La vita militare: bozzetti

Part 22

Chapter 223,791 wordsPublic domain

Ogni giorno il popolo trovava una pietra, un cencio, un oggetto qualsiasi, che credeva intriso di veleno. Si recava in folla dal sindaco portando l'oggetto avvelenato, faceva venir medici e farmacisti a sperimentarlo, e voleva che i resultati dell'esperimento fossero com'ei riteneva che dovessero essere, o dava in minaccio e in violenze. In alcuni paesi la forsennatezza del volgo era giunta a tal segno, che gran parte dei cittadini, dal continuo pericolo di venir accusati come avvelenatori ed uccisi, s'eran trovati costretti a barricarsi in casa con qualche provvisione di cibo, vivendo così nascosti e rinchiusi come prigionieri. Ciò destava più forti i sospetti, si assalivan le case, ne seguiva una lotta. Nei luoghi e ne' giorni in cui per la mitezza del morbo il volgo era meno brutalmente feroce, gli accusati di veneficio eran soltanto vituperati e percossi, e poi trascinati, lordi di sangue, al cospetto del sindaco. Alle volte i funzionari municipali, impauriti dall'esasperazione della folla, non ardivano tentar di distorla dai suoi propositi di sangue ed esortarla a risparmiare quegli infelici, e rispondevano, come fecero nel villaggio di San Nicola, che «se ciò che ne facesse pareva più opportuno.» E la risposta non era ancor detta intera, che quegli sventurati giacevano a terra immersi nel sangue, e non serbavano più traccia di sembianza umana. I municipi, dove se ne eccettuino quei delle città principali, minacciati com'erano e violentati ogni giorno, avevan perduto ogni autorità, e riuscivano impotenti a mettere in atto le misure più rigorosamente necessarie alla pubblica sanità; chè anzi erano costretti a prevenire e compiere ogni desiderio o volere della plebe, a fine di evitare più deplorabili danni. Dapprima il popolo imponeva che non si lasciasse entrare in paese anima viva, e il municipio stabiliva un rigoroso cordone attorno al paese, e ogni commercio cessava; ma appena si cominciavano a risentire i danni di questa cessazione di commercio, il popolo voleva che il cordone fosse tolto; rincrudiva il morbo, e un'altra volta si doveva porre il cordone. E lo stesso accadeva per tutti gli altri provvedimenti, ora voluti, ora disvoluti, secondo che la morìa cresceva o descresceva, secondo che la stravolta fantasia del volgo, per il vario manifestarsi di qualche indizio supposto, li reputava salutari o venefici.

Insomma ogni cosa era sossopra; in ogni luogo un desolante spettacolo di miseria e di spavento; le campagne corse da turbe d'accattoni e sparse d'infermi abbandonati e di cadaveri; i villaggi mezzo spopolati; nelle città cessata ogni frequenza di popolo, deserto ogni luogo di pubblico ritrovo, spento in ogni parte lo strepito allegro della vita operaia, le strade quasi deserte, le porte e le finestre in lunghissimi tratti sbarrate, l'aria impregnata del puzzo nauseabondo delle materie disinfettanti di cui le strade erano sparse; da per tutto un silenzio cupo, o un interrotto rammarichìo di poveri e d'infermi, o guai di moribondi o grida di popolo sedizioso. A tale si trovaron ridotte le popolazioni di molte provincie della Sicilia e del basso Napoletano, e fors'anco il quadro ch'io n'ho fatto non ritrae che assai pallidamente i terribili colori della verità.

Ma il sentimento doloroso che ci si desta in cuore alla memoria di quei giorni funesti, più che dalla notizia degl'immensi danni che il colèra produsse, vien forse dal pensare come la parte maggiore di cedesti danni sia derivata dall'ignoranza quasi selvaggia dei volghi, e in generale dalla pochezza d'animo dei cittadini di tutte le classi. L'effetto più sconsolante, quantunque non inutile, di codesta sventura del colèra, è forse stato quello di averci mostrato che nella via della civiltà siamo assai più addietro che non si soglia pensare, e che il cammino che resta a farsi è assai più lungo che non paresse dapprima, e che bisogna procedere più solleciti e più risoluti. Sarebbe, in vero, assai difficile il dimostrare che in occasioni consimili di tempi assai meno civili dei nostri la forsennatezza volgare sia andata più oltre e abbia dato di sè più deplorabili prove, e che, nella generalità del popolo, oggi più che allora, dinanzi alle sventure e ai pericoli comuni la ragione l'abbia avuta vinta sull'istinto, la carità sull'egoismo, il dovere sulla paura.

