La vita militare: bozzetti

Part 30

Chapter 303,881 wordsPublic domain

....Benedetti soldati! Mi par d'amarli di più dopo quella nostra sventura; son sempre gli stessi loro, sempre rassegnati, buoni. In marcia, quando cominciano a curvarsi e a zoppicare, li guardo, li guardo: mi ci struggo, proprio. Qualche volta, quando me ne fanno qualcuna, io fo tra me un ragionamento lungo e sottile per provarmi che quello è veramente il caso di andare in collera, e poi alzo la voce:--Insomma, è tempo di finirla! Così non si va avanti! Fareste perder la pazienza a un santo! Or ora....--Impostore--mi dice una voce di dentro--tu non sei mica in collera.--È vero!--io rispondo sorridendo, e smetto. Ma poi fermo il proposito di non amarli più, o almeno di non farmi scorgere, chè se no addio disciplina.--La vedremo,--dico,--vedremo se riusciranno più a intenerirmelo questo core di sasso.--E cammino duro, con un cipiglio da metter paura, sicuro della vittoria. Ed eccotene subito uno:--Tenente, glielo porto io il cappotto?--Ed io brusco:--No.--Lei è stanco.--No.--Si!--Come! Stiamo a vedere che ho da essere stanco quando vuoi tu! Al posto.--Ne viene un altro con una borraccia:--Tenente, questa è fresca.--Non ne ho voglia.--Assaggi.--Non assaggio.--Una goccia, e vedrà.--Nemmeno una goccia.--Ed egli mi mette la borraccia sotto il mento:--Vedrà che è fresca.--So bere da me.--Piglio la borraccia, m'inumidisco la bocca e gliela ridò.--Tenente!--Cosa?--Lei non ha bevuto.--Ho bevuto.--Ma se c'è ancor tutta!--e scuote la borraccia.--Oh insomma! la volete capire che sono stanco e stufo che non ne posso più? Andate al vostro posto, subito, di corsa, o vi faccio mettere alla guardia del campo per quindici giorni.... Che modo è questo?--Impostore!--mi ripete la solita voce.--È vero, io rispondo un'altra volta, e smetto.--Oggi il signor tenente è di malumore!--dicono i soldati.--No, no--io rispondo sollecitamente tra me;--no, razza di bricconi.--

Risposta:--Io lo dico spesso con tua sorella Erminia: Alberto se l'è proprio conservato tutto, tal'e quale, il cuore che aveva da fanciullo. Non dico che sia merito mio; ma però....

* * * * *

La divisione è partita da Ferrara alla volta di Padova.

Monselice.... luglio.

Trista cosa marciar colla pioggia. Era già notte, eravamo ancora lontani quattro miglia da Rovigo, e cominciò a piovere a catinelle. In pochi minuti mi trovai ridotto come se mi fossi cacciato in un bagno bell'e vestito; l'acqua mi correva a rigagnoli giù per la schiena e pel petto; il cappotto mi s'era inzuppato che pesava da non poterlo più reggere; nella strada un palmo di fango; sicchè, figurati! Passando, vedevamo per le finestre delle case dei contadini «rara tralucer la notturna lampa» e qualche ombra far capolino un istante e sparire. Ed io pensavo a te, che quand'ero fanciullo, la sera, spingevi il mio letticciuolo verso la finestra, perchè mi piaceva sentir battere la pioggia sui vetri e il fischio lungo e lamentevole del vento, e addormentarmi fantasticando paurose avventure di pellegrini smarriti per le foreste, e misteriosi lumicini risplendenti da lunge, e fatali castelli ospitali.--Oh povero ragazzo, in che stato!--esclamavi giungendo le mani quand'io tornava dalla scuola un po' fradicio; povera mamma, se tu mi vedessi adesso!--Era il giorno delle disgrazie. Arriviamo vicino a Rovigo, piantiamo il campo in un pantano, e poi via, in paese. Io e un mio amico troviamo una stanzuccia dove asciugarci e riposare, in casa d'una buona famiglia; ci mettiamo a letto, dormiamo; balziamo giù alle nove della mattina per andare al campo e partire.... Dio eterno! non m'entran più gli stivali; li ho lasciati accanto al fuoco, si son ristretti e induriti che non ci passa neanco la gamba d'un bambino.--Aiuto, amico, aiuto per pietà!--A noi!--egli grida; si rimbocca le maniche, e li tutt'e due, tira e tira e tira, e smetti per respirare, e ripiglia con nuova lena, e smetti daccapo, e ritenta ancora con tutte le forze della disperazione.... Ah invano! Le gambe intormentite si rilassano, le braccia spossate cadono penzoloni, e la testa si riversa all'indietro cogli occhi fuori dell'orbita e la fronte grondante di sudore.--Un estremo rimedio!--grida l'amico; scucir gli stivali.--Scuciamo!--Mano alle forbici e ai temperini, e all'opera. Ma i punti non si vedono, e più ci si affanna e meno si trovano, e le dita gingillano tremanti, e lo stivale scivola dalle mani, e il mio amico s'è ferito, ed io pure, e il tempo passa.... Ah! i tamburi! siamo perduti!--Il reggimento partì senza di noi; lo raggiungemmo in vettura un'ora dopo che s'era accampato.--Come mai?--domandarono gli amici. Io risposi mostrando i piedi: li avevo cacciati nel primo paio di barche postomi in mano dal primo ciabattino di Rovigo che avevamo mandato a chiamare: erano spettacolose. Un minuto dopo, un biglietto d'arresto a me e al mio compagno. Appena entrato nella tenda, sbattei in terra gli stivali gridando:--Là, carnefici!--Ma lei che non aveva l'impedimento della calzatura,--domandò poi il colonnello al mio compagno,--perchè non è venuto?--Colonnello! abbandonar gli amici nella sventura....

