La vita militare: bozzetti

Part 19

Chapter 193,941 wordsPublic domain

Lungo la sponda dello stradale, dalla parte del campo, una lunga schiera di curiosi, la più parte villani; uomini, donne, fanciulli, accorsi dal villaggio a contemplare quello spettacolo così novo e bizzarro. I fanciulli accosciati giù per la sponda del fosso; i padri e le madri ritti sull'orlo della via; le ragazze già grandicelle un passo più indietro. E gli uni e gli altri ad accennarsi col dito gli svariati episodi di quel gran quadro, e a sghignazzare del gridìo dei cantatori, e a commiserare i prigionieri, e a prorompere in accenti di meraviglia nel veder di que' tali salti, e a compiangere con dei:--Poveretto! si sarà fatto male--i caduti, e a far di gran commenti sulla struttura delle tende e gli scompartimenti del campo, e a spiegarsi l'un coll'altro la disparità dei gradi argomentando dai galloni dei berretti e dandosi l'un l'altro sulla voce e pigliando la stizza..... Osservate: a tutti i punti della strada dove ci sono due o tre o un gruppo di contadinelle giovani e belloccie, corrisponde, nel campo, proprio sulla sponda opposta del fosso, un insolito spesseggiar di soldati, i quali, come in tutti gli uomini è costume quando sanno d'essere guardati da una donna, si danno e nei gesti, e nel portamento, e nelle parole, e fin nei minimi moti, fin ne' più sfuggevoli cenni, uno studio, una ricercata scioltezza, un non so che di brioso e di spavaldo, un qualche cosa d'insolito, insomma; e quelle contadinotte a ridere e a ridere, e a coprirsi il volto col braccio, o a celarlo l'una dietro le spalle dell'altra, e a sparpagliarsi ridendo, e ridendo raggrupparsi, e a bisbigliarsi misteriose parole nell'orecchio, e qualche volta a farsi delle carezze fra loro pel maledetto gusto, vedete le astute, le civettuole, di fare che altri, in mirarle, si strugga di quelle carezze e se ne roda le dita. In un punto della strada è apparsa una brigatella di signorine, venute dalla villa là accanto, con certe vesticciuole scarse, mi capite, sottili, bianche, rosee, azzurrine, leggerissime, ondeggianti al più tenue alito di auretta, e tanto da costringere di tratto in tratto una manina dispettosa a posarvisi su, e a star là ferma un po' di tempo per tenerle a dovere. Quelle signorine hanno il capo scoperto, e quel po' d'aura che spira agita e scompone i lucidi ricciolini, e costringe a volta a volta un bracciotto bianco a levarsi e un ditino paziente a rimetter l'ordine ne' bei capelli riottosi. E là presso, nel campo, v'è un crocchio di uffiziali che tirano certe saette d'occhiate rasente il suolo!--Oh venisse un soffio di vento.--Eccolo, comincia, cresce, passa, investe una gonnellina bianca, la solita mano non giunge in tempo a frenarla..... Oh il bel piedino! E quegli uffiziali sanno d'esser guardati, e ne profittano e come! E infatti, vedete, quello là, per dirne uno, il primo, il più vicino al fosso, non terrebbe la sciarpa con quella sprezzata eleganza e non n'avrebbe fatto scorrere l'anello per modo che l'un fiocco gli riuscisse sul fianco e l'altro gli scendesse al ginocchio; quell'altro là non caccierebbe in aria i nuvoli di fumo levando così fieramente in alto la testa e non terrebbe le gambe e le braccia così napoleonicamente atteggiate, e codest'altro non porterebbe così di frequente le mani sulla nuca per accertarsi che quel po' di divisa che il colonnello concede non s'è ancora disfatta.

