Part 24
Un'altra volta, passando tre soldati dinanzi a un gruppo di case fuori della città, uno di essi si fermò a guardare un fanciullo che scavava colle mani una fossetta, gli disse:--Bel bimbo,--si chinò e gli fece una carezza. Una donna poco lontana di là vide quell'atto, si slanciò alla porta d'una di quelle case e gridò con quanta voce avea in gola:--Presto, presto! I soldati t'ammazzano il bambino!--Un grido acuto s'intese dal di dentro, apparve nello stesso punto sull'uscio un'altra donna, vide i soldati, si avventò, gettando un grido spaventevole, sopra il bambino, lo strinse fra le braccia, tornò come un fulmine in casa, chiuse la porta, si slanciò alla finestra, ansante, convulsa, cogli occhi fuor dell'orbita e la faccia smorta e stravolta; fissò lo sguardo sui soldati, e poi, accompagnando le parole con un gesto vigoroso come se scagliasse una pietra, gridò con voce soffocata:--Maledetti!--e si ritrasse. I soldati stavan là fermi, a bocca aperta, come trasognati. Ma la donna che avea dato il primo grido era corsa a chiamar gente; onde i tre poveri giovani pensarono tosto a mettersi in salvo, che non c'era tempo da perdere. Non avevano fatto ancora cinquanta passi quando apparvero davanti alla casa della madre i forieri armati della turba.
Una sera, lunge dall'abitato, un branco di contadini che andava in traccia d'avvelenatori, s'imbattè in un soldato. Appena lo vide, gli mosse incontro di corsa. Il soldato, malaccorto, volse le spalle e si diè a fuggire. Fu raggiunto, afferrato da dieci mani, tradotto dietro una casa romita, messo colle spalle al muro, minacciato di morte.--Dove tieni il veleno?--gli domandarono dieci voci in una.--Io non ho veleno...--rispose balbettando il soldato, bianco come un cadavere.--Dove tieni il veleno?--insistettero gli altri minacciosamente. E uno gli tolse il cheppì, lo esaminò e la buttò in terra; un altro gli strappò dal collo la cravatta.--Fuori questo veleno!--e uno che lo avea afferrato pel collo gli fece batter la testa nel muro.--Non ho nulla....--rispondeva con voce spenta e supplichevole il soldato.--Ah, non hai nulla, eh? Ora lo vedremo se non hai nulla! digrignavano quei feroci, e sbottonatogli il cappotto e apertagli la camicia, lo andavano frugando per tutto.--Levategli il cinturino,--disse uno.--Gli afferrarono subito il cinturino e glielo tirarono di qua e di là per levarglielo d'addosso; non ci riuscivano, strillavano, bestemmiavano.--Oh!... lasciatemelo stare..., implorava il povero soldato, lasciatemelo stare il cinturino!...--Glielo sciolsero e glielo buttaron via, lo costrinsero a svestire il cappotto, malmenandolo, percuotendolo, facendogli correre a fior di pelle le punte dei coltelli, urlandogli nell'orecchio ogni maniera di vituperi e di maledizioni. L'infelice, a cui restava appena tanta forza da reggersi in piedi, si lasciava fare ogni cosa senza resistenza, quasi fuori dei sensi, colla testa e le braccia penzoloni come una persona morta, mormorando di tratto in tratto con un filo di voce:--La mia baionetta.... io non avveleno nessuno.... lasciatemi stare.... datemi la mia roba.... la mia baionetta!...--L'avrebbero certamente ucciso; ma volle la fortuna che passasse per di là una pattuglia, la quale, accorrendo velocissimamente, disperse la turba proprio nel punto che stava per ispargere il sangue di quello sventurato.
E questo ch'io narrai è quanto accadde di meno doloroso in quell'ordine di fatti, però che a Catania almeno sangue di soldati non se ne sparse, e non si può dire lo stesso di tutti gli altri paesi. Che cosa doveva provare in quei giorni il cuore dei soldati! Quali saranno stati i loro pensieri, i loro discorsi, a vedersi così ferocemente esecrati da coloro stessi a cui sacrificavano il riposo, la salute, la vita!
