La vita militare: bozzetti

Part 26

Chapter 263,867 wordsPublic domain

L'ultima provincia in cui si sviluppò largamente il colèra sullo scorcio del sessantasette fu quella di Reggio di Calabria. In Sicilia era già cessato. Nei primi giorni del settembre, le piogge lunghe e frequenti avendo prodotto un notevole abbassamento di temperatura, il colèra avea cominciato a decrescere sensibilmente nelle provincie di Palermo e di Messina, e rapidamente in quelle di Trapani, di Girgenti, di Siracusa, di Catania e di Caltanissetta. Rincrudì un'altra volta in queste due città verso la metà di settembre; ma per pochissimi giorni. Dopo i quali la salute pubblica andò continuamente migliorando in tutte le parti dell'isola; così nel mese d'ottobre l'esercito non ebbe più a deplorare che una ventina di morti, e nel novembre sette, e nel dicembre nessuno, o uno o due tutto al più. Fin dal primo decrescere dell'epidemia, le città, villaggi e le campagne mutarono aspetto. Quetato quel primo terrore che nell'animo di molta parte dei cittadini aveva spento ogni senso di amor di patria e di carità, i fuggitivi, di cui il maggior numero eran gente ricca od agiata, cominciarono a ritornare nei loro paesi e a spargere tra le popolazioni indigenti quei soccorsi di danaro, d'opera e di consiglio, che avean negati dapprima. E le popolazioni ripresero animo subitamente, e, come destandosi da un letargo profondo e travagliato, ritornarono a poco a poco agli uffici consueti della vita, già smessi affatto o esercitati a intervalli, con una grave fiacchezza e una specie di stordimento pauroso sotto quella continua imminenza e davanti a quel continuo spettacolo della morte. Tornò la frequenza nelle vie e nelle piazze, le botteghe e le officine si riapersero, e ricominciò a fervere il commercio e si ridestò il lieto rumor del lavoro dove prima era la solitudine e il silenzio o sonava il lamento dei morenti o degli accattoni. Le amministrazioni pubbliche si rifecero a poco a poco degli officiali morti, o fuggiti, od espulsi; si ricomposero, si riordinarono, e sovvenute da que' cittadini che le aveano abbandonate dapprima, cominciarono a dedicare ai bisogni del paese un'operosità regolare, illuminata e tranquilla. I malandrini, che resi audaci dalla confusione e dallo spavento generale e dalla scarsità della truppa intesa in gran parte a più gravi doveri, avean fatto d'ogni erba fascio nelle città e nelle campagne, prevedendo ora che col cessare del colèra le forze militari si sarebbero volte tutte e con più risoluto vigore contro di loro, si frenarono di spontaneo proposito, e le condizioni della sicurezza pubblica risentirono un miglioramento improvviso. E i soldati riebbero finalmente un po' di respiro, e la notte poterono dormire un po' di sonno continuo e tranquillo, e il giorno mangiare con un po' di pace il loro pan nero, bagnato di sì lunghi e santi sudori.

Come il convalescente, quando ritorna agli usi della vita consueta, si diletta d'ogni cosa, si rallegra d'ogni persona, e intende con una sollecitudine e una gaiezza infantile a quelle stesse faccende che per l'addietro aveva in uggia o trasandava, così i soldati, all'uscire da quella vita di travaglio e di lutto, ripresero le occupazioni del servizio ordinario, anche quelle che parean prima più tediose, come una novità gradita, come un divertimento; risentiron tutti quasi una freschezza nuova di affetti e di speranze, un'allegrezza viva, un prepotente bisogno di aprirsi il cuore l'un altro, di espandersi, d'amarsi. Nelle caserme echeggiarono di nuovo i canti, le grida, quello strepito pieno di vita che da tanto tempo vi era cessato; tutto mutò, tutto rivisse.

* * * * *

Ma per formarsi una giusta idea del come doveva esser l'animo dei soldati in quei giorni, bisognava entrare negli ospedali dei convalescenti, dove il riposo e il silenzio lasciavan libero corso ai pensieri e alle memorie.

Entriamoci un istante, e là daremo l'ultimo saluto ai nostri buoni e bravi soldati.

