La vita militare: bozzetti

Part 23

Chapter 233,890 wordsPublic domain

Gli ufficiali andavano assiduamente a visitar gl'infermi negli ospedali, e ci andavano per lo più molti assieme per aver agio di fermarsi al letto di tutti, e così nessuno avesse motivo di rattristarsi e disanimarsi, vedendo visitati i suoi compagni e non sè. Quelle visite eran diventate un bisogno pei poveri malati. A quell'ora solita essi sentivano giù per le scale il rumore di quelle sciabole, il suono di quelle voci, correvano subito coll'occhio ad aspettarli alla porta, e quand'essi apparivano e si sparpagliavano per le camere dell'ospedale, tutte le faccie si rasserenavano, ed anco negli occhi immobili dei più aggravati errava un qualche lieve lume di speranza e di consolazione. Poveri giovani! C'era dei giorni che il rumor delle sciabole si faceva sentire un'ora più tardi, ed essi in quell'ora stavan tutt'occhi e tutt'orecchi al più lieve strepito, al più piccolo moto; ogni momento credevano di sentir quei passi e quelle voci, e andavan fantasticando quali impedimenti potevano esser sorti, quali disgrazie accadute, e in quello stato d'ansietà il senso del male si faceva più vivo.--E non vengono, e non verranno più, e io sto così male, e non potrò più durarla fino a domani, e morirò solo.... oh! eccoli!--Questo momento era d'una dolcezza da non potersi significar con parole.

Gl'infermieri degli ospedali militari eran tutti soldati, si sa; ma in molti paesi lo eran pure gl'infermieri degli altri ospedali, e lo furono per tutto il tempo che non si trovò nel popolo chi volesse prestarsi a quel servizio, neanco colla promessa di larghissime paghe, chè la paura della morte vinceva ogni cupidità di danaro come ogni sentimento di pietà. A quell'ufficio i soldati si offrivano spontaneamente. L'ufficiale di settimana domandava:--Chi vuol andare?--Mezza compagnia faceva un passo innanzi o alzava una mano. Quando la domanda era fatta a un intero battaglione, in piazza d'armi, in presenza di molto popolo, la risposta era uno spettacolo solenne.--Un giorno alle falde del monte Pellegrino, presso Palermo, sei o sette compagnie del 53º reggimento di fanteria stavano ferme e schierate in battaglia dopo aver terminato gli esercizi, quando il colonnello e un maggiore, tutti e due a cavallo, si vennero a porre dinanzi alla compagnia del mezzo, e il primo fe' atto di voler parlare. Gli ufficiali ordinarono il silenzio. Il colonnello disse ad alta voce dello stato infelicissimo in cui versava la città,--erano i giorni in cui il colèra infieriva più terribilmente,--degli ospedali che difettavano d'infermieri, del debito che incombe ad ogni buon cittadino di prestar l'opera sua a sollievo delle pubbliche sventure, e terminò dicendo più forte:--Non v'impongo un dovere; vi esorto ad un sacrifizio; liberi tutti di rispondere sì o no, secondo che detta il cuore. Ma prima di acconsentire misuri ciascuno le forze dell'animo suo e pensi che l'ufficio d'infermiere è nobilissimo, ma grave, e non senza pericoli, e che bisogna prestarlo con gran coraggio e con grande affetto, o rifiutarlo. Coloro che si profferiscono si mettano a «ginocc-terr».

Quasi in un sol punto tutta la linea di battaglia si chinò come a un grido di comando, e al di sopra delle teste apparirono ritti e distinti i quattrocento fucili.

Il colonnello si voltò indietro e disse vivamente:--Maggiore!

Questi gli rispose con uno sguardo.

Ma dove più mirabilmente si esercitava la carità dei soldati era nel soccorrere i poveri.

