La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 2 Seconda serie - Lettere, scienze e arti
Part 2
La guerra all'Austria era il sogno di Rosmini. A fronte di privati offensori, Rosmini si ricordò sempre ch'era Ministro di un Dio di pace, e imparò il perdono da Lui che fu mite e umile di cuore. A fronte degli offensori della verità Rosmini sempre si ricordò di avere a maestro il Divino che sui farisei girò lo sguardo con ira e ai profanatori del tempio fu acerbo. A fronte di un governo che chiamò violatore della nazionalità, della giustizia, della moralità, della libertà naturale, Rosmini si ricordò sempre di servire il Dio degli eserciti. L'Austria era per lui la grande nemica della Chiesa e della patria. La protezione che il governo austriaco esercitava per fini tirannici sulla Chiesa gli parve oltraggiosa e odiosa come la protezione offerta da don Rodrigo a Lucia. Rispetto e libertà, non protezione, voleva egli per la sua Chiesa. Indipendenza e libertà voleva per la sua patria. Poichè solo si potevano ottenere in giusta guerra, Rosmini la predicò, e poichè con l'Austria non potevano gl'italiani misurarsi se non uniti, predicò ai principi e ai popoli d'Italia l'unità, minacciò di rovina coloro che rendessero l'unità impossibile.
Non valendo a persuadere il Pontefice renitente alla guerra, Rosmini concepì un vasto disegno nell'intento di liberare la Lombardia e il Veneto senza guerra. Da grande uomo di Stato egli aveva letto nel libro del destino la futura unità germanica. Previde che si sarebbe compiuta a benefizio di un principe protestante. Questo era un pericolo per la Chiesa. Consigliò che il Santo Padre appoggiasse con tutte le sue forze le aspirazioni unitarie del popolo tedesco e la risurrezione del trono imperiale tedesco dentro la reggia di Casa d'Austria per ottenere da questa, in compenso, l'abbandono delle sue provincie italiane. Il trionfo del gran disegno avrebbe soddisfatto due popoli e raffermato il potere vacillante del Pontefice. Ma fortunatamente queste ultime parole non erano scritte nel libro del destino. Pio IX non aveva Ministri atti a concepire divisamenti così grandi nè a eseguirli; e non chiamò Rosmini. Lo chiamò invece, in un'ora dolorosa, dopo i disastri delle armi piemontesi, il governo di Re Carlo Alberto.
Rosmini, posposta ogni cura del corpo malato e stanco, posposte le antiche consuetudini di vita nascosta e di studio, corse a Torino, conferì con i Ministri che lo volevano negoziatore in Roma di una Lega per la guerra, chiese un mandato più largo, ne segnò i confini con ferma parola. Si accese una discussione. Vi era nella sala, fra i consiglieri del Re, il più grande e fiero antagonista del Roveretano, l'uomo che gli aveva scagliato non meno di tre grossi volumi col titolo: _Errori filosofici di Antonio Rosmini_ e contro il quale Rosmini aveva scritto: _Vincenzo Gioberti e il Panteismo_. In tutta Italia e anche oltre le Alpi, durante il papato di Gregorio XVI, grande amico e protettore di Rosmini, era corso il suono di questo conflitto fra i due più potenti ingegni che tenessero allora il campo nelle regioni superiori del pensiero; conflitto fatto più acerbo dall'accanimento dei discepoli; tanto acerbo, che si disse Papa Gregorio essere intervenuto a reprimere il soverchio ardore di un dignitario della Chiesa avverso al Rosmini. Il momento era solenne, e quel che accadde fu bello. Quando Rosmini rifiutò il mandato ristretto ad un'alleanza offensiva con Roma e chiese tranquillamente poter trattare di tutto che riputasse utile all'Italia e alla Chiesa, i ministri sbigottirono. Com'era possibile abbandonarsi a tal segno nelle mani dell'abate? Allora Vincenzo Gioberti parlò. «Ascoltate Rosmini,» diss'egli «fate come Rosmini vuole.» Momento epico, parole in cui si sente con un brivido la grandezza di quei due uomini, la grandezza pure della patria cui tutto donavano, la grandezza di Dio che li riempiva, nel sacrificio, di sè. Rosmini uscì della sala per andar incontro a giorni terribili e amari, all'insuccesso della sua missione e de' suoi consigli, ai tumulti del popolo di Roma, alla fuga del Pontefice, alle persecuzioni borboniche, Gioberti ne uscì incontro a un destino più atroce, ad accuse di tradimento, a una caduta clamorosa, alla morte in un paese straniero. Io li vedo attraversar frettolosi, dopo la seduta, piazza Castello, passare accanto al Palazzo Madama, Certo nè l'uno nè l'altro potè immaginare che per effetto di luttuosi avvenimenti cui l'uno e l'altro avrebbe preso parte, bene salito un giovine principe sul trono del padre, male ricondotto un vecchio principe sul suo proprio, risorte le prostrate speranze della patria, meno di tredici anni dopo si sarebbero veduti uscire insieme da quel palazzo, raggianti, proclamato appena re d'Italia il figlio di Carlo Alberto, due vecchi amici di Rosmini, Camillo di Cavour e Alessandro Manzoni.