Verso la fine del settembre di quell'anno, un soldato del 9º reggimento di fanteria mi scrisse una lettera da Catania, pregandomi di dire in un giornale militare quel che avean fatto per lui e pe' suoi compagni gli ufficiali del suo reggimento. Era stato malato di colèra, n'era quasi affatto guarito, e mi scriveva da un convento dove il suo colonnello aveva impiantato un ospedale pei convalescenti, ed egli vi si trovava da più d'un mese, «...E ci troviamo qui--dice la lettera--dopo tanti rischi e tante disgrazie, ancora vivi per miracolo.»--Poi una lunga descrizione del convento, posto sopra una piccola collina e tutto cinto di bei giardini dove i convalescenti potevano andare a diporto; con un cortile spazioso e sparso di grandi alberi fronzuti, all'ombra dei quali essi solevano passare una gran parte della giornata discorrendo, o leggendo, o giocando a dama coi sassi. Mi diceva poi che ognuno di loro aveva per sè una celletta a terreno colla finestra sul giardino, e che nella sua l'ellera s'era arrampicata attorno all'inferriata e tra sbarra e sbarra v'entravan dentro i rami d'un albero. «Abbiamo il nostro bel letto--scriveva--il nostro tavolino, le nostre due seggiole, e abbiamo posto affetto a queste stanzuccie come se fossero casa nostra, e nella mia tengo tutto in ordine, tutto pulito, con gran scrupolo, proprio come una donna che non abbia il capo ad altro che alla famiglia e alla casa.» Poi mi parlava del mangiare che era squisito, e si spandeva in elogi e in ringraziamenti ai direttori dell'ospedale. «Bisogna dirlo, si mangia bene. Si figuri: carne mattina e sera, e un buon brodo e un buon vinetto. Siamo contentoni. In caso che lei voglia stampare qualche cosa di quel che le ho scritto mi faccia un piacere, stampi anche i nomi di quelli a cui dobbiamo tutte queste cure. Sono il luogotenente colonnello Croce e il capitano Mirto, i due direttori dell'ospedale. E anche il dottor Longhi, che per i soldati ha fatto tutto quello che un uomo poteva fare, e noi gli vogliamo un bene dell'anima.» Poi descriveva i crocchi dei convalescenti seduti all'ombra degli alberi nel cortile, pallidi, smunti, cogli occhi infossati, che discorrevano dei casi avvenuti, dei pericoli corsi, dei mali patiti, e si confortavano nel pensiero delle famiglie lontane, a cui presto o tardi sarebbero pur ritornati «e con che cuore--soggiungeva--se lo immagini lei, dopo tanto tempo, dopo tante vicende, dopo una malattia di questa sorta!» In quella lettera, scritta così semplicemente e con tanta ingenuità, io sentii in certo modo trasfusa quella pace, quella calma stanca e soave che doveva regnare in quel silenzioso recinto; la prima volta ch'io la lessi mi parve di vedere quei poveri volti scarni e di sentire quelle voci fievoli e lente.--A una cert'ora venivano al convento gli ufficiali a visitare i soldati delle loro compagnie. Era una festa. Si vedevano quei buoni giovani levarsi in piedi stentatamente, portare la cerea mano al berretto, e rispondendo all'interrogare premuroso dei loro ufficiali, significare l'interna gratitudine con un sorriso in cui l'affetto e il rispetto si temperavano e si avvaloravano a vicenda nel più caro e più gentile dei modi...--La lettera del mio soldato terminava a questo punto, ed io termino con lui, termino con l'immagine viva dinanzi agli occhi di quel sorriso di gratitudine, che m'intenerisce e m'esalta.

Il colèra del sessantasette fu per l'esercito, non meno che pel paese, una grande sventura; ma non senza frutto.

