La vita militare: bozzetti

Part 15

Chapter 153,971 wordsPublic domain

--Innamorato, io? E di Carmela? D'una pazza? Ma ti pare, amico mio? Ma come ti è venuta in mente una stranezza di questo genere? Il giorno che ciò fosse... ti do fin d'ora il diritto di riferire al mio colonnello che m'han dato volta le girelle e che bisogna chiudermi co' matti. Innamorato!... mi fai ridere. Ne sento pietà di quella povera creatura, questo sì; una vivissima e fortissima pietà; non so quel che darei per vederla guarita; farei volentieri per la sua salute qualunque sacrifizio; godrei della sua guarigione come se fosse una persona della mia famiglia.... Tutto ciò è vero; ma da tutto ciò all'esserne innamorato ci corre! Le voglio bene, è vero anche questo, e le voglio molto bene, come credo che glie ne voglia anche tu, perchè la pietà va sempre insieme all'affetto.... E poi le voglio bene perchè si dice che sia stata sempre una ragazza onesta, affettuosa; che quel suo primo e solo amante l'abbia amato davvero, amato degnamente, coll'idea di diventare sua moglie, e senza volergli affidare il proprio onore prima di portare il suo nome... Questa è virtù, caro mio, e virtù di quella propriamente detta, e io l'ammiro, capisci, e quella poveretta mi fa tanto più compassione quanto più essa meritava d'incontrare una sorte felice invece di una disgrazia com'è quella che le è toccata. E come si potrebbe non averne compassione e non amarla? Il carattere della sua stessa pazzia non è forse l'espressione d'un'anima buona, amorosa, gentile? Dalla sua bocca io non ho mai sentito che parole dolci e modeste, e quel mettermi le mani addosso ch'ella fa, quelle sue carezze, quel suo baciarmi le mani, sono certamente atti da pazza, ma non han nulla che passi il limite della decenza. L'hai mai veduta a fare un atto disonesto? No di sicuro; ed è per questo, ti ripeto, che le ho posto affetto. Povera ragazza, abbandonata da tutti... ridotta a menar la vita d'un cane... Dimmi un po' se non le vuoi bene anche tu! Io te lo dico schietto, io le voglio un bene dell'anima. E quella sua stessa bellezza... perchè è bella poi.... bella come un angelo, questo non si può negare; guardale gli occhi, la bocca, tutta la persona.... le mani; glie l'hai mai guardate le mani? E i capelli? Così arruffati come li porta sembra una selvaggia; ma son capelli bellissimi... E poi vestita in un altro modo... Ebbene, quella sua stessa bellezza mi fa sentir più forte la pietà. Guardandola, non posso a meno di dir tra me: Peccato! Peccato che quest'occhio di sole non si possa amare! Ma non sai che quella ragazza lì, se avesse la ragione come tutte l'altre, sarebbe un visetto da far girare la testa a chi sa chi? E anche adesso ci son dei momenti che, se non si sapesse che è pazza, si starebbe per fare uno sproposito; per esempio, quando ti guarda fiso negli occhi e poi sorride e ti dice:--caro,--e la sera, al buio, quando non la vedi nel viso, e la senti soltanto parlare e dirti soavemente che t'aspettava, che vuol stare con te fino al mattino, che sei il suo angelo... che so io? in quei momenti non ti par pazza. Io la guardo, l'ascolto come se fosse in sè e sentisse veramente quel che mi dice, e ti assicuro che, mentre l'illusione mi dura, il cuore mi batte;.... ma, ti dico, mi batte come se fossi innamorato. E provo a chiamarla per nome, non so perchè... con una certa idea... colla fissazione ch'essa mi debba rispondere qualcosa che me la riveli guarita tutto ad un tratto...--Carmela!--le dico. Ed essa:--Che vuoi?--Tu non sei pazza, non è vero?--le domando.--Io pazza?--essa mi risponde, e mi guarda con una cert'aria di sorpresa che mi farebbe giurare che non l'è--Carmela!--allora le grido esaltato improvvisamente da una dolce speranza.--Dimmelo un'altra volta che non sei pazza!...--Mi guarda attonita un po' di tempo e poi scoppia in una gran risata. Oh! amico, credilo, allora, lì su quel subito, darei la testa nel muro. Tu sai quant'ho fatto per veder di restituirle la ragione; ma non sai tutto. Quasi ogni sera io me la son fatta venire in casa, le ho parlato per ore intere, le ho sonato e cantato le canzoni che il suo amante le cantava, ho provato a dirle che ero innamorato di lei, a colmarla di carezze, a finger di piangere e di disperarmi, a lasciarla fare di me quel che voleva, baciarmi, abbracciarmi, carezzarmi come fan le madri a' bambini... Ho provato a fare lo stesso io a lei, e con che cuore io lo facessi, te lo lascio immaginare, chè non ti saprei dire se provassi ribrezzo, o paura, o vergogna, o rimorso, o tutto questo insieme; fatto sta che, baciandola, tremavo e impallidivo come se baciassi un cadavere. E alle volte mi pareva di fare un sacrificio generoso e n'esultavo profondamente, e miste ai baci le lasciavo cadere sulle guancie le lacrime; e in cert'altri momenti mi pareva di commettere un delitto e sentivo orrore di me stesso.... Ho sofferto il soffribile, caro amico, e tutto invano. E quanto cresceva la disperazione tanto mi ardeva più viva e più ostinata nel cuore questa maledetta febbre.... E non posso dormire la notte perchè so ch'essa è già accovacciata dinanzi alla mia porta, e, martellato come sono continuamente da quest'idea, mi par di dover sentire da un momento all'altro picchiar nei vetri e veder apparire al di sopra del davanzale quel viso stravolto, e piantarsi nei miei quei due occhi immobili e senza sguardo! Altre volte mi par di sentirla udire su per le scale e balzo a sedere sul letto, o mi par di udire giù nella piazza un suo scroscio di risa, e quelle risa mi fan l'effetto d'una mano di ghiaccio sul cuore, e non ho coraggio di affacciarmi alla finestra a guardare. E mi metto a leggere, a scrivere, ma sempre colla mente a lei, sempre tristo, irrequieto, quasi pauroso, non so nemmen io di che. E allorchè mi domando quando finirà quest'angosciosa vita, e come finirà, e che traccia ne resterà nel mio cuore, io non ardisco rispondermi, ho paura della mia risposta, e mi caccio le mani nei capelli.... come un disperato.... Oh amico! dimmi che non diventerò pazzo anch'io perchè io sento che il mio cuore si spezza e che io non reggo a questa vita...; non reggo, non reggo.--