Risposta:--Quante volte non ho predicato, fin da quando eri bambino, contro questa maledetta manìa di portar le scarpe strette! Chi sa cos'avrà detto di te il colonnello! Ma non c'era almeno una donna che avesse un po' la testa a segno in quella casa di Rovigo, che cercasse subito, mandasse a vedere, provvedesse, vi levasse in qualche modo d'impiccio? Pare impossibile! tutti senza giudizio.

Dalle vicinanze di Mestre, 20 luglio.

--...Ho visto Venezia da lontano. Non credevo che si potesse amar tanto una città da provare, vedendola, quello stesso effetto che fa l'innamorata. Al primo vederla, così stupenda e gentile, che sembra a galla sul mare, non mi venne sulle labbra nè un «viva!» nè un «bella!» come parrebbe spontaneo; mi venne una parola più affettuosa e più dolce, ed esclamai:--Cara!--Dice un mio amico che Venezia, vista così da lontano e di sera, gli fa l'effetto d'una fanciulla pallida e melanconica, appoggiata sul davanzale, col capo reclinato da una parte sulla palma della mano, e lo sguardo teso sull'orizzonte del mare, in atto di chi pensa ed aspetta. E appena la vide gridò:--T'amo!--Sì, tale è il senso che ispira da lontano Venezia; dentro sarà grandiosa e magnifica e ne imporrà; vista di qui intenerisce e innamora. Cara madre, tu hai una rivale formidabile....

....Gran buona gente questi contadini veneti. Ero di gran guardia vicino a una casipola, avevo sonno e picchiai per domandare ricovero; nota ch'eran le due dopo mezzanotte. Mi apre una donna, mi fa entrare nella prima stanza, mi porta un pagliericcio, una materassa, una coperta, un guanciale, mi dà la buona notte e va via. Mi corico e dormo da principe. La mattina appena desto, mi affaccio all'altra stanza per ringraziare la mia ospite, e la vedo che dorme stesa in terra, sopra un po' di paglia, con due bambini, uno fra le braccia, l'altro da un lato, senza un lenzuolo, senza un guanciale, senza un cencio di coperta; aveva dato ogni cosa a me. N'ebbi rimorso, ira, vergogna; mi diedi dello snaturato, del poltrone, del villano, del tristo.... Non ricorderò mai quella notte senza dolore.

Risposta (ah pietosissima spietata!):--Un po' di torto l'hai certamente; ma.... in fin dei conti tu avevi faticato e dovevi levarti per tempo; mentre quella donna aveva dormito fino allora e poteva dormir poi. Un'altra volta badaci però.

....Dalle vicinanze di Mestre.... agosto.