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Signori, io mi sono studiato di rappresentarvi la figura morale di Antonio Rosmini e ora mi pento di avere spese troppe parole a dire l'inesprimibile. Misero artefice di periodi, mi umilio davanti a un vecchio analfabeta che servì Rosmini e cui domandai in Rovereto che mi descrivesse il suo venerato don Antonio. «Ecco» mi rispose «quando io qui per casa lo incontravo, anche senza ch'egli parlasse, solo a guardarlo, era una predica.» Altro non mi disse, altro non gli chiesi. Poco prima, la baronessa Adelaide Rosmini mi aveva mostrato in un cortiletto la finestra dov'ella nascosta dietro un cortinaggio, soleva guardar nella camera del cognato, spiare il volto di lui orante. «Una cosa di Paradiso» mi disse la vecchia signora. Aggiungete a questi silenzi certe brevissime parole che ora vi ripeterò. Nel 1848, essendo Rosmini in Roma, appena si seppe che il Papa lo voleva Cardinale, disegno troncato poi dal coltello che uccise Rossi, un altro suo vecchio fidatissimo servitore, uomo semplice fra i semplici, andò diritto dal Papa. «Santo Padre,» gli disse «non vogliate far cardinale il mio padrone che non è nato per questo.» Compiuta la bella impresa, si presentò subito a Rosmini. «Signor padrone, sono stato dal Papa e gli ho detto di non far lei Cardinale, perchè lei non ci è nato.» «Avete ragione» rispose Rosmini, sorridendo «ma non mi pare che toccasse proprio a voi di andarlo a dire al Papa.» Aggiungete finalmente le tre parole ch'egli rispose, sul letto di morte, a Manzoni singhiozzante: «che faremo noi senza di lei?» «Adorare, tacere, godere.» Voi ne sapete ora di questo spirito soave, umile, fine, profondo, più che non ve ne possano apprendere volumi di panegirici.