E stese una mano per pigliar quella del dottore; questi gli si fece più accosto colla seggiola, e, commosso com'era da non trovar più parola, gli pose ambe le mani sulle spalle, lo guardò un istante e l'abbracciò.

Tutto ad un tratto l'ufficiale sciolse la testa dall'abbraccio dell'amico, alzò la faccia lagrimosa e lo fissò con uno sguardo in cui brillava il principio d'un sorriso.--Ebbene?--domandò l'altro con lieta ansietà.

--E se rinsanisse?--esclamò l'ufficiale col viso improvvisamente rasserenato; se ritornasse com'era una volta, se riacquistasse la ragione e il cuore come l'aveva prima, e quegli occhi perdessero per sempre quella strana luce e quella guardatura immobile che fa paura, e quella bocca non ridesse mai più di quel riso orribile, e un giorno ella mi dicesse da senno:--Ti ringrazio, ti benedico, caro, che m'hai ridata la vita; ti voglio bene, ti amo....--e piangesse! Vederla piangere, sentirla ragionare, trovarla sempre linda, pettinata e composta come tutte l'altre fanciulle; e vederla tornare in chiesa a pregare, e arrossire come prima, e riprovare ad uno ad uno come per una seconda infanzia tutti gli affetti casti e soavi di cui ha smarrito il sentimento! La sera non trovarla più qui a piè della scala, doverla andare a cercare a casa, accanto a sua madre, occupata a lavorare, tranquilla, contenta.... Oh Dio mio, e se potessi dire che son io che l'ho mutata così, che l'ho fatta rivivere, che le ho ridato tutte le speranze e tutti gli affetti, che l'ho restituita alla famiglia, alla felicità.... Oh amico mio!--esclamava afferrandogli le mani e fissandolo cogli occhi pieni di pianto;--mi parrebbe di essere.... un dio, mi parrebbe d'aver creato qualcosa anch'io, di possedere due anime e di vivere due vite, la mia e la sua; mi parrebbe mia quella creatura, crederei che il cielo me l'avesse predestinata, e la condurrei dinanzi a mia madre come se fosse un angelo.... Oh io non potrei capire tanta felicità, io impazzirei dalla gioia; oh se fosse vero! se fosse vero!--

E abbandonò la fronte sulle mani, piangendo.