....--Senti questa ch'è nuova di zecca. Ieri l'altro ero d'avamposto dalla parte di Malghera. Allontanatomi un centinaio di passi dalla gran guardia, veggo venir verso di me tre signore, una attempata, le altre due giovanissime (eran sue figliuole), belline, vivaci; e tutt'e tre mi si ferman davanti, mi fanno un inchino, mi domandan nuove della mia salute, mi dicono che sono scappate da Venezia, che son dirette a Mestre, che vogliono andare a Padova dai loro parenti, e che intanto sono felicissime di vedere un ufficiale italiano,--non n'avevano ancora veduto nessuno, io era il primo,--e mi fanno festa, mi affollano di gentilezze, ridendo, girandomi intorno, giungendo le mani in atto di ammirazione e di sorpresa, e tutto questo con una ingenuità e una grazia veramente incantevoli. Dopo ch'io l'ebbi ringraziate tutt'e tre con grande effusione di cuore, la mamma si voltò alle ragazze e disse loro:--Fategli vedere che cos'avete sotto il vestito.--Oh che diavolo?--io pensai. Le ragazze si peritavano.--Animo, alzate.--Alzate!--pensai di nuovo.--Animo, su, o che c'è da vergognarsi?--Io cadevo dalle nuvole. Le ragazze fecero ancora un po' le ritrose, ridendo e coprendosi il viso con una mano; e poi, tutt'e due assieme, facendomi un grazioso inchino, tiraron su delicatamente con tutt'e due le mani la gonnella del vestito, e mi mostrarono una bellissima sottana fatta di tre pezzi, uno verde, uno bianco, e uno rosso con una gran croce bianca nel mezzo....

Risposta.--Cosa viene a fare codesta signora colle sue figliuole in mezzo a voialtri? Abbi giudizio. Te lo dico perchè so che ce n'è bisogno; hai una testa!

Padova, 5 settembre.

....--M'ha preso la febbre, sono venuto a Padova, sono entrato nel l'ospedale dei Fate-bene-fratelli, m'hanno curato, sono guarito, e domani torno al reggimento: ecco tutto. T'ho voluto scrivere a fatto compiuto, come suol dirsi, per impedirti di venir qua, chè certo ci saresti venuta. E adesso va' in collera, grida, scrivi, protesta; la è tutt'una; è finito; bisogna rassegnarsi. Anzi, fa' a modo mio, cara madre; ringrazia il cielo che non sia stata che febbre; pensa a questi poveri giovani che ho intorno, chi ferito di palla, chi di baionetta, condannati al letto chi sa per quanti altri mesi, e fortunati quelli che s'alzeranno ancora. Ho davanti a me un luogotenente dei granatieri, lombardo, che s'è preso una baionettata nel petto, a Custoza, da un sergente dei croati, e ferito com'era non s'è voluto allontanare dal campo. M'ha fatto veder la sua tunica; è ancor tutta macchiata di sangue. È quasi guarito, si leva, cammina; ma quando si sveglia, nell'atto che fa per mettersi a sedere sul letto, prova ancora dei dolori atrocissimi. Mi raccontò il fatto.--Mi ricordo di poco,--mi disse;--mi ricordo come di un sogno, d'aver veduto quattro o cinque ceffi orrendamente stravolti correre contro di noi mandando un urlo prolungato, e uno di essi mi guardava. Ho sempre presenti quei due occhi spalancati e la punta di quella baionetta; era un uomo alto, nero, con due gran baffi. In che modo sia riuscito a ferirmi non mi sovvengo. Ricordo che mi passò dinanzi, rotando la sciabola, un ufficiale austriaco senza barba, un viso femmineo, giovanissimo, che gridava disperatamente:--_Jesus Mària! Jesus Mària!_--Passò e scomparve. Quello lì lo vedo sempre, lo riconoscerei. Parecchi giorni dopo, essendo all'ospedale colla febbre e il delirio, mi sentivo ancora l'orecchio intronato da quegli urli e dal suono dei fucili cozzanti, e vedevo lontano lontano una punta scintillante che veniva innanzi, nella direzione del mio cuore, lentamente, lentamente, come se mi guardasse per riconoscermi; e me la sentivo entrar poi tutt'ad un tratto nelle carni, dura, fredda, e starci lungo tempo e andar sempre più giù. Ti parrà strano; ma per molti giorni, ad ogni rumore improvviso ch'io sentissi, allo sbatter d'un'imposta, al cader d'una seggiola, mi correva un brivido per tutta la persona....--Questo povero giovane, ferito com'è, l'altra notte saltò giù dal letto in camicia e venne a domandarmi se avevo bisogno di nulla, perchè gli era parso ch'io mi fossi lamentato. Mi vergognai. Un imbelle e volgare febbricitante esser causa che un nobile ferito di baionetta s'incomodi per lui! Da quella notte in poi, ad ogni rumore ch'egli fa, sia anco russando, salto giù.--

