La vita militare: bozzetti

Part 8

Chapter 83,633 wordsPublic domain

--Bevi, bevi; ti farà bene, ti ridarà un po' di forza.--Bevve.

--Vuoi mangiare? Per ora non c'è altro che un po' di pane.--Oh! lanterna, porgi un pezzo di pane.--

Il soldato che tenea la lanterna trasse premurosamente un pezzo di pane dalla tasca e glie lo porse.

--No, grazie.... non ho mica fame.

--Mangia, mangia; è molto tempo che cammini; hai bisogno di rinvigorirti lo stomaco, mangia.--

Esitò un momento; poi afferrò il pane con tutte e due le mani e lo addentò coll'avidità d'un affamato.

Ci guardammo tutti in faccia.--Di' la verità: quanto tempo è che non mangi?

--È da questa mattina di buon'ora.

--Oh!--

In quel punto s'udì uno squillo di tromba; ci rimettemmo in via. Dopo poco più d'una mezz'ora Carluccio fu colto un'altra volta dal sonno. Gli domandammo ripetutamente s'ei volesse coricarsi sur uno dei carri del vivandiere, ed egli ripetutamente ricusò dicendo:--Non son mica stanco io.... non ho mica sonno.--Ma tratto tratto gli si chiudevan gli occhi irresistibilmente, e si soffermava, e, rimasto un istante immobile come una statua, ripigliava poi l'andare a passi ineguali, descrivendo sulla strada dei lunghi zig-zag e andando talvolta a dar colla testa nel gomito dei soldati....--Animo, Carluccio, vieni con me.--Lo presi per mano e lo condussi alla coda della colonna, dove, scambiata una parola col vivandiere, lo feci coricare sopra un carro, mentre ei mi andava tuttavia ripetendo:--Non sono mica stanco, io.... non ho mica sonno.... voglio camminare ancora.... voglio....--E s'addormentò d'un sonno profondo mormorando che non aveva bisogno di dormire e che voleva camminare. Poco più di un'ora dopo il reggimento si fermò di nuovo per qualche minuto. Appena sonata la tromba, i soldati dell'ultima compagnia, che mi avevano veduto condurre Carluccio dal vivandiere, accorsero e si affollarono intorno al carro. Un d'essi staccò la lanterna dal fucile e l'avvicinò al volto del ragazzo; gli altri si chinarono a guardarlo. Seguitava a dormire placidamente; teneva la testa appoggiata sopra un sacco di pane, ed aveva ancora gli occhi rossi e la guancia molle di lagrime.--Che bel bambino!--disse sottovoce un soldato.--Come dorme di gusto!--mormorò un altro.--Un terzo allungò la mano e gli strinse una guancia tra l'indice e il medio.--Giù quelle manaccie!--gridarono tutti gli altri.--Lascialo stare.--Lascialo dormire.--Carluccio si svegliò, e lì sul momento, a vedersi tutti quei soldati davanti, ebbe un po' di paura; ma si tranquillò tosto, e sorrise.--Di chi sei figlio?--gli domandò un soldato. Carluccio esitò un istante e poi, sovvenendosi del mio consiglio, rispose serio serio:--Sono il figlio del reggimento.

Tutti i soldati si misero a ridere.--Chi ti ha condotto con noi? Dove fosti trovato?

Altra esitazione, e poi colla più gran serietà:--Mi hanno trovato nel fodero della bandiera.--

I soldati diedero in una risata più forte di prima.--Qua la mano, camerata!--gridò un caporale porgendogli la mano. Carluccio gli porse la sua e se la strinsero.--Anche a me!--disse un altro soldato, e Carluccio strinse la mano anche a lui. E così l'un dopo l'altro tutti gliela porsero ed egli la strinse a tutti. L'ultimo gli disse forte:--Amici per la pelle, non è vero, bambino?--Ed egli rispose gravemente:--Amici per la pelle.--In quel momento sonò la tromba, i soldati s'allontanarono ridendo, ed io, comparso tutto ad un tratto dinanzi a Carluccio, gli domandai:--Ebbene? Che cosa m'hai da dire di bello?--Mi guardò, sorrise, e rispose:--I soldati mi vogliono bene.--

III.

