La vita militare: bozzetti

Part 9

Chapter 93,319 wordsPublic domain

Contendeva il compito alle nostre ordinanze, voleva spazzolar panni, lustrar bottoni e sciabole e stivali, lavar camicie e pezzuole: volea far tutto lui, e pregava umilmente ora l'uno ora l'altro soldato che per piacere gli dessero qualcosa da fare, che lui avrebbe fatto tanto volentieri, e che si sarebbe anco ingegnato di far bene, e che a ogni modo bisognava ch'egli imparasse, che aveva bisogno d'imparare, che voleva imparare. Qualche volta noi eravamo costretti a levargli gli oggetti di mano, e a dirgli con una certa severità:--Fa quel che ti si dice di fare, e non cercare più in là.--E bisognava fare i severi perchè in buona coscienza non potevamo permettere ch'ei pigliasse l'uso di farci il servitore. Perchè, povero ragazzo? L'avevamo forse condotto con noi a tal condizione? Egli aveva un gran timore che a poco a poco lo pigliassimo in uggia, comunque non si facesse che colmarlo di carezze e circondarlo di cure e di cortesie; gli pareva che, a non lavorare, ei dovesse finire col parerci un aggravio inutile, e però si sforzava di mostrarci ch'era pur buono a far qualcosa o che, se non altro, aveva del buon volere. Pure il timore di parerci importuno qualche volta lo assaliva e gli dava pena. Tratto tratto, mentre mangiava con noi seduto in terra attorno a un tovagliolo steso sull'erba, accorgendosi improvvisamente d'esser guardato, si vergognava di mangiare, diventava un po' rosso, abbassava gli occhi, faceva dei bocconi piccini piccini, e se non si badava noi ad empirgli il bicchiere, egli non ardiva di farlo, e stava a bocca asciutta magari per tutto il tempo del desinare. Talvolta sotto la tenda, mentre si stava pigliando sonno, egli, all'improvviso, si vergognava di occupar tanto spazio e di giacere sopra tanto strame, e si levava a sedere e lo sparpagliava di qua e di là verso i nostri posti, riserbandone una piccola parte per sè, e coricandosi poi tutto rannicchiato rasente la tela della tenda, a rischio di pigliar qualche malanno per causa della brezza. Non mi sfuggiva pur uno di tutti questi suoi atti, nè uno de' suoi pensieri, e mi affrettavo sempre a dissipare le sue vergogne o apostrofandolo allegramente:--Ebbene, Carluccio?--o stringendoli la guancia fra l'indice e il medio con quel fare che significa:--Vivi in pace, ti proteggo io.--Ed egli subito si rassicurava. Oh che mesta e amorosa pietà mi metteva in cuore quella sua delicata vergogna!--Povero Carluccio,--pensavo io, quando, ardendo ancora il lume sotto la tenda, lo vedevo dormire quieto e tranquillo, tutto ravvolto nel mio cappotto e colla faccia nascosta per metà dentro il berretto d'un soldato;--povero Carluccio! Perchè non hai più madre, tu ti credevi solo sopra la terra, e non ti immaginavi che alcuno ti potesse voler bene! No, Carluccio; pei fanciulli senza madre e senza padre ci sono i soldati; essi non hanno che un pezzo di pane in tasca; ma in compenso chiudono molto tesoro d'affetto nel cuore, e dispensano generosamente l'una e l'altra cosa a chi n'ha bisogno. Dormi tranquillo, Carluccio, e sogna tua madre; ella certo ti guarda di lassù, ed è ben lieta che tu sia fra noi, perchè sa che sotto i nostri ruvidi cappotti batte il suo cuore.

Di giorno era continuamente in faccende. Andava fuori del campo a prender acqua pei soldati quando era proibito d'uscire; e lo si vedeva in giro in mezzo alle tende tutto carico di borraccie e di gamelle, rosso in viso, sudante, accompagnato da una folla di assetati, che gli si stringevano ai panni e gli facevano ressa.--Carluccio, la mia gamella;--la mia borraccia, Carluccio;--voglio prima la mia;--no, la mia, te l'ho data prima di lui;--e no,--e sì.--Ed egli a far cenno che si quetassero e a sospingerli indietro:--Uno alla volta, da bravi; fatemi il piacere; tiratevi un po' in là; lasciatemi respirare.--E si asciugava la fronte e pigliava fiato, chè proprio gli era stanco e sfinito da non poterne più. Di quando in quando qualche soldato lo ricercava per farsi scrivere una lettera a casa, o per farsene leggere e spiegare una ricevuta. Questo favore ei lo faceva con molta gravità. Stava un momento sopra pensiero e poi diceva serio serio:--Vediamo.--Si sedevano sotto la tenda e, dopo aver molto ragionato tutti e due coll'indice teso verso il foglio scritto o da scriversi, finalmente Carluccio, rimboccate le maniche della giacchetta, si metteva all'opera agrottando le sopracciglia, stringendo le labbra e mandando fuori un suono inarticolato che voleva dire:--È un affar serio; ma via, farò tutto quel che potrò.--

