La vita militare: bozzetti

Part 34

Chapter 344,087 wordsPublic domain

--Ma era destinato che le mie contentezze durassero poco. Una mattina, andando in piazza d'armi col battaglione, vedo da lontano, in fondo a un vicolo, due persone.... due persone che non avrei mai voluto vedere insieme, quel tal signore e il fratello di Luisa che discorrevano. Se non mi cascò il fucile di mano fu un caso. Già lei si può immaginare quello che sospettai. E non mi potevo mica ingannare, perchè a giudicar dalla maniera con cui quel signore andava dietro alla ragazza, che aveva l'aria di dire:--Son sicuro del fatto mio!--e rideva e faceva lo sfrontato, ce n'era d'avanzo per capire a cosa mirava. E poi il fratello era un pessimo soggetto, capace di tutte le cattive azioni. Si figuri dunque che cuore fu il mio, quando, pochi giorni dopo, il ragazzo mi venne a dire che la sera prima sua sorella e suo fratello s'erano litigati, che lo avevano mandato fuori di casa per poter discorrere tra loro, e che lui, dalla scala, avea sentito il fratello parlar forte e con rabbia, e la sorella piangere e rispondere:--mai! mai;--e che poi era seguito qualche minuto di silenzio in cui non avea potuto capire che cosa facessero, e infine s'era aperta la porta, e n'era uscita Luisa bianca in viso che pareva una morta, scarmigliata, e con una guancia livida. Il fratello l'aveva picchiata, e lei non avea gridato per non farsi sentir dai vicini. Mi si oscurò la vista, mi prese un tremito così forte che mi pareva d'aver la febbre, mi sentii diventar cattivo; se lì per lì avessi incontrato il fratello, lo stritolavo senza dargli tempo di fiatare. Decisi di andarlo a cercare, lui e il signore, e chiunque avesse mano in quell'intrigo infame; ma poi mi frenai, e pensai meglio d'aspettare anche un po'.--Va a dire a tua sorella che si faccia coraggio, dissi al ragazzo, e che c'è qualcuno che le vuol bene davvero, e che pensa per lei.--L'indomani era giorno di festa, e avevamo tre ore di libertà più del solito. Uscii solo e me n'andai a passeggiare per la città. Camminavo circa da un'ora, quando mi accorsi d'esser seguitato alla lontana da due individui, due monellacci sullo stampo del fratello, due faccie proibite. Feci le viste di non accorgermene. Dopo un po' di tempo vidi che a quei due se n'erano aggiunti altri due, e che s'avvicinavano.--Ho capito,--dissi tra me;--sono mandati; voglion tenermi a bada; qualcosa questa sera deve seguire.--Stavo per uscir di città, ritornai verso il centro, e affrettai il passo in modo che mi perdettero di vista per un pezzo. Intanto trovai due miei compagni, li informai della cosa, si combinò il nostro piano, e poi, siccome cominciava a imbrunire, mi diressi verso l'ospedale. Nel punto che attraversavo una piazzetta là vicino, vidi il mio.... quel signore che scantonava in fretta dalla parte opposta. Non s'accorse di me; io affrettai il passo, arrivai nella strada, mi andai a mettere poco lontano dalla casa di Luisa, in un angolo buio, e stetti osservando. Quel giovane arrivò pochi momenti dopo e si mise a passeggiare davanti alla porta, adocchiando di tratto in tratto l'orologio, e voltandosi ad ogni passo a guardare se nessuno veniva. Notai che si voltava sempre dalla stessa parte.--Debbono venir di là,--pensai, e per una via laterale corsi difilato in fondo alla strada, dalla parte che guardava l'amico. Non ebbi da aspettar molto; comparvero quasi subito il fratello e la sorella.--L'ho detto, io ripensai--che qualcosa deve seguire; ma o ci lascio la pelle o non ci riescono per Dio!--M'era salito tutto il sangue alla testa; non sapevo più quel che mi facessi; stringevo i denti e i pugni, e mi sentivo forte per quattro. Girai largo in punta di piedi, e andai a mettermi una quindicina di passi dietro Luisa; non potevo essere veduto, la strada era quasi buia. Parlavano sottovoce fra loro; Luisa piangeva, e si fermava tratto tratto, e il fratello la spingeva innanzi stringendola pel braccio. A un certo punto essa battè forte un piede in terra e disse risolutamente:--No! Ammazzami piuttosto.--Allora il fratello, digrignando i denti come un cane, la interrogò ancora tre volte:--Vieni?--Ed essa tre volte rispose no. Alla terza quel manigoldo alzò una mano,... essa gittò un grido, io mi slanciai fra loro, afferrai quel braccio levato in alto e glie lo ributtai indietro con una scossa da slogargli la spalla, dicendogli:--Cosa fai, mascalzone!--Non avea finito di profferir queste parole, che mi vidi comparir davanti dieci persone in aria minacciosa; erano i compagni del fratello; in mezzo a loro, il signore; più in là qualche curioso; Luisa s'era appoggiata al muro.--Cos'ha lei? Come c'entra lei? mi domandarono tutti insieme avvicinandosi.--Indietro!--io gridai quasi fuor di me;--c'entro, chè qui si vuol fare un mercato infame!--È matto! gridarono tutti insieme, avvicinandosi ancora.--Indietro!--io ripresi con voce soffocata;--indietro, o spacco il cranio a qualcuno!--e avevo la daga nel pugno.--Eh! via, mi si levi dai piedi, imbecille!--gridò il signore facendo un passo innanzi per sollevare Luisa caduta; io gli diedi uno schiaffo; gli altri mi si slanciarono addosso per finirmi.--Un momento signori!--gridò una voce dal mezzo della strada. Quei manigoldi si voltarono, e videro dieci bersaglieri schierati colle daghe nel pugno. Rimasero tutti là fermi, senza fare un gesto, senza dire una parola. Poi, tutto ad un tratto, se la svignarono chi di qua chi di là, mogi mogi, come cani bastonati. Luisa, più portata che condotta, entrò in casa. Il signore, tutto stravolto, mi si accostò e mi disse:--Il suo nome?--Io gli dissi nome, cognome, compagnia, squadra, numero di matricola, tutto quel ch'egli ha voluto. Egli notò tutto e se n'andò dicendomi:--Ci rivedremo.--Come le pare--risposi.--Ringraziai dopo i miei compagni:--Se tardavate un minuto, ero spacciato; vedevo già luccicar dei coltelli.--Allora si misero tutti insieme a farmi mille domande, a voler sapere i come e i perchè e i quando, e io raccontai addirittura tutta la storia da principio. Noti però, signor colonnello; bisogna esser giusti; tutti quei mascalzoni, era il fratello di Luisa che li aveva radunati, e non l'altro; l'altro non ne sapeva niente; anzi, se avesse preveduto che razza di gente doveva pigliare le sue difese, io credo che non sarebbe nemmeno venuto. Ma poi che si trovava nell'impiccio, e il dispetto e la rabbia lo rodevano, cercò d'uscirne a tutti i patti; è naturale.