Arrivammo al campo intorno alla mezzanotte; non mi ricordo quante miglia si fossero fatte da Padova in poi, nè in che punto, presso a poco, si spiegassero le tende. Qualche villaggio, in vicinanza del campo, v'era di sicuro; ma per quanto si guardasse in giro non appariva cima di campanile nè vicino nè lontano. Il cielo, già nuvoloso e scuro che non ci si vedeva una stella, si era fatto sereno. Il prato dove il reggimento doveva piantar le tende era tutto rischiarato dalla luna e circondato d'alberi grandi e folti, che gli facevano intorno intorno un'ombra scurissima; vi regnava un silenzio e una quiete di cimitero; era un luogo pieno di bellezza cupa e severa; e l'animo nostro ne fu in tal modo colpito che si entrò nel campo tacitamente, e tacitamente ci si schierò, guardando attoniti di qua e di là, come se ci trovassimo in un giardino incantato.

In poco d'ora si piantò il campo, si condussero i carri al loro posto, si posero le sentinelle; le compagnie si riordinarono, senz'armi, in mezzo alle proprie tende; e i sedici furieri cominciarono ad alta voce l'appello, ciascuno ritto dinanzi alla sua compagnia, con da un lato gli ufficiali e dall'altro un soldato colla lanterna a illuminargli il taccuino. Intanto Carluccio, ricondottomi dal vivandiere, era corso a nascondersi in mezzo a due tende e stava là tra impaurito ed attonito a contemplare quello stupendo spettacolo che è un campo illuminato dalla luna. Quella moltitudine di tende biancheggianti in lunghe file fino a perdersi nell'ombra degli alberi lontani; quei cinquecento fasci di baionette luccicanti; tutta quella gente e pur quella sì profonda quiete; e quelle voci monotone dei furieri gradatamente men distinte e più fioche, dalla compagnia li accosto giù giù fino all'ultima, là in fondo, dove la lanterna appare appena appena come una lucciola; e poi il tacersi successivo anche di queste voci, e il misterioso silenzio, e, a un segno di tromba, il subito rompersi delle file e lo sparpagliarsi rumoroso; e sotto le tende, al buio, quel confuso gridìo e quell'affaccendarsi frettoloso a comporre i letti co' cappotti, le coperte e gli zaini, finchè a poco a poco in tutto il vasto campo si ristabilisce la quiete e una tromba non vista impone con prolungati e quasi lamentevoli squilli il silenzio.... è uno spettacolo che commove. Carluccio non aveva mai veduto un campo, e ne rimase profondamente ammirato e quasi intenerito. E ci sarebbe di che intenerirsi davvero, chi potesse vedere dentro tutte quelle tende! Quanti moccolini accesi segretamente in mezzo a due zaini, accanto a un foglio di carta da lettere sgualcito, dinanzi a una faccia in cui si palesano ad un tempo e la fatica del lungo cammino e la paura dell'ufficiale di guardia, che pover'a noi se si avvede del lume, e la lotta penosa fra l'affetto che prorompe impaziente e la parola che s'ostina a non venir fuori! Quello è il luogo e quella è l'ora dei ricordi melanconici. Là, sotto quelle tende, quando tutto tace all'intorno, là s'affollano le immagini dei parenti lontani e degli amici del proprio paese, immagini vive e parlanti; care, su tutte, quelle delle madri che vengono ad accomodar lo zaino sotto la testa al figliuolo pregando dentro al core:--Dio mio! fate che non sia questo il suo ultimo sonno!--Chi non ha versato una lagrima, la sera, sotto la tenda, a quell'ora?