La santità sua fu radice e misura dell'altezza intellettuale ch'egli raggiunse. Vide la verità con il cuore puro prima di vederla con il genio. Questo fu straordinario. La nutrice di Rosmini giudicò ch'egli avesse a diventare un gran santo, perchè lo vide sorridere al momento del lavacro battesimale. Chi l'udì chiedere a due anni perchè mai l'improvviso bagliore di un lume oltre ad accecarlo gli facesse provare una scossa interna, avrebbe potuto divinare il grande filosofo. Conviene risalire ai Padri della Chiesa per incontrare altre nature umane così magnificamente ordinate nella trina unità dell'intendere, dell'amare, del volere. Il cuore di Rosmini è illuminato di ragione, il suo genio è illuminato di amore. Egli è avido di tutto il vero e tutto lo intende. Si profonda nell'algebra, è capace di pensare, viaggiando, un metodo nuovo per sciogliere le equazioni di secondo grado. Si profonda nella fisiologia, e i suoi compagni di Università lo antepongono al professore. Conosce l'ebraico, legge speditamente i papiri greci di Ercolano, intende il tedesco di Hegel. Porta senza parere una erudizione immensa. Nella filosofia del diritto cita 450 opere e non è uomo da citare di seconda mano. Non sdegna di leggere romanzi nè di studiare i fenomeni dell'ipnotismo. Indaga la natura divina, _profunda Dei_, con la potenza che si può vedere nella Teosofia: scruta _profunda hominis_, le regioni più oscure della natura umana, con l'acume che si può vedere nel _Trattato della Coscienza_. È insieme artista e poeta. Adora la pittura, afferma che se avesse più vite ne darebbe una intera ai pennelli. È poeta per il fuoco del sentimento, per il fervore dell'immaginazione. Nel verseggiare è minore di sè stesso; nell'illuminare la prosa d'immagini e di similitudini è uguale a sè stesso; nel creare sui confini della scienza umana ipotesi da gettar nell'ignoto, è maggior di sè. La sua concezione dell'universo fu concezione di credente, di filosofo e di grande poeta. Gli piacque credere nella generazione spontanea per dedurne che ogni atomo di materia è animato dall'origine, che la vita esiste già nella polvere prima di manifestarsi in un organismo. Tutto l'universo era per lui vivente, ma creato. Si figurava l'atomo in una forma piramidale che permette al principio animatore d'imprimergli un moto vorticoso. Al principio spirituale animatore attribuì la potenza di organizzare la materia, dottrina che trova un appoggio nei fatti ipnotici, nell'azione straordinaria che durante lo stato ipnotico un atto dello spirito esercita sull'organismo. Dieci anni prima che uscisse il libro di Darwin sull'origine delle specie ardì accennare all'ipotesi di un corpo animale fatto uomo invece della famosa statua di fango. Anche divinò, senza esperienze, i fenomeni telepatici. «Io sospetto» scrisse nella _Psicologia_ «che nell'amicizia e nell'amore le anime stesse si sentano, le anime stesse esercitino scambievolmente qualche loro azione misteriosa.»
L'opera sua filosofica intera, tanto profonda nelle fondamenta, tanto solida nella struttura, tanto irradiata da intimi fulgori di sentimento e di fantasia, è veramente un poema sacro, in capo al quale si avrebbero a iscrivere le parole del suo autore ad Alessandro Manzoni: «Ciò ch'è divino e che luce nel seno del mistero è come il comune alimento pel quale il poeta e il filosofo vivono immortali.» Mi è impossibile, signori, esporvi il disegno di questo edificio che si chiama _Sistema della Verità_, e che Rosmini promise, sorridendo, di compiere in paradiso. Mi è altrettanto impossibile tralasciar d'indicarvene la pietra angolare. Malgrado la santità e il genio di Rosmini, malgrado le opere sue, la istituzione di un Ordine religioso, i servigi resi all'Italia, i suoi discepoli non avrebbero affrontato battaglie, umiliazioni e dolori: noi non ci saremmo raccolti in suo onore a Rovereto, nè io parlerei ora di lui per la terza volta se si trattasse della fama d'un uomo, dell'onore di una tomba e non della gloria di una verità. La pietra angolare del sistema filosofico di Rosmini è la dimostrazione che l'idea dell'Essere è il principio della intelligenza. L'idea dell'Essere, mediante la quale l'uomo può giudicare che le cose hanno la qualità di essere, ossia che sono, è il lume della ragione. È un lume implicito nel primo giudizio che l'uomo proferisce, quindi precede la prima sensazione di cui il soggetto ha coscienza, è anteriore alla intelligenza umana perchè la crea. L'Essere non è altro che la verità. La verità è dunque anteriore alla intelligenza umana perchè la crea. Appunto questo è il beneficio immenso che ci ha fatto Rosmini. Ha dato a tutti noi la visione razionale dell'Essere assoluto ossia la certezza razionale