Ma per essi il correr rischio continuo della vita e averla a difendere così di frequente dalle violenze d'un volgo insensato era forse un pensiero meno doloroso e una cura men grave che il dovere a ogni tratto proteggere la vita degli altri cittadini dalle stesse violenze e per le stesse cause minacciata. Ogni giorno dovevano accorrere a disarmare e ad ammansire una folla cieca di furore e assetata di sangue, e a strappare dalle sue mani le vittime, quasi sempre già malconcie dalle percosse e sanguinose, spesso semivive, qualche volta già trucidate. Bisognava, quando non si poteva più far altro, lottare per impadronirsi dei cadaveri, perchè non fossero mutilati e trascinati per le vie, o dati in preda alle bestie o alle fiamme. Bisognava che si cacciassero uno ad uno in mezzo a una folla di gente armata, che stringendosi e ondeggiando li portava di qua e di là, separandoli, pigliandoli in modo che al bisogno non avrebbero neanco potuto far uso delle armi, e l'uno potea essere passato da una coltellata senza che gli altri nemmeno se n'accorgessero. Eppure di quella turba forsennata bisognava fidarsene, e persuaderla, pregarla, supplicarla, chè ogni minaccia sarebbe riuscita vana, quando pure, inasprendo le ire, non avesse provocato una mischia e fatto versar nuovo sangue; il che, pur troppo, non di rado accadeva. Ciò nulla meno, molte vite furono salve, molto sangue fu risparmiato, e s'impedirono molti atti di ferocia brutale, specialmente nei paesi in cui non eran sospetti di veneficio i soldati, o nei giorni in cui non l'erano più.
Varrà un esempio per tutti.
A Bocca di Falco, piccolo villaggio vicino a Palermo, c'era il colèra. Correvano per le bocche di tutti i nomi di coloro sui quali il terribile sospetto era caduto, e s'aspettava una qualunque occasione per immolarli. Fra questi era un povero merciaiuolo che ogni due o tre giorni attraversava il paese per recarsi a Palermo. Aveva i capelli lunghi, un vestire strano, un cipiglio fiero, modi aspri e poche parole; ce n'era d'avanzo per crederlo uno spargitore di veleno. Un giorno che il colèra aveva incrudelito oltre il consueta in quel paese, alcune frotte di pezzenti armati di zappe e di bastoni andavano in volta pel paese, levando alte grida di minaccia, fieramente risolute a farla finita cogli avvelenatori. Una di queste frotte incontrò il merciaiuolo, lo pigliò in mezzo senza ch'egli se n'avvedesse, gli si strinse ai panni e lo interrogò.--Quanti ne hai spacciati quest'oggi?--Lo sventurato comprese e credette di salvarsi con uno scherzo--Dieci!--rispose, e non rise.--Bastò. Uno della folla gli diede un gran calcio nella cassettina delle spille e delle cravatte che portava appesa al collo, e gli mandò in aria ogni cosa, dicendogli:--Questo, per ora. Adesso mostraci con che cosa assassini la gente.--Io?--quegli rispose per sua sventura, non riuscendo a frenare un impeto d'indignazione.--Siete voi che mi assassinate!--Ah siamo noi!--proruppe la folla furente. E nello stesso punto un pugno vigoroso nel mento gli empiva di sangue la bocca, una mano lo serrava alla strozza, un'altra gli si avvolgeva nei capelli, su tutta la persona gli cadeva una tempesta di pugni e di calci, ed era sbattuto così violentemente contro il muro che la nuca vi lasciava sopra una impronta di sangue.--Confessa i complici, assassino!--gli gridavano i primi conficcandogli profondamente le unghie nelle guancie e nel collo e premendogli le ginocchia e i bastoni contro il ventre--confessa!--E quei ch'eran dietro tendevan le braccia per afferrarlo, si buttavano di qua e di là per aprirsi un varco nella folla e giungere fino a lui e aprirgli anch'essi una ferita. L'infelice grondava sangue dalla bocca e dalle orecchie, gli occhi pareva gli volessero schizzar dalla fronte, un rantolo mortale gli erompeva dal petto; metteva orrore.--Confessa! Confessa!