La vita militare: bozzetti

Part 5

Chapter 53,819 wordsPublic domain

Al primo apparire del prigioniero, il soldato ferito balzò dal tavolaccio, fe' un salto verso di lui, gli si pose dinanzi faccia contro faccia, lo fissò un momento cogli occhi stralunati ed accesi, mise un grido che gli uscì tronco e rauco fra i denti digrignati, die' un passo indietro, e appoggiandosi fieramente sopra il piede destro e levando la mano sinistra coll'indice teso sul volto a quel miserabile che lo guardava atterrito:--Ah sei tu!--urlò con una voce che gli agghiacciò il sangue;--sei tu! ti riconosco! Tu m'hai dato del birro nella via, m'hai rotto la testa con un sasso sulla piazza; birro! birro a me! a un soldato! Ah!--Gli si avventò contro, lo afferrò al collo per la giacchetta e per la camicia, lo inchiodò con una spinta alla parete, sollevò un pugno nocchiuto, convulso, gli pigliò la mira del capo coll'occhio bieco e sanguigno.... Tutto questo in un lampo; i presenti s'interposero, li divisero, due soldati afferrarono e trattennero per le braccia il ferito, un caporale sorresse quell'altro disgraziato che stava per cadere, e tutti e due stettero così qualche momento a guardarsi negli occhi ansando e sbuffando; l'uno, bianco dalla paura, le braccia penzoloni e il capo abbandonato sopra una spalla; l'altro colla faccia alta ed accesa, i pugni serrati e tutta la persona agitata da un tremito violento. Intanto una folla di curiosi s'era radunata davanti alla porta del corpo di guardia.

L'uffiziale guardava attonito gli uni e gli altri, e collo sguardo e col gesto dimandava al sergente e al caporale la cagione dell'accaduto. Il sergente, in mezzo a un silenzio generale, raccontò tutto quel che sapeva. L'uffiziale ascoltò attentamente, stette un minuto sopra pensiero, diede uno sguardo ai cittadini che s'erano avanzati fino alla soglia della stanza, come per dire:--Sentite,--e poi volgendosi al prigioniero:--Cosa faresti tu--gli domandò--a un soldato che t'avesse tirato una pietra nella testa?... Non temere; per parte nostra non ti sarà torto un capello; i soldati non si vendicano; stanne pur sicuro. Lo vedi questo qui?--E indicò il soldato ferito.--Se adesso i tuoi compagni se la pigliassero con te e ti volessero ammazzare, egli si getterebbe fra te e loro e si buscherebbe un'altra sassata per difenderti. Ma tienti bene a mente, e questo lo dico per tutti quelli che mi sentono (e accennò la porta); tenetevi bene a mente questa verità: che c'è qualcuno ancor più scellerato, più vigliacco e più spregevole dell'assassino che salta dal cespuglio sulla strada e pianta il coltello nelle reni al viandante senza sospetto e senza difesa; e questo qualcuno è colui che tira un sasso nella testa a un soldato e poi fugge a nascondersi nella folla dei curiosi e degli onesti, dove sa che la sua baionetta non può penetrare. E poi se quella baionetta lo raggiunge.... eravamo inermi! si grida, eravamo inermi! e s'incrociano le braccia sul petto e si abbassa la testa e si fa le vittime!... Eravamo inermi! È una menzogna! Voi lo sapete che vi son degl'insulti che ci straziano l'anima, che ci offuscano la ragione, e che per noi i vostri torsi di cavolo sono punte di coltello nel cuore.... Credetelo; perchè i soldati si facciano rompere coraggiosamente il petto dalle palle dei nemici bisogna che essi vadano alla guerra senza il cappotto macchiato dalle buccie di limone dei loro concittadini; il soldato assuefatto ai fischi del suo popolo non si assuefarà mai ai fischi delle palle sul campo di battaglia.... Non crediate per questo che egli serbi rancore contro di voi, e che le vostre offese possan mai fargli intiepidire nel cuore l'affetto pel suo paese. Se domani il paese lo manda alla guerra, egli ci va allegramente colle cicatrici delle vostre sassate sul viso, e in mezzo agli applausi e ai saluti dimentica i fischi del giorno innanzi, e stringe le mani che lo hanno percosso. Ma pensate però che questo soldato che pone il suo petto fra voi e i vostri nemici, che accorre al vostro capezzale nei giorni delle epidemie, che spegne gl'incendi delle vostre case, che veglia le notti alla campagna per difendere le vostre terre e le vostre famiglie dalle bande degli assassini; pensate che questo soldato non ha che un solo conforto, un solo compenso a tante fatiche, a tanti pericoli, a tanti sacrifizi, e questo compenso è la stima e l'affetto dei suoi concittadini.... Guai se glielo torrete! Le fatiche gli diventeranno insopportabili, i pericoli gli faranno paura, la virtù del sacrifizio troverà il suo cuore chiuso e ghiacciato, e allora.... allora pensate che in quest'esercito avete i vostri fratelli, i vostri amici, che domani ci sarete forse voi stessi, che un giorno ci manderete i vostri figliuoli.... Basta così; alzati, sciagurato.--