Aiutava poi ora l'uno ora l'altro ad accomodare le tende, e ci aveva un garbo a tirare quelle cordicelle e a conficcare in terra quei piuoli, da far credere ch'ei non avesse fatto mai altro in vita sua.

Quando si facevano gli esercizi egli si ritraeva in un angolo del campo, e di là ci guardava estaticamente per tutto il tempo che gli esercizii duravano. Quando tutto il reggimento era schierato e faceva il maneggio dell'armi, quel povero ragazzo andava in visibilio. Quel battere sulla terra di mille e cinquecento fucili, in un colpo solo, come un solo fucile; quel lungo ed acuto tintinnìo di mille cinquecento baionette inastate, tolte, rimesse e ringuainate in un momento; quel poderoso tonar dei comandi, e quel profondo silenzio delle file e tutte quelle faccie immobili ed intente come statue; lo spettacolo di tutte queste novità lo accendeva d'entusiasmo, gli metteva addosso una irrequietezza, una smania di fare, di gridare, di correre, di saltare, e tutto questo egli faceva sempre e subito appena il reggimento aveva rotto le righe; prima no. Prima si contentava di pigliare degli atteggiamenti eroici e di guardarci colla testa alta e l'occhio fiero, senza accorgerssene, notate; assecondava inconsapevolmente i moti dell'animo, come quando qualcuno, narrando, ci commove, e noi esprimiamo coi moti del volto intento il senso e gli affetti delle cose narrate.

Quando poi sentiva la musica del reggimento, pareva matto.

Quelle sere che qualcuno di noi doveva andare agli avamposti, egli si mostrava di un umore un po' men gajo del consueto.--Buona notte, signor ufficiale!--ci diceva, con un lungo sguardo, quando partivamo; e, uscito fuor della tenda, stava a guardarci fin che non eravamo spariti.

Questi modi affettuosi e così spontaneamente gentili ei li usava con tutti, ufficiali e soldati; e però tutti lo amavano. Quando passava in mezzo alle tende d'una compagnia qual si fosse, era un chiamarlo da tutte le parti, un tender di braccia per trattenerlo, un alzarsi e un corrergli dietro dei soldati con le lettere in mano:--Carluccio, un momento, un momento solo, una parola, solamente una parola.--Gli ufficiali li salutava militarmente e con un'espressione di più o meno profondo rispetto a seconda de' gradi, che egli aveva imparato a distinguere fin dai primi giorni. Aveva una gran paura del colonnello. Quando lo vedeva di lontano o se la dava a gambe o si rannicchiava dietro una tenda; il perchè non lo sapeva neanco lui. Ma un giorno, mentre egli stava a chiacchiera con due o tre soldati presso alla tenda d'un aiutante maggiore, eccoti sbucare all'improvviso il colonnello. Tremò da capo a piedi; non era più in tempo a nascondersi; bisognava guardarlo e salutarlo; alzò gli occhi timidamente e portò la mano al cappello. Il colonnello lo guardò, gli passò la mano sotto il mento e gli disse:--Addio, buon ragazzo.--Carluccio andò a un pelo dall'impazzare; volò subito da noi, e, ansando e balbettando, narrò l'accaduto.

Cosa strana in un ragazzo della sua età, egli non abusò mai menomamente della famigliarità con cui si trattava. Sempre docile, umile, rispettoso, come il primo giorno in cui lo raccogliemmo sulla via. E di quel fortunato giorno tratto tratto ei ce ne soleva parlare; non mai però senza che gli luccicasse qualche lagrima negli occhi. Aveva anche le sue ore melanconiche, specialmente i giorni di pioggia, quando tutti i soldati stanno raccolti sotto le tende, e il campo è tacito e deserto. In quell'ore egli stava seduto sotto la tenda colla faccia verso l'apertura e gli occhi immobili a terra come se contasse le goccie di pioggia che venivano dentro.--Carluccio a che cosa pensi?--gli domandavo.--Io? a niente.--Non è vero, vieni qua, povero Carluccio, vieni qui accanto a me; io non sono che uno fra i tanti che ti vogliono bene; ma ti voglio bene per tutti. Siediti qua; discorriamocela fra noi altri due, e via dal cuore tutte le malinconie.--Egli piangeva. Ma eran malinconie che svanivano presto.