L'esercito si avvantaggiò nella disciplina, ed è facile comprenderne il come. Anche per quei soldati cui la disciplina riusciva più dura, o perchè di natura indocile e caparbia, o perchè digiuni affatto d'ogni idea di patria e di nazionalità e inetti a rendersi ragione, nonchè della necessità del rigor militare, neanco di quella dell'esercito, anche per questi soldati, in mezzo alle sventure del colèra, la disciplina si spogliò di quel che avea prima di odioso e d'insopportabile, e assunse un nuovo aspetto. Naturalmente, poichè anche le menti più rozze, comprendendo quanto vi fosse di nobile e di generoso in quel tanto fare e patire per la pubblica salute, intendevano pure che, se invece d'esser soldati uniti e soggetti a una disciplina, fossero stati contadini o operai liberi e divisi, avrebbero probabilmente, o tutti o quasi tutti, sfuggito ogni fatica e ogni pericolo, e provveduto ciascuno da per sè alla propria salvezza. Sentivano però che una parte del merito delle loro nobilissime opere non spettava a loro, e la riferivano tacitamente a quella disciplina, della cui mancanza erano al caso di vedere ed esperimentare tutto giorno le deplorabili conseguenze nelle altre classi della popolazione. A misura che si rendevan ragione dello scopo di tutte quelle leggi e di tutte quelle consuetudini che soleano prima tenere in conto di rigori irragionevoli o d'inutili aggravi, a misura che ne vedevano, in certo modo, uscir dalle proprie mani gli effetti, e non potevano a meno d'ammirarli e di andarne orgogliosi, si venivano formando un giusto concetto della disciplina, e vi si rassegnavano come a una necessità salutare. Di più, quella dimestichezza, quell'affratellamento che suol nascere e crescere così rapidamente tra ufficiali e soldati nelle occasioni di grandi pericoli e di grandi sventure comuni, aveva fatto capire ai più ottusi e ai più malevoli che se nelle congiunture della vita ordinaria v'è fra gli uni e gli altri una divisione rigorosa e inalterata, ciò non proviene dal proposito spontaneo di ogni ufficiale, ma da una convenzione, da una norma generale dettata dalla necessità della disciplina e da tutti riconosciuta necessaria per intuizione o per esperienza. Ciò compreso, dovevano naturalmente sparire tutti quegli astii e quei rancori che soglion sorgere nell'animo dei soldati riottosi contro gli ufficiali austeri e inesorabili; rancori che, per lo più, un falso amor proprio produce, e la diffidenza e il timore alimentano; e sparirono in fatti. Dinanzi a quel continuo spettacolo della sventura, in mezzo a quella unanimità solenne di affetti e di voleri, ognuno capì chiaramente quanto gli odi e i risentimenti personali fossero ingenerosi e meschini, e se li sentì svanire dal cuore senza bisogno di combatterli o di far forza a se stesso. Di più, per lungo tratto di tempo gli uffici e le operazioni della truppa erano stati di tale natura, che gli ordini dei superiori venivano a coincidere, non solamente nella sostanza, ma anco nella forma, coi più semplici precetti della religione, insegnati dalle madri ai fanciulli nella più tenera età. Certi discorsi tenuti dagli ufficiali ai soldati si sarebbero potuti ripetere parola per parola da un oratore sacro sul pergamo, e certi ordini del giorno dei colonnelli erano squarci netti e pretti di vangelo. Non era però possibile che neanco i soldati più tristi e più in colti si ribellassero agli ordini dei superiori, o ne ponessero in dubbio la rettitudine, o ne discutessero l'opportunità, o disconoscessero il dovere dell'obbedienza. Quindi a poco a poco al sentimento della disciplina s'era, per così dire, sostituito quello della religione, e ciò che si sarebbe fatto a malincuore per obbligo, si facea di buon animo per impulso di carità. Per altra parte, quella sollecitudine affettuosa che in ogni occasione gli ufficiali avevano mostrata pei loro soldati, visitandoli negli ospedali, soccorrendoli dei propri denari, confortandoli, consigliandoli, proteggendoli, aveva fatto sì che nel cuore di questi i due sentimenti della gratitudine e della disciplina si compenetrassero e s'immedesimassero in modo, da togliere persino l'idea ch'e' si potessero in alcun caso disgiungere e contrariare. Intesa la disciplina per quello che è, e per quel che dev'essere, intesi cioè i principii da cui move e su cui si basa, e i fini a cui tende e gli effetti che ottiene, anche l'intelletto del più umile soldato abbraccia tutto intero questo magnifico edifizio dell'esercito, comprende il congegno mirabile e l'armonia delle forze ond'egli è retto, sente che ne sono le fondamenta i primi affetti della famiglia e le prime leggi della religione, e a misura che ne contempla la sommità, la vede illuminarsi e levarsi in alto fin dove non giungono le declamazioni dei filosofi e le querele dei volghi. Questo effetto si ebbe nei soldati; in questo modo si rafforzò la disciplina.