--Oh mio amore!--s'intese gridare in quel punto giù nella piazza. L'ufficiale balzò in piedi e disse risolutamente al dottore:--Lasciami.--

Quegli gli strinse la mano, gli disse--Coraggio!--e partì.

Il tenente rimase qualche minuto immobile in mezzo alla camera, poi andò alla finestra, l'aperse, si ritrasse d'un passo, e stette contemplando un istante lo stupendo spettacolo che gli s'offeriva allo sguardo. Una notte limpida, chiara, senza vento, ch'era un incanto. Lì subito sotto gli occhi la parte bassa del paese; i tetti, le vie deserte, il porto, la spiaggia, su cui batteva così bianco il lume della luna che vi si sarebbe veduto passare una persona distintamente come di giorno, e poi il mare quieto e liscio come un olio, e lontano lontano i monti della Sicilia rilevati e distinti come se fossero là presso, e un silenzio profondo.--Potessi anch'io godere di questa pace soave!--pensò l'ufficiale spaziando collo sguardo nella immensità di quel mare; e s'affacciò, palpitando, alla finestra, e guardò giù. Carmela era seduta dinanzi alla porta.

--Carmela!

--Carino.

--Cosa fai costì?

--Cosa fai.... aspetto; lo sai pure. Aspetto che tu mi faccia salir sopra. Non mi vuoi questa sera?

--Scendo ad aprirti.--

Carmela, dalla contentezza, si mise a batter le mani e a saltellare.

La porta s'aperse, e apparve l'ufficiale col lume in mano. Carmela entrò, gli tolse di mano il lume, gli passò dinanzi e cominciò a salir le scale in fretta in fretta mormorando:--Vieni, vieni, poverino...--e poi, volgendosi per porgergli la mano:--Da' la mano alla tua piccina, mio bel giovanotto,--e lo trasse per mano fino in casa.

Quivi l'ufficiale se la fece sedere dinanzi e con una pazienza da santo incominciò a ripetere tutte le prove, tutti i tentativi de' giorni andati, e ne immaginò dei nuovi, e li esperimentò più e più volte, sempre con più attenta sollecitudine e con ardore più vivo, simulando amore, odio, ira, dolore, disperazione; ma sempre invano. Essa lo guardava e l'ascoltava attentamente e poi che aveva finito gli domandava ridendo forte:--Che hai?--oppure gli diceva:--Poveretto, mi fai pena!--E gli prendeva e gli baciava le mani coll'apparenza della più intensa pietà.

--Carmela!--esclamò finalmente l'ufficiale per tentare ancora una prova.

--Che cosa vuoi?--

Egli le fe' cenno che s'accostasse. Essa si avvicinò lenta lenta guardandolo amorosamente negli occhi e poi d'un sol tratto gli si abbandonò sul petto e gli avviticchiò il collo colle braccia e vi premette sopra la bocca dicendo con voce soffocata:--Caro! caro! caro!... Il povero giovane, che oramai non sapeva più dove avesse la testa, le passò un braccio attorno alla vita e così sorreggendola si chinò a poco a poco, ed ella con lui, fin che la stese, senza che quasi se ne avvedesse, sul canapè accanto al tavolino.... Carmela si levò subitamente in piedi, fece il viso serio, parve che pensasse a qualche cosa e poi mormorò con una leggera espressione di disgusto:

--Che cosa fai?--

L'ufficiale intravvide un lampo di speranza e stette muto e ansioso a guardarla.

Carmela rimase pensosa, o lo parve, ancora un istante, e poi, sorridendo in un modo singolare come non aveva mai riso per l'addietro:--....Siamo già sposi, noi due?--

L'ufficiale die' un mezzo grido, e cogli occhi rivolti al cielo e la punta dell'indice fra le labbra, pallido, convulso, pensò un momento la risposta. In quel momento Carmela alzò gli occhi alla parete, vide un cappello cilindrico appeso a un chiodo, die' in un gran scoppio di risa, lo prese, se lo pose in capo e sghignazzando e vociando si mise a saltare per la camera.

--Carmela!--gridò dolorosamente l'ufficiale.