Il prigioniero era caduto ai piedi dell'uffiziale.

--Bravo! Sicuro! Giustissimo!--esclamò con voce commossa la gente che era sulla soglia, e a poco a poco entrò nella stanza.

--Alzati!--ripetè l'uffiziale. Quegli si alzò.--Scusi, signor tenente--disse uno della folla facendosi innanzi e ponendosi una mano sul petto;--quest'uomo deve domandar perdono al soldato che ha ferito.--Tutti approvarono.

L'uffiziale interrogò collo sguardo il soldato; questi scrollò una spalla. La gente insistè; l'uffiziale e il soldato dissero un'altra volta di no. La folla, più vivamente commossa dalla generosità di entrambi, ripetè con molto calore le sue istanze. Allora il prigioniero si prostrò spontaneamente ai piedi del soldato. Metteva pietà: era tutto stravolto e tremante; ansava forte colla faccia nascosta nelle mani e tentava e non poteva profferire quella parola, che più che dal volere degli astanti, gli era forse imposta dal cuore. Il soldato lo guardò un istante in aria di compassione.

--Perdonagli!--gli disse l'uffiziale.

--Per me,--rispose il soldato con un accento che volea parer noncurante e non l'era,--per me.... gli ho già bell'e perdonato.

--Bravo!--dissero ad una voce i soldati, i cittadini e l'uffiziale.

Intanto questi aveva acceso un sigaro alla lanterna e lo teneva fra le dita. Il prigioniero uscì, scortato dal sergente e da quattro soldati, asciugandosi gli occhi colla manica della giacchetta; tutta l'altra gente, mormorando, lo seguì.

--E tu sta allegro, veh!--disse l'uffiziale al ferito battendogli una mano sulla spalla e ponendogli coll'altra il sigaro in bocca.

Il soldato addentò il sigaro sorridendo, mandò fuori due o tre boccate di fumo, e poi, premendone la punta tra l'indice e il pollice per farlo meglio fumare, rispose con una faccia perfettamente serena:

--Sicuro che sto allegro.... ma capirà bene, signor tenente, che, in fin dei conti, le son cose che annoiano.

--Oh! te lo credo!--esclamò l'uffiziale ridendo.

Tutti i soldati risero, rise anch'esso il povero ferito, e si continuò a chiacchierar di bubbole per un altro paio d'ore, tanto che, in fin dei conti, la fu una delle più allegre serate.... che si possano passare in un corpo di guardia.

LA MADRE.

Allorchè l'inverno muore lentamente nella primavera, nelle sere di que' bei giorni limpidi, queti, senza vento, in cui si tennero spalancate per le prime volte le porte e le finestre, e si stesero fuori dei davanzali i vestiti da estate, e si portarono sulle terrazze i vasi dei fiori, in codeste belle sere chiare e stellate, anche le città,--non solamente quell'eterna campagna de' poeti,--offrono uno spettacolo vago, gentile, pieno di allegrezza e di vita. A passeggiar per le vie, si sente di tratto in tratto nel viso un'ondata d'aria tepida, odorosa, di che? di quai fiori? di quali erbe? non si sa; son profumi indistinti, ignoti, che sentono di freschezza, di gioventù, di vita. E quell'aria si aspira con voluttà aprendo la bocca e dilatando le narici, e pare che ci rinfreschi il sangue e ci rinnuovi la vita.--Oh, che buon'aria!--esclamiamo di tratto in tratto, e, quasi senza volerlo, quasi senza addarcene, di cantonata in cantonata, di via in via, ci troviamo fuori delle mura, lungo i viali circostanti alla città, nei giardini, e scopriamo e solleviamo la testa per sentirci alitare su tutta la fronte e scorrere fra mezzo ai capelli quella buon'aria soave.