--Vieni qua, Carluccio.--

Venne, e io lo condussi sotto la tenda conica della mia compagnia, dove m'avevano preceduto gli altri due ufficiali subalterni (il capitano era malato); due di que' giovani pieni di cuore, che, sotto l'apparenza d'un'indole dolce e mansueta, racchiudono un'anima capace di grandi cose; di quei bravi soldati che, ignorati o indistinti dai più nelle congiunture della vita ordinaria, giganteggiano improvvisamente sul campo di battaglia, e si rivelano eroi, e fanno dire dalla gente:--chi l'avrebbe mai detto!--Gente che ama la vita soltanto per questo, che, quando occorre, si può spenderla a un buon fine.

La tenda era illuminata da una candela confitta in terra, e i miei due amici stavan seduti uno di qua e l'altro di là, colle gambe incrociate sopra uno strato di paglia che le nostre ordinanze aveano frettolosamente raccolta in una scappatella dal campo. Appena entrati, ci sedemmo anche noi e si cominciò a chiacchierare.

Carluccio teneva gli sguardi bassi e appena appena, quand'era interrogato, osava levarceli in volto un momento per riabbassarli subito dopo. Aveva ancora gli occhi gonfi e rossi dal gran piangere, e gli tremavano le mani e la voce, e quelle non sapea come muovere o dove tenere, e questa gli usciva rauca e fioca, che era una pietà a sentirlo; imbarazzato e confuso come un colpevole, povero ragazzo! A forza d'interrogarlo e di pregarlo e di fargli coraggio a parlare, riuscimmo a snodargli la lingua e a cavargli di bocca qualcosa di più particolare intorno alla sua famiglia. Poi a poco a poco egli pigliò animo e s'infervorò nel discorso, confortato dagli atti d'assentimento e di pietà che andavamo continuamente facendo alle sue parole, per modo che, a un certo punto, noi pendevamo dal suo labbro, meravigliati e commossi.

--Non è mia madre vera--egli diceva--ecco perchè non mi vuol bene. L'altra che era mia madre vera e che è morta, l'altra mi voleva bene, e molto; ma questa che ho adesso.... È lo stesso come se non ci fossi, io, in casa; mi dà da mangiare, questo sì, e anche da dormire; ma non mi guarda quasi mai, e quando mi parla mi parla sempre come se fossi un.... come se avessi fatto qualche gran male; e io invece non faccio mai niente di male a nessuno, e tutti possono dirlo, e i vicini di casa mi vogliono più bene di lei.... Gli altri due ragazzi che sono più piccoli di me, oh quelli lì non c'è caso che li faccia piangere! Sono sempre ben vestiti, ed io paio uno di quelli che vanno a domandare l'elemosina....

--Poverino!--gli disse uno dei miei amici facendogli una carezza.

--E poi essa non mi conduceva mai a passeggiare cogli altri due. Certe volte mi lasciava chiuso in casa, solo, quelle sere di domenica che si vede passare tanta gente nella strada, e io stava alla finestra ad aspettare che essi ritornassero, ed essi non tornavano mai e io mi addormentavo colla testa sopra il davanzale. Poi, quando tornavano, essa mi sgridava; io era rimasto chiuso in casa, e loro erano andati al teatro o al caffè, e gli altri due ragazzi me lo venivano a dire nell'orecchio:--Noi siamo andati, e tu no, e tu no,--e poi mi facevano anche le corna perchè io mi arrabbiassi, e se io mi metteva a piangere, essi mi burlavano e la mamma non diceva niente. E a me quelle cose lì mi facevano dispiacere, ecco, perchè io a loro non avevo mai fatto niente di male, e tutte le volte che l'uno o l'altro mi veniva a far le belle e mi pigliava la voglia di lasciargli andar giù qualche.... mi trattenevo sempre e avevo pazienza. V'era delle volte che la mamma, quando avevano finito di mangiare, mi faceva portar via i piatti, e mentre li portavo via i ragazzi mi dicevano:--Guattero.--Oh Dio! Se mi avessero dato un pugno sulla testa non mi sarebbe rincresciuto tanto come sentirmi dire quella parola.... Una volta, la sera d'un giorno di festa, la mamma tornò a casa tardi tardi e aveva il viso tutto rosso e gli occhi tutti lustri lustri e parlava e rideva forte cogli altri due, e tutti e tre si posero a cenare e la mamma bevve tutta la bottiglia del vino. E dopo che ebbero finito, mi chiamò, mi pose tutti i piatti tra le mani, e mi disse:--To', porta via, mariuolo; è il tuo mestiere.--E mi diede un calcio e si misero a ridere tutti e tre. Io non dissi niente; ma quando fui in cucina posai i piatti e mi gettai sopra una seggiola e stetti lì a piangere come un disperato, al bujo, fin che se ne andarono a dormire. Se non era Giovannina, una giovane che stava di casa vicino a noi e faceva la sarta e mi voleva bene, io sarei stato sempre tutto stracciato....