--Tutto ad un tratto dall'altro lato della strada scoppiò un altissimo grido; era un altro avvelenatore che un'altra frotta di forsennati aveva assalito e percosso; tutti si voltarono da quella parte; il merciaiuolo, rimasto libero un istante, ributtò con uno spintone due che gli stavano al fianco, si gettò in una porta, la chiuse. La folla, intravvisto quell'atto, s'avventò contro la porta e cominciò a percuoterla rabbiosamente co' sassi e colle zappe. Il merciaiuolo s'era ricoverato in una stanzuccia a terreno; v'era dentro una donna che aveva visto dalla finestra tutta la scena di poco prima; all'apparir dell'avvelenatore si tenne per morta; il coraggio e la rabbia della disperazione l'invasero; gli si slanciò contro come una furia, gli si avviticchiò al collo, e cominciò una lotta feroce di morsi e di graffi. Stramazzati tutti e due, si avvoltolavano per terra come due belve, tenacemente abbracciati, l'un sopra l'altro a vicenda, mescendo l'alito e il sangue; la folla sporgeva le braccia dentro la stanza a traverso l'inferriata della finestra, e tendeva le mani convulse per afferrare la sua vittima, ululando orrende parole, e la porta cominciava a scricchiolare ed a cedere.... I soldati! I soldati!--gridarono in quel punto molte voci. Dopo un istante il povero merciaiuolo udì avvicinarsi nella via un rumor concitato di passi, vide luccicare di là dalle finestre le baionette, senti sonare una voce poderosa al di sopra del tumulto che diceva:--Pane per tutti!--e subito dopo i colpi alla porta rallentarsi e cessare, le braccia dei suoi assalitori ritrarsi dalla inferriata, e alle grida irate della folla succedere un sordo mormorio. La donna era rimasta in terra stremata di forze; egli era salvo.--Il comandante del distaccamento era stato avvisato per tempo di ciò che stava accadendo in paese, aveva radunato in un attimo tutti i suoi soldati, aveva fatto prender da ciascuno il suo pane, ed era così accorso a sedare il tumulto colla doppia arme della minaccia e della carità. Dei soldati, in quel paese, non si sospettava, non solo, ma v'eran ben veduti, e fors'anco amati per le elemosine e i soccorsi d'ogni maniera di che erano stati sempre larghi con tutti; e però, al loro apparire, la folla ristette dalle violenze, e a poco a poco si tranquillò. Una parte dei soldati entrò nella casa e vi si pose a guardia; gli altri stettero guardando quei poveri affamati che divoravano il loro tozzo di pane in silenzio.--Oh quanti ne seguirono di cotesti fatti, e quante volte si ripeterono negli stessi paesi!
* * * * *
Ma la fatica più dura e l'ufficio che naturalmente più repugnava ai soldati era quello di seppellire i morti; per cui bisognava che s'armassero più che mai di coraggio e di fortezza. Spesse volte, nel cuor della notte, capitava alla caserma un messo del municipio a dire che in un tal punto, in una tal casa del paese s'erano scoperti dei cadaveri che nessuno voleva seppellire e che bisognava provvedervi prontamente, prima che la putrefazione rendesse impossibile la sepoltura. Un rullo fragoroso di tamburo destava in un istante tutto il corpo, si radunava un drappello di soldati, si accendevano le lanterne, si tiravano fuori i carri, si pigliavan le zappe e i badili, l'ufficiale di picchetto si metteva alla testa del convoglio, e via. Si giungeva silenziosamente al luogo indicato; le vie erano solitarie, le case abbandonate e chiuse. Dopo lunga fatica le porte scassinate rovinavano, e un alito d'insopportabile fetore ributtava indietro i soldati. Coraggio; uno innanzi colla lanterna; gli altri dietro a passo lento colla mano sulla bocca girando peritosamente lo sguardo per la squallida stanza. Distesi in terra su giacigli di paglia o di cenci, seminudi o mal ravvolti in un immondo stracciume, giacevano i cadaveri l'uno accanto all'altro, o l'un sull'altro sconciamente