Quelle sere non si può stare in casa, o, se ci si ha da stare, si sta affacciati alla finestra a guardar giù nella strada la insolita frequenza e l'insolito moto, e a rodersi del non poter discendere in mezzo a quella gente; che andare a letto per tempo e non godere, neppure dalla finestra, una così bella serata, ci parrebbe un peccato.

Nelle vie principali è un vero formicolìo. Le case son vote. Le famigliuole, anche le più casalinghe, si decisero ad uscire dal guscio; il babbo si affacciò alla finestra, guardò giù, guardò il cielo:--Bel tempo!--esclamò, e voltosi alla famiglia che gli stava dietro aspettando un cenno:--usciamo--disse allegramente, e dopo molto correre e vociare di qua e di là per tutte le stanze battendo palma a palma e mettendo sossopra la casa per cercare le vestine e i cappelli al buio, i ragazzi son pronti e la brigatella si mette in moto. Anche la nonna, povera vecchia, si sente quella sera fuggire qualche anno d'addosso e, malgrado i malanni abituali, esce anch'essa, appoggiata al braccio del nipote più savio. La comitiva si allunga giù per la via, due a due; i ragazzi innanzi salterellano e sfringuellano tra loro dando colla testa e colle mani nelle gambe a chi passa; i vecchi indietro, zoppicando e tossendo, badano a scansare le carrozze e a non perder d'occhio i fanciulli. Gli sposi di fresco e i fidanzati girano, due a due, e rigirano per le vie più quiete e pei viali dei giardini, stretti pel braccio, appiccicati, le teste che si toccano, le dita che si stropicciano, le gambe che si rasentano, e lì a dire e a dire e a dire, e a scambiarsi delle lunghe occhiate, e dei lunghi sospiri, e delle lunghe strette di mano, esclamando di tratto in tratto cogli occhi volti al cielo:--Com'è bella, questa sera, la luna!--La sartina torna dalla bottega alla casa dondolando rasente i muri la personcina leggera, e facendo le viste di non accorgersi di un cappello cilindrico che le tien dietro passo per passo, e le si parerà dinanzi alla svolta di quella tal cantonata, buia che è un piacere. Le fanciulle più poverelle, che hanno lavorato in casa dal levar del sole al tramonto, scendono, saltellando, le scale, incontrano sulla soglia della porta le vicine che stavano ad aspettare, fan crocchio e levano un cicaleggio garrulo e vivace, aggruppando le testoline come i fiori di un mazzetto, e facendo rotare attorno all'indice teso il nastro delle forbici attaccato alla cintola, e rispondendo alle parolette bisbigliate dai giovani che passano:--Grazioso! col cuore, e colla bocca: sfacciato!--E volgon loro, con un moto dispettoso, le spalle, non tanto però che colla coda dell'occhio non arrivi a squadrarli dalla testa ai piedi per veder chi sono e come sono. Altre, schierate in quattro o cinque a braccetto, col capo scoperto, giungono fino in fondo alla via, toccandosi nei gomiti al passar dell'uno e dell'altro, e parlandosi nell'orecchio e ridendo forte, e volgendosi di quando in quando a garrire con un piglio materno alle più piccine che scorrazzano attorno. Intanto i garzonetti vengon via dalle fabbriche e dalle officine col cappello schiacciato sur un orecchio, la giacchetta gettata a casaccio sopra una spalla, un mozzicone di sigaro sprezzatamente addentato e volto e rivolto fra le labbra nere; vengon giù a stormi per la via, dimenando le spalle con quel certo vezzo sgarbato e vociando lo stornello di moda; s'imbattono in quelle fanciulle, si accostano, dan del gomito nel gomito, del ginocchio nei cerchi, una gran boccata di fumo nel viso; le poverette si sparpagliano strillando, tossendo, passando le mani sugli occhi lagrimosi. I monelli staccano coll'unghie e tiran giù dai muri gli avvisi de' teatri; i fanciulletti fanno il chiasso nelle piazze, e le madri, ritte in crocchio sulle porte coi bimbi in collo, indugiano il grido consueto:--A letto!--grazie alla tepidezza inconsueta dell'aria e alla serenità purissima del cielo. Lungo le vie, dalle botteghe a dritta e a sinistra, si sente uno sbatter continuo d'imposte, un suonar violento di spranghe e uno scorrere rumoroso de' paletti negli anelli, e un darsi e un ricevere la buona notte dagli operai che vanno a casa. Rimangono aperte le botteghe signorili, illuminate, lucenti, dalle ampie vetrine, dalla soglia affollata di curiosi; notevoli, fra le altre, quelle de' librai, per quei concistori di letteratoni antiquati, tabaccosi, colle chiome lunghe e scarmigliate, rincantucciati là in fondo a brontolar di politica barbogia o di cartapecore dissotterrate; i caffè pieni zeppi di avventori avvolti in una gran nebbia di fumo, e un cicalìo rumoroso che, ad ogni aprire e chiudere della vetrata, risuona a ondate nella via. Nelle piazze, come dissi, e nelle strade un vero formicolìo, e un andirivieni di carrozze veloci.