E il paese?

La più splendida prova dell'effetto prodotto sul paese dalla stupenda condotta dell'esercito l'ha data il popolo siciliano sulla fine del sessantasette e l'ha ripetuta testè, la prova più cara ch'ei potesse dare all'esercito e all'Italia,--il mirabile resultato della leva.--Oh quel popolo pieno di fierezza, di ardimento e di fuoco non può dare che dei bravi soldati!

* * * * *

E che premio ebbe il soldato?

Grande. La sera dopo la visita della ritirata, il furiere gli lesse l'ordine del giorno del colonnello in cui gli si diceva:--Hai fatto il tuo dovere.--

UNA MEDAGLIA.

--Sempre quella faccia rannuvolata e quello sguardo torvo!--Così, un giorno, diceva tra sè e sè un capitano, dopo aver passato in rivista la sua compagnia.--Ma perchè, poi? Cosa gli ho fatto io in fin de' conti?

Pensava a un soldato abruzzese che durante la rivista lo aveva guardato in cagnesco.

V'hanno delle indoli chiuse, altiere, selvatiche, in cui l'amor proprio è siffattamente vivo ed ombroso, che in ogni sorriso sospettano uno scherno, in ogni parola un'insidia, in ogni persona un nemico. Indoli buone, in fondo in fondo, e affettuose; paiono invece e son giudicate superbe e cattive. Sono anime ritrose per naturale diffidenza degli uomini; non hanno affetti spontanei; non aman mai per le prime; ma, appena s'accorgono del tuo affetto, ti corrispondono con quella maggior forza ed effusione di cuore che mostrano di meno, in generale, cogli altri. Quando però s'incaponiscono nell'avversione e nell'astio, sono incredibilmente ostinate e tenaci. Ma non odiano davvero; lo credono. Tu sarai sempre in tempo, con una stretta di mano o un sorriso gentile, a dissipare in loro un'antipatia che credevano invincibile e un rancore che giuravano eterno.

Tal'era il soldato abruzzese che guardava torvo il suo capitano.

Il primo giorno ch'egli era venuto al reggimento insieme a tutti gli altri coscritti vestiti ancora de' loro panni da contadini e da operai, appena entrato nella compagnia, il capitano lo aveva squadrato con una certa espressione di curiosità e aveva detto nell'orecchio al suo luogotenente:--Guardi che faccia proibita.--E avea sorriso. E il soldato avea notato quel sorriso. Condotto nel magazzino del vestiario, s'era infilato il primo cappotto che gli avean messo tra le mani, e il capitano, vedutolo, passando, così insaccato e infagottato, con certe maniche che gli spenzolavano un palmo oltre le mani, e certi faldoni che gli coprivan le ginocchia, s'era messo a ridere, esclamando:--Tu mi sembri un sacco di cenci.--Ed egli s'era tutto rannuvolato e avea lanciato al capitano un'occhiata di sotto in su che pareva una sassata. Un'altra volta, in piazza d'armi, quando s'insegnava il passo di scuola ai coscritti e si facevano uscir dalle righe uno per uno e camminare soli per un lungo tratto, a suon di tamburo, movendo le gambe lente e stecchite alla guisa delle marionette, egli, venuta la sua volta, s'era vergognato e confuso a tal segno, che non riusciva a mutare due passi senza vacillare o inciampare o far certe movenze stentate e grottesche, che facevan ridere i compagni. Era sopraggiunto il capitano e lo avea sgridato; ed egli peggio di prima. Allora il capitano, visto che gli era fiato sprecato, se n'era ito dicendogli:--Siete il più brutto soldato della compagnia.--Là presso c'eran delle ragazze con dei bimbi che stavano a vedere, e s'eran messe a ridere forte. Egli, diventato rosso fino alla radice dei capelli, era ritornato in riga arrotando i denti come un cane arrabbiato.

