La vita operosa: Nuovi racconti d'avventure
Part 6
— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene in mente che ho un appuntamento importante.
— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà?
— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi.
CAPITOLO SESTO
L'ISOLA DI IRENE
1.
Chiarimento storico.
Andando io verso la Galleria, per uno de' miei appuntamenti operosi, l'ingresso n'era sbarrato da una fila di sorridenti soldati.
Di là da essa fila vedevo gente gesticolare, e gridavano moderatamente. Qualcuno, dopo aver gridato, usciva dalla Galleria e veniva a mescolarsi con la folla di piazza della Scala, ov'io ero.
Anche qui c'era gente che gridava, ma più forte; e molti, così vociferando, guardavano verso quel palazzo che nel maturo Rinascimento l'operoso genovese Tomaso Marino si fè costruire per propria dimora; ma nel tempo di cui parlo era, ed è oggi ancora, sede della municipalità di Milano.
V'erano anche taluni che invece di gridare e guardare le finestre del palazzo, tentavano d'entrare nella Galleria: se non che quei sorridenti soldati, i quali ne lasciavano uscire chiunque, non vi lasciavano per contro entrare persona. Era matematico che con un tale sistema la Galleria, in un lasso imprecisato di tempo, avrebbe finito con l'essere sgombra.
Ma l'occupare o lo sgombrare Galleria Vittorio Emanuele non erano le tesi principali su cui stavan divisi gli animi in quel pomeriggio, che fu nel febbraio del primo anno del dopoguerra. Trattavasi d'una questione di bandiere.
C'era in quel tempo (e c'è oggi ancora; ma poichè un giorno, come ogni cosa mortale, non sarà più, mi piace lasciarne in queste storie il curioso ricordo) c'era dunque quella specie di parte politica, acceso avanzo dei recenti spiriti di guerra, denominata «fascismo», e trovavasi in reciso contrasto di atteggiamenti con il rivoluzionarismo comunista. Ora, appunto quel giorno era avvenuto che i fascisti avessero bruciato una bandiera rossa, e similmente i rivoluzionari avessero bruciato una bandiera tricolore. Tuttavia nè gli uni nè gli altri erano paghi dell'equilibrio così stabilito. Di qui il tumulto. Perchè in quell'epoca storica, e poi per qualche tempo ancora, tali gare pittoresche furono il segno più visibile del travaglio politico dell'epoca: il quale era in realtà, ed è, assai più profondo e fecondo, come il sèguito degli avvenimenti dimostrerà a quanti avranno la fortuna di sopravvivere per qualche anno.
I cittadini d'Italia — cioè coloro che non avevano una fede assoluta in alcuna delle tesi politiche in contrasto — erano mossi da un solo spassionato desiderio: il desiderio che una qualunque delle due bandiere — oppure una terza, o una quarta, o una ennesima — riuscisse a bruciare tutte le altre e imporsi amabilmente sul paese, che appariva abbandonato a se stesso e alla malfida signoria del dio Caso. Ma nessuna bandiera osava assumersi un così onorevole còmpito.
Non ignoro che se queste pagine saranno lette da qualche curioso tra molti anni, forse egli trarrà da alcune delle mie parole ragioni d'incertezza e di dubbio. Ho nominato il tricolore fascista. Ma a quel tempo non c'era — si domanderà quel postero dubitoso — non c'era appunto un tricolore ufficiale, da cui moveva il reggimento della cosa pubblica? il «fascismo» era dunque al potere?
No. Nessuno dei lettori odierni può confondere il tricolore ufficiale con quello politico di cui ho parlato, e ch'era stato bruciato dai rossi; nè i rossi avevano compiuto un siffatto olocausto come manifestazione ostile al Governo. In quel tempo, del tricolore ufficiale governativo non sopravviveva che l'asta: e si badi bene di non intendere questa governante asta come simbolo di inflessibile rigidità.
2.
Spirito d'avventura.