Era una di codeste belle sere, quando il mio reggimento, giunto la mattina in una delle più cospicue città d'Italia, si trovava sparpagliato per le vie aspettando che si sgombrasse la caserma ch'ei doveva occupare, e si desse nei tamburi per la ritirata.

I soldati erano tuttora in pieno assetto di marcia, le ghette abbottonate sopra i calzoni, la giberna alla cintura, la sacca del pane e la borraccia a tracolla. Stanchi della marcia e tuttora bianchi di polvere i panni e i capelli, stavan fermi a gruppi sulle cantonate, le spalle al muro, le braccia incrociate sul petto, l'una gamba piegata sull'altra; o immobili dinanzi alle botteghe degli orefici a contemplare a bocca aperta quelle vetrine tappezzate di medaglie e di croci d'ogni forma e d'ogni colore, a cui gl'impiegati vecchi e i maggiori anziani sogliono, passando, lanciare un'amorosa occhiata di traverso, e un sospiro. Molti s'erano impancati nelle osterie a rifocillarsi con un sorso di vino; altri, i meno rifiniti, vagavano per le vie. Tutti però, o quasi tutti, avevano la cera seria, ingrognata, e parlavano rado, sommesso e svogliato; un po' per la spossatezza e la sonnolenza, e più per quell'attonitaggine, quello stordimento da cui suol esser presa la mente quando ci troviamo per la prima volta in mezzo a una città sconosciuta e rumorosa.

In mezzo alla serietà taciturna d'un piccolo gruppo di soldati che stavan seduti sulla gradinata d'una chiesa accanto alla caserma, spiccava in singolar modo la gaiezza irrequieta e l'incessante parlantina di uno di loro, bassetto della persona, di forme esili e snelle e di volto imberbe e simpatico per due grand'occhi color del cielo, il quale saliva e scendeva e risaliva continuamente la gradinata, saltellando a mo' di un ragazzo; e si fermava ora accanto all'uno, ora accanto all'altro, ed empiva l'orecchio di chiacchiere a tutti, e a questi tirava le falde del cappotto, a quell'altro levava dal cheppì la nappina per posargliela sulle ginocchia, a un terzo metteva le mani sugli occhi dicendogli. Indovina!--Insomma, pareva che avesse l'argento vivo addosso. Passando davanti a quella chiesa, lo notai; mi fermai rasente al muro opposto della via, e stetti qualche minuto a guardarlo, pensando quale potesse mai essere la cagione di quella tanta e così strana festività. La fisonomia aperta e piacevole di quel soldato mi si scolpì nella memoria. Mi allontanai.