«Quando io andava in caserma,--mi raccontò un ufficiale del 54º, ch'era stato un pezzo comandante di distaccamento a S. Cataldo,--ero ogni giorno accompagnato da uno sciame di poveri; le donne indietro coi bambini in collo, dinanzi ed ai lati i ragazzi colle mani tese, lamentando e piangendo. Un altro branco d'accattoni m'aspettava alla porta, e tutti insieme poi mi circondavano, mi si stringevano addosso, mi afferravano per le falde, m'intronavano di gemiti e di grida supplichevoli. Avevo un gran da fare a liberarmene, e il più delle volte non ci riuscivo se i soldati di guardia non venivano ad aiutarmi, rompendo la folla a furia di spintoni e di minacce. E molte volte le minacce a voce non bastavano; bisognava por mano alle baionette e far l'atto di ferire, e solamente allora cominciavano a levarmisi d'attorno; ma per poco, chè s'io non ero lesto a infilar la porta del quartiere, tornavano daccapo. Molti di quegli infelici stavan tutto il giorno seduti in terra dinanzi alla porta; alcuni vi dormivan la notte; nessuno poi vi mancava all'ora del rancio, quando i soldati portavan fuori le marmitte cogli avanzi della minestra. E allora era un rimescolamento, un urlìo da non potersi quetare nemmeno colla forza. Affamati com'erano da non reggersi in piedi, ognuno voleva essere il primo ad avere la sua cucchiaiata di brodo, si gettavan tutti assieme sulle marmitte, vi cacciavan dentro le scodelle a dieci a dieci, respingendosi e percotendosi l'un l'altro e urlando come forsennati, donne, vecchi, fanciulli, alla rinfusa; tutte faccie scarne, con una certa espressione tra bieca e insensata, che destava in un punto paura e pietà; sordidi, cenciosi, seminudi, in uno stato che mettevan ribrezzo. In que' momenti i soldati li lasciavano fare, nè io poteva pretendere che li tenessero a dovere, a meno che si fosse risoluti a far del male a qualcuno; ma, appena cessata la confusione, essi chiamavano in disparte, ad uno ad uno, i fanciulli e le donne che pel solito eran rimasti a bocca asciutta, e davan loro da mangiare, tenendo indietro tutti gli altri che in un momento si riaffollavano e ricominciavano a chiedere. E questo era un affar di tutti i giorni. Non parlo dei soldati ogni momento fermati per le vie da famiglie intere di mendicanti, attorniati, perseguitati, tanto che s'eran ridotti a non uscir più di caserma e a contentarsi di passeggiar nel cortile. Eppure amavano meglio di stare in quel paese dove i poveri non li lasciavano in pace, anzichè in quegli altri dove li fuggivano per paura del veleno; chè anzi in quello stesso esser tanto implorati e importunati, in quel vedersi, in certo modo, fatti schiavi della povera gente, essi trovavano una specie di compiacimento, ed era quell'intima dolcezza che nasce dalla pietà quando la si può esprimere ed esercitare colla beneficenza. E la pietà la sentivano quei buoni soldati, e la beneficenza la esercitavano col miglior cuore del mondo. Non solamente facevan delle limosine ciascuno per conto proprio quando lo potevano e se ne offeriva l'occasione; ma ogni volta che io, essendoci costretto da qualche supremo bisogno del paese, ricorsi alle loro povere borse dopo aver dato fondo alla mia, li trovai sempre tutti, non un solo eccettuato, tutti generosamente disposti a dar tutto, fin l'ultimo sigaro, fin quel po' di vino che bevevano la domenica coi pochi soldi risparmiati nella settimana. Non dimenticherò mai come fu fatta l'ultima colletta per una famiglia del paese a cui erano morti di colèra il padre e la madre; una famiglia tutta di femmine, delle quali la maggiore aveva dodici anni.--Veda se può raccogliere qualcosa,--dissi al sergente.--Egli mi rispose:--Vedrò; ma c'è da aspettarsi poco o nulla; oramai n'han quasi più bisogno loro che la gente del paese.--Capisco--gli soggiunsi;--provi ad ogni modo; per quanto riesca a far poco, qualcosa sarà sempre meglio che niente.--Andò su nel dormitorio; i soldati stavan tutti seduti sul pavimento, in circolo, come attorno a una gran tavola, e mangiavano e chiacchieravano, con quella poca allegria che era possibile in quei giorni e in quei luoghi. Il sergente s'avvicinò.--Attenti un momento!--Tutti tacquero.--Ieri mattina, qui in paese, sei bambine sono rimaste senza padre e senza madre. Chi vuol dar qualcosa tanto per non lasciarle morire di fame?

I soldati si guardarono in viso come per dirsi:--Che cosa possiamo dare oramai? La coperta del libretto di deconto per farla bollire?

