La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 3 Seconda serie - Lettere, scienze e arti

Part 4

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A cotesto giovanotto oramai maturo e già autore di due opere, che dice a tutti di non volere più scrivere per il teatro, e invece non pensa, non discorre, non palpita che per cotesto fantasma dei suoi trepidi sogni, a quel giovanotto occorre si presenti una occasione fortuita, occorre il mancato adempimento ad un patto contrattuale di qualche maestro, che so io? la necessità in cui si trovi un impresario di fare onore in qualsiasi modo agli impegni assunti col pubblico: occorre questo, perchè gli occhi del giovine si ravvivino di speranze, perchè il tumulto della fantasia si ridesti, perchè il dio della ispirazione mandi il tonante grido della riscossa.

E il grido ci fu: la fantasia ebbe un sussulto: l'opera apparve luminosa nel cielo dell'arte. Quel giovinotto aveva nome Giuseppe Verdi, quell'opera s'intitolava _Nabucco_.

La storia anedottica del _Nabucco_ l'ha raccontata lo stesso Verdi. L'opera doveva musicarla il maestro Nicolaj, e in una sera di decembre del 1841 l'impresario del teatro della Scala, incontratosi col Verdi, gli raccontò che il libretto della nuova opera non piaceva al maestro, che per la ristrettezza del tempo non era possibile averne altri, ma che lui impresario manderebbe al diavolo il Nicolaj se il Verdi accettasse di scrivere la musica del _Nabucco_.

La resistenza e le proteste furono vane: il giovane maestro, cacciatosi in tasca il manoscritto di Temistocle Solera, corse a casa: e aperto così a caso il quaderno, lesse i versi, rimasti celebri, dello stupendo coro: «Va', pensiero, sull'ali dorate,» che nella musica melodrammatica del nostro secolo è forse la invocazione più appassionata e più sublime alla patria lontana, e che fratello maggiore del coro dei _Lombardi_, meriterebbe con più ragione si ripetesse di lui:

Che tanti petti ha scossi e inebriati.

Col _Nabucco_ s'iniziano veramente i trionfali successi del Verdi: continuano con l'opera venuta dopo, _I Lombardi alla prima Crociata_, raggiungono il massimo dell'entusiasmo con l'_Ernani_: dal '42 al '44, il «giovane Verdi,» come allora lo chiamavano, avea acquistato in meno di tre anni un posto d'onore; e raro esempio nella storia dell'ingegno umano, non solo non ne discese più mai, ma di scalino in scalino, di tappa in tappa, se così mi è lecito esprimermi, salì alla fama, alla rinomanza, alla gloria. Egli rimaneva oramai quasi solo (l'astro del Donizetti si avvicinava rapidamente all'angoscioso tramonto), quasi solo egli rimaneva a rappresentare la grande, la nobile, la ispirata arte italiana.

Egli ebbe intenso dalla natura, e lo ha squisitamente affinato nel corso degli anni, l'istinto prezioso e incomunicabile dell'effetto teatrale; anche obbedì, in tutte le opere di quella sua prima maniera, alla foga potente della ispirazione, e fu di un'abbondanza melodica che somigliò quasi alla prodigalità. Peccò qualche volta per dato e fatto della sua stessa virtù, peccò di trascuratezza. Simile forse in questo (me lo perdonino le ascoltatrici gentili) simile a una donna bella che osi, appunto perchè bella, presentarsi ai suoi ammiratori un po' scapigliata e in abito disadorno. Ma egli è che allora si scriveva musica per scriver musica, e con le sette note di Guido Monaco non s'intendeva di risolvere nè un problema d'algebra, nè un teorema di meccanica celeste: si voleva soltanto destare la commozione, il grande e il solo sentimento che possa chiamare le folle in teatro.

E di una commozione, trasportata fino alle regioni del parossismo, fu causa l'ultima delle opere che ho citata, l'_Ernani_. Il dramma audace dell'Hugo, simbolo di riscossa per tutta una scuola letteraria, diventa il vangelo altrettanto audace di tutti gli spiriti liberi. Venezia, dove la nuova opera fu per la prima volta rappresentata, e in breve giro di mesi tutta l'Italia acclamano il cantore di _Doña Sol_, come il rappresentante della musica dei tempi vaticinati. Pare quasi interrotta la tradizione; si direbbe che il maestro, spezzate le catene del convenzionalismo, si slanci a scoprire i nuovi orizzonti dell'arte, illuminata da lui col sole del proprio genio.