--Il quartiere generale è a Padova, lo sai? Ieri, mentre dormicchiavo, mi vidi balenare sugli occhi un petto coperto di medaglie e di croci; guardo, è lui, è il «burbero benefico.» Ci stette un'ora. Entrai a discorrere della guerra; egli lasciò cadere il discorso; non sorrise mai; era molto tristo. Mi lasciò stringendomi a più riprese la mano e dicendomi con molta serietà:--Sii forte.--

La risposta è una protesta violenta, che dalle prime all'ultime parole va però gradatamente scemando di forza, tanto che comincia:--Sei proprio indegno dell'immenso bene che ti voglio.... Il cielo è ben crudele con me,...--e finisce:--Sia ringraziato il cielo; vedo proprio che ci protegge: e tu sii benedetto, mio buon Alberto.

Martellago, 15 settembre.

....Finalmente! Siamo per la prima volta acquartierati a Martellago, poco lontano da Mestre; ho una camera! un letto! un tavolino! uno specchio! Oh felicità sovrumana! Tu non lo capisci, cara, che cosa voglia dire per noi possedere un po' di casa dopo tanti mesi che si dorme in terra e ci si lava il viso nei rigagnoli.--È mia!--esclamo misurando in lungo e in largo la camera a passi lenti e gravi, e girando lo sguardo sulle pareti.--È mia; me la pago e me la passeggio e me la godo e tengo tanto di chiave in tasca!--La prima sera, nell'atto di salir sul letto, ho provato una certa peritanza, una certa soggezione; mi pareva d'essere un contadinaccio penetrato segretamente in un salotto di signori, e che da un momento all'altro mi dovesse calar sulle spalle una tempesta di bastonate. Poi, quando ho messo il ginocchio sulla sponda e l'ho sentita dar giù, credetti di cadere, mi trattenni, sorrisi e risalii, con una sorpresa, con un piacere, che mi ricordò quello che provavo da ragazzo aprendo la scatoletta da cui saltava fuori il mago sabino con quella gran barba. Che sonno delizioso! Che allegro svegliarsi!... Una camera! Ma io sono un re; voglio spassarmela, voglio fare il _giovin signore_; voglio goder la vita. Ho già cominciato. Mi son fatto portare il caffè a letto; mi son levato e vestito lemme lemme, sbadigliando voluttuosamente e domandando ogni momento del tempo e dell'ora; ho avuto l'impertinenza di mandarmi a chiamare un barbiere del paese, e di riceverlo sdraiato sulla poltrona, e di accendere un sigaro e di aprire un libro.... Gran bella cosa nuotar negli agi e nelle morbidezze! Cara, lo crederesti che io amo tanto la mia cameretta da curare la disposizione simmetrica delle seggiole? Tu riderai; eppure.... Adesso comincio a rendermi ragione del perchè e del come voi altre donne amiate tanto la casa; non ti burlerò più per quella tua cura religiosa che tutto sia al suo posto, pulito, lucido. Quante cose insegna la tenda!--

Risposta:--Per capir certe cose non ci dovrebb'essere bisogno della tenda, mi pare! Dormi colla finestra chiusa; non son più giorni da pigliar aria i primi di settembre; se non hai abbastanza coperte, chiedine alla padrona di casa. A proposito: è giovane questa tua padrona? è maritata? ha figliuoli? Che donna è? Queste padrone di casa mi dan sempre da pensare perchè per solito vogliono immischiarsi un po' troppo nelle cose che non le riguardano. Tu poi sei un benedetto ragazzo!

Martellago, 16 settembre.