Intanto s'avanza giù per la strada e s'arresta dinanzi all'entrata del campo una famigliola del villaggio: un papà vecchiotto, arzillo, tarchiatello, grassoccio, una di quelle faccie di una volta, con due vele da bastimento fuor della cravatta e due ciuffoni di capelli bigi sulle tempia e un par di zampe elefantine dentro due scarpe di tela greggia e un randello nodoso sotto un'ascella; un quissimile di segretario comunale che vive in buona pace con tutti, e arcicontento di sè e dello spiccato genio aritmetico che cominciano a spiegare i bimbi alla scuola;--una buona cera di mamma sotto un cappello a forma d'elmo romano;--e tre ragazzi vestiti dei panni migliori, pettinati, unti, lisciati e lustrati, e ancor pieni il capo d'una lezioncella di galateo recitata in fretta dalla mamma nell'atto d'uscir dalla porta di casa. Sono vecchi amici del colonnello. Vedete che fortunato accidente ch'ei sia venuto a piantare il campo là, proprio là, accanto a casa loro! Il papà con un faccione tutto piacevole e con un tentativo di voce soave:--Signor soldato, domanda a una sentinella toccandosi la grande ala del grande cappello,--si potrebbe riverire il signor cavaliere--colonnello--comandante il reggimento?--La sentinella gli fa segno che passi e gli accenna colla mano la tenda del colonnello. Un barbone di zappatore corre ad annunziargli la visita. La famigliuola si fa innanzi a passo lento, rispettosa, circospetta; il colonnello esce, guarda, si ferma, aggrotta le ciglia come per distinguer meglio, guarda un momento al cielo come per riannodare le sparse reminiscenze di que' volti, li ricorda, li riguarda, li riconosce, e spianando d'un tratto la fronte, e mandando fuori un oh! prolungato di sorpresa e di contentezza, s'avanza colle braccia tese e le palme aperte.... E lì, figuratevi, accoglienze ed inchini e domande e risposte affollate, e passar di palme sotto il mento ai bimbi, che son venuti su a occhiate, proprio, e si son fatti così bellini, e poi:--Eh, signora, esclama il colonnello per avviare un discorso qualunque, l'effettivo delle compagnie è forte, sa! Cento cinquant'uomini l'una, nientemeno; è un piacere. E che bel campo, eh? Lo vogliono vedere? Vogliono fare un giretto?--La famigliuola acconsente e ringrazia; il colonnello, dopo un po' di riflessione, si pone al lato sinistro della signora, il marito al lato destro, i ragazzi avanti; la brigatella si muove. Tutti le fanno largo. Gli uffiziali la salutano. Un bisbiglio sommesso la precede; un bisbiglio sommesso la segue. E il colonnello, da quel rozzo e buon soldatone ch'egli è, costretto all'ingrato ufficio di cavaliere servente, dice alla signora:--Ecco, le vede là? Quelle son le marmitte della terza compagnia; quell'altre della quarta; codest'altre della quinta. Ella mi dirà che sono in cattivo stato, ed è vero; ma che vuole perchè....--E le spiega il perchè. E la signora, in mezzo a quelle due ali di soldati, non sa dissimulare un po' d'imbarazzo, un po' di vergognetta; ma il papà, che sa di aver a fianco un colonnello, si sente maggior di se stesso, pover'uomo, e gira intorno sui soldati uno sguardo lungo, benigno, ridente, e ripete tratto tratto in accento di compiacenza e di ammirazione: Oh che bella gioventù!--Uno dei ragazzi si accosta alla mamma, e appuntando il ditino verso il colonnello le chiede:--Ma chi è quel soldato là?--Taci, ella risponde sommessamente, è quello che comanda a tutti i soldati che son qui.--E se volesse, ripete il bimbo, potrebbe far tagliare la testa a tutti?

La musica! la musica! si grida all'improvviso in ogni parte del campo. Di fatti i musicanti sono usciti ad uno ad uno fuor delle tende, si son radunati, si son mossi verso il mezzo del campo, si sono schierati in circolo e stanno aspettando un cenno del capo-banda tenendo fra le dita gli strumenti in atto di recarli alla bocca. In meno che non si dice, s'è affollata attorno a loro una moltitudine immensa, mezzo il reggimento; s'è levato uno strepito assordante, alte grida di gioia, e scoppi di battimani e canti e fischi; i ballerini più furiosi fendono la calca a pugni e a spintoni, si cercano, si chiamano ad alte grida, si slanciano l'un contro l'altro e, puntando le palme nei petti, dando dei fianchi nelle pancie, e dei piedi sulle punte dei piedi, riescono ad aprire un circolo; le coppie si preparano, i ballerini afferrano colla destra una manata di camicia nella schiena alle danzatrici (magari che le fossero), incrocicchiano le dita della mano manca colle dita della loro destra, mettono innanzi il piè sinistro, piegan le ginocchia, volgono la faccia al capo-musica:--Sicchè, soniamo sì o no?--Le coppie s'impazientano, pestano i piedi, stringono i pugni, si scontorcono, sbuffano, strillano; il capo-musica fa un cenno col dito, gli strumenti si attaccano alle bocche, le lingue si protendono e danno una leccatina alle labbra, di sotto e di sopra;--un altro cenno--e, si suona.