_Ernani_ è la protesta magnanima contro le tirannie, è l'odio della violenza alimentato dalla violenza, è il grido del popolo che si ribella alla signoria dei grandi e dei sovrani. Come suonano rimbombanti e armoniosissimi i versi del poeta francese, così l'alata schiera delle melodie del maestro italiano si libra a volo sul dramma, e tutto lo penetra e lo investe. C'è in quella musica qualche cosa di trepido, di convulso, di rapido, d'irrompente. L'ardentissima anima del Verdi non aveva avuto ancora, e forse non le ebbe mai più, vibrazioni musicali così gagliarde, non s'era mai slanciata a colorire con tanta esagerata potenza un immenso quadro drammatico. Io credo sieno pochi gli esempi di opera che, come l'_Ernani_, mantengano sempre viva, musicalmente, l'attenzione dalla prima all'ultima scena; e qui il dramma e la musica mirabilmente si fondono a raccontare in altissimo metro una pagina della storia eterna del cuore umano.

E così Giuseppe Verdi, con la stupenda produzione che va dal '42 al '46, schiude veramente le porte dell'avvenire, creando uno stile suo, manifestando una maniera tutta sua propria di concepire e di svolgere un violento contrasto di passioni sulla scena melodrammatica. La fecondità di quelli anni, non dissimile dalla geniale rapidità donizettiana, nocque forse al maestro di Busseto per la materiale impossibilità di adoperare la lima: ma giovò alla espressione di una più grande sincerità in quei subitanei quasi selvaggi scoppi del genio, preludio ad avvenimenti che maturatisi nel silenzio, dovevano di lì a poco suscitare i fremiti delle balde giovanili speranze nel cuore improvvisamente svegliatosi della patria.

In quel medesimo anno, che è l'ultimo del periodo del quale le nostre Letture si occupano, e sempre nella città di Venezia, un'altra opera del Verdi scoppiò come fulmine e fu l'_Attila_: musica tempestosa che entrava difilato per le orecchie nelle anime, e di popolarità così clamorosa e così diffusa, che sopravvisse di qualche anno alla morte delle speranze italiane: come uno di quei canti che l'esule con accorata tenerezza ripete, perchè gli richiama alla mente le dolci valli della patria lontana.

È naturale quindi che in coteste opere della prima maniera del Verdi si volesse rintracciare un concetto politico: così nei _Lombardi_ che sospirano al tetto natio e ricordano con sublime lamento i ruscelli ed i prati della loro terra, parve di scorgere una anticipazione del quarantotto, quasi un simulacro di movimento nazionale: e nella celebre offerta dell'universo che fa Ezio ad Attila, purchè a lui, generale romano, rimanga l'Italia, c'era più che un pretesto per sollevare a rumore le platee, per far vibrare la corda dello spirito patriottico.

Si potranno questi chiamare gl'innocenti anacronismi della leggenda, ma non sono perciò inutili: tanto è vero che di lì a pochi mesi le più fortunate e popolari opere del Verdi si trasformarono in segnacoli di riscossa, i suoi canti ispirati furono gl'inni della nazione, e Gerusalemme diventò Milano con le sue cinque giornate. La musica è così fatta, che mirabilmente si piega ad esprimere il concetto dominante negli spiriti; e se un caldo soffio di poesia la ravvivi, ella diventa preghiera ed imprecazione, espressione d'infinito rammarico e di giubilante letizia, augurio, speranza, vaticinio. I poeti d'Italia cantavano in strofe roventi la rivoluzione prossima a trionfare; ma non bastava il ritmo poetico, ci voleva una risonanza più armoniosa e più vasta; e il popolo fremente e commosso ripeteva sulle pubbliche piazze il «Va' pensiero, sull'ali dorate» del _Nabucco_, e l'«Oh, Signore, dal tetto natìo» dei _Lombardi_. Con un anticipato augurio di cinque lustri Alessandro Manzoni aveva inneggiato nella lirica patriottica del 1821 alle «giornate del nostro riscatto.»

_Signore e Signori_,

Attorno a quel gruppo di stelle, onde si compone la pleiade musicale che brillò nei puri vesperi dell'Italia dal '31 al '46, altri minori pianeti, come obbedienti satelliti, girarono e modestamente splendettero; ma la loro luce ebbe bagliori fugaci che ben presto si dissiparono. Nell'azzurro sconfinato del cielo gli astri di prima grandezza soltanto rimasero, ad attestare che il primato della musica è ancora nostro, e uno ancora vi rifulge solitario e lucente, come remota stella polare, speranza e guida dei naviganti che si affacciano ai mari inesplorati del secolo nascituro.