Ma che faceva l'esercito?

Il disordine delle amministrazioni e lo sconvolgimento e la paura generale avevano spirato audacia ai malandrini e ai briganti, e dato occasione che ne sorgessero dei nuovi, e gli uni e gli altri percorrevano le città e le campagne commettendo ogni maniera di furti e di violenze. La truppa, che non poteva cessare di dar la caccia a costoro, per quanto l'opera sua fosse indispensabile altrove, si trovava stretta così da mille obblighi diversi, gli uni più degli altri pericolosi e faticosi. La forza numerica dei corpi, che già era scarsa di fronte ai bisogni dei tempi ordinari, riusciva affatto insufficiente per provvedere nello stesso tempo al servizio degli ospedali, ai cordoni sanitari e alla pubblica sicurezza. Tutti questi servigi eran però fatti dovunque, scompartendo la forza quanto più fosse possibile minutamente; onde quasi dappertutto seguiva che i soldati non dormissero mai due notti di seguito in caserma, e mangiassero, non più ad ore prestabilite, ma così alla sfuggita quando e dove ne avessero il tempo ed il modo. Continuo moto, continua fatica, appunto in quei giorni che sarebbe stato necessario il riposo, la tranquillità e ogni specie di riguardi. Non è a dirsi quanto la salute dei soldati ne scapitasse, e come da quella maniera di vita fosse resa presso che inutile la maggior cura che si poneva nella pulizia delle caserme, nella scelta dei viveri, e in molte altre cautele imposte dai superiori, e diligentemente, sotto la loro sorveglianza, osservate.--

Ma questi servigi erano tuttavia i meno gravosi perchè, se non sempre, ordinariamente però erano prestati da ciascun soldato ad intervalli di tempo costanti, benchè brevissimi, e regolarmente stabiliti; per cui alle fatiche e ai pericoli s'andava incontro coll'animo preparato. I servigi più duri erano quelli imposti tratto tratto da inattesi tumulti popolari, nel cuore della notte, qualche volta simultaneamente in vari punti dello stesso paese; e un pugno di soldati doveva uscire contro una moltitudine armata che li superava di numero cento volte, e batteva furiosamente alle porte della caserma e lanciava sassi alle finestre e minacciava di appiccare il fuoco alla casa, gridando «morte agli avvelenatori, morte agli assassini del popolo!» e ogni altra maniera di vituperi. Le grida furenti risuonavano improvvisamente nei silenziosi dormitori, i soldati balzavano dal letto esterrefatti, si vestivano in furia, accorrevan gli ufficiali, si poneva mano alle armi, si scendevano precipitosamente le scale, si faceva impeto sopra la folla. La folla si apriva, si sparpagliava, tornava ad accalcarsi, urlando, fischiando, gittando sassi, e i soldati un'altra volta facevano impeto, e un'altra volta la folla si sperdeva, e avanti così per delle ore, per tutta la notte, molte volte per tutta la mattina seguente. Quando gli assembramenti eran di poca gente uscivan disarmati, tentavano di quetarli colle buone parole, colla persuasione, coll'amorevolezza; ci riuscivano tal volta; tal altra erano aggrediti, percossi, e allora ritornavano di corsa alla caserma, s'armavano, uscivano di bel nuovo; i sediziosi si rinchiudevano nelle case, traevano le fucilate dalle finestre; bisognava gettar giù le porte, penetrar nelle case, venire alle mani. Il giorno continue fatiche; la notte sonni brevi ed interrotti; ansietà e pericolo sempre.