E quella peggio.

--Carmela!--gridò un'altra volta e si slanciò verso di lei. Essa, spaventata, si cacciò giù per le scale, e dopo un momento fu in mezzo alla piazza sempre saltando, strillando e smascellandosi dalle risa.

L'ufficiale si fece alla finestra.--Carmela!--gridò ancora una volta con voce spenta, e poi si coprì la faccia colle mani e si lasciò cadere sopra una seggiola.

VIII.

L'indomani mattina, appena levato, andò a casa del dottore. Questi, come prima lo vide con quegli occhi rossi e quella faccia stravolta, capì che veniva a cercar conforti e consigli, e, fattoselo sedere davanti, cominciò a filargli un sermone in tutte le forme. Ma l'ufficiale non l'ascoltava e pareva preoccupato da un altro pensiero. Ad un tratto si rasserenò e battendosi la fronte colla palma della mano--Ah!--esclamò--....ed io non ci avea pensato prima!--A che?--domandò il dottore. L'altro non rispose; prese un foglio di carta e la penna, e si mise a scrivere in furia. Finito, lesse:

«Signor tenente.

»Senza preamboli, come si costuma fra noi militari, io comando da un mese e mezzo il distaccamento di *** che voi comandaste tre anni sono nei mesi di luglio, agosto e settembre. Ho conosciuto in questo paese una fanciulla di diciotto in vent'anni, che si chiama Carmela, pazza da due anni, e impazzata, si dice, per amor vostro. Che cosa sia accaduto di lei dopo la vostra partenza dall'isola voi lo dovete sapere, e dovete conoscer del pari i caratteri speciali della sua pazzia perchè mi si disse che ve ne fu scritto da qualcuno di qui. La condizione infelicissima di questa fanciulla mi ha destato, fin dalle prime volte ch'io la vidi, un profondo sentimento di pietà, e tentai di tutto per ritornarla alla ragione. Mi vestii come voi, imparai a suonare e a cantare come voi, mi uniformai a tutte quelle vostre abitudini che ho potuto sapere dalle persone che v'hanno conosciuto, mostrai di amarla, le parlai di voi, mi finsi voi stesso, sempre invano. Voi non potete comprendere quanto mi sia riuscito doloroso il veder cadere l'una dopo l'altra tutte le mie speranze. Ma c'è ancora un mezzo da tentare, e sta in vostra mano; non me lo negate; esaudite la mia preghiera; farete un'opera santa. Sentite. Si dice che uno dei mezzi più efficaci di risanare i pazzi sia quello di rappresentar loro colle particolarità più minute e colla più scrupolosa esattezza qualche grave avvenimento che abbia preceduto la loro malattia, essendone o non essendone la causa diretta. Ho pensato che il ripetere esattamente alla Carmela la scena della vostra partenza potrebbe produr qualche effetto. Interrogai molte persone del paese e non riuscii a sapere altro fuor che voi partiste di notte, e prima di partire cenaste in casa vostra in compagnia del sindaco, del maresciallo dei carabinieri e di varie altre persone. I particolari di quella cena e della vostra partenza non si ricordano o si ricordano male. Li chieggo a voi col cuore di chi chiede un'opera di carità che costa poco o punto a cui l'ha da fare e può render la vita e la felicità a cui è da farsi. Scrivetemi tutto ciò che vi ricordate; ditemi delle persone, dei discorsi, degli atti, di tutto. E sopratutto procurate di dirmi l'ora e il minuto in cui seguirono presso a poco i più notevoli incidenti, e narratemi le cose con chiarezza e con ordine. Fatemi questo gran benefizio ch'io vi chieggo; fatemelo; ve ne supplico; ve ne sarò riconoscente per tutta la vita. Non aggiungo altro; confido nella generosità del vostro cuore; vi stringo la mano da buon camerata e vi dico addio.» Che te ne pare?