LA ELETTRICITÀ ANIMALE

CONFERENZA DEL Prof. GIULIO FANO

_Signore e Signori_,

Il periodo di vita italiana dal 1831 al 1846, preso in esame dalle conferenze di quest'anno, è caratterizzato soprattutto dalle idee di rivendicazione politica e sociale che fermentavano allora nelle menti di molti fra i migliori, distogliendoli, in parte almeno, dalle ricerche sui fenomeni naturali. Si capisce che le lotte intestine, le congiure, i moti e le vicende tormentose della patria possano conciliarsi coll'inspirazione artistica, anzi spesso eccitarne lo sviluppo in alte e nobilissime forme che valgano ad esaltare i meno animosi ed a raccogliere i più sotto la stessa bandiera. Ma per le scienze esatte, per le ricerche pazienti di laboratorio, per l'esame accurato della natura si richiedono tempi sereni e tranquilli. Qualche manifestazione geniale si presenta, è vero, nella storia della scienza anche nei momenti più torbidi, ma sono forme accidentali di un carattere che si potrebbe dire vulcanico, e non già il risultato di quelle forze costanti che agiscono lentamente sulla coscienza collettiva degli studiosi.

Ciò nonostante, anche in quei tristi, incerti, ma pure gloriosi periodi della nostra vita nazionale, possiamo con orgoglio ricordare parecchi notevoli contributi allo sviluppo delle scienze fisiche e naturali. Fra gli argomenti di carattere biologico allora trattati, uno fra i preferiti da molti scienziati italiani è l'elettricità animale, e ne fanno fede i nomi del Nobili, del Marianini, del Santi-Linari, del Grimelli, del Matteucci, del Savi, del Pacini, alcuni dei quali, e fra i più illustri, furono onore dell'Ateneo fiorentino. Si direbbe che i germi lasciati dal Galvani e per lunga serie di anni rimasti assopiti in una specie di stato latente, portati in questa terra toscana che ebbe sempre e giustamente il vanto di proteggere i buoni studi, riprendessero nuova vita dando ricchi e rigogliosi germogli. Sicchè l'elettricità animale, che nacque come argomento di ricerca in Italia, e qui ebbe le maggiori e più importanti cure, che ne assicurarono lo sviluppo, può dirsi a ragione cosa nostra, senza che per questo si diminuisca il carattere cosmopolita che fa della scienza l'unico vincolo che ancora raccolga la sminuzzata umanità di questa tristissima fine di secolo. Quanto vi ho detto, spero sia sufficiente per giustificare la mia scelta. Debbo però avvertirvi che non posso restringere il mio dire a ciò solo che in proposito si è osservato nei tre lustri fissati dal programma, e neppure mi è lecito limitarmi ai soli risultati dovuti a ricercatori italiani. Voi non mi perdonereste certamente di sacrificare ad un sentimento nazionale, che in tal caso sarebbe malinteso, un argomento scientifico che, nato in Italia, divenne poi per sua natura universale.

Il capitolo della elettricità animale comprende quelle manifestazioni elettriche date da un animale o da una parte di esso durante la vita, e che si sviluppano dagli organi come una naturale e necessaria conseguenza delle loro attività funzionali. Sicchè i fatti elettrici che si possono ottenere in certi casi, per esempio passando con forza la mano sul dorso di un gatto vivo come su quello di un morto o semplicemente su una pelliccia di gatto, appartengono tanto poco alla elettricità animale quanto ciò che si manifesta collo strofinare un bastone di resina o di zolfo. Nello stesso modo nessun rapporto hanno col nostro soggetto le scintille che alcune persone ottengono passandosi le mani nei capelli o stropicciandosi altre parti del corpo. Si tratta in questi casi semplicemente di elettricità per strofinamento e si capisce come condizioni particolari della pelle, dei peli e dell'ambiente possano dare a questo fenomeno proporzioni veramente stupefacenti.

A queste osservazioni però, tanto semplici per sè stesse, si aggiunsero, come troppo spesso accade, i prodotti più o meno sinceri dell'immaginazione, sicchè si venne ad affermare che alcune persone erano dotate di vere proprietà elettriche a somiglianza di alcuni pesci dei quali avremo fra poco occasione di parlare. Numerose sono le osservazioni citate in proposito. Mi limiterò a ricordare quella della Signora elettrica di Oxford negli Stati Uniti, perchè è forse il caso documentato meno peggio. Essa si accorse il 25 gennaio 1837, mentre in numerosa compagnia osservava un'aurora boreale, che le dita delle sue mani emettevano scintille elettriche ogniqualvolta essa accarezzava il volto di un suo fratello. Tutta la società, benchè in sul principio fosse molto dubbiosa, dovette poi convincersi della realtà di quello strano fenomeno, ed il dottor Williard Osford, una specie di san Tommaso, fu condotto alla fede da una scintilla lunga circa venti millimetri, che quella interessante persona gli scaricò sulla punta del naso, dai polpastrelli delle dita, facendolo indietreggiare spaventato. Il marito di quella signora era lontano, in viaggio, al momento dello sviluppo di quella strana proprietà. Allorchè in aprile ritornò, la moglie gli andò incontro alla porta di casa, e presentandogli scherzosamente le mani alla faccia lo sbalordì con una scarica elettrica. Come vedete, quando un marito torna a casa dopo una lunga assenza deve essere preparato a qualunque sorpresa!