Oltre tutto ciò, nella maggior parte dei paesi, bisognava che i soldati andassero a levar via i cadaveri dalle case, a trasportarli ai cimiteri sui carri del reggimento, a scavar le fosse e seppellirli. Talora il popolo vi si opponeva fieramente; bisognava penetrare nei suoi luridi abituri colle baionette alla mano, impadronirsi dei cadaveri a viva forza. Questi cadaveri bisognava qualche volta andarli a cercare per la campagna, e quando le braccia dei soldati non bastavano all'uopo, era mestieri obbligare i contadini a prestar l'opera loro, minacciandoli, trascinandoli. Bisognava impedire alla gente di fuggir dai paesi, inseguirla, ricondurla alle proprie case, tradurvela proprio a forza, pigliando pel braccio uno ad uno intere famiglie di pezzenti, torme di fanciulli e di donne che rompevano in pianti e grida disperate.

In tutti i corpi, in tutti i distaccamenti si facevano collette di danaro per le famiglie più indigenti; in alcuni paesi si distribuiva ogni giorno una quantità di pane; altrove di carne e minestra; dove non si poteva dar altro, si davan gli avanzi del rancio, si dava della paglia, dei panni vecchi, qualche cosa. In molti corpi si costituirono comitati di soccorso permanenti; gli ufficiali andavano ogni giorno in volta per le case dei poveri, a recar soccorsi, a dar consigli, a invigilare; i soldati somministravano agli ospedali i pagliericci dei loro letti, si offrivano spontanei di andare ad assistere gl'infermi nei lazzeretti e nelle case private, e v'andavano e vi facevano coraggiosamente e lietamente il loro dovere sino all'estremo. Nei paesi rimasti privi di farmacisti andavan essi a distribuire le medicine nelle botteghe, sorvegliati dai medici militari, e le portavano alle case dove occorrevano. In altri luoghi, dov'eran chiuse persino le botteghe degli alimenti più necessari alla vita, fattele aprire a forza, provvedevano essi stessi o soprintendevano alla vendita. Spesso eran costretti a tener aperti i mercati, parte sorvegliando lo spaccio dei generi, parte tutelando l'ordine e la pace continuamente minacciata. Frequentissimamente, sia nei villaggi che nelle città, dovevano impastare e infornare il pane, lavoro che non si volea far da alcuno per la idea che sudando si contraesse il colèra; e non di rado si riducevano a spazzare le strade e le case dei poveri insieme ai carabinieri e alle guardie di sicurezza pubblica perchè non c'era chi si volesse sobbarcare a una fatica, dicevano, così gravemente pericolosa. Incarichi meno umili, ma assai più inusati e difficili, toccavano spesse volte agli ufficiali, che dovean farla da sindaci nei villaggi disertati dalle autorità, e talora da medici, e sempre da limosinieri e da missionari di civiltà in mezzo a popolazioni stupidite ed esasperate dalla paura e dai patimenti, e accese di passioni feroci. Lo stesso era dei medici militari, a cui oltre la cura de' soldati incombeva quasi da per tutto quella del popolo, del quale bisognava che prima essi distruggessero i pregiudizi e vincessero le repugnanze e gli odi ragionando e pregando. Lo stesso dei comandanti dei corpi, incalzati da mille bisogni, stretti da mille difficoltà, affollati da mille cure, sempre in apprensione per la loro truppa divisa e sparsa di qua e di là, continuamente in giro e in pericolo. Per tutti poi un immenso dolore: quello di dovere ogni giorno dire addio per sempre a tanti bravi soldati, a tanti buoni compagni, a tanti amici da lungo tempo diletti.