mescolati; le faccie tumide, chiazzate di nero, lorde attorno alla bocca di una bava sanguinolenta; i ventri rigonfi, sparsi di larghe macchie vinose e reticolati di verdi strisce dagli intestini e dalle vene; le membra, dalla parte appoggiata al suolo, schiacciate; ogni sembianza umana stravolta o perduta, e qua e là per le membra più corrotte il primo manifestarsi d'una vita schifosa. E bisognava avvicinarsi a quegli orridi giacigli e afferrare e sciogliere le une d'in fra l'altre quelle membra; sollevare ad uno ad uno quei corpi e portarli sui carri, vedendoli ad ogni scossa e ad ogni passo più bruttamente scomporsi e trasfigurarsi, e lasciar cadere qua e là ora un fetido cencio, ora qualche altra più sozza traccia di sè. Oh la era ben altra cosa che vedere i morti sul campo stesi in un lago di sangue, lacerati dalla mitraglia, o rotti e mutilati dalle palle di cannone! Allora ci suona intorno il grido di mille compagni, si vedono ondeggiare qua e là pei colli e pei campi i battaglioni luccicanti di baionette, si vede sventolar lì accanto la bandiera del reggimento, si sente il lontano rumore delle batterie accorrenti, e il sangue ribolle, l'anima s'esalta, e i cadaveri che s'incontran sul cammino non si contano, ma che! non si guardano, non si vedono, non si pensa nemmeno che ce ne debbano essere, o se l'occhio vi si fissa, il cuore esclama:--Addio, fratello!--e null'altro, e si va oltre, e si scorda. Ma là, in quegli abituri, di notte, in mezzo a quel silenzio, e in quella quiete e al chiarore di quelle lanterne, come doveva essere orrenda l'immagine della morte! Quanti di quei soldati, anche de' più forti, avranno poi avuto presente, e per più giorni, l'immagine di quei cadaveri deformi, e avran risentito il contatto di quelle membra gelide e floscie, il rumore di quelle teste cadenti pesantemente sul carro!--E spesso qualcuno retrocedeva inorridito alla vista dei morti, o nell'atto di afferrarli gli tremavan le braccia e gli si velavano gli occhi.--Oh amico!...--avrà detto al vicino,--io non posso!--Ma suonava sempre pronta la voce dell'ufficiale:--Coraggio, figliuoli, tutto sta nel pigliare il primo; bisogna farci l'abitudine.--E allora il soldato stendeva timidamente la mano sopra il cadavere, torcendo il capo e trattenendo il respiro.--Il convoglio s'incamminava alla volta del cimitero. Quivi giunti, i soldati posavano le lanterne in terra, e parte cominciavano a scavar le fosse, parte, fermi accanto ai carri, aspettavano un cenno per porre giù i morti. L'ufficiale stava immobile sull'orlo d'un fosso a sorvegliare l'opera de' soldati. Tutti tacevano. Non si sentiva che il picchio delle zappe confitte nel terreno e il ricader della terra gettata in aria da' badili. E tratto tratto una voce:--Animo, ragazzi!--E poi si traevan giù dai carri i cadaveri; un soldato facea lume perchè ognuno potesse vedere dove metteva le mani, un altro ritto sul carro aiutava quei di sotto a prender corpo per corpo dal mucchio, e diceva:--Pigliate questo.--Quest'altro.--Attenti a questo qui che è mezzo disfatto....--Dieci passi più in là non si sarebbe sentito che un lieve bisbiglio, e a quando a quando una voce più forte:--Coraggio.--Oppure:--Badate alle mani.--E tutt'intorno tenebre e silenzio.
--Ma perchè,--domandò una volta un soldato mentre rientrava in quartiere--perchè li dobbiamo sotterrar noi?--Oh bella--gli rispose un caporale con accento di profonda convinzione,--perchè non li sotterrano gli altri.--A una ragione siffatta non c'era più che obiettare, e tutti stettero zitti.
Ma ciò che s'è detto finora non è che lieve cosa in confronto di quel che rimane a dirsi. Quanti casi ben più funesti e più lagrimevoli sono seguiti, e come sarei lontano ancora dalla fine della mia narrazione se volessi dire solo una metà di quelli ch'io conosco, e ne conosco una sì piccola parte!