che vi è una verità infinita ed eterna, indipendente dall'uomo, origine della ragione umana; che le verità parziali, apprese dalla ragione umana nel lume del primo vero, non sono quindi proiezioni di lei, non peccano per un vizio radicale, insanabile, di relatività, ma sono certe in noi e fuori di noi. Questa è una grande forza che Rosmini ci ha dato contro lo scetticismo e le sue conseguenze. Il nostro dovere è di usarne, e urge, nell'ora presente, che noi ne usiamo perchè nell'ora presente la gente si burla dei filosofi, è vero, ma nello stesso tempo gli uomini e anche le donne fanno più che mai della filosofia per conto proprio. Ne fanno con pochissimo studio, con pochissimo sapere, e la maggior parte di queste filosofie private, nè solide, nè serie, riesce a base di scetticismo, il quale, nascosto o palese, si ripercote poi sulle energìe vitali e le abbassa. L'ora presente somiglia all'ora passata di quel sensismo contro il quale Rosmini insorse. La dottrina ch'eleva i sensi a soli maestri del vero ed esclude quindi l'assoluto, è alquanto scossa in teoria, ma il suo potere è tuttavia grande nel campo della politica dove si manifesta come opportunismo e regge la condotta di tutti i partiti con l'_expedit_ e il _non expedit_; è grande nel campo del diritto penale, dove sostituisce il concetto di difesa al concetto di giustizia; è grande nel campo della scienza, dove nega il soprasensibile; è grande nel campo dell'arte, dove consacra i sensi a _soli_ maestri della bellezza. Tutte queste manifestazioni di una dottrina di errore, noi, discepoli di Rosmini, siamo chiamati a combattere, ciascuno nel proprio campo e Rosmini non ci ha dato solamente un terreno fermo sul quale far testa, ci ha pure dato norme sicure per l'azione. Mettere in opera la verità: ecco la formola della morale rosminiana; dovunque e sempre corrispondere con l'azione alla verità: ecco la legge che noi dobbiamo proporci di seguire come uomini di scienza e come uomini di azione, come pensatori e come artisti. Operare la verità, per un artista, non è altro che conoscere con la mente la natura dell'arte e riconoscerla con l'opera. In questo concetto rosminiano, io, come artista, mi sono sentito libero dispositore della bellezza che appare ai sensi nella luce del sole e anche in certo modo negativo, nell'ombra; della bellezza che appare alla ragione nella luce del vero e del bene, e anche, in un certo modo negativo, nell'assenza di essi: della bellezza ch'è nella stessa anima mia come specchio della bellezza esterna, come idea, come fantasma, come amore. E se la visione delle cose belle conduce per via di ragionamento il discepolo di Rosmini a credere in un Essere vivente ch'è bellezza e dal quale ogni bellezza discende, il poeta perviene di slancio a tal fede nel palpito che l'oscuro tocco di questo Essere vivente gli suscita in cuore, come Shelley, rapito amante, cantò.
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Signori! Io chiudevo pochi mesi addietro un mio breve studio su Antonio Rosmini esprimendo il voto che per opera di qualche ricco munifico o di qualche gruppo di uomini devoti alle dottrine del Roveretano sorgesse in Italia una cattedra di filosofia rosminiana. Permettetemi di ripetere questo voto davanti a voi. Uscendo dalla cripta del tempio di Stresa dove dorme la spoglia mortale dell'uomo che tanto vide e tanto amò, che tanta gloria diede alla Chiesa ed ebbe da infelici ministri di lei tanto dolore, pensavo a profetiche parole sue piene di fede nel trionfo del suo sistema: «Conviene che io muoia e marcisca sotterra. Allora sarà il tempo.» E pensavo quanto è da invocare nello stato presente d'Italia che quest'ora suoni. A minor prezzo che non si sarebbe sperato quando in faccia al golfo poetico dove Stresa siede tendevan la gola da Laveno i cannoni austriaci, l'unità politica della nazione si ottenne. Ma l'unità intellettuale che Rosmini, severo e acceso, ammoniva dover precedere l'altra, è più che mai desiderio e sogno. Unità intellettuale perfetta neppure si spera, neppure è compatibile con le condizioni della civiltà presente; tuttavia i dissidii che più fiaccano la mole malferma del nostro Stato e più turbano le anime potrebbero felicemente comporsi secondo principii di libertà e di verità, se un largo consenso avvenisse nelle dottrine di quell'uomo grande. Lavoriamo a creare un tale consenso e possano, nel 1955, per il centenario della sua morte, i nipoti nostri ascendere alla tomba di Stresa, là dove più ride Italia, dire ginocchioni a Rosmini che finalmente la sua patria cara non è soltanto una, felice, forte di leggi e di armi, ma è anche una nel concetto del diritto e del dovere, nell'intelletto e nella pratica della libertà.