* * * * *

Ma tutti questi servigi, questi sacrifizi, queste opere di carità, che pure accennate di volo, come io le accennai, bastano a destare in petto d'ogni buon cittadino un palpito di entusiasmo riconoscente, non possono tuttavia, come già dissi, estimarsi e lodarsi quanto si conviene ove intimamente non si conosca con che cuore venissero fatte e in che modo. Questo è ciò che ho in animo di dire e che importa si conosca particolarmente da coloro i quali negli atti generosi dei soldati non sogliono vedere ed apprezzare che gli effetti immediati e necessari della disciplina che comanda e castiga; non mai gli effetti naturali e spontanei del cuore, che quella stessa disciplina educa, ingentilisce e feconda. È vero, in fatti, che nelle congiunture dei tempi ordinari, quando il soldato non capisce o non vede o vede troppo alla lontana il frutto dell'obolo che gli si richiede a sollievo di qualche pubblica sventura, o quando non comprende di qualche altro sacrifizio la necessità imperiosa e può credere che vi sia chi lo possa o lo debba fare in sua vece, è vero che, in tali congiunture, i desiderii o gl'inviti dei superiori assumono in più delle volte, se non la forma, l'intenzione però e l'efficacia di comandi diretti e assoluti, onde agli atti che ne seguono non si può attribuire il merito della spontaneità; ma questo, per cause diverse, non poteva accadere nell'occasione del colèra. Perchè allora, nella massima parte dei casi, i soldati capivano, vedevano chiaramente che la salute dei paesi in cui si trovavano era riposta nelle loro mani; che in certi momenti estremi non c'era altri che loro da cui potessero scongiurarsi certe estreme sventure; d'ogni loro atto, d'ogni loro sacrifizio erano immediati ed evidenti gli effetti; per ogni moneta, per ogni tozzo di pane ch'essi porgessero era là pronta la mano scarna d'un affamato ad afferrarlo; la pietà era tenuta viva dallo spettacolo continuo della sventura, e non c'era luogo ad alcun dubbio o ad alcuna diffidenza che il sentimento di quella pietà intepidisse o facesse esitare. Nè si può ragionevolmente supporre che l'influenza dei superiori avesse parte nelle opere caritatevoli che non erano fatte per obbligo di servizio o per altra necessità assoluta, poichè quelle necessarie e obbligatorie erano sì frequenti e sì gravose per sè, che nessun superiore avrebbe potuto pretenderne dell'altre senza che proprio gliene rimordesse la coscienza. Di più, essendo i corpi scompartiti in un gran numero di piccolissimi distaccamenti, e quegli stessi distaccamenti operando il più delle volte suddivisi, l'azione che potevano esercitare i superiori sui loro subordinati per ottenerne qualcosa più in là del dovere, era tenuissima; sarebbe anco stata insufficiente a far sì che ciò ch'era di dovere si facesse, se di quell'azione ci fosse stata la necessità. Per altra parte le stesse prescrizioni dei superiori non giungevano mai sin là dove l'opera dei soldati giungeva, poichè certi sacrifizi son di tale natura, da non potersi imporre per nessun fine e in nessuna maniera; e i lettori vedranno quali essi siano, e quanto e come gli ufficiali e i soldati d'ogni corpo gli abbiano compiuti. Ma se tutte queste ragioni non bastassero a convincere gl'increduli, o paressero poi troppo vivi e fantastici i colori del quadro che porrò sotto gli occhi ai lettori, ci sarebbe pur sempre, a conferma di ciò che ho asserito, la testimonianza unanime delle popolazioni, e quella, non per tutti valevole, ma per me sicurissima e sacra, dei tanti miei compagni d'arme ed amici che videro e narrarono quel che han fatto i loro soldati e come l'han fatto, coll'anima compresa di tenerezza, di gratitudine e d'orgoglio. Dal lume dei loro occhi e dal suono della loro voce io attinsi il profondo convincimento che mi move il cuore e la penna.

Entriamo dunque nelle caserme; andiamo in mezzo ai soldati.

* * * * *

Per solito le compagnie non si trovavano riunite che la sera, nel dormitorio, all'ora della ritirata. Aspettando il segnale del tamburo per la visita, i soldati si raccontavano l'un l'altro quello che avevan visto e fatto nella giornata, parte seduti sui letti, parte appoggiati alle finestre, parte in crocchio nel mezzo dei cameroni. Non più quel moto, quei canti, quelle risa, quel frastuono assordante di grida festose, per cui, nei tempi ordinari, è così bella a vedersi la sera delle caserme. La più parte dei soldati stavano immobili, e non si sentiva che un bisbiglio sommesso, interrotto qua e là da qualche esclamazione di meraviglia o d'ira o di pietà, e tratto tratto lunghi intervalli di silenzio, in cui si sarebbe detto che tutti dormivano. I soldati che arrivavano a mano a mano, andavano cheti al loro letto e, posato il cinturino e il cheppì, entravano nei crocchi, ciascuno a riferire l'ultima voce raccolta nel paese, ch'era quasi sempre voce di sventura. Chi noi sapesse altrimenti, avrebbe potuto capire che cosa in que' crocchi si diceva e si pensava, guardando in ogni camera le poche faccie rischiarate dal lumicino posto sopra la porta.