--Ma chi era questo signore?--interruppe il colonnello.

--Chi lo sa?... Quel che è certo è che in città, come mi fu detto in seguito, era pochissimo stimato, e si diceva che fosse solito a tentare di quelle imprese, e che usava sempre con gente di mal affare.... Quella sera tornai in quartiere che proprio, creda, non potevo più reggere; tra per la contentezza d'aver mandato a monte quel tentativo, tra per la commozione d'essere scampato a quel pericolo, ed anche per l'ansietà di quel che poteva accadere dopo, io ero in uno stato che se non mi venne addosso una febbraccia da tenermi a letto sei mesi, posso ringraziarne la mia buona fortuna. Ero però più che mai risoluto a resistere fino alla fine. Ma come, io domandavo discorrendo fra me e me, perchè io sono un povero giovane, perchè sono un soldato, perchè non ho altro che il mio cuore e il mio onore, se si dà il caso che io pigli passione per una ragazza povera come me, che mi piace, e anch'essa mi vuol bene, tutti hanno da perseguitarmi e da darmi addosso come se fossi un galeotto o un bandito, e la mia affezione disonorasse una donna? Chi è che ha il diritto di disprezzare le mie affezioni? Cosa credono costoro, che noi non ci si abbia niente qui, sotto le medaglie, perchè siamo soldati? E perchè non abbiamo la famiglia con noi, perchè siamo lontani da casa, perchè non facciamo un mestiere, perchè mangiamo nel gamellino e ci danno due soldi al giorno, dunque, per tutto questo, noi non abbiamo diritto a nessuna consolazione, e dobbiamo vivere come cani, ed essere morti al mondo? Un soldato!--dicono,--una ragazza che si perde con un soldato! Un soldato d'onore ne val dieci di voi, ubriaconi, oziosi e viziosi! Anche il soldato ha un nome e una famiglia, e due braccia per lavorare quando tornerà a casa, e un cuore di galantuomo per amare e rispettare una donna! Le pare, signor colonnello? Io non dico mica che tutti i soldati, quando sono al servizio, abbiano da riscaldarsi la testa per una ragazza; si starebbe freschi; Dio ce ne guardi in eterno, se no, addio esercito! Ma chi per combinazione ci casca, si porti da uomo e da galantuomo, e non si lasci far paura da nessuno, e non ceda, dovesse rimetterci le ossa; dico bene?