Dalla parte di San Fedele — crescendo il vocìo e moltiplicandosi qua e là per la piazza episodi personali e violenti — cominciarono a scaturire gruppi di militi, meno sorridenti di quelli che chiudevano il passo alla Galleria: e a ognuno di quegli arrivi nascevano d'improvviso sussultori impeti entro la folla, nei quali sussulti qualche fianco s'ammaccava e qualche gola tramutava il grido di parte in imprecazione di dolore. Allora alcune donne e giovinette, che qua e là s'erano spinte avanti, rinculavano verso il fondo della piazza strillando come ninfe sorprese dai satiri o galline investite da una bicicletta: poi, appena riagguagliatosi il movimento, tornavano a ficcarsi innanzi con pertinacia degna d'un sesso più costante e di moventi più efficaci. Ma d'un tratto con duro ansimar di motore sgorgò sulla piazza un'autopompa; un getto d'acqua salì altissimo a brillare al sole invernale e ricadde con fredda eleganza sui gruppi centrali della folla animosa.
C'è chi sostiene che nelle pubbliche dimostrazioni una pompa lanciatrice di pura acqua di fonte faccia più paura d'una mitragliatrice. Non so che cosa sarebbe avvenuto all'apparire d'una mitragliatrice: al primo lampeggiare dell'acqua fui travolto improvvisamente da una fuga ruinosa. Mi sentii come trainato e sommerso in una corrente, sbattuto contro un muro, sollevato a mezz'aria e alfine precipitato in un vano. Solo allora potei sciogliermi, sollevare il capo, guardarmi attorno. Eravamo, otto o dieci, nell'atrio d'una casa, e due de' miei accidentali compagni stavano precipitosamente serrando e sprangando il portone.
Come fummo separati dal rimanente universo, tendemmo l'orecchio.
Fuori il fragore dei marosi politici si andava qua e là punteggiando di spari secchi; ogni tanto gli spari cessavano, poi riprendevano; ogni tanto dall'urlo scaturivano strilli.
Uno dei due che avevan chiuso, com'ebbe contemplato irosamente l'effetto della savia operazione ruggì:
— Mascalzoni!
Non appurai se l'apostrofe fosse diretta all'una, oppure all'altra, delle fazioni dimostranti, o ai pompieri, o a tutta insieme l'umanità tumultuante nelle piazze e nelle vie a preparare l'età nuova: non approfondii questo punto, perchè in quell'istante mi occupò un altro problema. Il mio primo movimento — appena il mio corpo si trovò sciolto dall'amalgama umano e rifatto individuo — il mio primo affettuoso movimento era stato di correr con le mani alla tasca a cercarvi il pacchetto delle sigarette.
Ma esso era tutto miserevolmente schiacciato.
Di sigarette non n'era rimasta intera e fruibile neppur una.
Esclamai:
— Questo sì mi dispiace.
Il duro sbarrator di portoni mi gettò un'occhiata sprezzante.
Ma un terzo, che doveva aver assistito con simpatia al mio dramma, si fece avanti con un sorriso e un portasigarette aperto e ricolmo, e mi porse l'uno e l'altro invitandomi:
— La prego, si serva.
Intanto il rumore delle strade pareva allontanarsi. Io m'ero seduto sul primo gradino d'una scala che metteva in quell'atrio. Gli spari cessarono del tutto. Qualcuno dei più curiosi propose di aprire il portone, ma l'arrabbiato non volle. L'uomo tranquillo che mi aveva offerto una sigaretta, venne a sedere, anch'egli fumando, accanto a me sul gradino, e mi disse con grande serenità:
— Da otto giorni non piove, per questo fa tanto freddo.
Questa superiorità ci affratellò, improvvisamente ci distinse e separò dal gruppo dei curiosi e degli affannati. Assaporammo l'inattesa fratellanza fumando per un poco in silenzio.
Fu riaperto il portone. Uscimmo tutti. Il tumulto era finito. La piazza era un lago.
— Lei da che parte è diretto? — mi domandò il mio compagno.
— Avevo un appuntamento d'affari, ma ormai è tardi. Anderò a pranzo in qualche trattoria.
— Perchè non viene alla mia pensione?
— Dove?
— Si fidi di me: si troverà bene.
Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto la mia vita ad accogliere di buona voglia ogni invito dell'imprevisto. Accettai; e docilmente seguii colui che m'avea soccorso in un momento difficile della vita.
Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo ch'egli mi si presentasse; e perdurando il silenzio, mi domandavo che cosa lo tratteneva ancora dal compiere quel dovere elementare. Più in là mi risposi che forse egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in tale materia, deplorai di non possedere qualche principio generale di cui poter compiere dialetticamente l'applicazione al caso presente.
Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro me, eravamo giunti, ch'io non m'ero reso conto del cammino percorso, alla mèta a me ignota.
— Eccoci.
Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle modernissime case delle città operose, cioè con le pareti a mattonelle bianche lisce e lucidissime, da parer perpetuamente bagnate, e danno tutte un'invincibile impressione di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera c'era una specie di palmizio. La mia guida s'affacciò a un uscio avvertendo: — C'è un signore che rimane a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino con un piccolo divano messo d'angolo in un canto e dietro il divano un alto specchio molato sormontato da una minacciosa aquila di legno. Entrò una signora assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida proclamò:
— La signora Irene, la nostra padrona.
Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente il mio cognome.
— Lei è di Milano?
— Sono qui da un mese.
La signora Irene si volse all'introduttore:
— Questo signore rimarrà dei nostri?
— Lo spero — rispose l'altro, — mi pare che ci abbia una eccellente disposizione.
Io trasecolai.
3.
Il primo e il secondo.
Trasecolai, e credo che con la persona mi ritraessi in un improvviso moto di diffidenza: quasi temevo oscuramente d'essere giunto a chi sa quale turpe agguato. La mia guida disse:
— Con permesso.
E se n'andò verso le stanze interne di quella dimora misteriosa. Ciò aumentò il mio turbamento, anche perchè le donne grassocce non mi piacciono. Ma quasi subito dall'anticamera entrò un uomo grave, e la signora me lo presentò:
— Questo è Giulio, mio marito.
E subito aggiunse:
— Il mio secondo marito.
Dopo il consueto convenevole anche il nuovo venuto scomparve dalla parte ond'era uscito l'altro. Io e la vedova rimaritata rimanemmo soli. Mi risolsi a sedermi. E nell'anticamera sentii sorgere una voce bassa che canterellava un'aria della _Nina_ di Paisiello, e si avvicinava: la quale cantilena s'interruppe nel momento in cui balzò di lì nel salottino un nuovo personaggio, piccolo, panciuto, vivace, che quasi in ritmo di danza si chinò davanti alla signora, le baciò la mano, e le domandò:
— Come state, donna Irene?
Donna Irene me lo presentò:
— Il signor Pietro.
E subito aggiunse:
— Il mio primo marito.
Sentii il mio volto impallidire, i capelli drizzarmisi tragicamente sul capo. Un vento gelido mi soffiò sulla fronte.
Ma il signor Pietro non era uno spettro, perchè gli spettri, quando se ne vanno, scompaiono silenziosamente dalla vista dei mortali; invece il primo marito della vedova rimaritata chiese cerimoniosamente licenza d'andare a lavarsi le mani (cosa che gli spettri non fanno), mi salutò porgendomi la destra di quelle (ed era calda e carnosa) e uscendo riprese a mezza voce la canzoncina interrotta nell'anticamera.
Tutti questi sintomi di vita normale valsero a temperare alquanto il gelido terrore che mi aveva sconvolto. Ripresi un sufficiente dominio di me medesimo. Ma sentii che questa volta il silenzio tra me e donna Irene sarebbe stato insostenibile. Era necessario ch'io squarciassi i veli che si addensavano intorno a me. M'imposi di avviare una conversazione. E le domandai:
— Dov'è stata in campagna l'estate scorsa, signora?
Ella aggrottò un momento le ciglia come per ricordarsi, poi d'un tratto sospirò:
— Ah non mi parli dell'estate scorsa.
Mi sentii smontato. Ma con uno sforzo mi ripresi, e ritornai per un altro varco all'assalto.
— Dove andrà in campagna l'estate prossima, signora?
La interrogata questa volta sorrise; tuttavia mi raccomandò:
— Non mi parli della villeggiatura dell'estate prossima.
