenne a me di nominare suo fratello. La serenità di Laura rabbrividì d'un tratto come al calar d'una nube. Dopo un breve silenzio, levandosi e porgendomi la mano, ella con profonda convinzione sospirò:
— Mio fratello è un uomo di genio.
Con scarso senso d'opportunità le risposi:
— Io sono un uomo d'affari.
M'accorsi subito d'aver detto ciò meccanicamente, come mi accadeva spesso in quel tempo, anche fuor di proposito. La stonatura m'irritò. Rimasto solo me n'andai a passeggiare con un senso di corruccio.
Il mattino appresso Bruno era tornato. La fiamma di mania gli luceva sempre in fondo agli occhi, ma come esagitata da una gioiosa inquietudine.
L'aria in quella stagione era gelida e arida, e il lago la notte gemeva come fa il mare.
Il quarto giorno della mia dimora nella campagna lacustre, alle prime ore del pomeriggio Bruno m'invitò quasi misteriosamente a uscire con lui, mi guidò a una casetta isolata e per una scala oscura mi fe' salire: m'introdusse in una stanza ov'erano due grandi tavole da lavoro coperte di carte disegnate e strumenti d'aspetto scientifico, che mi riuscirono al tutto nuovi e incomprensibili.
3.
Silenzi e musiche.
Bruno mi disse:
— Ho fiducia e confidenza in lei.
— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le donne che ho conosciuto hanno avuto fiducia e confidenza in me. Forse per questo non sono ancora riuscito a nulla di solido nella guerreggiante conquista della vita.
Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione egoistica.
Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante stipo metallico ch'era in mezzo a una delle grandi tavole. Da un cavo dell'interno di quello trasse una specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla cuffia si partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose interiorità dello stipo.
— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che cosa sente.
M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato lungo la curva del cranio e i due dischi ricevitori strettamente applicati agli orecchi.
Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel silenzio stesso era terribilmente singolare. Allora sentii ch'io sentivo uno spaventoso silenzio.
Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel vuoto una qualche menoma vibrazione: ma il silenzio era totale, snaturato e mostruoso.
Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi guardava e osava sorridere: ma quel sorriso, solo nel mondo enorme che attorno a me s'era avvelenato e congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure non osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a parlare: ma le poche parole che pronunciai non so quali furono, chè d'un più vasto terrore mi gelò accorgermi ch'io non sentivo il suono della mia voce, onde come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la faccia di Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo imbestiarsi nelle smorfie del riso le quali in quel moto senza suono mi apparivano sardonici contorcimenti. Ma così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora con uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi strappai lo strumento dal capo.
Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii il riso di Bruno: tra le cento voci dell'aria rifluì nella stanza il senso tepido della vita.
— Ha sentito? — domandò.
Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, sentendo che sentivo la mia voce rispondergli:
— Sì.
— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non permette che si senta altro suono se non quelli che lo interessano.
— Come sarebbe a dire?
— Ecco.
Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, che anch'esso per un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro terminava in una spina a due punte brevi e sottili acuminate come spilli. Così tenendo in mano la spina m'incorò:
— Si rimetta la cuffia.
Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di là vidi Bruno scostarsi qualche passo guardandosi intorno; poi risolutamente andò verso lo stipite dell'uscio, ch'era di larice bianco, lo tentò un poco con una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due punte della spina.
Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva parve corrersi di fremiti leggieri che venissero da remotissime altitudini, pungenti brividi sonori, che d'ogni attorno si scivolavano incontro e così scontrandosi uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano di ronzii. A certi istanti quelle note acute e sommesse parevano arrotolarsi come in congegnamenti meccanici: poi novamente allentate abbandonandosi impallidivano, sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli di abissi lontani.
Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia che mi sfuggisse, i miei occhi non avevano più scorto l'uomo; d'un tratto lo vidi avvicinato chinarsi sopra me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di sul capo: poi andò a sconficcare la spina dal legno.
— Ha sentito?
— Sì.
— Che cosa?
Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare le pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo non ancora formato; o forse un pallido dialogo tra il piano astrale e il piano buddico dei teosofi. Ma mi feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E risposi:
— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno?
Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo.
— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono lei udrebbe un fragore assordante come di macchinari o d'immense cascate. Anzi il suo errore mi fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche dello strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere la presenza dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: di simili sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà lei, che è uomo d'affari.
— Ma allora quei suoni?...
— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti atomici della materia organica.
Lo guardai stupefatto.
— Lei può immaginare da questo la potenza del mio microfono moltiplicatore a isolatore acustico.
— È una sua invenzione?
— Dica che non è che la minima parte, che un particolare isolato, della mia invenzione. C'è assai più, e presto vedrà. Ma prima occorre che lei ne conosca un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio allocatoptotrico.
Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero verso una piccola porta a muro ch'era in fondo alla stanza.
In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare:
— Bruno!...
4.
Laura.
Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi, Bruno ripose rapidamente ogni cosa e scendemmo. Laura col cappello e il bavero impellicciato che le saliva a mezzo il volto appariva più donna, avea acquistato un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano più neri e più fondi.
— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata. Venga anche lei.
Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando i palpiti del mio cuore tornaron calmi, risposi:
— No.
— Allora, a più tardi.
Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto la sua figura e il suo volto scomparivano istantaneamente alla mia memoria: in quelle lacune sentivo in me e intorno a me un flutto di vacuo e gelante silenzio: vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto e quasi fatto demente durante la prima esperienza nel gabinetto del fratello di lei.