Il colonnello fece segno di sì.

--E mancò poco che io non ci rimettessi le ossa davvero. La mattina dopo seppi dal ragazzo che Luisa era a letto con un po' di febbre e che il fratello non aveva più fiatato. La sera tardi, appena ritornato in quartiere, mi vengon dinanzi due sergenti, uno della mia compagnia che mi voleva bene, e un altro d'un'altra, e mi tengono questo discorso:--Noi sappiamo tutto quel ch'è accaduto. La stessa persona in questione ce n'ha informati e c'incaricò di parlare con te. Noi ti daremo un consiglio, non da superiori, ma da amici, e tu lo seguirai o non lo seguirai secondo che ti parrà. Tu gli hai dato uno schiaffo in presenza di molta gente, e uno schiaffo è ama delle più grosse offese che si possano fare ad un nomo; per questo egli ha diritto di avere una soddisfazione, ne convieni?--È naturale,--risposi,--Ora senti: se tu fossi uno di quei coscritti minchioni che non sanno niente e non capiscono niente, quella persona si cercherebbe un'altra maniera di soddisfazione; ma con te che sei un soldato fatto, un giovane intelligente, e hai cuore e fegato per quattro, con te gli è un altro par di maniche....--Basta, ho capito--diss'io;--eccomi qua bell'e pronto.--Bravo; capisci anche tu che l'è una faccenda da terminarsi così, e poi è anche un onore ch'egli ti fa a sfidarti; lasciati guidare da noi.--Se loro abbiano fatto bene, non so; ma io credo d'aver fatto quel che non si poteva a meno di fare. E per tagliar corto, la cosa seguì due giorni dopo, un miglio fuori di città, verso le cinque di sera. Avevano scelto la sciabola; s'immagini cosa potevo saper fare io colla sciabola, che l'avrò presa in mano sei o sette volte; ma ero istruttore di bastone, in guardia ci sapevo stare, e avevo il braccio forte e le gambe pronte. Andammo in un prato. Quando lo vidi, pensai a Luisa, a quel gesto ch'egli aveva fatto per alzarla da terra, a quella volta che mi aveva riso alle spalle, e mi si accese il sangue e mi sentii pieno di coraggio. Quanto a lui, era un po' pallido, ma capii che era deciso di tirare a freddarmi.--Sia pure, dissi fra me; tanto la pelle, se non si taglia, si logora; niente paura.--Al segnale dei padrini, ci mettemmo in guardia; m'accorsi subito che sapeva tirare. Uno, due, tre colpi, alto, son ferito al braccio; lo prevedevo; è una cosa da niente; avanti. Altri due colpi, un'altra ferita, il medico guarda, è una scalfittura.--Si continui--dicono i padrini. Si continuò; mi cominciava a montare il sangue alla testa; avrei preferito pigliarmi una botta che mi buttasse in terra; essere tagliuzzato a quel modo, come un pollo, mi umiliava; cominciai a avanzare digrignando i denti che parevo uà arrabbiato; mi sentivo un braccio di acciaio; la sciabola mi tremava nel pugno come una verga di salice. Altri quattro o cinque colpi, un'altra ferita alla spalla; gettai un urlo, diventai una bestia, non ci vidi più, mi cacciai sotto alla disperata; egli fu sopraffatto, dette indietro; poi tutto ad un tratto lasciò cadere la sciabola, portò tutte e due le mani alla fronte, e il viso gli si coperse di sangue. Non mi ricordo bene cosa fecero e cosa dissero allora gli altri; so che mi fu fasciato il braccio, e dopo qualche minuto, noi da una parte, loro dall'altra, ce ne andammo pei fatti nostri; nessun contadino era accorso, nessuno se n'era avveduto. Ma come nascondere le ferite? domandai ai sergenti. Mi risposero che non c'era mezzo di nasconderle e che bisognava andare all'ospedale.