La vita militare: bozzetti

Part 21

Chapter 213,681 wordsPublic domain

--No! no!--ella rispose con un accento risoluto in cui si sentiva tutta la veemenza del suo vergine affetto;--lasciami stare così, voglio stare così.--E si rasciugò gli occhi e proseguì concitata:

--Staremo sempre assieme. Io non andrò più a lavorare in campagna, ti starò tutto il giorno vicina, non ti lascerò mai solo un momento, lavorerò in casa, seduta accanto a te, così come adesso.... Ma che cos'hai, Carlo, che piangi in quel modo? Dimmelo a me, che ti voglio tanto bene....; che cos'hai?

--Ma....--le rispose il poveretto con voce timida e tremante,--ed io...?

E non potè seguitare.

--E tu?... Ebbene, che vuoi dire con ciò? Dimmi tutto, Carlo.

--Ed io! io! come faccio a lavorare io?--e chinò la testa fra le mani scotendola in atto disperatamente sconsolato.

--Ma Carlo, ma perchè mi parli in quel modo? Ma non ci son io per te? Non ci siamo tutti? Io a cucire in bianco son buona; capirai non lo dico mica per lodarmi; con te, figurati!.... E la signora, quella tale, sai, quella della villa qui accanto, m'ha già offerto del lavoro altre volte, ed io ho sempre detto di no; ma adesso...., e tanto più quando essa saprà che sei tornato così....; ed io mi porterò il lavoro in casa, sta bene? E lavorerò accanto a te, e tu mi racconterai tutto quello che hai visto, e i paesi e le campagne dove siete passati, e se ti ricordavi sempre di me, e cosa facevi tutto il giorno, e se avevi dei compagni qui del paese, e di che cosa discorrevate fra voialtri....

E tirava innanzi su questo tenore, e si andava man mano infervorando, sempre ginocchioni davanti a lui, tenendogli una mano sopra una spalla e rigirandogli per diritto, coll'indice e il pollice dell'altra, i bottoni del cappotto ch'eran rimasti col numero alla rovescia. Le gote le si erano suffuse d'un vivo color di rosa, gli occhi le s'erano animati d'un lume soave, e la parola le scorreva dal labbro così spontanea, così calda e viva e improntata di tanta dolcezza, e v'era nei suoi gesti, nei suoi sguardi, ne' suoi sorrisi, in tutta la sua persona, e persino in quel suo umile atteggiamento tanta ingenuità, tanta grazia, che il buon soldato la guardava e la stava a sentire come un estatico, e quand'ella ebbe cessato di parlare e gli fissò gli occhi negli occhi come per domandargli d'una parola di consolazione, ei gliene diede una che la giovinetta non poteva desiderar più cara.--Oh Gigia--le disse--tu mi fai dimenticare la mia disgrazia!

--E non te la lascierò mai più ricordare!--gridò con trasporto quel buon angelo. E si abbracciarono e piansero.

La mamma aveva avuto una buona idea.

In quella, sentirono venir dall'aia un rumor concitato di molti passi e un bisbiglio confuso di molte voci. La giovinetta balzò in piedi e si scostò d'alcuni passi dal suo soldato; entrambi volsero gli occhi alla porta da cui veniva il rumore.--Dov'è? Dov'è?--gridò una voce dal di fuori. E quasi nel tempo stesso apparve un giovanotto, pallido, trafelato, senza voce; guardò intorno, e non sì tosto vide il soldato che gli fu d'un salto fra le braccia. Erano stretti amici da molti anni. Il nuovo arrivato era però assai minore d'età, e apparteneva alla seconda categoria della classe del milleottocento quarantacinque, stata chiamata, appunto in quei giorni, alle armi. E proprio quella sera, il buon giovanotto, pigliato congedo, non senza pianto, dai suoi, moveva alla volta della città, allorchè, passando dinanzi alla casa dell'amico di cui ignorava il ritorno, era stato chiamato dalla famiglia, fatto consapevole dalla sventura toccata al suo Carlo, e sospinto nelle sue braccia. Tutta la famiglia gli aveva tenuto dietro, e la madre, appena posto piede nella stanza e lanciato uno sguardo indagatore sul volto dei due fidanzati, tuttora lagrimoso, ma illuminato d'una gioia profonda, aveva tutto compreso, si era sentito al cuore un grande sollievo, e mentre suo figlio tenea il capo fra le braccia dell'amico, aveva trasfuso quel sollievo, più co' cenni che colle parole, negli altri.