Così si andò man mano raffermando nell'animo suo il convincimento che il capitano l'avesse in uggia, e lo rampognasse per malignità, e lo mettesse in ridicolo col malvagio proposito di farlo uscire fuori dei gangheri, e di perderlo. E non era vero. Il capitano era un galantuomo; astio non aveva contro di lui più di quanto ne avesse contro gli altri; amava i suoi soldati; era incapace di un sentimento d'avversione cieca ed ingiusta, e abborriva profondamente dalle prepotenze e dalle persecuzioni meditate. Solamente non aveva ben compresa l'indole di questo suo soldato. A vederlo sempre così fosco e bieco, lo aveva giudicato di natura caparbia, indocile, rivoltosa, cattiva, e lo voleva domare; ed egli era domabile; ma coi mezzi della persuasione e dell'amorevolezza; colle vociaccie e colla prigione, no; era peggio.

Un giorno il nostro soldato stava parlando con una ragazza sull'angolo d'una via; passò il capitano; egli non lo vide. Quegli credette che avesse finto di non vederlo per non salutarlo, e gli fece una lavata di capo in presenza della ragazza e di molt'altra gente che era là attorno. Il poveretto n'ebbe tanta vergogna che, appena andato via il capitano, disparve anch'esso di là e non vi si fece vedere mai più. Ma il rancore contro il capitano gli s'accrebbe a cento doppi; divenne odio, quasi; lo rodeva di continuo; non gli lasciava un istante di pace; gli avvelenava la vita. Nè per quanto ei si sforzasse, poteva riuscir mai a dissimularlo. Il capitano rimbrottava un soldato, ed egli tossiva e stropicciava i piedi sul terreno; il capitano si volgeva sdegnoso, ed egli, pronto, alzava la faccia in su a guardare le nuvole. In marcia, se un soldato stava attento quando il capitano cercasse da bere e gli porgeva la borraccia, egli sogghignava e, tratto in disparte quel soldato, gli mormorava nell'orecchio: Imbecille! Quando il capitano lo rimproverava, egli faceva mostra di non intendere, stralunando gli occhi come un insensato e tentennando la testa, o mandava dagli occhi socchiusi un lampo di riso maligno, torcendo la bocca e sporgendo il labbro di sotto. E poi sempre lo sguardo torvo e la faccia scura.

Una sera, in piazza d'armi, mentre si facevano gli esercizi, un maggiore rimproverò ad alta voce il capitano; questi girò un rapido sguardo sulle faccie dei suoi soldati; quella tal faccia rideva.--Canaglia! urlò egli allora, cieco di rabbia, e fattosi dinanzi al soldato, gli pose i pugni sul viso: il soldato impallidì. Pochi minuti dopo si volse freddamente al suo vicino e gli disse:--Un giorno o l'altro (e aggiunse qualche parola sotto voce).... o io non sono abbruzzese.--Appena rientrato in quartiere e giunto ai suo letto, sbattè il gamellino e lo zaino contro il muro. Il capitano sopraggiunse inaspettato e vide.--Sergente, me lo cacci in prigione!--gridò, e disparve. Il soldato addentò, ruggendo, le lenzuola e si percosse la testa coi pugni. Tre o quattro compagni gli si slanciarono addosso, l'afferrarono, lo trattennero:--Che hai? Che fai? Diventi matto?--

* * * * *

V'è un tratto della valle del Tronto, il tratto più angusto, in cui le giogaie s'elevano dalle due parti ad una grande altezza e dirompendosi in valloncelli, in dirupi e in burroni scuri e profondi, protendono le falde sassose fin quasi sulla sponda del fiume. La valle, in quel tratto, offre un aspetto cupo e malinconico. Tra l'acque e le falde estreme, il terreno è tutto ghiaia e ciottoloni e macigni enormi, precipitati giù dalle sommità de' gioghi; e dalle falde in su è un laberinto di tane e di precipizi e di boschi folti e di greppi senza sentiero. Qualche viottolo s'inerpica su per l'erta a gomiti e a giravolte, e si perde in mezzo ai massi e alle macchie; qualche abituro appare qua e là mezzo nascosto fra le sporgenze dei balzi; qualche tratto di terra è piano e verdeggiante; in ogni altra parte è verginità di natura aspra e selvaggia.

Era una sera d'autunno e piovigginava. Una pattuglia di pochi soldati, l'un dietro l'altro, passava per cotesto tratto della valle, salendo, scendendo, serpeggiando, a seconda dei rialzi del suolo e dei macigni ond'era ingombro quel po' di sentiero che il piè dei viandanti, in un lungo volgere d'anni, vi aveva segnato.