— Scusi — mi ribellai, — ma di che villeggiatura le debbo parlare?
— Dunque lei — replicò con grande ragionevolezza donna Irene — lei ha proprio la necessità di parlare di villeggiatura?
Questa osservazione mi colpì in pieno, mi rivelò che fino a quell'istante, senza ch'io me ne avvedessi, i miei spiriti erano rimasti in una condizione di turbamento profondo, e avevo parlato come ebro.
— Ha ragione, signora — gridai. — E io non vorrei ch'ella credesse ch'io ho l'idea fissa della villeggiatura. No. Non ne parlo mai. Non ci penso mai. Non ci vado neppure, per ragioni profonde che ho spiegate in un mio racconto intitolato «Florestano e le chiavi», che mi permetto di raccomandarle perchè non scrivo più e mi son dato agli affari. Così, com'ella vede, con un brevissimo intreccio di parole la ho messa al corrente di me, della mia indole, del mio passato e del mio presente. L'avvenire è sulle ginocchia di Zeus. Le dirò una cosa ancora: la occupazione principale cui la sorte ha votato la mia vita, nelle ore d'ozio, è quella di ascoltare. Lei non può immaginare quanto io ascolti. Tutti, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, e anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto, tutti, tutte: idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove semplici, vedove rimaritate. Se lei, signora, appartiene a una di queste categorie, mi parli di sè, e io la ascolterò. Se appartiene a una categoria diversa, ch'io abbia dimenticata o mi sia ancora ignota, racconti racconti, e io avrò una sottospecie di più da aggiungere alle varietà delle persone che mi hanno raccontato i fatti loro. Intanto, se permette, fumo una sigaretta.
Così dicendo mi ricordai che n'ero sprovvisto. Prima però che rivelassi alla donna questa difficoltà all'attuazione del mio proposito, ella me ne aveva porta una scatola colma. Ma frattanto l'incidente, richiamando improvviso al mio pensiero la scena di mezz'ora prima, sotto il portone, dopo i tumulti politici di piazza della Scala, mi fece sentire d'un tratto ch'io non sapevo dove fossi, neppure in qual via o quartiere della città, nè per che scopo gli dèi mi avessero posto di fronte a donna Irene. Mi sentii fuori del tempo e del mondo.
La signora sorrise. Sorrise come sorridono tutte le donne piccole e grassocce, cioè non con gli occhi e la bocca soli, ma con gli zigomi, con le guance e con tutto il seno. Poi disse:
— Fino a sei mesi fa ho vissuto in provincia, e non conta. Sei mesi fa sono venuta a stare a Milano con mio marito, il mio primo marito....
Questa parola produsse automaticamente sul mio volto un'aria contrita e commossa quale si usa quando una vedova parla del marito defunto. Ma subito ricordai che il marito defunto mi aveva stretto la mano pochi minuti prima e se n'era andato cantando la _Nina_ di Paisiello. Allora m'affrettai a tornare sorridente e attento. Fu lo specchio, sotto l'artiglio dell'aquila scolpita, a rilevarmi queste successive espressioni del mio volto. La signora non s'era avvista della mia momentanea distrazione.
— Ci siamo portati, naturalmente, il nostro bambino che ha due anni. Ma a Milano a grande stento abbiamo trovato una camera, una sola, piccola e brutta, ci vivevamo in tre, stretti, malissimo, come può immaginare. E fu inutile ogni nostra più affannosa ricerca di un quartierino. Mio marito aveva un amico, Giulio, che era scapolo e solo e aveva un appartamento grande, questo qui. Allora, com'era giusto, ho divorziato da Pietro e ho sposato Giulio.
— Divorziato!
— Divorzio privato, si capisce: quando verrà il divorzio legale, se intanto la crisi degli alloggi non sarà risolta, faremo anche quello. E amichevole. Qui c'erano stanze in soprannumero: abbiamo aperto una piccola pensione: uno dei primi pensionanti sa chi fu? Pietro.
— Il defunto?
— Come sarebbe a dire?
— Niente. Ciò che lei mi ha narrato, signora, è estremamente attuale e patetico.