Finalmente il mutilato si sciolse da quel lungo abbracciamento, fe' cenno all'amico che gli sedesse accanto, e, passato due o tre volte il rovescio della mano sugli occhi, fece capire che avea da dir qualche cosa. Tutti gli si strinsero attorno; più accosto a lui, la madre e la fanciulla.

--Sta di buon animo,--egli cominciò rivolgendosi all'amico che pareva scoraggito e triste;--sta di buon animo, camerata. Non ti lasciar pigliare da certe malinconie. Lo so anch'io che, a veder me in questo stato, ora che stai per partire, e hai lasciato la famiglia un momento fa, e devi andare a fare il soldato, e vai adesso che c'è la guerra, ti fa pena vedermi in questo stato; pensa un po' se io non lo capisco, povero giovane. Bel guadagno, tu dirai, a far quel mestiere! Ma, Dio buono, a che serve disperarsi? Bisogna farlo il soldato, volere o non volere? Sì, e dunque! tanto vale torsela in santa pace e partire si buona volontà; lo capirai anche tu. E poi, e poi.... io, già, ti dico schietto che, se era proprio destino che mi toccasse una disgrazia come questa, tra l'averla toccata qui ruzzolando giù da un carro o giù da una scala, e l'averla toccata là, preferisco là. È naturale. Non ti voglio mica dire con questo che io mi trovi contento del mio stato d'adesso; ma in fin dei conti, vedi, in questo mondo ci si ha da star poco, e quando c'è della gente che ci vuol bene, questo è quel che preme, il resto che importa? Io son tornato così come vedi; ebbene, e che per questo? Forse che mia madre, e mio padre, e qualcun altro mi vogliono meno bene di prima?--

E alzò gli occhi su di loro. I vecchi genitori, giungendo le mani, esclamarono:--Oh Carlo!--Qualcun altro non fece che lanciargli un lungo sguardo d'inesprimibile tenerezza.

--Più di prima,--egli prosegui coll'accento e col volto improvvisamente animati,--più di prima. E tutti, dopo che mi colse questa disgrazia, mi vollero più bene di prima, tutti. Se tu ti fossi trovato all'ospedale con me, avresti visto delle cose da non credersi, caro mio. Dopo una ventina di giorni ch'io era là, passò per quella città il mio reggimento; tutti gli uffiziali della compagnia son venuti a vedermi, e anche degli altri, capisci? E son venuti intorno al mio letto, e ci stettero una buona mezz'ora, e c'era il capitano che mi guardava e piangeva, e un altro uffiziale, un giovinetto senza barba, anche lui. E gli ho visto io co' miei occhi calar le lacrime giù per la faccia. E un altro uffiziale (io aveva un po' di febbre) mi posò la mano sulla fronte, e un suo vicino gli disse:--Levala, gli dài fastidio.--E mi raccomandarono al dottore e agli infermieri e mi dissero che facessi scrivere alla mia famiglia; ma senza dire che cos'era accaduto, chè n'avrebbero sofferto troppo. E tutti, dal primo all'ultimo, prima di andarsene via, mi strinsero la mano, e il più giovane, quello che comandava la seconda squadra dov'ero io, colse un momento che gli altri non guardavano e mi baciò sulla fronte, e quando fu sulla porta si voltò ancora indietro a farmi un saluto colla mano. Hai capito? E un giorno venne un generale vecchio vecchio, col petto tutto coperto di medaglie, e tanti uffiziali dietro, e si avvicinò al mio letto col berretto in mano, e anche tutti gli altri avevano il capo scoperto, ed egli, il generale, mi domandò com'io stava e dov'era stato ferito e in che modo, e quando gli ebbi raccontato tutto, mi pare ancor di vederlo, alzò gli occhi al cielo, strinse le labbra con un sospiro, e mi disse:--Fatti coraggio, figliuolo.--E poi mi strinse la mano, capisci, lui che era generale. Aveva una mano scarna scarna; era tanto vecchio! E io glie l'avrei baciata quella mano se non avessi avuto paura di mancar di rispetto; mi pareva un altro mio padre. Ah! bisogna esservisi trovati in quei momenti per poter sapere che cosa si prova! Si scorda tutte le disgrazie, si scorda. E poi, anche prima... vedrai, camerata; altro è parlarne da lontano, altro è trovarsi là, proprio là in mezzo a tutte quelle baionette, i superiori dinanzi a cavallo colla sciabola in aria, e le bandiere, e la musica, e tutte quelle grida; il cuore ti si accende, e la testa ti gira e ti gira, e la palla t'ha già colto che tu gridi ancora: Avanti....