Le coppie sono in moto, girano, rigirano, si rasentano, s'incontrano, si urtano, si sbalzano a destra, a sinistra, avanti, indietro, le schiene contro le schiene, i fianchi contro i fianchi, le calcagna sui calli, via, alla cieca, alla pazza, ove si va si va, ove si cade si cade, ci ha da esser posto per tutti, se non c'è si fa, a urtoni, a pedate, e spingi, e pigia, e barcolla, e strilla, e sghignazza; in un minuto l'erba del suolo è sparita sotto i passi pesanti, il terreno si è smosso, le coppie si sono scambiate, confuse, o rotte, o aggruppate; altre caddero bocconi a terra, e i danzatori vi passarono su, o v'inciamparono e precipitarono anch'essi; altre furono sbalzate in mezzo alla folla circostante; ma, in mezzo a quel guazzabuglio, il lombardo continua a danzare imperturbato con quel suo molleggiamento di fianchi, con quei suoi contorcimenti di capo e di spalle e quelli incrociamenti di gambe e quel piegar improvviso di ginocchia come fosse in punto di cadere e improvviso rizzarsi come per iscatto di molla; e il piemontese tira innanzi impassibile, rigido, grave, e piglia la cosa sul serio, e ci si scalda, e ci si mette d'impegno, e fa pompa anch'esso delle sue grazie robuste; e i calabresi, due a due, l'uno di faccia all'altro, col collo torto, le braccia aperte, e la faccia atteggiata a certe smorfie grottesche, ringalluzziti, ricurvi, seguitano a raspar la terra rapidamente, rapidamente.....

Che è? Che avvenne?

Nel campo s'è fatto un silenzio improvviso, profondo; tutte le faccie si son volte da una parte; chi giaceva a terra s'è alzato; chi era ai limiti estremi del campo è accorso verso il mezzo; sotto la baracca del vivandiere, gli avventori si son rizzati in piedi sulle tavole e sui banchi; altri sono saliti sui carri; tutti sono usciti dalla tenda.--Che è? Che avvenne?

Guardate sulla via. Avvolto in un nuvolo di polvere s'avanza, al galoppo, un cavaliere. È presso all'entrata; entra; si dirige verso la tenda del colonnello; s'arresta. Il colonnello esce; il cavaliere saluta, porge un foglio, volge la groppa e via di carriera.

Tutti stanno cogli occhi rivolti là, attoniti, muti; si direbbe che i respiri sono sospesi; il campo rende l'immagine d'una di quelle piazze gremite di popolo intorno a un foco d'artificio quando un bagliore improvviso di bengala illumina una superficie immensa di facce cogli occhi spalancati e le bocche aperte.

Il colonnello chiude il foglio, si volge al trombettiere, fa un cenno....