....È strano; cioè è naturalissimo, ma in sulle prime mi parve strano, che fra noi, dopo una campagna, anche coloro che parevano più spensierati, più freddi, più cinici, sentano un prepotente bisogno d'affetto, e parlino ad ogni momento e con tutti della loro famiglia (molti avean persino dimenticato d'averla), e scrivano di qua e di là, e custodiscano religiosamente le lettere, e scongiurino gli amici lontani a mandare i ritratti, e cerchino per mare e per terra un amoruzzo sentimentale pur che sia. Questi mutamenti seguono più generalmente e in modo più pronto e più vivo dopo una guerra sfortunata; si capisce. Certuni sono andati a dissotterrare non so che cugine lontane, di cui forse non sapean neanche il nome, ed hanno intavolato con loro una corrispondenza letteraria disperata. Le cugine, sorprese e intenerite dalla subita e appassionata espansione di quei cuori, rispondono cose di fuoco; i ferri, come si dice, si scaldano; prevedo di gran matrimoni. Le guerre rubano molti figliuoli alla patria; ma gliene preparano anche molti. Se tu li vedessi, come li vedo io, certi don Giovanni in diciottesimo, certi crapuloni, che qualche mese fa ponevano la bottiglia, il sigaro e la bionda o la bruna al di sopra di tutti gli affetti e di tutte le felicità umane; se tu li vedessi la sera, appoggiati alle finestre, guardar la luna con occhio melanconico, e lamentarsi con me:--Son due giorni che non mi scrive!--È inutile, già; la donna è sempre la nostra riverita signora e padrona; l'ambizione, la gloria, qualche altra felicità aspettata o sperata, possono qualche volta illuderci, farci credere che si possa fare a meno di lei, nasconderla, per così dire, agli occhi della nostra mente e ai desiderii del nostro cuore; ma poi.... Ella non ci arresta, come dice il Manzoni, nel viaggio superbo;

Ma ci segna; ma veglia ed aspetta, Ma ci coglie....

Oh ci coglie sempre!

Risposta:--E tu chi hai dissotterrato? Per carità: giudizio! giudizio! giudizio!

17 settembre.

--....Un altro fenomeno da notarsi, dopo una guerra, è l'ardore della lettura che rinasce vivissimo in tutti, anche nei più alieni, o per indole d'ingegno o per insufficienza di coltura, da questa maniera di occupazione e di diletto. Tutti leggono, tutti cercan libri; il parroco del paese è stato costretto a mandare in giro tutti i volumi della sua biblioteca. A me che vado agli eccessi, come tu dici, in tutto, è venuta una vera manìa; non è più voglia di libri quella ch'io sento, è fame, fame rabbiosa. Ma son sempre fedele al mio amore antico. Tutte le ore libere del giorno e della sera le passo leggendo e rileggendo e pensando e sviscerando questo caro, questo benedetto, questo santo romanzo I Promessi Sposi, mio eterno compagno ed amico, fonte per me di tante dolcezze, di tante consolazioni, e di quella eguale e soave tranquillità d'animo e di cuore, in cui ogni mio affetto si purifica e si rafforza, ogni mio pensiero s'innalza, e le cose e gli uomini e il mondo e la vita, tutto mi si presenta all'intelletto sotto il suo aspetto migliore, tutto circonfuso d'amore e di speranza. Non so come; ma la mia patria, il mio reggimento, te, gli amici, tutto sento d'amar di più e più nobilmente, meditando questo vangelo della letteratura. E non v'è una pagina a cui non sia legato un ricordo delle nostre prime letture; quando tu tenevi il libro sulle ginocchia, ed io leggevo e tu ascoltavi, e le mie lacrime cadevano sulle tue mani, e a certi punti si chiudeva il libro e ci abbracciavamo; o s'io leggeva nella mia camera, uscivo e venivo a cercarti per piangere fra le tue braccia. L'ho qui dinanzi questo libro, lo tengo fra le mani, me lo stringo sul cuore e gli dico:--Per tutte le lacrime che hai fatto spargere a me e a mia madre, per tutti i santi affetti che m'hai destati e tenuti vivi nell'anima, per tutto l'amore che m'ispirasti agli uomini e alla vita e alle cose nobili e grandi, io ti giuro che come fosti la mia prima lettura, sarai l'ultima, e che fin che la mia mano ti potrà reggere ed il mio sguardo fissarti, cercherò te, sempre te, libro-paradiso!--

Dopo questa lettera c'è l'annunzio della partenza da Martellago, e poi, giorno per giorno, un cenno delle partenze e degli arrivi successivi, da Padova a Rovigo, da Rovigo a Pontelagoscuro, da Pontelagoscuro a Ferrara, da Ferrara a Modena, da Modena a Parma.

Parma, 16 ottobre.