A Sutèra, piccolo paese della provincia di Caltanissetta, v'era un pelottone del 54º reggimento di fanteria comandato dal sottotenente Edoardo Cangiano. La mattina del 22 giugno capita alla caserma un contadino tutto affannato e si presenta all'ufficiale.--Oh signor ufficiale!--esclama con voce supplichevole,--venga lei per carità, ci soccorra lei... Qui presso, a Campofranco, è scoppiato il colèra; metà della gente è fuggita; le vie son piene di morti; non ci son medici, non ci son becchini, non c'è nemmeno da mangiare....; è una desolazione....; quei che non morranno di colèra morranno di fame.... Oh, venga lei, venga subito lei!--Immantinente il pelottone in armi, un avviso al sindaco, un dispaccio al comando militare di Caltanissetta, un avvertimento al sergente che resta in paese con qualche soldato, e poi via a gran passi alla volta di Campofranco. C'era da fare un miglio di strada o poco più per un viottolo serpeggiante a traverso i campi. Splendeva un sole ardentissimo. I soldati, grondanti sudore sin dal primo uscir dal paese, procedevano un dietro l'altro, in lunga fila, con un andare fra il passo e la corsa e l'orecchio intento al contadino, il quale con interrotte parole dipingeva al Cangiano il triste spettacolo che gli avrebbe offerto il paese.--Animo, animo,--questi gli rispondeva tratto tratto,--co' lamenti non si fa nulla, ora è tempo di fatti.--E sempre più affrettava il passo, e con esso i soldati, tanto che finirono col correre addirittura. A un certo punto si cominciarono a veder da lontano uomini, donne e fanciulli errare incertamente pei campi, accennarsi l'un l'altro i soldati, soffermarsi, fuggire, correre avanti e indietro, chiamarsi ad alta voce, radunarsi e disperdersi, come gente inseguita e fuor di senno dalla paura. A misura che il drappello s'avvicinava al villaggio, i fuggiaschi spesseggiavano, l'agitazione, il gridìo crescevano; intere famiglie s'aggiravano per la campagna portando o traendosi dietro le masserizie; alcuni che avean posto la roba in terra per riposarsi, alla vista de' soldati la ripigliavano in fretta e s'allontanavano volgendosi indietro paurosamente; altri cadevano spossati, altri si rialzavano; molti de' più lontani, rivolti verso i soldati, mandavano alte grida e agitavano le braccia in atto di maledire.--Ah! signor ufficiale!--esclama il contadino,--questo non è anche nulla!--Non importa--rispondeva il Cangiano;--siamo preparati a tutto.--Apparvero le prime case del paese e l'imboccatura della prima strada. La gente che veniva fuggendo alla volta dei soldati, scortili appena, parte volgea le spalle e tornava in paese correndo e gridando come se annunciasse un assalto di nemici; parte si gettava a destra e a sinistra pei campi. Sul primo entrare nella strada, due cadaveri stesi in terra davanti alla porta d'una casa disabitata. Appena entrati, un rapido sparir di gente nelle case, un chiudersi impetuoso di porte e di finestre, strida acute di donne, pianti di bambini, e in fondo alla strada un rapido affollarsi e un rimescolarsi rumoroso di popolo, poi una fuga generale.--Presto,--gridò il Cangiano,--dieci soldati girino attorno al paese e vadano a fermar quella gente.--Dieci soldati si spiccarono dal pelottone e infilarono di corsa una via laterale. Gli altri tirarono innanzi. La gente impaurita continuava a rinchiudersi in furia nelle case.