--Animo--riprese il sergente--una risposta qualunque.

Un soldato si alzò e mostrandogli un soldo nella palma della mano:--Lo vuole?--dimandò, e fece una cera come se quasi si vergognasse d'aver offerto così poco.

--Anche questo è qualcosa,--rispose il sergente pigliando il soldo.--C'è altro?

--Se non si tratta che d'un soldo, ce l'ho anch'io--gli rispose un altro, e gli gettò il soldo.

--Basta un soldo?--domandò un terzo.--Basta, sì.--Ne ho uno anch'io.--Io pure.--E così tutti i soldati porsero l'uno dopo l'altro il loro soldo, e il sergente, a misura che li pigliava,--bravo!--diceva a questi, e a quegli--bene,--e a quell'altro--benone.--O che bravi ragazzi!--esclamò poi quand'ebbe tutti i soldi nelle mani;--ma.... ancora una cosa.

--Che cosa?--dimandarono i soldati.

--Pane.

--Pane? Oh se non è che questo,--risposero alcuni,--ce n'è d'avanzo. E prima gli uni e poi gli altri tagliarono ciascuno una fetta del loro pan nero.

--Dove lo mettiamo?--domandò uno.

Un caporale prese una bacchetta di fucile e infilò tutte le fette di pane che gli vennero date. I soldati ridevano.

--E adesso chi porta i denari e il pane alle bambine?--domandò il sergente.

--Il più bello--rispose una voce. Tutti risero e approvarono.

--Eh sì, il più bello, vattel a pesca! Chi sarà questa bellezza?

--Io!--esclamò un soldato napoletano che aveva nome di essere il più brutto della compagnia, e fra le risa dei compagni si fece innanzi, si mise in tasca i denari, pigliò la bacchetta col pane e s'avviò col sergente per uscire. Tutti gli altri batteron le mani.--Oh insomma!--gridò il napoletano volgendosi in tronco verso i suoi compagni;--la volete finire? Vergogna, ridere alle spalle di chi fa le opere di carità!--Ed uscì mentre nel camerone scoppiava un'altissima risata. Il sergente m'incontrò su per le scale e, credendo che io andassi su pur allora,--ah! signor tenente,--mi disse piano colla voce commossa,--se lei avesse visto!

Questo racconto, con poche parole di più o di meno, udii da un ufficiale del 54º. E quel che fecero i soldati in quel paese l'han fatto gli altri del 54º nella città di Caltanissetta, per cui questo reggimento è stato una vera provvidenza; l'ha fatto il 18º di fanteria a Terrasini in favore delle due famiglie che assistettero il povero sottotenente Viale e il sergente Imberti; l'han fatto a Messina il 6º battaglione di bersaglieri e il 10º reggimento di fanteria; l'ha fatto il 58º a Petralia Sottana; il 38º battaglione bersaglieri a Monreale; il 67º di fanteria e il 15º battaglione di bersaglieri a Longobucco; il 68º di fanteria a Reggio di Calabria; i lancieri di Foggia a Misilmeri; il 25º battaglione di bersaglieri a Rocca d'Anfo; il 7º di fanteria a Mantova e il presidio del forte di Bard, e i cacciatori franchi d'Aosta, e chi sa quanti altri corpi avran fatto altrettanto, senza che ce ne sia pervenuta notizia, solo perchè nessuno dei benefattori n'avrà voluto scrivere o parlare con chicchessia, da cui il fatto potesse venir riferito ai giornali. Eppure anche allora c'era chi domandava severamente al governo a che si mantenesse in arme un così «colossale» esercito, e se si credeva di «incivilire il paese colle baionette», e se di tante «oziose» caserme non sarebbe stato meglio fare altrettanti ospedali, e se il danaro che si spendeva nell'alte paghe non si sarebbe potuto impiegare a sollievo della miseria, e via così. E queste cose si dicevano mentre il soldato divideva il suo pane col povero, combatteva, soffriva e moriva per la salute del paese.