--Senti che tiro m'ha fatto quel briccone di ordinanza. Due settimane fa, ricorrendo il giorno del suo nome, presi una bottiglia di barbèra dal vivandiere, ci attaccai sul collo un pezzo di carta con suvvi scritto--San Remigio--e, colto un momento ch'egli non c'era, andai a mettergliela sotto la tenda. Non seppi altro; non mi ringraziò; non die' mai segno di nulla; credetti che glie l'avessero rubata. Ieri sera, tornando da una passeggiata fuori del campo, entro nella tenda e vedo al mio posto un gran monte di paglia fresca, ben raccolta e spianata, che pareva levata allora da un pagliericcio; e dalla parte dove metto la testa, un'immagine di santo appesa al sostegno della tenda, con foglie e fiori intorno, e un cerino acceso dinanzi; accanto, sul coperchio del baule, un astuccio di legno, fatto col coltello, che poteva passare per un portasigari; sotto l'astuccio un mazzetto di sigari legato con un nastrino rosso. Guardo l'immagine: c'è scritto su--Santa Teresa--; guardo l'astuccio--Santa Teresa;--guardo il nastrino dei sigari--Santa Teresa.--Ne rimasi commosso. Non credevo che il cuore di questo giovane, oltre all'esser tanto buono, fosse anche tanto delicato, da onorare e festeggiare il nome di mia madre invece del mio.--

La risposta della madre è un vero schiaffo al regolamento di disciplina. Se il soldato d'Alberto fosse diventato ad un tratto generale d'armata, essa non avrebbe potuto scrivere in altro modo. E pare che in seguito il signor Remigio non fosse mal ricompensato della sua delicatezza perchè un giorno si presentò all'ufficiale con una lettera di casa sua tra le mani e colle lagrime agli occhi, e fece con voce tremante un lungo ringraziamento....

--Ho capito--disse Alberto tra sè quand'egli ebbe finito;--le due madri sono amiche.--

Da Parma a Piacenza, da Piacenza a Pavia, da Pavia a Bergamo; altri quindici giorni di marcia, di cui la metà colla pioggia.--Penso alle scorticature dei tuoi poveri piedi--dice una lettera della madre, e non posso far altro che mandarti dei sospiri di dolore.--Mandami delle calze di filo--risponde il figliuolo.

Bergamo è l'ultima stazione, dalla quale ricomincia il racconto di Alberto.

RITORNO.

Eran gli ultimi giorni di dicembre; io era sempre a Bergamo col mio reggimento, ricreandomi co' libri dal servizio di guarnigione, che sempre, ma in ispecie dopo una guerra, è d'una monotonia e d'una noia.... Zitto! Non pensavo nemmeno a tornare a casa perchè il periodo dei lunghi congedi non era per anche aperto, e di brevi sentivo dire che il colonnello non ne voleva dare, se no l'avrebbero chiesto tutti; mia madre continuava a scrivermi che--assolutamente e a qualunque costo mi voleva rivedere e non poteva più durarla così,--ed io a risponderle:--abbi pazienza; aspetta un altro poco,--ed ella:--è impossibile; e io daccapo a quetarla, e intanto passavano i giorni e le settimane.

Una bella mattina sento picchiare all'uscio della mia camera, apro:--Chi veggo! Colonnello!

Mi salutò con molta gravità, non volle sedere, mi disse che veniva da Venezia, ch'era diretto a Milano, che aveva buone notizie della mia famiglia.... A questo punto mi guardò in viso e disse con una cert'aria di pietà e di rimprovero:--Io già capisco che tu hai una gran smania di tornare a casa.

--Eh.... dopo una campagna!--risposi umilmente.

--Campagna! campagna!--egli ripetè in suono di stizza;--non la chiamare così; sono state quattro marcie mal fatte e quattro schioppettate mal tirate.--

Io tacqui. Egli continuò serio serio:--Avvezzati a tenere il reggimento per la tua vera famiglia.--

Io continuai a tacere. E lui:

--Tu, per indurirti un po' codesto cuoricino di cera, per diromperti un po' alla vita del soldato, che non sai ancora cosa sia, lasciatelo dire, avresti bisogno di fare una campagna nelle Indie almeno almeno di cinque anni.--

Ed io zitto. E lui ancora:

--Tutta questa impazienza, tutto questo gran bisogno di riattaccarsi al grembiale della mamma, è molto antimilitare.--

Io sempre muto. Seguì una breve pausa, ed egli soggiunse raddolcendo appena sensibilmente la voce:

--Ho parlato col tuo colonnello; t'ha dato un congedo di cinque giorni; puoi partire anche subito.--