--Povero bambino! ripetè il mio amico. Io gli domandai in che modo s'era risoluto a fuggire.

--Da principio--egli rispose--io volevo scappare con una compagnia di ciarlatani, di quei che fanno i giuochi e che quando trovano dei ragazzi che nessuno li vuole, se li pigliano con sè; ma poi mi hanno detto che c'è dei giuochi che per insegnarli a fare i ciarlatani bisogna che sloghino le ossa delle spalle, e che bisogna averle slogate fin da piccoli, e io era già troppo grande, e non sono scappato. La mamma intanto continuava a trattarmi male e a darmi poco da mangiare. Ma un bel giorno cominciarono a passare i soldati dell'Italia, e tutta la gente faceva una gran festa a quei soldati, e i ragazzi li accompagnavano fuori di città e ce n'era di quelli che li accompagnavano anche per molte miglia; e anzi io ho saputo che ce n'erano scappati da casa due o tre, ed erano stati via due o tre giorni, e poi se n'erano tornati, e dicevano di aver mangiato del pane dei soldati e dormito sotto le tende. Io pensai subito a scappare. Mi ci provai due o tre volte; ma quando cominciava a farsi buio, mi pigliava un po' di paura, e tornavo a casa. Ma ieri mattina mia madre mi picchiò con una verga e mi fece molto male; guardino qui i segni nelle mani, e poi me ne ha date anche nel viso, e tutto questo perchè io avevo risposto:--Crepa,--a uno dei ragazzi che mi burlava dicendo che ho le scarpe che sembrano barche; e non mi diedero nemmeno un pezzo di pane, e po' la sera mi lasciarono solo in casa. Io stava alla finestra colle lagrime agli occhi ed ero proprio disperato, quando tutto ad un tratto ho sentito suonar la musica, sono uscito subito di casa e appena vidi che erano i soldati del re che c'è adesso, di quello che è venuto a liberare, mi sono gettato in mezzo a loro, e non li ho più lasciati... Poi lei mi parlò.... (e mi guardava). Poi mi hanno detto che non avessi paura, mi hanno dato da mangiare... Io avevo una fame! E mi dissero poi ancora che mi volevano tenere con loro.... Ma io non voglio mica star qui come un povero a mangiare il pane per niente; io voglio lavorare.... spazzolerò i panni.... (e mi toccava la tunica), porterò da bere, andrò a prendere la paglia per dor....--

Ci alzò gli occhi in volto, fece un atto di sorpresa e rimase attonito a guardarci. Uno dei miei amici gli gettò le braccia al collo e se lo strinse sul petto, mormorando:--Povero ragazzo!--

E stettero tutti e due immobili così.

IV.