--Divinamente pensato,--rispose il dottore che aveva ascoltato colla più grande attenzione.--Sai il suo nome? il reggimento? il luogo?--Il sindaco sa tutto.--E credi che ti risponderà?--Lo credo.--

Rispose;--e rispose una lettera di otto pagine in cui erano scritti tutti i particolari richiesti intorno alle persone, alle cose, ai discorsi, alle ore, a tutto. Ma non un commento, non un'allusione al suo amore passato, non una parola che si riferisse ad altra cosa che a quella cena e alla sua partenza; non una sillaba fuor delle domande che gli erano state fatte; nemmeno un accento di pietà per Carmela. Ma da quella lettera nuda e cruda si capiva che, scrivendo, egli aveva dovuto sentire molto viva la stretta del rimorso. Se ciò non fosse stato, almeno una finta espressione di rammarico e di pentimento l'avrebbe trovata. Terminando, avesse almeno detto:--Spero.... ec.; ma niente. «A un'ora dopo mezzanotte il vapore partì. Vi saluto.» E poi la firma.

IX.

--Capisco!--esclamò il dottore appena il suo amico ebbe finito di leggergli la lettera--capisco adesso perchè nessuno dei tanti personaggi che furono a quella cena è stato in caso di raccontartene i particolari. Sfido io, alzando il gomito a quella maniera!--

Quel giorno stesso si misero tutti e due in faccende per preparare la gran prova. Furon tutt'e due dal sindaco, dal giudice, dal ricevitore, dal maresciallo, da tutti gli altri, che oramai erano nella più intima dimestichezza con tutti, e l'uno, il dottore, cogli argomenti della scienza, l'altro con quelli del cuore, a furia di ragionare, di spiegare e di dimostrare, riuscirono a far capire a tutti di che si trattasse, ad assicurarsi il loro aiuto, e ad inculcare a ciascuno la parte che dovea recitare.--Sia lodato il Cielo!--esclamò l'ufficiale uscendo dalla casa del ricevitore, che fu l'ultimo visitato; il più è fatto.--E mandarono per la madre di Carmela, cui per far intendere la faccenda ci volle assai meno fatica che col sindaco e cogli altri magnati; tutta buona gente, non v'è dubbio, gente da metterle il capo in grembo, ma d'intendimento un po' corto, specialmente in materie di quella natura.

Carmela da qualche giorno non si sentiva bene e stava quasi sempre a casa. L'ufficiale e il dottore l'andarono a cercare. Era seduta in terra fuor della porta, colla schiena appoggiata al muro. Come li vide, s'alzò e, un po' meno in fretta del solito, si diresse verso il tenente e tentò, come sempre, d'abbracciarlo mormorando con voce fievole le solite parole.

--Carmela!--disse il tenente--ti abbiamo a dare una notizia.

--Una notizia, una notizia, una notizia,--ripetè soavemente Carmela facendo scorrere tre volte la palma della mano sulla guancia dell'ufficiale.

--Domani vado via.

--Domani vado via?

--Io, io vado via. Vado via di qui. Lascio questo paese. Parto con tutti i miei soldati. Salgo sul bastimento, e il bastimento mi porta lontano lontano.--

E alzò un braccio come per indicare una grande distanza.

--Lontano, lontano....--mormorò Carmela guardando dalla parte cui aveva accennato l'ufficiale. Parve che pensasse un istante, e poi disse, così in aria, coll'accento affatto differente:--Il bastimento a vapore.... che fuma.--

E tentò un'altra volta di abbracciar l'ufficiale chiamandolo coi soliti nomi.

--Nulla!--questi pensò scrollando il capo.

--Bisogna dirglielo molte volte--susurrò il dottore.--Aspettiamo a più tardi.--

E s'allontanarono dopo aver fatto una voce severa a Carmela perchè non li seguitasse.

La cena era stabilita per la sera del dimani. Quella stessa sera Carmela, com'era suo costume, s'andò a sedere dinanzi alla porta dell'ufficiale. Questi, appena tornato, la fece salire in casa, dove l'ordinanza, giusta gli ordini ricevuti, avea messo tutto sossopra come se la partenza dovesse seguire davvero. Il tavolino, le seggiole, il canapè erano ingombri di biancheria, di vestiti, di libri e di carte buttati là alla rinfusa, e in mezzo alla camera due bauli aperti, in cui il soldato avea cominciato a riporre la roba.

Carmela, al primo vedere tutto quel disordine, fece un leggero atto di sorpresa e guardò in viso l'ufficiale sorridendo.

--Preparo la mia roba per partire.--

Carmela guardò un'altra volta intorno per la stanza aggrottando le sopracciglia; movimento che non soleva far mai. L'ufficiale la osservava attento.

--Me ne vado via, vado lontano di qui, parto col bastimento a vapore....