— Tutto questo ci ha dato delle idee: una magnifica idea: è a quest'idea, suppongo, che debbo la sua presenza qui.
— La mia presenza?...
Ma mentre aspettavo l'agognata spiegazione, entrò la cameriera ad annunciare che il pranzo era servito. La signora s'avviò, la seguii; mentre giungevamo in sala da pranzo, da usci varî contemporaneamente vi sgorgavano tutti i commensali, cioè, oltre la mia guida e i due mariti di donna Irene, tre altre persone, tra le quali una donna.
4.
Cenacolo platonico.
C'era una tavola rettangolare attorno a cui sedemmo tutti, cioè: nel mezzo d'uno dei lati lunghi la signora Irene, con a destra un prete e a sinistra il signor Pietro, che continuava a canterellare nei brevi intervalli tra un boccone e l'altro o tra una parola e l'altra. Io in faccia alla signora, alla mia destra una donna o fanciulla piuttosto piacevole, alla mia sinistra un signore importante con barba assira e redingote. Ai due lati più corti sedevano da una parte il presente marito di Irene, dall'altra il mio introduttore, che poco di poi sentii chiamarsi Gionata.
Da principio mangiammo in silenzio. Io cercavo di occuparmi della mia sorridente e serpeggiante vicina. Le prime parole che udii chiare tra quei croscìi di mascelle, uscirono dalla bocca del più silenzioso tra tutti, cioè Giulio, cioè l'attuale marito, persona grave; e fu una parola gastronomica, la quale ebbe per argomento il grado di cottura del pollo che stavamo mangiando. Fin qui nulla di strano: ma dopo quella osservazione culinaria io ne aspettavo un'altra, di natura economica. Tornato ormai da un mese dal fronte, non era passato giorno che a tavola, o fossi in casa mia o in casa d'altri o alla trattoria, a ogni cibo, animale o vegetale, semplice o complicato, crudo o cotto, io non avessi sentito parlare del rincaro del genere. E da quel giorno a oggi che scrivo son passati altri quindici mesi, che è a dire circa cinquecento giorni, cioè quasi mille pasti: il che importa che, dal mio ritorno, più di mille volte ho sentito discorrere del rincaro degli alimenti, e similmente, in tutte le altre contingenze quotidiane, del rincaro di tutte l'altre cose necessarie o superflue; e sono rassegnato ormai a sentirmi esporre per tutta la vita fino alla più tarda età (perchè tutti i chiromanti sono concordi a concedermi una lunghissima esistenza) il confronto tra i prezzi nuovi e quelli anteriori al 1914.
In quel tempo, poichè il supplizio durava da soli trenta giorni, non mi ero ancora adattato: perciò con piacevole maraviglia udii le parole di Giulio, e le poche di alcuni commensali che gli risposero, contenersi nella cerchia gastronomica, cioè nella pura estetica. Maggiori maraviglie mi preparava quella conversazione conviviale. Un uscio, passandone la cameriera che ci serviva, cigolò. Il signor Pietro da uomo pratico osservò che occorreva unger d'olio l'arpione. La signora Irene da donna romantica, quali sono tutte le donne un po' grasse, disse morbidamente:
— Pare che si lamenti d'un abbandono.
Allora colui che m'aveva offerto una sigaretta all'uscire dal naufragio, colui che m'aveva introdotto in quel ritiro arcano, colui che si chiamava Gionata come l'inventore di Gulliver e il figlio di Saul, parlò, e disse:
— La sua osservazione, donna Irene, mi richiama a uno dei problemi che da qualche tempo più mi torturano. Ed è questo: se un uscio avesse senso e sentimento, e perciò fantasia e desiderio, preferirebbe esser chiuso o essere aperto?
Io lo guardai con estasi. Gli altri non parvero maravigliarsi del tormento spirituale di Gionata.
— Ho dato — continuò — una soluzione provvisoria al problema. È necessario stabilire se la natura, cioè il fine, dell'uscio, è di separare o di congiungere. Seguitemi. L'uscio in quanto è un vano lasciato in una parete, ha lo scopo manifesto di far comunicare una stanza con l'altra. Ma l'uscio in quanto battente ha l'ufficio contrario, cioè quello di poter interrompere temporaneamente detta comunicazione ricostituendo l'interrotta unità della parete. Quando l'uscio è chiuso il vano è inutile: quando l'uscio è aperto il battente è inutile.