VI.

In un angolo del campo v'erano due piccole case, abitate da una buona famigliola di contadini, nelle quali si era stabilito il quartier generale delle cucine di tutti gli ufficiali dei quattro battaglioni. Figuratevi che confusione! V'erano da sei a otto soldati, tra cuochi e guatteri, per ogni cucina; un continuo litigarsi dei primi che non sapevano far niente e volevano insegnarsi l'un l'altro a far tutto; un continuo bisticciarsi degli altri che rivaleggiavano per diventar cuochi; un continuo va e vieni di ordinanze a prendere il desinare per gli ufficiali agli avamposti, e contadini, e venditori, e ragazzaglia dei dintorni: una babilonia.

In una nuda stanzaccia di quelle case fu ricoverato Carluccio quando lo colse la febbre. La quale da molti giorni infieriva nel reggimento a tal segno che, ogni giorno, n'eran colti da tre a cinque a sette soldati per ogni compagnia. Carluccio l'ebbe tanto forte che si temeva ne morisse. Il medico del reggimento lo curò con una sollecitudine che non si poteva maggiore; tutti noi gli femmo un'assistenza più che paterna.

Fra le tende e la porta della sua stanza era un incessante andirivieni di soldati. Entravano in punta di piedi, s'avvicinavano adagio adagio al suo letticciuolo, lo guardavano negli occhi ch'ei moveva intorno gravi e socchiusi o teneva lungamente immobili sul volto delle persone senza dar segno di conoscerle; lo chiamavano per nome, gli posavano una mano sulla fronte, si facevano l'un l'altro certi cenni per dirsi il proprio parere sullo stato del piccolo infermo; poi si allontanavano tacitamente, si soffermavano sul limitare della porta per guardarlo ancora una volta, e uscivano scotendo la testa in atto di dire:--Poveretto!

--Carluccio, come stai?--gli chiesi un giorno quand'ei cominciava a star meglio.

--Mi rincresce.... egli rispose, e lasciò la risposta a mezzo.

--Che cosa ti rincresce?

--Non posso....

--Ma che cosa non puoi?

--.... Far qualche cosa.--E abbassò gli occhi e mi guardò le scarpe e i calzoni, e soggiunse:--.... Fanno tutto gli altri....

Voleva dire delle ordinanze che ripulivano tutta la nostra roba esse sole, senza che egli le potesse aiutare.

--E io son qui...., disse ancora con voce di pianto,... son qui.... a non far niente.... d'imbarazzo.... Voglio....--E fece uno sforzo per levarsi a sedere; non ci riuscì e ricadde colla testa sul guanciale e si mise a piangere.--Che bell'anima!--io esclamai, e dissi e feci quanto seppi per consolarlo.

VII.

--Come si fa a far le ritirate i giorni delle battaglie? È vero che i soldati non camminano più al loro posto e vanno ognuno dove gli pare?--Questa domanda dirigeva Carluccio, una sera, ad uno degli ufficiali della mia compagnia, il quale, seduto accanto al suo letto, lo svagava con que' fantastici racconti di guerre e di battaglie, che si soglion fare ai fanciulli. L'interrogato sorrise, certamente pensando quanto una tale domanda avrebbe potuto parer sottile e furbesca dove non l'avesse fatta un fanciullo di quell'età, ed anco beffarda se non l'avesse fatta un amico.