In quel punto s'udì nella strada un'armonia festosa di canti e di suoni di piffero e di zampogna.

--Sono i miei compagni che partono,--gridò il coscritto balzando in piedi con subita allegrezza.

Il mutilato si accese repentinamente nel volto, si rizzò anch'egli in piedi sorretto dalla madre e dalla fidanzata, si fece condurre sul limitare della porta, vide i coscritti che partivano, e die' loro un grido:--buon viaggio, ragazzi, buon viaggio!--Essi si voltarono verso di lui, intravidero la gamba tronca, capirono, e gli risposero tutti ad una voce:--Viva i bravi soldati!

E il nostro poveretto li ringraziava agitando le mani e scuotendo la testa, chè oramai la foga della tanta dolcezza gli chiudeva il varco alla voce.

--Viva i bravi soldati! queglino ripeterono allontanandosi.

Il mutilato fece un ultimo atto colle mani e col capo, e poi, passato un braccio attorno al collo della giovinetta che lo sorreggeva a sinistra, si volse alla madre che gli stava dall'altro lato, e, con voce interrotta dai singhiozzi, esclamò:

--Oh mamma? lo vuoi credere?... io sono contento!--

E le lasciò cader la testa sul seno.

Gli occhi di tutti i circostanti si empierono di lagrime. La musica moriva a poco a poco allontanandosi lentamente giù per la via.

L'ESERCITO ITALIANO DURANTE IL COLÈRA DEL 1867

Ogniqualvolta io ripenso a quanto l'esercito ha fatto e patito per il paese durante il colèra del mille ottocento sessanta sette, e riprovo quel vivo senso d'ammirazione e di gratitudine che mi si destava in quei giorni alla notizia d'ogni nuovo suo atto di carità e di coraggio civile, mi prende il dubbio che la maggior parte di quegli atti siano già dai più dimenticati, che molti non siansi saputi mai, che tutti poi, o quasi tutti, sien noti troppo vagamente per essere, come e quanto si conviene, estimati e lodati. Forse i ricordi di tutti que' begli atti individuali il popolo li ha già confusi in un solo concetto,--l'esercito ha fatto del bene,--come dopo una battaglia vinta esprime ed esalta nel nome d'un generale le gesta e le glorie di centomila soldati. E maggiormente mi confermo in codesto timore quando considero che il paese, il quale delle guerre non è che spettatore e può e suole notar molte cose, essendo stato invece, in questa occorrenza del colèra, attore e vittima ad un tempo del terribile dramma, è naturale che poco badasse a quei tanti e sfuggevoli fatti parziali di cui, benchè altamente generoso lo scopo, eran pur sempre lievi e quasi insensibili gli effetti rispetto alla grandezza dei mali onde egli stesso era in gran parte travagliato. Ora non è chi non comprenda come il sentimento di ammirazione e di gratitudine che deriva dalla notizia vaga dell'opera che prestò l'esercito a vantaggio del paese in quell'occasione, debba essere assai meno profondo e durevole, e l'esempio assai meno efficace, che non sarebbe ove si conoscesse il modo con cui quell'opera fu individualmente prestata, e i sacrifizi che costò, e i pericoli che l'accompagnarono, così da averne scolpita l'immagine nella mente, e poter rivolgere l'ammirazione a fatti determinati e legare la gratitudine a dei nomi. Alcuni di questi fatti e di questi nomi ho appunto in animo di ravvivare nella memoria di chi gli abbia scordati o non intesi mai; e m'induce a quest'opera non tanto il pensiero della dolce ed altera compiacenza ch'io proverò, come cittadino e come soldato, scrivendo una pagina tanto gloriosa per l'esercito italiano, quanto il sentimento, che è in me vivissimo, di compiere un dovere di giustizia col mettere in luce molte virtù, molti sacrifizi dimenticati od oscuri, e, oltre a ciò, il convincimento che non sia cosa inutile il porgere uno splendido esempio del come s'abbia a condurre l'uomo e il cittadino di fronte alle sventure nazionali.