Sul far del giorno, prima ancora che si sonasse la sveglia, ci destò il rumore d'una pioggia fittissima e un violento scoppio di tuono. Misi io pel primo la testa fuori della tenda. Nel campo, all'infuori delle sentinelle, non si vedeva anima viva; ma tutti o quasi tutti i soldati eran già desti. Di fatti, allo sfolgorar d'ogni lampo, sonava da tutte le parti dell'accampamento un acutissimo e prolungatissimo brrr, come fanno i burattinai per annunziar l'apparire e lo sparire del diavolo; e ad ogni scoppio di tuono un altro fragoroso e prolungato grido ad imitazione di quello scoppio. Indi a poco fu sonata la sveglia, e il capitano di guardia chiamò gli ufficiali di settimana al rapporto per annunziare che dentro tre ore ci saremmo rimessi in cammino. Questo annunzio mi fece subito pensare a Carluccio. Io non m'ero ancora domandato che cosa alla fin fine avremmo fatto di quel ragazzo.--Il figlio del reggimento! Son due belle parole e presto dette; ma avevamo noi il diritto di tenerlo lontano da casa? E chi si sarebbe addossata questa responsabilità, poichè qualcuno avrebbe pur dovuto addossarsela?--Parlai di questo agli amici e tutti convennero ch'era necessario provvedere al rinvio di Carluccio, scrivendo al Sindaco di Padova e rivolgendosi alle Autorità del villaggio più vicino. Era una decisione dolorosa codesta; ma come farne a meno? Mi restava però una speranza: e se da Padova non rispondessero? E se la matrigna non rivolesse più il suo figliastro? L'incarico di scrivere a Padova me lo assunsi io stesso e a gran malincuore e a stento, scrissi; ma l'altro incarico, quello di condur Carluccio al villaggio e di consegnarlo alle Autorità, oh questo poi non me lo volli proprio addossare.--Ci pensino gli altri--dissi tra me;--io la mia parte l'ho fatta.--E cercai e pregai uno per uno i miei amici perchè facessero quel che restava da farsi.--Che c'entro io?--mi fu risposto da ognuno di loro.--Ed io?--domandavo alla mia volta.--Ebbene, non c'entriamo nessun dei due.--E il dialogo si troncava così. Tornai alla tenda indispettito.

--Carluccio!

--Che cosa vuole, signor ufficiale?

Bisogna che tu venga con me fino al villaggio, a pochi passi di qua.--

Un subito sospetto gli attraversò la mente; si fece serio serio, e mi guardò fiso negli occhi. Io non aveva saputo dissimulare il mio disegno nè col suono della voce nè coll'espressione del viso; mi voltai da un'altra parte, e finsi di cercar qualcosa nella mia borsa da viaggio.

--Mi vogliono mandare a casa!--egli gridò tutt'ad un tratto; ruppe in un pianto disperato, si gettò in ginocchio ai miei piedi, e ora giungendo le mani, ora afferrandomi per la tunica, cominciò a dire con impeto vivissimo di passione:--No, no, signor ufficiale, non mi mandino a casa, per pietà, per pietà; io non posso tornare a casa, io piuttosto vorrei morire; mi tengano qui, mi diano da fare tutto quello che vogliono chè io farò tutto, e al mangiare ci penserò io.... Per pietà, signor ufficiale, non mi facciano tornare a casa....

Io mi sentiva straziare il cuore; mi contenni un istante e poi proruppi anch'io:--No, no, datti pace, Carluccio, non piangere, non aver paura, non ti rimanderemo a casa, no; resterai con noi, sempre con noi, ti vorremo sempre bene...; te lo prometto, stanne sicuro, non piangere, povero ragazzo; non pianger più....

A poco a poco si quietò.

--Non sono proprio nato per far le parti terribili, via,--dissi tra me uscendo dalla tenda;--non c'è altro che aspettare la risposta da Padova, e poi.... e poi vedremo ciò che sarà da fare.--

Due giorni dopo ci accampavamo in vicinanza di Mestre, dove restammo fermi quasi un mese, fino alla stipulazione dell'ultimo armistizio, vale a dire fino a quando ritornammo indietro verso Ferrara.