E sorrisero pure altre due persone che si trovavano là, sedute anch'esse accanto al letticciuolo; l'una delle quali era un consigliere comunale d'un paesello vicino; l'altra il proprietario di quegli stessi terreni che il nostro reggimento occupava; due ometti di mezza età, molto gioviali, molto panciuti e, ben inteso, molto sviscerati della causa italiana; soliti a venir la sera in quella stanzuccia per istare un po' a chiacchiera coi «valorosi» ufficiali dell'esercito italiano; gente di campagna, alla buona, cui si leggeva il buon cuore sul viso, e che ogni giorno, prima di accomiatarsi da noi, non tralasciavan mai di ripetere molto enfaticamente che con de' soldati come i nostri la fortezza di Malghera si poteva pigliarla addirittura con un assalto alla baionetta.--Ma credano,--dicevamo noi;--la cosa non è poi tanto facile come pare a loro!--Oh!--rispondevano sorridendo con molta dignità,--lo slancio del soldato italiano....--E compivano la frase con un gesto che voleva dire:--Eh, eh, ben altri miracoli può fare.

--Come si fa a far le ritirate?--domandò alla sua volta l'uffiziale interrogato.--È una domanda un po'....

--Vaga,--suggerì il consigliere.

--Appunto.--

Carluccio tacque e si diede a pensare qualcos'altro da domandare. Intanto il Consigliere, che era stato un momento sopra pensiero, uscì fuori a dire:

--Eppure, a pensarci su, ha da essere un gran doloroso spettacolo quello d'una ritirata.

E tacque in atto di aspettare una risposta.

--Sentano,--rispose l'ufficiale facendosi tutto ad un tratto pensieroso.

Gli altri due, presentendo un discorso lungo, avvicinarono le loro seggiole a quella del mio amico, e composero anch'essi la faccia a un'intenta serietà.

--Sentano,--ripigliò l'ufficiale con voce vibrata;--v'è un dolore appetto al quale la morte dei nostri più cari, la perdita delle nostre più belle speranze e i più inattesi e più fieri disinganni della vita non sono che una mestizia sfuggevole, un turbamento leggero, un nonnulla; e questo dolore è quello che ci strinse l'anima quella sera.... Il mattino felici, ebbri di gioia, ardenti di un entusiasmo che ci cavava le lagrime e ci faceva prorompere in grida da forsennati, impazienti della battaglia, certi, si può dire, della vittoria; e poche ore dopo.... ecco quell'esercito tanto fresco di gioventù, tanto pieno di vita, tanto forte di ardimento e di fede, quell'esercito idolatrato dalla patria, frutto di tanti sacrifici, oggetto di tante cure, argomento di tante trepidazioni e di tante speranze; eccolo, poche ore dopo, vinto, disordinato e sparpagliato per la campagna, rifar mestamente le vie percorse il mattino quasi in sembianza di vincitore.... Ah! gli è uno spettacolo che strazia l'anima, che atterra, che schiaccia; è un dolore che nessuna parola umana basta a significare.--Chi ci renderà,--domandavamo desolatamente a noi stessi,--chi ci renderà il nostro cuore di stamane, il nostro orgoglio, la nostra fede, la nostra forza? Chi ci richiamerà negli occhi quelle lagrime d'entusiasmo? Chi rialzerà l'edifizio su queste dolorose rovine? E che dirà il paese?... Oh, il paese!--Il pensiero ne rifuggiva atterrito; ci pareva di risentire le grida e gli applausi con cui le popolazioni delle città ci avevano accompagnati alle porte, e quegli applausi e quelle grida ci scendevano nel cuore e gli davan delle strette terribilmente dolorose.--Oh tacete!--dicevamo dentro di noi--tacete, siamo soldati, e il nostro povero cuore si spezza!--

Seguì un minuto di silenzio. Il consigliere esclamò mestamente:

--E che scompiglio, figuriamoci, dev'esservi stato quella sera!...--

L'ufficiale rispose con un cenno del capo. Altro minuto di silenzio.

--E la sua divisione--interrogò con molta dolcezza il padrone di casa--a che ora, presso a poco, cominciò a ritirarsi?--

L'accento della domanda e l'atteggiamento del volto esprimevano apertamente il suo vivo desiderio di sapere come le cose fossero veramente andate, e non come le dicevano o l'avevano dette i giornali. L'ufficiale capì, e, come egli era un molto facondo parlatore, cominciò subito così:

--Se la memoria non m'inganna, la mia divisione cominciò a ritirarsi dal campo poco dopo il tramonto. I diversi corpi giungevano a passi concitati dalle diverse parti della campagna sullo stradone che mette in Villafranca; quivi le file si disfacevano, i reggimenti si mescolavano, ogni apparenza di ordine scompariva, e una turba tumultuosa si versava di corsa nella città, allagando rapidamente la via principale e la piazza e i vicoli e i cortili di gran parte delle case. Arsi dalla lunga sete, una gran parte dei soldati si slanciò ai pozzi con un'avidità rabbiosa e con certe grida di gioia selvaggia che mettevano spavento. Dieci, venti, trenta, i primi col ventre sul parapetto, gli altri col petto sulla schiena dei primi, si spenzolavano sopra la bocca d'un pozzo, co' piedi sollevati da terra, a gran rischio di cader giù a capo fitto, e si contendevano colle mani convulse la fune, il secchio, la manovella, respingendosi l'un l'altro a colpi di gomito, a fiancate, a pedate, minacciandosi di por mano alle baionette e urlandosi nell'orecchio imprecazioni e bestemmie; finchè il secchio, tirato su da dieci braccia vigorose, cominciava a vedersi luccicare; e allora le ire e le grida e le percosse raddoppiavano, tutte le braccia si protendevano all'ingiù per afferrarlo le prime; su, su, ancora un tratto, ancor un altro, eccolo; venti mani lo afferrano, dieci bocche infocate gli s'inchiodano agli orli, tira di qua, tira di là, l'acqua agitata trabocca e si spande sulle faccie e sui panni e sul terreno; chi ha bevuto? nessuno; così da per tutto. La più parte dei soldati si erano sparpagliati pel paese; qualche battaglione, fraintesi gli ordini ricevuti, non era nemmeno entrato in Villafranca, e s'era diretto verso la strada di Goito pei sentieri dei campi; ond'è che dei corpi non restava più, si può dire, che il nucleo; il colonnello, il portabandiera, gran parte degli ufficiali e pochi soldati; delle bande, nessuna. La folla di cui eran piene le strade mandava un gridìo assordante; era un chiamarsi ad alta voce, un fender la calca a spintoni, un correre di ufficiali qua e là ad agguantare soldati pel braccio e riunirli e spingerli intorno alla bandiera, un via vai di aiutanti di campo e di staffette a cavallo; nel centro della piazza un aggrupparsi frettoloso di colonnelli e di ufficiali di stato maggiore, un interrogare ansioso, un dare e rivocare concitato di comandi; tutti ansanti, co' volti accesi; gli sguardi, gli atti, gli accenti improntati d'un abbattimento, d'una costernazione profonda: uno spettacolo desolante. Finalmente, come Dio volle, seguìto da una trentina di soldati, che dovettero sfilare uno a uno fra una colonna di carri e le ultime case del paese, fui fuori all'aperta campagna, sulla strada che mena a Goito. Ritrovai il mio battaglione, ridotto a uno sciame di poco più di duecento soldati, e con esso proseguii il calmino. A poco a poco si fece buio perfetto; non ci si vedeva di qui a lì; mezza la strada ingombra di carri d'artiglieria e di provianda che si fermavano ad ogni tratto, così che s'aveva un gran da fare a non rompersi il viso contro la punta di qualche sbarra e a guardarsi i piedi dalle ruote; fossi a destra e a sinistra della via; paracarri e mucchi di pietre ad ogni passo; di tratto in tratto carri rovesciati nel bel mezzo della strada, e sacca aperte ed ogni maniera di provvisioni da bocca sparpagliate; ad ogni po' di cammino il carretto d'un vivandiere fermo, con suvvi un lumicino e attorno una grossa turba di soldati che impedivano il passo ai sopravvegnenti; di tempo in tempo un qualche maggiore o ufficiale di stato maggiore a cavallo che ti capitava alle spalle mentre men te 'l pensavi, e pover'a te se non eri lesto a scansarti; da tutte le parti gruppi di soldati che ti obbligavano a serpeggiare sulla via come una saetta; ad ogni momento canne di fucili che venivano a un pelo dal cavarti gli occhi e violenti urtoni di addormentati; un polverio denso e continuo che t'empiva gli occhi e la bocca; un incessante vociare di soldati d'artiglieria contro i carrettieri borghesi, che, storditi in mezzo a tanto scompiglio, ingombravano malamente la strada; un gridar rabbioso d'ufficiali che s'affaccendavano invano a rannodare gli sparsi avanzi del proprio pelottone; soldati che salivano e scendevano continuamente dalla strada nei campi e da' campi sulla strada, precipitando e rotolando giù per le sponde dei fossi; in somma una confusione, un frastuono, uno stordimento da non potersi ridire; una notte d'inferno. Oh! gli è un gran tristo spettacolo quello d'una ritirata!