Prima ancora che eccheggi lo squillo, un prolungato, universale, altissimo grido, come uno scoppio fragoroso di tuono, si eleva al cielo da ogni parte del campo; tutta quella moltitudine sparsa si rimescola in tutti i sensi con una rapidità vertiginosa; le panche e le tavole del vivandiere, in un attimo, son deserte; il pover uomo si caccia le mani nei capelli; presto, giù la tenda, fuori le casse, dentro a furia piatti, cavoli salami, bottiglie, panni, polli, sigari, alla rinfusa, non monta; ma presto, il tempo incalza, un altro squillo di tromba è imminente; gli uffiziali girano pel campo di corsa chiamando ad alta voce le ordinanze che giungono affannate e trafelanti. Svelti, mano alle cassette; giù dentro la roba; gli stivali sulle camicie, i pettini nella tunica, non importa, pur di far presto. La cassetta non si può chiudere; giù il ginocchio sul coperchio,--forza--forza--ancora, auf! è chiusa. Presto ad arrotolare il pastrano; qua la tunica, la sciabola, la borsa; presto; siamo in ordine, meno male.--E i soldati attorno alle tende, a scioglier coll'ugne i nodi delle cordicelle, ad arrotolar le coperte e le tele, a riempir gli zaini a furia, ad abbottonar le ghette con quelle maledette dita convulse che non trovano gli occhielli, a tastar bocconi la paglia in cerca della catenella, della nappina, della baionetta, col viso rosso, colla fronte stillante di sudore, col respiro affannoso, colla febbre addosso dalla paura del secondo squillo di tromba, colla voce del sergente alle spalle che minaccia la prigione a chi tarda, con dinanzi lo spauracchio del capitano che pesta i piedi, che strilla, che strepita: presto, presto, presto! Un altro squillo di tromba. In rango! urlano cento voci concitate da tutte le parti. Tutti accorrono così come si trovano, col cheppì sul cocuzzolo, col cappotto sbottonato, col cinturino in mano, collo zaino penzoloni sur una spalla; a posto, presto, in ordine, allineati a destra; le compagnie si schierano tumultuariamente, si rompono e si allargano ad ogni nuovo sopraggiunger di soldati, poi si ristringono, fanno pancia avanti e indietro, serpeggiano dall'un capo all'altro, si scompigliano, si riordinano con rapida vicenda... Un altro squillo di tromba. Il reggimento parte. La prima compagnia è fuor del campo,--la seconda--la terza.... il campo è vuoto.

Ecco la vita del campo; dura talvolta e disagiosa; ma sempre bella, sempre cara. Chi v'ha che l'abbia fatta e non l'ami, e non la ricordi con diletto, e non la desideri con entusiasmo?

IL MUTILATO.

Di sera, a una cert'ora, l'aspetto della campagna mette nell'anima una malinconia vaga, che somiglia un po' a quello stringimento di cuore da cui son presi i fanciulli, quando, scappati da casa a girovagar pei campi, di sentiero in sentiero, di podere in podere, vanno avanti, avanti, avanti, fin che s'accorgono tutt'ad un tratto di essere soli; guardano intorno, è un luogo oscuro e sinistro; guardano indietro, hanno perduta la traccia del cammino; alzano gli occhi al cielo, il sole è scomparso; la mamma, povera donna, aspetta: oh Dio, che cosa ho fatto! esclamano, e restan lì come trasognati, con un groppo di pianto nella gola e il cuore tutto in sussulto. Di questa natura è la malinconia che ci entra a poco a poco nell'anima, in campagna, quando il sole è già caduto da un po' di tempo, e le cose si vanno facendo tutte d'un colore, e lungo le creste dei monti non appar più che una sottile striscia di cielo color d'oro pallido, al di sopra della quale cominciano a spesseggiare le stelle. È un'ora trista. E più la fan trista quel monotono gracidar dei ranocchi e quel lontano abbaiar di cani che rompe tratto tratto il silenzio alto e solenne della campagna. Chi, in quell'ora, cammini per una viuzza solitaria alla volta della città, e ne sia lontano ancora, e non iscorga intorno a sè anima viva, e non oda altro rumore che quel dei suoi passi, quell'abbaiar di cani gli comincia a dar noia, gli comincia a riuscire increscioso; non è già ch'ei n'abbia paura; ma, che so io? ne farebbe di meno, via. Passando dinanzi alle porte degli orti e dei giardini egli va in punta di piedi per non destare il cagnaccio accovacciato là dietro, tien sospeso il respiro, l'orecchio teso; è già quasi oltre la porta, è già quasi al sicuro, quando gli scoppia alle spalle un maledetto latrato che lo rimescola tutto; ed ei tira via senza volgersi indietro; ma gli par di vederlo il rabbioso bestione col muso allo spiraglio delle imposte e gli occhi arrovellati: ih! poterlo sventrare! E va oltre; ma nel mezzo della strada, chè non gli cale del polverio, pur di non passare troppo accosto alle siepi; non ci si vede dentro; potrebb'esservi qualcuno appiattato; non sarebbe la prima volta. S'ei si sente alle spalle un rumor di passi o la voce di due viandanti che discorrono tra loro, non si volta mica indietro a guardar chi sono come se n'avesse sospetto o paura, chè sarebbe parere un dappoco; ma tira innanzi cogli orecchi all'erta e, fingendo di guardar nei campi da un lato della via, te li esplora colla coda dell'occhio. E se spingendo lo sguardo dinanzi a sè vede apparir lontano e venir lentamente verso di lui due uomini a cavallo, avviluppati in un ampio mantello nero e coperti il capo d'un cappello a due punte, il cuore gli si riconforta, affretta il passo, e giunto di fronte a quei due inattesi amici, cede loro tutta la via ritraendosi sur una delle prode, e guardandoli con un'espressione di ossequio amorevole e accogliendo con un cotal sentimento di compiacenza il lungo e severo sguardo indagatore che ne riceve. Quando finalmente arriva a quelle benedette porte della città e scorge i primi lampioni della prima via:--Sia lodato il cielo!--esclama spolverandosi le scarpe col fazzoletto;--ci siamo.