A me fu raccontato da un medico di Firenze di un caso simile da lui osservato in queste ultime settimane. Una signora straniera, che abita la nostra città, si presenta, soprattutto quando domina la tramontana, come circondata da una nube luminosa, tante sono le scintille che crepitando scoccano dalla superficie del suo corpo. E le parti più intime del suo abbigliamento, e le lenzuola del suo letto sono così cariche di elettricità, che il solo sfregamento di esse dà luogo ad imponenti manifestazioni elettriche. Anche qui si tratta, è evidente, di semplici fatti dovuti ad elettricità sviluppata per sfregamento.

Ad ogni nostro movimento noi produciamo calore, fra le molte altre ragioni, per l'attrito dei piedi contro il suolo o degli indumenti sulla persona, e nello stesso tempo diamo luogo, per le stesse cause ad una elettrizzazione della superficie del nostro corpo e degli oggetti che con essa vengono in contatto. Si capisce come condizioni particolari di poca conducibilità degli appoggi e delle parti superficiali dell'organismo debbano provocare i fenomeni sopra descritti, i quali, benchè possano sembrare meravigliosi, sono molto più semplici di un battito del nostro cuore o di un movimento delle nostre labbra. Certamente le condizioni nutritive e nervose di quegl'individui contribuiscono a dare alla loro cute quelle proprietà particolari che determinano una elettrizzazione tanto notevole, ma non per questo possiamo dire che quei fatti appartengono alla elettricità animale propriamente detta.

Fa parte integrale di essa invece la causa che determina le scosse risentite toccando un così detto pesce elettrico. È questo anzi il primo fatto di elettricità animale che sia stato conosciuto, e se ne parla sin dai tempi più remoti, senza darne però, e si comprende, una retta interpretazione. I più anticamente noti fra i pesci elettrici, per quanto ne possiamo sapere noi, sono le torpedini, perchè abitanti il Mediterraneo. Esse fissarono l'attenzione del volgo prima e dei naturalisti poi. Come rappresentarci lo stupore e lo spavento di quegli ingenui pescatori che tirando a terra la rete colma di pesci vengono colpiti da una scossa che li irrigidì e li paralizzò ad un tempo? Vi è solo da meravigliarsi che essi, così immaginosi e ricchi di forme simboliche, non abbiano messo fra le mani poderose di Nettuno una torpedine invece del tridente o del delfino. Debbo però notare a questo proposito come in un vaso proto-etrusco del museo archeologico di Firenze si osservi la figura in rilievo di una torpedine associata ad una sfinge maschio, e contrapposta ad un felino con criniera irradiata. Quel pesce, secondo il Milani, rappresenterebbe probabilmente la forza occulta del mare notturno contrapposta alle forze palesi della natura.

Ai tempi di Aristotile la torpedine si chiamava Narkè, che vuol dire torpore, ed a questo proposito Platone fa dire a Menone in uno dei suoi dialoghi: «O Socrate, già prima di conoscerti avevo sentito dire che tu nelle discussioni non fai altro se non porre te stesso nell'imbarazzo e metterci gli altri, e anche ora mi pare che tu con ogni sorta di incantesimi mi abbia ridotto a non trovar via d'uscita; anzi, se è lecito scherzare, mi sembri affatto simile nell'aspetto e nel resto alla Narkè marina piatta. Essa infatti fa intorpidire chi le si accosta e la tocca; ed anche tu hai fatto lo stesso a me. Perchè, in verità, mi si è paralizzata l'anima e la bocca e non so che risponderti.»

I commentatori, per far comprendere il senso nascosto delle parole messe in bocca a Menone, rammentano come Socrate avesse il viso piatto che poteva essere paragonato alla forma schiacciata della torpedine. Per conto mio trovo che è uno scherzo di assai cattivo genere e tale da far venire i brividi a qualunque conferenziere che abbia il profilo un poco camuso.