Il dì dopo mi venne fatto di sapere, per mero accidente, ciò che avevo dimandato a me stesso la sera. Quel soldato era soldato da quattr'anni; per una serie fortuita di casi che non importa narrare, dal dì della sua partenza da casa fino a quel giorno, egli non aveva ancora ottenuto un congedo, nemmeno brevissimo, per ritornare al suo paese e rivedere la sua famiglia. Quattr'anni! A un soldato, come seppi ch'egli era, di cuore, svisceratissimo dei suoi parenti e del luogo ov'era nato e cresciuto, d'indole mite e pacata e abborrente da ogni maniera di stravizzo (gli stravizzi, fatti abituali, addormentano, o, almeno, illanguidiscono gli affetti più vivi e le memorie più care), a un soldato siffatto quattro anni passati senza vedere la famiglia e il paese natìo dovevano esser parsi assai lunghi! E gli eran parsi tali davvero; si era sempre mostrato un po' malinconico; in caserma, taciturno; fuori, per lo più, solo. Nelle ore di libertà, mentre i suoi compagni gironzavano pei giardini pubblici facendo delle carezze interessate ai bimbi condotti per mano dalle belle ragazze, egli soleva misurare in lungo e in largo la piazza d'armi col mento inchiodato sul petto, o stava seduto sur un sedile di pietra all'estremità d'un viale solitario a disegnar dei fantocci nell'arena colla punta dei piedi. E pensava sempre ai parenti, agli amici, ai luoghi che non aveva più visti da quattro anni; e sopra tutti e sopra tutto pensava a sua madre. Sua madre era una povera contadina, vecchia, infermiccia, ma di natura gioviale e intensamente amorosa; un cuor d'angiolo. Dei suoi figli, quel ch'ell'amava con più viva tenerezza ed anche con un cotal sentimento particolare di sollecitudine e di pietà gentile, era il figlio soldato; cosa naturale. E gli scriveva o gli faceva scrivere di frequente, e le sue lettere lette, rilette e baciate e ribaciate e portate lungamente in seno come una reliquia di santo, avevano virtù di mitigarle d'assai l'amarezza di quella lontananza. E così al figlio le lettere della madre. Ma sì! ci vuol altro! La carta, alla fin fine, è carta, e le madri amorose li voglion vedere, i figliuoli, li vogliono aver sotto gli occhi, vogliono toccarseli colle mani e baciarseli in fronte dieci e dieci volte d'un fiato; e ai figliuoli non basta il saper che quella cara testa dai capelli bianchi è a casa e pensa a loro; vogliono stringersela fra le braccia, quella testa; voglion posarci la bocca sopra, a quei capelli bianchi. E però, così la buona vecchia come il suo caro soldato avean vissuto, in quei quattr'anni, una vita di continue speranze e di continue aspettazioni deluse, di malinconie, di ansietà, di batticuori. Il figliuolo, partito da un paesello del settentrione d'Italia, era stato condotto, col suo reggimento, in Sicilia e vi s'era trattenuto due anni (in Sicilia, povera mamma, con quel mare così lungo fra mezzo); dalla Sicilia era passato nelle Calabrie e v'era stato un anno, un altr'anno nell'Italia centrale. Finalmente, un bel giorno, si sparse nel reggimento una voce di partenza.--Dove si va?--domandò il nostro soldato al suo sergente di squadra, e stette ad aspettar la risposta col respiro sospeso e colla mano sul cuore che gli batteva da rompersi.--Nell'Italia settentrionale--gli fu risposto. Gli si rimescolò il sangue.--Dove?--domandò un'altra volta mutandosi in volto dalla gioia; il sergente gli disse la città; era la più prossima al suo paese; pianse. La sera stessa, appena potè, scrisse a casa.

Ecco la ragione della sua allegrezza di quella sera; quella città era a poche miglia dal suo villaggio.

Ora, con quel ch'io seppi dappoi e quel ch'io vidi e quel ch'io non potei che immaginare o supporre, ma che può e dev'essere accaduto tal quale, voglio farvi un racconto che forse vi farà venir la voglia di dare un bacio un po' più forte del solito a vostra madre.