* * * * *

Sullo scorcio del mille ottocento sessantasei, si sperava in Italia che il colèra, da cui molte provincie erano state invase in quell'anno, non sarebbe ritornato nell'anno successivo. Ritornò invece, come tutti sanno, e più fiero e più ostinato di prima, e fra tutte le provincie italiane quella che ne patì più gravi danni fu la Sicilia, della quale scriverò quasi esclusivamente, per riuscire più ordinato e più breve.

Nei mesi di gennaio e febbraio del sessantasette il colèra mietè qualche vittima nelle vicinanze di Girgenti, e specialmente in Porto Empedocle; d'onde, nel mese di marzo, si sparse per tutta la provincia, e da questa, nell'aprile, in quella di Caltanissetta, e crebbe poi fierissimamente in entrambe durante il mese di maggio, favorito dai calori estivi che si fecero sentire un mese prima a cagione della lunga siccità. Nè scemò punto nel giugno, se se ne tolga la sola città di Caltanissetta, in cui decrebbe rapidamente; chè anzi, nei primi giorni di quell'istesso mese, invase la provincia di Trapani, quella di Catania, quella di Siracusa, e sul cominciar di luglio Palermo, e sul cominciar d'agosto Messina. Intanto si era propagato per quasi tutte l'altre provincie d'Italia, e particolarmente in quelle del mezzogiorno, e più che in ogni altra in quella di Reggio, dove menò la sua ultima e più spaventevole strage sul cadere dell'anno.

Fin dai primi indizi che si manifestarono nelle provincie di Girgenti e di Caltanissetta, il generale Medici, comandante la divisione di Palermo, quasi antivedendo il terribile corso dell'epidemia, rimise in vigore tutte le cautele igieniche prescritte dal Ministero della guerra nel sessantacinque; divise i corpi in un numero maggiore di distaccamenti perchè nessuna città e nessun villaggio ne rimanessero privi; ordinò che dappertutto si aprissero ospedali militari pei colerosi, infermerie pei sospetti e case di convalescenza nei punti più appartati e salubri; istituì in ogni presidio una commissione di sorveglianza sanitaria; prescrisse nettezza rigorosa e accurate e frequenti disinfezioni in tutte le caserme; sospese ogni movimento di truppa dai luoghi infetti agli immuni; impose ad ogni corpo, ad ogni distaccamento di prestarsi prontamente e largamente a qualunque richiesta delle autorità civili per il servizio dei cordoni sanitari e per sussidiare le guardie nazionali nella tutela della pubblica sicurezza; ingiunse che si cercassero e si preparassero nelle vicinanze delle città principali i luoghi più adatti ad accamparvi le truppe nel caso che se ne fosse presentata la necessità; migliorò il vitto dei soldati con distribuzioni quotidiane di vino e di caffè; infine esortò gli ufficiali a preparare gli animi dei soldati a quella vita di sacrifizi, di pericoli e di stenti che ciascuno in cuor suo già presentiva ed aspettava coll'animo rassegnato e fortificato dall'esperienza dell'anno antecedente. Altrettali provvedimenti prendevano nello stesso tempo la più parte dei comandanti divisionali dell'altre provincie italiane, e dappertutto si allestivano ospedali, si disinfettavano caserme, ed era un affaccendarsi continuo di medici e d'ufficiali, un continuo dare e ricever ordini, un insolito rimescolìo d'uomini e di cose come all'aprirsi d'una guerra; in una parola, quella viva agitazione degli animi che suol precedere i grandi avvenimenti, e che ognuno esprime così bene a se stesso colle parole:--Ci siamo!