--Vatti a dichiarar malato subito--mi dissero entrando in quartiere. Ci pensai un poco e poi decisi di non farne nulla; volli provare a resistere. Le ferite erano leggere, sangue n'avevo perduto pochissimo; vediamo. La notte la passai bene; cioè, dormii bene; ma sognacci, signor colonnello, cose d'inferno, coltellate, sciabolate, morti, becchini, il finimondo; solamente, fra tutte queste brutte immagini, vedevo lei, Luisa, colla sua testina chinata da una parte, e gli occhi pieni di lacrime, e quel sorriso così buono, che mi dava una gran consolazione. La mattina, piazza d'armi. Ci vado? non ci vado? ho da darmi per malato? Feci la pazzia d'andare. Si figuri! Strada facendo cominciai a sentirmi un bruciore terribile alle ferite; arrivato in piazza d'armi, mi accorsi che s'erano aperte e che colava giù sangue; diventai bianco come un cadavere. Come fare? Ancora uno sforzo, finchè posso reggermi in piedi; avanti, barcollando come un briaco; mi sentivo mancar le forze, e a poco a poco mi si stendeva un velo oscuro sugli occhi. Tutto ad un trattò un ufficiale manda un grido:--Cos'è questo? Mi si accosta, mi prende per la mano, io guardo, era tutta insanguinata. Uscii quasi fuori di me, fui condotto in quartiere, e poi all'ospedale, e mi prese una febbre maledetta, che per poco non mi mandò all'altro mondo. Fui visitato dai medici, dagli ufficiali della compagnia, dal maggiore; m'interrogarono, interrogarono i miei amici, e vennero in chiaro di tutto. Un soldato che si batte con un signore non è affare di tutti i giorni; la cosa fece chiasso per la città; per un pezzo non si parlò d'altro; tutti, anche i miei superiori, lodavano il coraggio e la forza che avevo avuto di resistere tante ore alle ferite; tutti volevano sapere chi fosse quel signore; tutti erano curiosi di conoscere la ragazza. Dirle quanto mi rincresceva, quanto mi faceva male il pensare che Luisa veniva così messa in piazza, come suol dirsi, per causa mia, io non saprei dirglielo; n'ero disperato, avrei dato metà del mio sangue Perchè non fosse. Seppi dopo che quel giovane aveva una ferita grave nella testa; poi mi dissero ch'era quasi guarito, e poi che se ne voleva andare dalla città. Di Luisa non seppi più notizia. Temevo che fosse malata, che fosse andata via, poi m'immaginavo che suo fratello, a cagione di quello ch'era seguìto, la maltrattasse peggio di prima, e che quel signore, appena guarito, avesse ricominciato a ronzarle intorno; vivevo in ansietà continua, e stentavo a guarire, e la sera, debole com'ero che m'intenerivo per niente, qualche volta mi veniva da piangere, e facevo compassione a me stesso. Intanto stava per finire l'inverno, e si cominciava a parlare della guerra.--Ci fosse pure la guerra! pensavo; chi sa che non mi levasse dal cuore questa disgraziata passione.--Dopo la febbre mi eran venuti addosso cento altri malanni, e io menava la più triste vita che si possa immaginare. Non mi lasciavano neanche veder gli amici per paura ch'io mandassi lettere o imbasciate per mezzo loro, e facessi nascere nuovi guai, e volevano che tutto fosse finito. Oh che brutte giornate, signor colonnello!... Ma in una sera, in una sola sera tutto mutò. Era sull'imbrunire; io stavo già a letto; ero più tristo del solito; venne una monaca a darmi da bere;--vi sentite molto male?--mi domandò, vedendomi gli occhi rossi.--Perchè vi scoraggiate così? che cos'avete?--Ah! sorella--risposi scrollando la testa;--io sono un disgraziato, ecco quello che ho!--Eh via! fatevi animo,--ella rispose, e poi soggiunse sorridendo:--non sentite che c'è della gente che canta per farvi stare allegro?--Io tesi l'orecchio, e sentii una voce lontana, dalla strada, da una casa della parte opposta, una voce di donna che cantava, una voce debole, ma che pareva facesse uno sforzo per farsi sentire; il sangue mi si rimescolò, il cuore mi cominciò a battere forte, mi prese come un affanno violento, mi sforzai, mi sforzai, e finalmente mi diedi giù a singhiozzare e a ridere come un bambino, appoggiando la testa sulle braccia della sorella, che mi guardava tutta maravigliata.--Oh Luisa!... sei tu,--esclamai ricadendo sul guanciale;--sia benedetto il cielo!--

Il colonnello respirò come se anch'egli in quel punto si sentisse liberato d'un affanno.