In quell'ora, chi passa dinanzi alla porta d'un cimitero non vi si arresta, comunque non gli attraversino la mente le fantastiche paure del volgo e dei fanciulli; tira diritto, non getta nemmeno uno sguardo al cancello, volta la faccia dalla parte opposta. Passando dinanzi alle cappelle solitarie della campagna, i fanciulli son quasi impauriti dal rumore del proprio passo che, entrando per le aperte finestre, echeggia sotto la volta oscura. In quell'ora, e fin che in occidente si vede un barlume di luce, le famiglie dei villeggianti stanno sulle terrazze, appoggiate al parapetto, a contemplare tacitamente quel mesto spettacolo che è il calar della notte sulla campagna; i ragazzi si accennano l'un l'altro col dito i lumicini che spuntano man mano nei casolari campestri, o chieggono al babbo i nomi delle stelle, e se ci sia dentro della gente come noi; le fanciulle, sedute in disparte, con un braccio sulla spalliera della seggiola e la testa reclinata sul braccio, figgono l'occhio senza sguardo sui monti lontani, e pensano. Ma non pensano a quei monti; in quei momenti il loro pensiero si ritrae infastidito da quella solitudine e da quel silenzio severo; in quei momenti, sebbene elle siano in mezzo alla famiglia, si senton sole, abbandonate; sentono che un qualche gran bene lor manca, sentono che nel loro cuore v'ha un grande vuoto, che la vita esse non la vivono intera; e la loro fantasia corre irresistibilmente alla città, s'interna nel tumulto amabile dei balli, cerca e ritrova dei cari aspetti già da lungo tempo dimenticati, gode nel ravvivarne la immagine, nel farsela presente là, al proprio fianco, a partecipare con loro di quella melanconia soave; e contano il tempo che dovranno ancor passare alla villa, e precorrono colla mente quel tempo, e pregustano la gioia del ritorno e del primo rivedere quei vaghi aspetti, e si destano poi da quelle gentili e meste fantasie come da un sogno.

Oh! quell'ora della sera, in campagna, è un'ora mesta. Anche se vi trovaste al fianco della donna che amate, nel colmo della vostra felicità, non vi passerebbero per la mente che delle meste immagini, non vi sonerebbero sul labbro che delle meste parole.

Appunto in quell'ora, la sera di uno dei primi giorni di maggio del milleottocento sessantasei, in una viuzza deserta che correva a traverso la china d'un colle, accanto a uno di que' tabernacoli campestri dov'è dipinta l'immagine della madonna sullo sfondo d'una nicchia, stavano parlando sommessamente fra loro una giovinetta e un soldato; quella seduta sur una grossa pietra addossata a uno spigolo del tabernacolo, coi gomiti appuntellati sulle ginocchia e il mento sulle palme; questi ritto accanto a lei, appoggiato con una spalla al muro e le braccia incrocicchiate sul petto. Aveva in capo il berretto, come usano chiamarlo i militari, da fatica; aveva indosso il cappotto, e ai piedi lo zaino, e su questo un involto. La giovinetta aveva nell'atteggiamento un non so che di abbandonato e di stanco, e tenea gli occhi immobili a terra; un lumicino che ardeva dinanzi all'immagine di Maria le gettava un chiarore velato sul volto mezzo nascoso fra le mani, e lasciava scorgere intorno ai suoi occhi l'impronta d'un lungo pianto. Il soldato, senza cinturino e senz'armi, aveva l'aspetto di un soldato in congedo, ed era tale difatti, e apparteneva ad una delle classi che erano state richiamate alle armi il giorno ventottesimo di aprile, e il settimo giorno dopo la pubblicazione dell'ordine regio si dovevano presentare ai comandanti militari dei circondari. Quel soldato si doveva trovare l'indomani nella vicina città, la quale distava una diecina di miglia, o giù di lì, da quel luogo.