Qualche volta i municipi a cui i soldati avean reso più grandi servigi, offrivano loro in compenso quei pochi danari di che potean disporre, e questi municipi non furon pochi. Ma quei denari eran sempre rifiutati, e si possono citare dei fatti e dei nomi. Il municipio di Licata, verso la metà di agosto, offriva cento lire alla 9ª compagnia del 57º reggimento. La sera del 14, il capitano Pompeo Praga si recava in caserma all'ora della ritirata per annunziare ai suoi soldati l'offerta del municipio. Erano tutti schierati nel dormitorio, e il furiere faceva l'appello. Il capitano l'interruppe e diede la notizia che avea da dare, e soggiunse:

--Furiere, domani mattina prima del rancio sia ripartita la somma fra tutti.

--Sissignore.

Segui un momento di silenzio.

--Signor.... mormorò una timida voce in mezzo alle file.

--Chi ha parlato?--domandò il capitano. Nessuno rispondeva--Chi ha parlato?--ripetè.

--Io--rispose un soldato.

--Che cosa volevate dire?

--Volevo dire che.... quanto a me.... (e volgeva peritosamente lo sguardo a cercare sul volto dei compagni un'espressione di assentimento) mi pare che soldo più soldo meno.... sia la stessa cosa per.... (e guardava un'altra volta i compagni) per noi..., e sarebbe meglio.... mi pare....

--Avanti.

--Qui in paese c'è dei poveri....

I compagni compresero il suo pensiero e bisbigliarono:--Sicuro.--Ben pensato.--Sarebbe meglio far così.--Ai poveri.--Sicuro.--

Il capitano lasciò quetare il bisbiglio e poi:--Sentite. Io voglio che mi diciate tutti il vostro pensiero sinceramente. Io non vorrei che qualcuno di voi rifiutasse l'offerta del municipio per compiacermi, chè mi farebbe invece un vero dispiacere. E non voglio nemmeno che i più impongano il loro desiderio ai meno. Questi denari ve li siete meritati, avete faticato, avete sofferto, avete fatto del bene, è troppo giusto che vi si dia questo po' di compenso. Consigliarvi a privarvene sarebbe un'indiscretezza, ed io me ne guardo. Anzi vi dico schiettamente che se l'accettate fate bene. Animo, siate franchi; se c'è qualcuno fra voi che abbia bisogno della sua parte di denaro me lo dica senza timore e senza vergogna come lo direbbe a un amico; io non istimerò meno chi accetta di chi rifiuta; voglio che chi ha bisogno di denaro lo dica. Animo, c'è nessuno?--

La compagnia commossa dallo schietto e affettuoso linguaggio del capitano rispose ad una sola voce:

--Nessuno!

--Nemmen'uno?--e tenne d'occhio tutti i volti.

--Nessuno!--ripeterono tutti, e l'accento del grido e l'espressione degli occhi affermavano la spontaneità di quell'atto.

--Bravi!--esclamò vivamente il capitano.--Domattina andrò al municipio e dirò a quei signori che la 9ª compagnia del 57º reggimento offre cento lire di elemosina ai poveri di Licata.

Uscì, e quando fu nella via sentì i canti e le grida allegre dei soldati che, terminato l'appello, avevan rotte le righe, e si disponevano ad andare a dormire. Alzò gli occhi in su alle finestre illuminate della Caserma e gli venne detto forte, proprio come se parlasse a qualcuno:--Che buoni figliuoli!--

E quel che han fatto a Licata han fatto in Aosta, a Scansano, a Genova, e in molti altri luoghi, che non giova citare per non riempir le pagine di nomi. Ma non posso tacere di te, o bravo Zamela, zappatore del genio, che avendo saputo le sventure ond'era afflitta la tua povera Messina, mandasti trenta lire al sindaco scrivendogli: «Me le han date perchè ho assistito colerosi del mio reggimento; non ho altro; ma questo poco lo do ben di cuore pei poveri del mio paese.»

* * * * *

Le opere di beneficenza sono sempre stimabili e lodabili, anche se il primo degli impulsi che ci movono a farle, sia il desiderio della gratitudine e dell'affetto dei beneficati. Ma quando da quest'opere non si raccoglie neanco il frutto della gratitudine, chè anzi, chi ci dovrebbe amare e benedire, ricambia coll'odio la nostra carità, e nell'offerta sospetta l'insidia, e nel benefizio il delitto; e ciò malgrado si persiste coraggiosamente a far del bene, amando, perdonando, senz'altro movente che la pietà, senz'altro conforto che la coscienza, allora s'ha diritto ben più che alla stima e alla lode che alle virtù comuni si suol dare. Voglio dire delle opere generose dei soldati in que' paesi dove si credeva ch'essi spargessero il veleno per mandato del governo, e il popolo li odiava e li malediva. E questi paesi furono i più.