--Da quel giorno cominciai a star meglio; i miei amici che volevano vedermi furono lasciati venire; in capo a una settimana mi potei levare. Il mio primo passo fu verso la finestra. Era una delle più belle mattinate di aprile. Mi accostai all'inferriata tremando, mi afferrai prima ai ferri colle mie mani smunte e bianche, e poi guardai all'ultimo piano della casa dirimpetto. C'era! Pareva che mi aspettasse! Stava appoggiata al davanzale col viso rivolto alla mia finestra; mi guardò attentamente; pareva che non mi riconoscesse, che fosse incerta, agitata; si stropicciava le mani, sporgeva la testa a destra e a sinistra, e se ne andava, e tornava, e non si dava pace. Io colsi un momento che non avevo nessuno intorno e avvicinato il viso alla grata dissi sottovoce e con forza:--Luisa.--Ah!--essa gridò, e rimase là ferma come una statua a guardarmi.--Luisa! io ripetei.--Essa sorrise e si appoggiò con una mano al davanzale come se le mancassero le gambe. Io la chiamai ancora una volta.--Oh Dio!--essa gridò, e scomparve. La stessa mattina mi mutarono di posto, e addio finestra. Ma in pochi giorni fui in piena convalescenza, e poco dopo mi trovai in grado di uscire. Parevo matto! Uscire, rivederla, dopo quel che era accaduto, dopo aver sofferto tanto! Ma guardi se non era proprio destino che io non dovessi mai esser contento per un pezzo. La guerra, in quel frattempo, era diventata quasi sicura; molti corpi avevano già lasciate le loro guarnigioni; ed eccoti che il giorno prima dalla mia uscita dall'ospedale, vien l'ordine ai due battaglioni di partire. Come fare? Non vederla più? Andar via così incerto, senza farle una promessa, senza almeno sapere di sicuro che mi vuol veramente bene, e che mi aspetterà? Ma ad avere una risposta non c'era più tempo, e bisognava che mi contentassi di scriverle io. Uscendo dall'ospedale dovevo andar difilato in quartiere, e dal quartiere difilato alla stazione della strada ferrata; pensai che qui o là avrei trovato il ragazzo. Scrissi un bigliettino in fretta proprio al momento di partire, e non dicevo altro che questo:--Se vivrò, tornerò; ne do la mia parola d'onore.--Al quartiere il ragazzo non c'era; lo vidi alla stazione; pareva che mi cercasse. In quei pochi minuti di riposo prima di salire nelle carrozze, potei allontanarmi dalle righe, egli mi venne dietro, e tutt'e due mettemmo nello stesso tempo le mani in tasca; io gli diedi il biglietto; lui tirò fuori con gran segretezza una cosa ravvolta in un pezzo dì carta, me la mise in mano, e disse:--È mia sorella,--e scappò. Guardai: era una borsa da tabacco. Signor colonnello.... lei mi capisce. Fu il giorno dopo che io scrissi la prima volta a casa tutto quello che era seguito, manifestandole mie intenzioni, e fu dopo quella lettera che lei ebbe la bontà di occuparsi dei fatti miei e di aiutarmi. Quel che avvenne poi lei lo sa. Io feci tutta la campagna col mio battaglione. A San Martino, come le ho scritto, girando pei campi dopo il combattimento, trovai tra i feriti più gravi un bersagliere che mi parve di conoscere e che portai io stesso all'ambulanza, dove morì appena arrivato. Era il fratello di Luisa, che si era arrolato volontario dopo cominciata la guerra, e avea toccato una palla in un fianco. Prima di morire, mi riconobbe, mi ringraziò, e mi raccomandò sua sorella. Povero giovane! Finita la guerra, il mio battaglione andò a Torino. Là seppi che una signora di Savigliano, sua conoscente, avea preso a proteggere Luisa, e che Luisa stava bene, benchè avesse molto sofferto per la morte di suo fratello maggiore, e che il ragazzino andava a lavorare. La mia classe fu congedata, e io partii subito per Savigliano, dove sapevo che, per grazia sua, signor colonnello, erano arrivati o stavano per arrivare mio padre e mia madre. Arrivai la mattina per tempo. Era una bella mattinata serena e fresca come quel giorno che avevo visto Luisa per la prima volta. Corsi subito, così come ero vestito da bersagliere, nella strada dietro l'ospedale. Essa stava sempre là, non aveva voluto mai andarsene, benchè la signora sua protettrice le avesse offerto di riceverla in casa propria. Salii le scale a salti, col cuore che mi batteva da rompersi; mi avvicinai in punta di piedi a quella porta; una donna che era sul pianerottolo, e pareva informata di tutto, mi fece segno che Luisa c'era; la porta era socchiusa; accostai l'orecchio allo spiraglio; sentii canterellare, era lei; tirai fuori la borsa e la gettai dentro la stanza; il canto cessò, udii un grido acuto, entrai, la vidi, aprì la bocca per gettare un altro grido, non potè, agitò due o tre volte le mani in aria come una pazza, poi vacillò e mi cadde fra le braccia. La sera arrivarono i miei parenti, l'indomani partimmo per Valdieri ed eccoci qui da tre giorni; qui con quella cara e santa... Oh Dio! Eccola qui.--