Eran trascorsi due giorni da quel dell'arrivo. Il nostro soldato stava ancora ventilando il disegno di chiedere un congedo di pochi giorni per volare a casa, quand'ecco, una bella sera, nel dormentorio della compagnia, il furiere cerca di lui, e, trovatolo:--To'--gli dice porgendogli una lettera--vien di vicino.--Glie l'avea porta appena, ch'era già dissigillata e spiegata al chiarore d'una lucerna, in un cantuccio del camerone fra due mani malferme e sotto due occhi dilatati e luccicanti di due belle goccie di pianto. Lesse la lettera rapidissimamente seguendo col moto della testa il serpeggiamento dell'occhio e borbottando affollatamente le parole; lettala, la strinse fra i pugni e lasciò cadere ambe le braccia alzando i grandi occhi al cielo, e quelle due grosse goccie, dopo aver tremolato incerte sulla palpebra, caddero, gli corsero le guancie senza disfarsi, e gli si vennero a sciogliere calde calde sulle mani. La lettera era di sua madre e diceva: «Domani verrò in città, a piedi; sono quattro anni che non ti vedo! Oh, figliuolo, io non posso più stare; ho tanto bisogno di gettarti le braccia al collo!»

Quella notte non potè chiuder occhio. Si cacciò sotto le coltri irrequieto, e non trovò posa, e non fece che scontorcersi e voltarsi ora sull'uno, ora sull'altro fianco, ora supino, ora bocconi; sempre invano, chè la coperta gli parea grave grave, e si sentiva addosso una gran caldura, un gran peso sul petto, una irrequietezza, una smania di moto, un'avidità tormentosa d'aria aperta. Afferrava ogni momento la rimboccatura della coperta e la spingeva in giù fino al ginocchio, sospirando, soffiando, chè gli pareva di giacere accanto ad una fornace. Di tratto in tratto si metteva a sedere sul letto e guardava intorno i compagni: dormivano tutti un sonno quieto e pieno, quale si suol dormire in primavera. Guardava quel po' di cielo stellato che appariva per un'angusta finestra della parete opposta, e pensava: oh, se fossi in campagna a respirare quell'aria! Guardava una lucerna posta in un angolo lontano, la quale mandava intorno una luce tremola che appariva e spariva a vicenda, e gli pareva che quella luce gli crescesse l'affanno e facesse il tempo più lungo. Poi si stendeva di nuovo nel letto e si metteva a pensare al dimani, chiudendo gli occhi e stando immobile per vedere d'addormentarsi in quel dolce pensiero; ma sempre invano. Quel dolce pensiero non gli dava pace; la persona era immobile, gli occhi erano chiusi; ma il cuore batteva batteva come gli dicesse: non dormirai, non dormirai; e dopo un po' di tempo gli era forza riaprire gli occhi, e guardare intorno da capo. E molte e lunghe ore passarono così. Finalmente la stanchezza lo vinse, il cuore tacque, la fantasia ardente si quetò. Egli dormì; sognò il dimani; sognò sua madre. Gli pareva di vedersela là, ritta accanto al suo capezzale, sorridente; gli pareva di sentirsi passare sulla fronte la sua mano, e sognava di afferrarla e posarvi le labbra su. Poi d'un tratto gli parve di essere tornato fanciullo, in casa, e gli rivennero in mente, una ad una, cento piccole scene della vita domestica dei suoi primi anni, e in quelle scene sempre sua madre in atto di confortarlo, piangente; o di difenderlo, minacciato dal padre; o di curarlo, ferito per caduta; o di assisterlo, malato; e sempre ansante di pietà e di sollecitudine, sempre amorosa, sempre madre! Poi si sognò adulto; si risovvenne del dì della partenza, il pianto materno, i lunghi e rinnovati abbracciamenti, le date e ricevute parole di addio e di conforto, e si sentì stringere il cuore proprio come quel giorno; si sentì attorno alla vita le braccia di sua madre che non voleva lasciarlo partire; tentò di sciogliersi, non potè; mise un gemito.... Era desto. Guardò attorno, pensò, si ravvide, e quello fu un momento di gioia che si può forse immaginare; ma non si potrà esprimere mai.