Un soldato precedeva la pattuglia d'una quarantina di passi; un altro, alla stessa distanza, la seguitava. Camminavano a capo basso, col fucile stretto sotto le ascelle, lenti e silenziosi.

Tutt'ad un tratto, il soldato che stava innanzi udì un rumore concitato di passi, vide spuntare al di sopra d'un masso tre teste e luccicare tre canne e tre lampi, e si senti staccar dalla fronte il cheppì e sibilare due palle a destra e a sinistra del capo. Subito dopo si slanciarono verso di lui tre briganti. Egli sparò il fucile, e l'un d'essi die' un grido e stramazzò. S'avventò sull'altro, e con un colpo poderoso del fucile gli respinse la carabina da un lato, e gli cacciò nel ventre e ne estrasse in un sol punto la baionetta. Ma il terzo, ch'era addietro, gli è sopra prima ch'egli possa rivolgersi contro di lui; gli afferra colla manca il fucile, leva in alto coll'altra un pugnale; il soldato abbandona l'arma, abbranca colla sinistra la mano armata del brigante, gli ricinge il collo col braccio destro, gli si stringe addosso come una serpe e gli addenta rabbiosamente e gli dilania l'orecchio. Un urlo orrendo di spasimo erompe dal petto dell'assassino, e qui s'impegna una lotta che fa spavento. Fanno a rovesciarsi per terra; un piede in fallo è la morte; in men d'un istante un largo tratto di terreno è impresso qua e là di orme profonde; le pietre percosse dalle violenti pedate sbalzano all'infuori dell'orribile arena; i due nemici si abbracciano e si svincolano e si ricongiungono con una rapidità a cui vien meno lo sguardo; si pestano coi pugni, si lacerano coi morsi, si dan dei gomiti e delle ginocchia nel petto e nel ventre;--sbuffi--aneliti--grida di rabbia strozzate; gli occhi orribilmente dilatati ed accesi; le bocche schiumose e sanguigne discoprono, contraendosi convulsamente, i denti digrignanti; oramai quei due visi non han più umana sembianza. Ma il soldato tien tuttavia stretto nella ferrea mano il pugno nemico armato di coltello.... Ad un tratto il brigante stramazza, percuotendo aspramente il terreno; il soldato gli è sopra, lo stringe con ambe le mani alla strozza, si fa schermo a mancina col ginocchio piegato, e mentre il prostrato gli incide il braccio sinistro d'una profonda ferita, ei gli solleva da terra, con supremo sforzo, la testa, e acconsentendo con tutta la persona alla spinta, gliela fa battere violentemente contro un sasso; profitta dello stordimento prodotto dal colpo, stringe con tutte e due le mani e con tutta la lena che gli resta il polso del braccio armato; la mano indolenzita s'allarga, e non sì tosto il coltello dell'assassino è passato nel suo pugno che già ei glie l'ha cacciato nella gola. Il ferro tagliente, ghiacciato, gli penetra nell'ugola e gli rompe l'ossa del palato; un'onda di sangue gli prorompe gorgogliando dalle fauci aperte, mista a un rantolo confuso, che fu l'ultima sua voce.

Bravo! bravo!--urlarono, sopraggiungendo affannosi, gli altri soldati della pattuglia; e gli si fecero attorno e l'affollarono di domande, mentre egli immobile, ansante, col viso bianco e l'occhio stupido e stralunato, stava guardando ora il brigante prostrato, ora il coltello sanguinoso che teneva tuttavia stretto nel pugno.

La pattuglia era stata assalita nello stesso tempo da un branco di briganti i quali, appena sparate le carabine, s'eran dati alla fuga. I soldati li avevano inseguiti per un buon tratto di via.

Il soldato ferito in capo a pochi giorni guarì. La prima volta che il capitano lo vide, passandogli dinanzi alla rivista, lo guardò fissamente negli occhi e gli disse:--Bravo!--Subito dopo un suo vicino gli susurrò nell'orecchio:--E tu dici che ti ha in tasca? T'ha detto bravo!--Per forza!--egli rispose scrollando la testa, e sogghignò.