Luisa era comparsa sotto la pergola, vestita da sposa, con un velo bianco sul capo e una veste di seta nera bene adatta alla sua vita esile e snella. Aveva il viso roseo e gli occhi umidi e dimessi, e nell'andatura e negli atti una compostezza piena di peritanza e di grazia. Le stavano da una parte il padre e la madre di Cesare, dall'altra il fratello, un ragazzo sui dieci anni; dietro un gruppo di parenti e di amici, tutti silenziosi.

--Signor colonnello,... essa mormorò timidamente facendo un inchino.

Poi si voltò allo sposo, vibrò un lampo dagli occhi, sorrise e chinò la testa.

Il colonnello, tuttora commosso dal racconto di Cesare, la guardò lungamente con un misto di curiosità e di tenerezza. Cesare si mise a contemplarla con quello sguardo avido degli innamorati che gira intorno alla persona e l'abbraccia e l'avvolge, come se volesse stringerla nelle sue spire e tirarla a sè. La madre e le altre donne la guardavano anch'esse con un'aria di compiacenza rispettosa, allungando di tratto in tratto una mano per accomodarle ora una piega del velo, ora del vestito. E tutti stavano zitti, e Luisa, confusa da tanti sguardi, cogli occhi bassi, col sorriso sulle labbra, fingeva di guardare un capo del velo che stropicciava tra le dita.

--...Dunque,--uscì a dire dolcemente il colonnello così per rompere quel silenzio;--a momenti si va?

Gli sguardi dei due giovani s'incontrarono.

--La chiesa è a pochi passi di qui; voi Luisa l'avrete veduta venendo; è là in fondo alla valle appena passato il ponte; la strada è bella, ombrosa....

Tutti continuavano a tacere.

--E poi abbiamo una stupenda giornata; anche il tempo fa festa, come vedete;.... per che ora avete fissato?

--Per le sette,--rispose la madre.

--Allora,--soggiunse il colonnello guardando l'orologio,--è ora.

I due giovani si scossero, si guardarono, e fecero un passo l'uno verso l'altro.

--Dunque?--domandò la madre con un sorriso, guardando prima l'una e poi l'altro.--Animo, a braccetto.--

Cesare porse il braccio alla sposa, essa vi appoggiò il suo, e tutti e due accompagnarono collo sguardo quell'atto come se avessero dovuto fare qualcosa di difficile o di strano: tremavano.

--Avanti,--disse la madre.

Fecero due o tre passi per uscire; poi s'accorsero che s'erano scordati di salutare il colonnello, voltarono la testa indietro tutti e due dalla stessa parte, e s'incontraron coi visi. Tutti sorrisero, Luisa arrossì.--Dio v'accompagni, ragazzi,--disse il colonnello alzandosi per vederli andar via. Gli sposi s'allontanarono camminando a passi incerti e ineguali; dietro a loro i parenti e gli amici; la madre e il colonnello si scambiarono un sorriso, come per dire:--Poveri giovani, non han più la testa a segno.

--Dio v'accompagni,--ripetè il colonnello rimasto solo, guardando il cancello per cui erano usciti.