Passano cinque giorni, ne passano sette, ne passano dieci, e la risposta da Padova non arriva. Si scrive un'altra volta, s'aspetta altri cinque giorni, altri sette, altri dieci, e nessuna risposta.--Che si siano smarrite le lettere? io pensava. Niente di più facile con questo bel servizio di posta! O che l'abbiano ricevute e, assorti in cure più gravi, non se ne sian dati per intesi? Anche questo è possibile. O che, bandita la voce del fatto, la matrigna, pur riconoscendo dai contrassegni che il ragazzo in quistione era il suo, abbia fatto orecchie da mercante, contentona che l'esercito liberatore abbia liberato anche lei da un ospite importuno? Ah! questa è la più probabile. Anzi la dev'essere andata così di sicuro. E in questa certezza non si scrisse più nè a Padova nè altrove. E con che pro si sarebbe scritto se non eravamo riusciti nè colle buone, nè colle cattive a strappar dalla bocca di Carluccio nè il cognome suo, nè quello della matrigna, nè la casa, nè il mestiere, nè qualsivoglia altro indizio per cui riuscisse possibile di scuoprire la sua famiglia?

V.

Carluccio continuò a restare con noi. Si provvide subito a rinnovargli i vestiti, perchè i suoi, già dapprima ricisi e rattoppati da tutte le parti, oramai gli si erano sciupati del tutto in quei due o tre giorni di marcia, e gli cadevano a brani. Un cappelletto di paglia, una giacchettina e un par di calzoni di tela, una bella cravatta rossa, due scarpette ben adatte al suo piccolo piede: oh povero ragazzo, come fu contento quando gli presentammo tutta codesta roba! Pareva che non credesse ai suoi occhi; si fece rosso, voltò la testa da un'altra parte, aveva quasi il sospetto che gli si volesse fare una burla, fece molte volte col gomito l'atto di respingere da sè quell'insperato regalo, e tenne lungamente il mento sul petto. Ma quando vide che noi cominciavamo a stizzirci un poco di quella sua restìa incredulità e facevamo l'atto di andarcene dicendo:--Vestiremo un altro ragazzo;--allora alzò all'improvviso la testa, fece un passo verso di noi, accennò colla mano che ci fermassimo ed esclamò con voce di pianto:--No! no!--Ma si vergognò tosto di quel suo pregare, e chinò un'altra volta la testa e stette là immobile cogli occhi bassi e pieni di lagrime. Quando poi ebbe i suoi panni in dosso ne fu tanto imbarazzato che non sapea più nè camminare, nè gestire, nè parlare.

--Cospetto, Carluccio!--gli dicevano i soldati facendogli largo quando passava furtivamente in mezzo a loro;--cospetto che lusso!--Ed egli diventava rosso, e via di corsa.

Ma in capo a poco più d'una settimana si fe' vispo, disinvolto e arditello come un tamburino; divenne amico di tutti i soldati della nostra compagnia e di gran parte dei soldati delle altre, e di tutti gli ufficiali del reggimento, e d'allora in poi prese a condurre una vita continuamente operosa e utile a sè ed agli altri. Dormiva sotto la nostra tenda. La mattina, al primo rullo di tamburo, era in piedi e spariva. Non eravamo ancora ben desti, che già egli era tornato dalla cucina del nostro battaglione col caffè, col rum, o con altro che fossimo assuefatti a pigliare, e:--Signor ufficiale,--diceva con quella sua vocina rispettosa,--è ora....--Ora di che?--si brontolava noi con voce aspra e arrantolata, soffregandoci gli occhi.--Ora che si levino.--Ah! sei tu Carluccio? Qua la mano.--E gli davamo una stretta di mano che lo metteva di buon umore per tutto il giorno.