Da ultimo, poi che s'era visto che anche i soldati morivano, che non tutti coloro ch'essi portavano agli ospedali ne rimanevano avvelenati, che anzi i superstiti non finivan mai di lodare la sollecitudine e l'affetto con cui erano stati assistiti e curati, l'insensata superstizione era sparita. Ma che i soldati avvelenassero il popolo, in sulle prime, era una credenza universale, un convincimento profondo, un fatto su cui non sarebbe stato lecito ad alcuno di muovere un dubbio. Non v'era chi, occorrendo, non n'avrebbe fatto giuramento con sincerissima fede. Ognuno teneva tenacemente per fermo, pur non avendo visto mai nulla, che ci fossero mille indizi, mille prove irrefragabili di quella orrenda congiura. E una di queste prove, una delle più efficaci, il volgo la vedeva in quella stessa sollecitudine dei soldati, in quel loro volersi ficcar dappertutto, e di tutto immischiarsi, non chiamati, non costretti, sotto colore di esercitare una carità, che non si poteva credere sentita da gente, com'eran essi, pagata dal governo, sostenitrice del governo, e però necessariamente nemica del popolo. Quella carità non poteva essere che una maschera; quelle opere di beneficenza non potevano essere che un pretesto, un mezzo di un secondo fine; non si poteva spiegare perchè il soldato, istrumento d'un governo nemico, stendesse una mano pietosa al povero e all'infermo, se non con questo ch'ei gli preparasse la morte coll'altra. In conseguenza di questa convinzione e di questa paura è facile immaginare come il volgo si portasse coi soldati.

Una delle città in cui più generalmente si dette fede al veneficio, fu Catania, ov'era di presidio il 9º reggimento di fanteria. Varrà il suo esempio per tutti gli altri paesi.

I soldati, nell'ore libere, non andavano mai soli per la città; sempre a tre a tre, a quattro a quattro, o a brigatelle anche maggiori, per esser sicuri dalle violenze, e imporre ritegno a chi avesse in animo di insultarli o di far loro del male a tradimento. Andavano quasi sempre per le vie principali, e non molto lontano dalla caserma; qualche volta, e solamente in caso di necessità, per le vie rimote; fuori di città mai, chè certo vi sarebbero stati provocati o aggrediti. Ma dovunque essi andassero, o in pochi o in molti che fossero, eran guardati bieco da tutti. Se nella via c'era un crocchio, quelli che davan loro le spalle si voltavano prontamente indietro, tutti si ritraevano d'un passo, e si susurravano qualcosa nell'orecchio.--Eccoli qui--diceva forte qualcuno. E qualcun altro:--Badatevi.--I soldati passavano, e il crocchio si ricomponeva. Molti, vedendoli da lontano venir verso di loro giù per la via, scantonavano. Altri, incontrandoli, giravan largo e si fermavan poi a guardarli quand'eran passati, con una curiosità mista di orrore e di paura. Nei quartieri della povera gente, al loro apparire alcuni chiudevan gli usci e s'affacciavano alle finestre; altri socchiudevan le imposte e guardavano per lo spiraglio; le donne chiamavano ad alta voce i bambini che giocavano in mezzo alla strada, o li andavano a prendere in braccio e li portavano in casa di corsa; i fanciulli scappavano di qua e di là volgendosi indietro a far i visacci; e a misura che i soldati andavano oltre, le porte e le finestre si riaprivano, e la gente faceva capolino con gran sospetto, interrogandosi e rassicurandosi a vicenda co' cenni. Non di rado i soldati udivano sonar nell'interno delle case urli e parole che non potevan capire, ma che dall'accento iroso o beffardo apparivano indubbiamente dirette a loro; e alzando gli occhi alle finestre vedevano spuntare adagio adagio una faccia, che, appena vedutili, si ritraeva; o non vedeano che una mano sporta fuori del davanzale e agitata in atto di minaccia, o ferma colle dita estreme distese e l'altre chiuse in atto di far le corna. Altre volte, passando, si sentivan mormorare alle spalle un aperto insulto, o una maledizione, o una parola incompresa che sonava l'una o l'altra cosa, si volgevano e vedeano una faccia volta in su a guardar le nuvole in aria distratta; domandar conto dell'insulto gli era un radunar gente e provocare un tumulto; tacevano e tiravano innanzi. Talora, invece che una parola, fischiava alle loro orecchie una pietra; tornavano addietro, cercavano chi fosse, interrogavano i presenti; nessuno sapeva nulla, nessuno aveva visto, nessuno aveva sentito.