Assaporò un sorso di luminoso Chianti. Il signor Pietro canticchiava la cavatina del Don Pasquale, le cui note furono subito novamente dominate dalla parlante voce di Gionata:
— Ma l'uscio è una unità metafisicamente inscindibile di vano e battente: l'uscio dunque, immaginandolo sensibile, l'uscio nella sua totalità personale dovrebb'essere tormentato da un perpetuo e insuperabile dissidio interiore.
Seguì un silenzio, perchè nessuno ebbe parola da opporre alla dialettica di Gionata, che si dimostrava esperto nelle più fini e feconde pratiche del filosofare.
Dopo un istante di silenzio, e avendo ingoiato una sanguigna targa di barbabietola, egli ci offrì un corollario immaginoso:
— Quando cigola dolorosamente, che cosa cigola dell'uscio? L'arpione, o ganghero che dir si voglia. Cioè, precisamente il punto per cui le due nature si congegnano, per cui il battente si connette col vano.
La mia natura d'uomo pratico — non si dimentichi che in quel tempo io m'ero tutto dedito agli affari-mi fe' cercare un'applicazione politica alla loica disinteressata di Gionata. Esordii:
— La sua acuminosa osservazione, signor Gionata, può trovare un riscontro curioso nel presente stato sociale.
A queste mie parole vidi dipingersi sul volto di tutti i commensali un'aspettazione vigile. Tutti s'interruppero nell'operazione che stavano compiendo: e in tal modo, chi col bicchiere in mano a mezz'aria, chi con la forchetta infilata in un boccone, chi col tovagliolo alla bocca, impietriti ciascuno nell'atto suo, mi guardarono. Sulle labbra d'Irene vagolò un sorriso materno.
— Poichè noi viviamo oggi in un'epoca di faticosa transizione....
A questo punto del mio secondo esordio, due o tre colpi di tosse, manifestamente artificiale, si fecero udire da punti diversi della tavola. Io incauto continuavo:
— .... e poichè il tenebroso travaglio in cui ci ha gettati la guerra, sia per la sua necessità, sia per gli errori di certe sue conclusioni....
Un urlo m'interruppe, ma urlo giocondo:
— Paghi!
E due altri lo echeggiarono:
— Paghi!! Deve pagare!!!
Io guardai intontito verso Irene. Ella abbozzò una languida difesa:
— Il signore, certo, non sa....
— L'ignoranza della legge non è ammessa — tonò Pietro.
— Forse — disse Gionata — la colpa è mia, che non la ho avvertita. Lei deve sapere che qui è proibito, sotto pena del pagamento di bottiglie due, di parlare, in bene o in male, seriamente o facetamente, a lungo o con una sola allusione, delle condizioni della vita presente.
— Divinamente — gridai —: la legge mi piace a maraviglia, e mi permetto di non accettare la difesa di donna Irene, anzi la prego di disporre per la immediata esecuzione della pena.
Donna Irene fe' cenno alla cameriera e comparvero due vetuste bottiglie di vino rosato. L'assiro che sedeva alla mia sinistra osservò:
— Ciò non diminuisce la colpa di Gionata: secondo me, deve pagare anche lui.
I commensali acclamarono, e mentre già il vino roseo della mia multa circolava, la cameriera sollecita aveva messo in fresco due bottiglie di champagne per conto di Gionata.
— Non creda — disse questi a me — che la detta legge sia isolata e per sè stante. Non è se non la conseguenza d'una norma più ampia, che è la ragione stessa della nostra riunione. Qui — e si fece solenne — qui non può trovarsi e frequentare se non una sola categoria ristrettissima di persone: cioè, le rare persone che sono soddisfatte, per qualche ragione, dell'attuale stato di cose.
— Mi pare — obiettai — che non siano rare. I fornitori e arricchiti d'ogni genere, i mercanti di mode, i politicanti socialisti e popolari, i lavoratori del....