--Lo sapete? A Grammichele hanno ucciso un carabiniere; i soldati l'hanno trovato morto in un fosso; dicono che aveva la faccia tutta pesta e sformata che non si riconosceva più, e le braccia e le gambe mezzo rosicchiate dai cani.--Qualcuno domandava perchè l'avessero ucciso.--Perchè avvelenava la gente.--Un sorriso amaro sfiorava la bocca degli ascoltatori.--Avete intesa la notizia? A Belpasso hanno assassinato il delegato di pubblica sicurezza.--A Monreale hanno preso a fucilate i bersaglieri.--In Ardore hanno ammazzato e sbranato il capitano della guardia nazionale e il sottotenente Gazzone.--Nel tal altro paese hanno affisso ai muri un proclama in cui è detto che i soldati bisogna scannarli e bruciarli quanti sono e distruggere dalle fondamenta tutte le caserme....--Ma tutto questo perchè?--Perchè avveleniamo la gente, avete capito?--

S'udiva un rullo di tamburo; la compagnia si schierava, si faceva l'appello; metà dei soldati mancavano. Il furiere leggeva i nomi, e ad ognuno che mancasse, il caporale di settimana, ritto accanto a lui col taccuino in mano, gli veniva suggerendo a bassa voce:--È infermiere al lazzeretto--, è di pattuglia in campagna--, è di ronda in paese--, è di servizio al camposanto,--è morto,--e a quest'ultime parole seguiva nelle file un movimento di sorpresa e un mormorio di compassione.--Silenzio!--gridava il furiere;--attenti al servizio di domani.--E leggeva i nomi di quelli ch'eran destinati ai vari servizi per il giorno dopo, e il più delle volte eran quasi tutti i presenti. Nessuno fiatava. Qualcheduno, all'udire il suo nome fra i destinati al servizio d'infermiere negli ospedali, non poteva dissimulare un senso di ripugnanza e di rincrescimento e alzava gli occhi scrollando la testa.--Che cosa c'è?--interrogava subito bruscamente quello fra i sergenti che l'avesse veduto.--Oh.... nulla--Dunque fermo.--E il poveretto non si moveva più, ed era quella la più grave protesta che facessero tratto tratto i più indocili e i più arditi.

Le sere dei giorni in cui il colèra aveva mietuto nel paese e fra la truppa una più larga mèsse di vite, si vedevano tutti quei soldati intenti all'appello con una immobilità che parevano statue, e le loro faccie erano atteggiate a un'espressione che aveva più dell'attonito che del triste, essendo quell'anime, più che addolorate, sbalordite dall'eccesso delle sventure.--Il tale?--domandava il furiere.--È stato colto dal colèra un minuto fa; l'han già portato al lazzeretto,--rispondeva il caporale.--Il tal altro?--Il chiamato rispondeva di mezzo alle file:--Presente--ma con una voce forzata e manchevole, in cui si sentiva l'effetto della notizia dolorosa. E seguiva un silenzio più profondo del consueto.

Quelle sere l'ufficiale soleva dire qualche parola d'incoraggiamento e di conforto. Si metteva dinanzi al centro della compagnia, scorreva con una lunga occhiata le faccie della prima riga, e diceva poi quello che aveva a dire, terminando quasi sempre con un--fatevi coraggio--seguìto da un leggero movimento delle file che voleva dir--grazie. Un cenno al furiere, una parola al sergente di settimana, e poi--buona notte--aggiungeva quasi senza accorgersene, come cedendo a un moto imperioso del cuore, e se n'andava. E i soldati l'accompagnavano con uno sguardo che valeva assai più d'un addio. Quante volte, uscendo da quel camerone, l'ufficiale si sarà detto mestamente:--Forse domattina non ci saranno più tutti i miei poveri soldati!--E quante volle i soldati, vedendo uscir l'ufficiale pallido e stravolto, e dietro a lui l'ordinanza coll'espressione sul volto d'un doloroso sospetto, avranno detto fra loro:--Forse il nostro ufficiale non lo rivedremo mai più!--