Andando a pigliare i viveri, i carri del reggimento bisognava farli passare per certe vie, per cert'altre no; si diceva che dentro v'eran le materie velenose che ammorbavano l'aria; non si voleva lasciarli passare; si sbarrava loro la strada. Per portare il rancio ai loro compagni di guardia bisognava che i soldati facessero un lungo giro attorno a certi quartieri; guai a passarvi in mezzo; la vista delle marmitte metteva in sospetto la gente; in men d'un istante, si radunava la folla, si arrestavano i soldati, si voleva vedere che cosa portavano, si obbligavano i portatori ad assaggiare in presenza di tutti quel brodo, a lasciarne una parte per provarlo e analizzarlo poi. Un indizio, per quanto lieve, un'asserzione, per quanto assurda, una parola, un gesto qualunque d'uno della folla bastava a mutare il sospetto in certezza, la certezza in furore. Non c'era tempo e modo di consumar un delitto poichè i furori della plebe, sempre preveduti, erano sventati sempre da un soccorso preparato e sollecito; ma la violenza non s'era sempre in tempo a impedirla, nè tanto potevano andar cauti i soldati da riuscire ad evitarla ogni volta, o a non provocarla mai.--Un giorno, in una via disusata, alcune donne del volgo videro un soldato con un involto sotto il braccio entrare a passi frettolosi in una casa, dove, poco prima, una fanciulla era stata colpita dal colèra. Cominciarono a fantasticare fra loro sul perchè quel soldato fosse entrato in quella porta.--Avete notato che cosa aveva sotto il braccio?--Avete osservato come aveva la faccia torva, e come si guardava attorno con sospetto?--Tutte gli avevano veduto qualcosa di strano e di malaugurato. Andarono verso quella casa e si fermarono davanti alla porta. Era chiusa; i sospetti s'accrebbero. Picchiarono; nessuno venne ad aprire. Chiamarono ad alta voce quei di dentro; nessuno rispose. Non c'era più dubbio; in quella casa si stava consumando un delitto. Levarono alte grida, percossero furiosamente la porta, lanciaron sassi nelle finestre; in meno d'un minuto la strada fu piena di gente armata di bastoni, di scuri e di coltelli; la porta fu rovesciata, la folla si precipitò nella casa. Quand'ecco si schiude rapidamente una delle finestre del primo piano; un uomo in maniche di camicia balza in piedi sul davanzale, manda un altissimo grido, salta giù nella strada, cade, si rialza,--c'è un soldato che avvelena!--urla atterrito alla gente che gli si affolla intorno, fende la calca, divora la strada, scompare. Era il soldato istesso entrato poco prima nella casa per dare a una lavandaia un involto di biancheria del suo furiere.

Pochi giorni dopo accadde qualcosa di simile a un'ordinanza, mentre dalla trattoria portava il pranzo al suo ufficiale ch'era malato in casa. Da una mano teneva una boccetta dello speziale, e dall'altra i quattro capi d'un tovagliolo con dei piatti. Attraversava una viuzza abitata da poveri. Tutti l'osservavano attentamente; qualcuno, a una certa distanza, lo seguiva; quattro o cinque donne lo fermarono e gli chiesero fieramente che cosa ci fosse in quei piatti. Ebbe la mala ispirazione di rispondere un'impertinenza. In men che non è detto, i piatti, la boccetta, il tovagliolo furono sotto i piedi d'una folla di gente sbucata come per incanto da tutti i bugigattoli delle case d'intorno. Il povero soldato appena ebbe il tempo di aprirsi la via colla baionetta alla mano, e dovette ringraziare il cielo d'esserne uscito con una graffiatura nel viso e un colpo di pietra nella schiena.