--Parti col bastimento a vapore?

--Già.... Parto domani sera.

--Domani sera,--ripetè macchinalmente Carmela, e vista la chitarra sur una seggiola, ne toccò le corde con un dito e le fece sonare.

--Non ti rincresce ch'io vada via? Non ti dispiace di non vedermi mai più?--

Carmela lo guardò fisso negli occhi, e poi abbassò la testa e lo sguardo proprio come se pensasse. L'ufficiale non aggiunse altro e si mise a parlar sotto voce col soldato, aiutandolo a piegare i vestiti.

La fanciulla sta va guardandoli senza far motto. Dopo un po' di tempo, l'ufficiale le andò vicino e le disse:

--Adesso vattene, Carmela; ci sei stata abbastanza qui; vattene a casa, via.--

E pigliatala pel braccio la sospinse dolcemente verso la porta. Essa si voltò e stese le braccia per cingergli il collo....

--Non voglio.--

Carmela battè due o tre volte il piede sul pavimento,, gemette, stese nuovamente le braccia, gli cinse il collo, gli strisciò la bocca a traverso la guancia senza baciargliela, come se pensasse a qualcos'altro, e poi se n'andò tacita tacita, lentamente, senza ridere, senza volgersi indietro, con un viso che non esprimeva nulla, come il distratto che pensa nello stesso tempo a cento cose e a nessuna.

--Che è questo?--pensò l'ufficiale.--Che sia un buon segno?... Oh Dio lo volesse, speriamo!--

Il giorno dopo non uscì di casa e non volle neanco veder Carmela, comunque sapesse ch'ella stava seduta, come sempre, alla porta. Impiegò tutto il dopo pranzo a preparare la prova della sera. Il suo piccolo appartamento si componeva di due stanze e d'una cucina. Tra la camera da letto e la porta d'entrata v'era la stanza più grande, le cui finestre, come quelle dell'altra, guardavano sulla piazza. In questa stanza egli fece apparecchiare per la cena. L'oste suo vicino gli imprestò una gran tavola da mangiare, venne egli stesso a cucinargli in casa que' pochi piatti che occorrevano, apparecchiò con quel maggior lusso che potè, e portò poi in tavola egli stesso, come avea fatto tre anni prima per quell'altro ufficiale. Verso le nove della sera venne pel primo il dottore.--È qui sotto,--disse, entrando, all'amico;--s'è lamentata con me di non averti ancora veduto. Le ho domandato se si sentiva bene, ed essa, dopo avermi fissato negli occhi, mi rispose:--bastimento a vapore--e non rise. Mah! Chi saprebbe dire che cosa passi per quella testa? Dio solo. Oh, vediamo un po' questa splendida imbandigione.--

E dato tutti e due uno sguardo alla tavola, cominciarono a concertare fra loro il miglior modo di condurre la rappresentazione di quella commedia, o piuttosto di quel dramma, perchè gli era un dramma, e serio. Quando furon d'accordo:--Che tutti abbiano imparato bene la propria parte?--domandò il dottore; ufficiale rispose che sperava di sì.

Poco prima delle dieci sentirono giù alla porta uno scalpiccìo di molti piedi e un suono confuso di voci.--Son qui!--disse il dottore, e si affacciò alla finestra.--Son proprio loro.--

Il soldato scese ad aprire. Il dottore accese i quattro candelieri ch'erano ai quattro canti della tavola.

--Come mi batte il cuore!--disse l'ufficiale.

--Coraggio, coraggio!--

In quella si sentì Carmela esclamare:--Vado anch'io sul bastimento a vapore,--e poi batter le mani.

--Coraggio!--ripetè in fretta il dottore nell'orecchio all'amico;--hai sentito? Le si comincia a fissare nella mente quell'idea; buon segno; animo; ecco i convitati.--

La porta s'aperse ed entrarono sorridendo e inchinandosi il sindaco, il giudice, e tutti gli altri che s'eran riuniti al caffè. Mentre l'ufficiale salutava e ringraziava ora l'uno ora l'altro, il dottore disse una parola nell'orecchio all'ordinanza ch'era immobile in un canto, e questa scomparve. Dopo un minuto, senza che nessuno se n'accorgesse, ritornò con Carmela, e tutti e due, passando rasente il muro in punta di piedi, entrarono nell'altra stanza.

--Sediamo--disse l'ufficiale.