Andato via l'ufficiale, il furiere distribuiva le lettere. Oh una lettera di casa, in quei giorni, in quei luoghi! I fortunati che sentivan dire il proprio nome, non potevan frenare l'impeto della gioia; s'impazientivano, stropicciavano i piedi, tendevan le mani.--A me.--Mi dia la mia.--A me non me l'ha ancora data.--E a me non me la dà più?--Silenzio, e fermi al vostro posto!--gridava il furiere. E subito tutti zitti e fermi come di marmo, con che sforzo, pensatelo voi, a dover domare quella febbre. Il furiere stava lì un momento a guardarli con un brutto cipiglio, poi dava le lettere, la compagnia si scioglieva in silenzio, e ognuno andava a letto.

A notte avanzata, coloro che non potevano dormire udivano pei cameroni silenziosi un rumore di passi lenti e di voci sommesse, e levando la testa vedevano l'ufficiale di picchetto e il sergente di settimana trascorrere lungo le file dei letti, fermarsi dinanzi a quei ch'eran vuoti, l'uno domandarne e l'altro renderne conto, rimanendo poi tutti e due, al momento di uscire, un po' di tempo immobili sul limitare della porta, e come assorti in un pensiero comune. Era ben facile l'indovinare quel pensiero!--Se accade qualcosa--diceva sottovoce l'ufficiale,--mi venga subito a avvisare. Speriamo che non ci sarà nulla.--Speriamo.--E questa parola era sempre accompagnata da un sospiro, che rivelava un sentimento assai diverso, e il più delle volte, pur troppo, assai più fondato. Forse, un'ora dopo quell'espressione di speranza, i soldati eran desti improvvisamente da uno scoppio di grida acute o di languidi lamenti, e vedevano i loro compagni balzare in piedi, affollarsi attorno a un letto, sopraggiungere a passi concitati l'ufficial di picchetto, il dottore, i soldati di guardia, e indi a poco tutti far largo, e quattro di quei soldati allontanarsi portando un pagliericcio con suvvi disteso un morente, e poi un po' di bisbiglio, e finalmente tutti un'altra volta a letto, e silenzio come prima. La mattina, appena desti--Caporal di settimana--domandavano ansiosamente i soldati....--ebbene?--Morto.--Morto!--E si guardavano l'un l'altro nel viso.

In molti corpi, e in qualcuno più d'una volta, si dette il caso che fossero nello stesso tempo presi dal colèra un ufficiale e la sua ordinanza. E in tutti quei corpi, io l'udii raccontare cento volte, seguì questa scena. La sera, dopo fatta la visita, il furiere annunziava alla compagnia la disgrazia ch'era accaduta.--Chi vuoi assistere l'ufficiale?

--Io.--Io.--Anch'io.--Ma se l'ho già detto io, è inutile che lo dica anche tu.--Oh guarda! son padrone di dirlo anch'io.--Ma se son stato io il primo.--Ma se ti dico....

--La volete o non la volete finire?--gridava il furiere?--Tutti tacevano.--Lo assisterete voi--e indicava il soldato che s'era offerto pel primo. E questi faceva un sorriso di trionfo, e quegli altri si rassegnavano a stento. L'indomani mattina, prima dell'alba, il generoso infermiere era accanto al letto dell'ufficiale malato, e là passava i lunghissimi giorni, solo, muto, intento, e vegliava le notti al lume d'una lanterna, seduto sur una seggiola in un canto della stanza. Oh chi fosse stato là presente quando l'infermo, cominciando a riaversi e guardandosi intorno e non riconoscendolo sua ordinanza, domandava:--Chi sei?--e poi, inteso il nome:--Chi t'ha mandato?--E il buon soldato rispondeva:--Son io che ho voluto venire...--E perchè?--Oh non si può esprimere quel che rispondevano allora gli occhi di quel soldato, e quel che passava nel suo cuore stringendo la scarna mano che si protendeva a cercare la sua! Qualche altra volta, invece, egli ritornava dopo pochi giorni alla caserma, e appena entrato andava a sedere sul letto e si metteva a frugare colla spilla del fucile dentro il luminello, che è una faccenda per cui occorre tener bassa la testa e si possono così nascondere gli occhi.