Ma per quanto fossero disposti a fare pel bene del paese l'esercito e i cittadini animosi ed onesti, tre grandi forze nemiche dovevano rendere per molta parte e per lungo tempo inefficace l'opera loro: la superstizione, la paura, la miseria, assidue compagne della morìa presso tutti i popoli e in tutti i tempi.

Nel maggior numero dei paesi, e particolarmente nei più piccoli, i sindaci e molti altri pubblici officiali abbandonavano il proprio posto al primo apparir del colèra, e da qualche paese disertavano tutti ad un tempo colle famiglie e gli averi. I ricchi, gli agiati, tutti coloro che avrebbero potuto soccorrere più efficacemente le plebi, fuggivano dalla città e si rifugiavano nelle ville. In pochi giorni tutte le case della campagna erano ingombre di cittadini fuggiaschi, e non solo di ricchi, ma di chiunque possedesse tanto da poter vivere qualche giorno senza lavorare, e prendere a pigione, anche a costo di gravissimi sacrifici, un abituro, una capanna, un qualunque bugigattolo, pur che fosse lontano dalla città e appartato, quanto era possibile, da ogni abitazione.

Abbandonata a se stessa e impaurita dall'altrui paura e dalla solitudine in cui veniva lasciata, la povera gente fuggiva anch'essa ed errava a frotte per la campagna, traendo miseramente la vita fra i languori della fame. Il generale terrore veniva accresciuto dal ricordo delle grandi sventure patite negli anni andati; se ne predicevano, come sempre accade, delle peggiori; si reputavano già tali fin dal loro cominciamento; in ciascuna provincia si esageravano favolosamente le stragi delle altre; in campagna si narravano orrori della morìa delle città; in città, altrettanto della campagna.

Come si trovasse ridotta la popolazione che rimaneva ne' paesi è facile immaginarlo. Tranne poche città, essendo dappertutto abbandonate o disordinate le amministrazioni comunali, si trascuravano i provvedimenti igienici di più imperiosa necessità. Talora le popolazioni, reputando fermamente che quei provvedimenti fossero inutili, ricusavano di prestarvi l'opera propria, senza la quale essi riuscivano inefficaci, per quanto fosse il buon volere delle Autorità e lo zelo dei pochi cittadini che pensavano ed operavano dirittamente. S'aggiunga che molti paesi erano rimasti senza medici, senza farmacisti, e tutti poi, anche i più grandi, erano desolati dalla miseria che la carestia dell'anno precedente aveva prodotto, e lo scarso ricolto di quell'anno, e l'enorme mortalità avvenuta negli armenti, accresciuto. Falliti gran parte dei negozianti; sospesa la costruzione delle strade ferrate; interrotte molte opere pubbliche provinciali e comunali; molte fabbriche chiuse; gli operai senza lavoro; serrate dapprima le botteghe di oggetti di lusso, da ultimo moltissime delle più necessarie; le officine abbandonate; centinaia di famiglie ridotte a non vivere d'altro che d'erbe e di fichi d'India; in ogni parte la fame, lo scoraggiamento e lo squallore.