A giudicare dall'atteggiamento suo e della giovinetta, e dai lunghi silenzi che frapponevano alle poche e sommesse parole, pareva ch'essi da lungo tempo fossero là. Sulla via, nè presso a loro nè lontano, non c'era anima viva, e vi regnava un silenzio profondo. Solamente, di minuto in minuto, s'udiva un suono confuso di voci lontane, che veniva da una casa posta ai piè della china, dove appariva e spariva a vicenda qualche lumicino; erano contadini di ritorno dai campi, che, riponendo gli arnesi e spingendo i buoi nelle stalle, parlavano forte fra loro da una parte all'altra dell'aia. Ad un tratto il soldato si staccò dal muro, e, presa per ambe le mani la giovinetta che si levò subito in piedi, le disse con quell'accento di timida pietà che si suol dare alle parole annunziando a una persona cara alcun che di doloroso:--È tardi, sai, Gigia. È ora ch'io vada. Domattina bisogna ch'io mi trovi in città per tempo, e la via è lunga.

Ciò detto, si tacque e guardò nel volto la poveretta. Ella, senza far motto, gli si fece vicina, gli posò tutt'e due le mani sopra una spalla, e vi lasciò cader sopra la fronte, e singhiozzò.--Coraggio, Gigia. Fatti coraggio. Due schioppettate e si torna.

--Si torna!--diss'ella sollevando lentamente la testa e lasciandola tosto ricadere.--Chi lo sa!--soggiunse poi con voce di pianto soffocata fra le mani.

Seguì un minuto di silenzio, dopo di che il soldato ripigliò:--Dunque.... a rivederci, Gigia.--Le posò le mani sulle tempie, le sollevò la testa, la baciò sulla fronte, si chinò, prese lo zaino, se lo mise sulla schiena passando un braccio al di sopra del capo, affibbiò le cigne, si chinò un'altra volta per prendere l'involto e, porgendo la mano alla fanciulla, fece atto di partire. Essa che in quel frattempo s'era coperto il viso colla cocca del grembiale e stava immobile in quell'atto come stordita dal dolore, si scosse improvvisamente e afferrando con tutt'e due le mani quella del soldato:--Scriverai!--gli disse con voce ferma e risoluta, volendo così indugiare di qualche momento la sua partenza.--Scriverai tutti i giorni!

--Proprio tutti i giorni, no, mia cara,--rispose con accento soave il soldato.

--E perchè no?--essa domandò sollecitamente in suono di rimprovero.

--E quando si marcia tutto il giorno?

--Già!....--rispose la fanciulla a mezza voce chinando la testa. Ma almeno,--ripigliò poi rianimandosi all'improvviso,--almeno tutti i giorni che farete una battaglia mi scriverai che stai bene?....

Egli che, altre volte, avrebbe sorriso della cara ingenuità di quella domanda, in quel momento se ne sentì venire al cuore una compassione, una tenerezza, uno struggimento così forte e repentino, che ne fu come sopraffatto, e capì ch'era necessario d'andarsene, senz'altre parole, senz'altri indugi, al momento. L'abbracciò, la baciò, e via di corsa.--Oh! senti,--gridò con voce disperatamente supplichevole la poveretta correndogli dietro per alcuni passi colle braccia tese:--ancora una parola!--Egli non si volse; essa si fermò, si coperse la faccia colle mani, stette un momento immobile in mezzo alla via, poi tornò indietro e si lasciò cader ginocchioni davanti al tabernacolo lagrimando dirotto e singhiozzando lamentosamente come i bambini.

Il soldato seguitava a camminar frettoloso senza rivolgersi indietro. Giunto ad un punto dove la via si partiva in due, si arrestò; dopo un istante di trepida esitazione si volse, guardò al tabernacolo, la vide; essa in quel punto sollevò la testa, guardò verso di lui, le parve di scorgerlo, si alzò in piedi: egli disparve. Aveva imboccato quel ramo della strada che, scendendo rapidamente nella valle, menava alla città.