Molti altri scrittori dell'antichità hanno parlato dei notevoli fenomeni prodotti dai pesci elettrici, particolarmente Oppiano, poeta greco dei tempi di Settimio Severo. Galeno poi credette di poter spiegare la sensazione provata al contatto di quegli animali attribuendola ad un principio frigorifero, e per motivare la sua opinione portò i buoni effetti prodotti dalla applicazione delle torpedini alla medicina, soprattutto contro il mal di capo e la gotta. Come vedete, non vi è nulla di nuovo sotto il sole, e i Romani facevano anch'essi della Elettroterapia; ma soltanto la facevano senza saperlo.

Saltando a piè pari molti secoli arriviamo a Francesco Redi, il geniale accademico del Cimento, primo medico della casa granducale di Toscana, l'inspirato poeta del vino, il fine, attento, perspicace osservatore di fatti naturali. Ecco come egli ci intrattiene sulle torpedini, in quel suo musicale e purissimo stile: «È cosa notissima che quel pesce marino chiamato tremola, torpedine, ovvero torpiglia, se sia toccato renda intormentita e stupida la mano ed il braccio di colui che lo tocca; ed io ne ho fatta la prova più di una volta, per certificarmi di tal verità e per poterne favellare con certezza di scienza. E voglio raccontarvi che alcuni pescatori, essendo a mia requisizione andati alla pesca di questo pesce ne pigliarono uno e portatomelo vivo poco dopo che l'ebbero preso, appena che lo toccai e lo strinsi colla mano, che mi cominciò a informicolare e la mano e il braccio e tutta la spalla con un tremore così fastidioso e con un dolore così afflittivo ed acuto nella punta del gomito, che fui necessitato a ritirar subito la mano: e lo stesso mi avveniva ogniqualvolta io voleva ostinatamente continuar lungo tempo a toccarlo. Egli è ben vero che quanto più la torpedine si avvicinava alla morte, tanto meno io sentiva il dolore e il tremore, anzi molte volte io non lo sentiva; e quando ella fu quasi finita di morire, che pur campò ancora tre ore, io poteva maneggiarla con ogni sicurezza e senza fastidio veruno: che perciò non è maraviglia se alcuni stiano in dubbio della verità di questo effetto, e lo tengano per una favola, avendone essi per avventura fatta l'esperienza non con le torpedini vive, ma con le morte o vicine a morire.»

Il Redi ed il suo discepolo Lorenzini, che, all'epoca del Rinascimento delle scienze naturali, furono i primi a studiare la torpedine, supponevano che questo pesce inviasse da lontano una quantità di piccoli corpuscoli che s'insinuerebbero nelle parti delle quali essi determinano l'intorpidimento, e che sarebbero proiettati dalla contrazione di due organi riputati muscolari, e chiamati, in ragione della loro forma, muscoli falcati.

Il Borelli, un altro insigne accademico del Cimento, riguarda quella emissione di corpuscoli stupefacenti come immaginaria, e pensa che la torpedine, colpita essa stessa da tremiti violentissimi, comunichi queste vibrazioni all'essere che la tocca e determini così in esso un intorpidimento.

Non sorridiamo a questi tentativi di rappresentazione di un processo funzionale, perchè a ben altre forme dottrinarie ci hanno abituati certuni ai giorni nostri, i quali, essendo tanto più dogmatici quanto meno vogliono parerlo, pretendono di dar ragione dei fenomeni presentati non solo da un individuo ma da una intera società umana, adoperando alcune formule semplicissime, che non sono neppure di loro invenzione, per mezzo delle quali tutto può essere classificato e spiegato; tanto meno scusabili inquantochè ogni giorno più si mette in chiaro l'immensa complessità dei fatti biologici, di quelli anche che potrebbero a prima vista sembrare di una semplicità primordiale.

Si capisce, del resto, che ai tempi del Redi, del Lorenzini e del Bellini non si potesse avere un'idea esatta intorno alla natura della scossa ricevuta dalla torpedine, perchè non si conosceva ancora la bottiglia di Leida, che sembra datare dal 1745. Dopo ciò si comprese che l'agente sviluppato da quel pesce è di natura elettrica, e le osservazioni in proposito, alle quali contribuirono il Volta e il Galvani, eccitarono entrambi questi illustri nella loro lotta per la verità. Infatti il Galvani considera la sua preparazione, fatta di muscoli e di nervi, come un organo elettrico ridotto, e il Volta si inspira a quell'apparecchio nella costruzione della sua pila, che egli chiama «organo elettrico artificiale» «per essere (come scrive al Brugnatelli) fondato sopra i medesimi principi e simile anche nella forma, secondo la sua prima costruzione, all'organo naturale della torpedine.»