Per colmo di sventura si propagava ogni di più e metteva radici profonde nel popolo l'antica superstizione che il colèra fosse effetto di veleni sparsi per ordine del governo, che il volgo di gran parte dei paesi del mezzogiorno, per uso contratto sotto l'oppressione del governo cessato, tiene in conto d'un nemico continuamente e nascostamente inteso a fargli danno per necessità di sua conservazione. In Sicilia, codesta superstizione era avvalorata dal convincimento che il governo si volesse vendicare della ribellione del settembre, e però una gran parte delle misure sanitarie prese dalle Autorità governative incontravano nella plebe un'opposizione accanita, ogni provvedimento aveva il colore d'un attentato, in ogni ordine si sospettava una mira scellerata, da ogni menomo indizio si traeva argomento a conferma del veneficio, in ogni nonnulla se ne vedeva una prova. Gli ospedali, le disinfezioni, le visite dei pubblici officiali, tutto era oggetto di diffidenza, di paura, di abborrimento. I poveri non si risolvevano a lasciarsi trasportare negli spedali che nei momenti estremi, quando ogni cura riusciva inefficace. Morivano la più parte, e per ciò appunto si credeva più fermamente dal volgo che le medicine fossero veleni, e i medici assassini. Preferivano morire abbandonati, senza soccorsi, senza conforti. Non credevano al contagio, e però abitavano insieme alla rinfusa sani ed infermi, famiglie numerose in angusti e immondi abituri, terribili focolari di pestilenza. Occultavano i cadaveri per non esser posti in isolamento, o perchè ripugnavano dal vederli seppelliti nei campisanti, non nelle chiese com'è la costumanza di molti paesi; o per la stolta opinione che sovente gli attaccati dal colèra paiano, ma non siano morti davvero, e rinvengano dopo qualche tempo. Si poneva ogni cura a deludere le ricerche delle Autorità. Spesso si resisteva colla forza agli agenti pubblici che venivano per trarre dalle case i cadaveri corrotti; si gettavano questi cadaveri nei pozzi, si sotterravano segretamente nell'interno delle case. In alcuni paesi, per trascuranza delle Autorità o per difetto di gente che si volesse prestare al pietoso ufficio, i cadaveri, comunque non contesi dai parenti, si lasciavano più giorni abbandonati nelle case, o venivano gettati e lasciati scoperti nei cimiteri, o si ricoprivano di poche palate di terra, così che intorno intorno ne riusciva ammorbata l'atmosfera, e non si trovava più chi volesse avvicinarsi a que' luoghi, e bisognava scegliere altri terreni alle sepolture. I pregiudizi volgari venivano segretamente fomentati dai borbonici e dai clericali. Eran sospetti di veneficio tutti gli agenti della forza pubblica, i carabinieri, i soldati, i percettori delle dogane, gli officiali governativi. In alcuni paesi della Sicilia era sospetto di avvelenamento qualunque italiano del continente; in qualche luogo tutti indistintamente gli stranieri erano sospetti. Si spargevano e si affiggevano per le vie proclami sediziosi, eccitanti alla vendetta ed al sangue. Tratto tratto le popolazioni armate di falci, di picche, di fucili, si assembravano, percorrevano tumultuosamente le vie del paese cercando a morte gli avvelenatori; minacciavano o assalivano le caserme dei carabinieri e dei soldati; irrompevano nelle case dei medici, e le mettevano a sacco; si gettavano nelle farmacie e vi distruggevano e disperdevano ogni cosa; invadevano l'ufficio del comune, laceravano la bandiera nazionale, abbruciavano i registri e le carte; costringevano le guardie nazionali a batter con loro la campagna in traccia degli avvelenatori; andavano a cercarli nelle case; credevano d'averli rinvenuti, li costringevano coi pugnali alla gola a immaginare e confessare dei complici, li trucidavano, ne straziavano i cadaveri e li abbruciavano nelle vie e nelle piazze del paese. Intere famiglie, accusate di veneficio, venivano improvvisamente aggredite di notte da turbe di popolani, e vecchi, donne, bambini cadevano sgozzati gli uni ai piedi degli altri senza aver tempo di scolparsi o di supplicare; si ardevano le case e se ne disperdevano le rovine. A Via Grande, a Bel passo, a Gangi, a Menfi, a Monreale, a Rossano, a Morano, a Frassineto, a Porcile, nel Potentino, nell'Avellinese, in cento altri luoghi, continui assembramenti e ribellioni e delitti orrendi di sangue.