--Non vogliamo far del male a nessuno!--gridava ad alta voce il Cangiano;--siamo venuti ad aiutarvi, siamo vostri amici; uscite, buona gente, uscite pure di casa!--
Qualche porta e qualche finestra cominciava ad aprirsi; qualche persona, alle spalle dei soldati, cominciava ad uscire; nell'interno delle case s'udivan voci fioche di lamento; nella strada, dinanzi alle porte, giacevano prostesi molti infelici estenuati dalla fame e languenti, o presi dal morbo, immobili e intorpiditi che parevano morti; qua e là masserizie abbandonate sugli usci o in mezzo alla via e ad ogni passo paglia sparsa e ciarpame. In ogni viuzza laterale che mettea nei campi uno o due o più cadaveri, quali coperti di paglia, quali di terra, quali di pochi cenci fra cui apparivano le membra gonfie e nerastre; altri buttati a traverso le porte, metà dentro e metà fuor delle case.--Guardi, signor ufficiale, guardi!--esclamava lamentevolmente il contadino,--Provvederemo a tutto,--rispondeva il Cangiano--coraggio!--
In quel punto, la folla dei fuggitivi ch'era stata respinta addietro da quei dieci soldati, veniva tumultuosamente verso l'ufficiale.--Schieratevi,--gridò questi volgendosi ai soldati, ed essi si fermarono e si schierarono a traverso la strada. Il Cangiano aspettò la turba di piè fermo. Questa gli si arrestò dinanzi a una diecina di passi, cessò di gridare, e stette guardando con fiero cipiglio i soldati. Era tutta povera gente stracciata, faccie pallide e ossute, occhi stralunati, fisonomie a cui i lunghi patimenti aveano dato un'espressione come di stanchezza mortale e insieme di selvaggia fierezza.--Vogliamo uscire!--gridò una voce di mezzo alla folla. E tutti ripeterono il grido, e la folla ondeggiò.--Perchè volete uscire?--domandò il Cangiano con voce risoluta, ma temperata d'una tal quale dolcezza.--Bisogna restare; bisogna aiutarsi l'un l'altro; alle disgrazie comuni bisogna rimediare in comune; è un farle peggiori il pensare ciascuno solamente per sè e nulla per tutti.... Noi siamo venuti a soccorrervi.--Vogliamo uscire!--gridò minacciosamente la folla, e que' di dietro incalzando, i primi furon balzati innanzi due o tre passi.--Fatevi indietro,--disse con gran calma il Cangiano, e poi ad alta voce:--Ascoltate il mio consiglio; le donne e i fanciulli rientrino in casa; gli uomini restino per aiutare i soldati a seppellire i morti.--Noi non vogliamo morire!--rispose imperiosamente la moltitudine, e levando un rumor confuso di grida, si rimescolò e ondeggiò un'altra volta come per pigliare lo slancio e gettarsi contro i soldati.--Lo volete?--tuonò allora l'ufficiale,--e sia!--E voltosi indietro gridò:--Pronti!--Il pelottone levò e spianò i fucili in atto di sparare, e la folla, gittando un grido di spavento, disparve in un attimo per le vie laterali. Gli altri dieci soldati si ricongiunsero ai primi.
--Qui ci vuol fermezza e coraggio,--esclamò il Cangiano;--bisogna sotterrar subito i morti; metà di voi vada in campagna e mi conduca qui, a forza, quanti più uomini potrà, e gli altri vengano con me.--Metà del pelottone si diresse a rapidi passi fuor del paese. Gli altri cominciarono a correre di qua e di là, a entrar nelle case, a frugar dappertutto in cerca di zappe, di pale, di carrette, di panche, di assi su cui potere in qualche modo adagiare i morti per trasportarli fuor del paese. In pochi minuti trovaron tutti qualcosa di servibile a quell'uopo, e parte cominciarono a raccogliere i cadaveri, parte, recatisi al cimitero vicino, si misero a scavare le fosse in gran fretta, gli altri presero a sgombrar le strade degli inciampi più incomodi e delle più fetide sozzure.
Intanto il Cangiano, seguìto da un soldato, andava in cerca d'una casa adatta all'uso di ospedale, fermando quanta gente del paese incontrava per via, consigliandoli, esortandoli, pregandoli, e nel passare sollecitava i soldati, dava ordini e suggerimenti, porgeva conforti di affettuose parole. Trovò la casa, la fece sgombrare, vi fece portar dentro i letti dalle case abbandonate, andò egli stesso con quattro soldati a battere alla porta di tutti gli abituri, a domandare che gli lasciassero portar via gli infermi, ch'egli li avrebbe fatti assistere, curare, e le loro famiglie sarebbero state soccorse. Rispondevano di no; egli offriva del denaro, pregava, minacciava; tutto era inutile. Allora i soldati entravano a forza nelle case; due di essi s'impossessavano dell'infermo, gli altri due tenevano indietro colle armi i parenti e i vicini. Spesso bisognava levar di peso di sulle soglie delle case le donne che ne chiudevan l'accesso co' propri corpi; bisognava lottare con esse, ributtarle malamente, trascinarle.