ALESSANDRO MANZONI
CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI
_Signore e Signori!_
I.
Qualcuno di voi forse ricorda che l'anno passato, nella conferenza che ebbi l'onore di tenere in questo stesso luogo, rilevai, a proposito di Alessandro Manzoni, la opinione mia intorno al romanticismo, considerato nel periodo in cui aveva raggiunto il suo momento più operoso, tanto fra noi quanto in Europa.
Eravamo nel 1821, e Manzoni scriveva al Conte Cesare D'Azeglio: «Per me il romanticismo ha compiuto la sua vicenda, e ormai sarebbe un bene che non se ne parlasse più, e non mi dorrei se anche il nome andasse in dimenticanza.» E invero, ciò che egli poteva fare l'aveva già fatto: soppressione delle così dette unità aristoteliche nel dramma, bando alle mitologie gentilesche, bando alla troppo servile e pedissequa imitazione degli autori classici; predilezione ormai consacrata per argomenti d'indole nazionale e per quelli che attengono all'intimità dello spirito. Erano notevoli inoltre nella conquista del romanticismo certi atteggiamenti di forma, e una spiccata predilezione di tutto ciò che aveva un po' del vago e del fantastico. Ma, soggiungeva poi il Manzoni, io credo che oltre tutto ciò bisogni indagare un carattere più intimo e più profondo che è nel moto detto romanticismo, qualche cosa che sopravviverà a lui anche quando esso rimanga un nome vano nella storia letteraria e che gli permette fin d'ora di guardare l'avvenire come suo. Consiste questo in un più grande ravvicinamento dello spirito alla natura per mezzo dell'osservazione diretta, dello studio intenso, dell'ispirazione spontanea e geniale.
A questa massima il Manzoni ha informato tutta la sua opera. Appena che egli esce di puerizia, e abbandona gl'imparaticci classici e le servili imitazioni del Monti o del Parini, fin dai versi in morte di Carlo Imbonati, scritti come sapete nel 1805, egli dà all'arte una base intima, psicologica: «Sentire e meditare.» Poi vengono gl'Inni, poi le Tragedie, dove si comprende subito che l'unità di luogo e di tempo non è rimossa a semplice pompa di emancipazione: non sono dei vincoli di meno che il poeta domanda, sono limiti più alti, per improntare tipi schiettamente umani e raccogliere nel dramma il quadro di un'epoca.
Da ultimo viene il romanzo, il quale fu cominciato a meditare dal Manzoni nel 1821, data per tanti rispetti memorabile nella vita del nostro poeta, perchè proprio in quell'anno sprigiona l'inno patriottico del Ventuno, perchè in quell'anno egli inalza all'urna di Napoleone un canto che non morrà. Nel 1821, il Manzoni comincia a ruminare la prima idea, a porre le prime linee del suo grande lavoro, che sarà terminato all'incirca nel 1826. Ed è nel romanzo, o Signori, che noi troviamo la conferma e la illustrazione piena di quel profondo concetto che egli aveva dell'arte e della letteratura; è nel romanzo che mostrò tutta intera la originalità dell'artista, perchè se nella lirica egli si schiude vie nuove come idee e come sentimento, quanto alla forma letteraria (i critici arguti e acuti non hanno mancato di rilevarlo) noi troviamo sempre qualche cosa di composito, di ondeggiante, di ambiguo tra il vecchio e il nuovo. Nel romanzo invece, pare di entrare in un'altra atmosfera; è la modernità e nel tempo stesso la personalità dell'ingegno e del criterio artistico del Manzoni, che si rivelano in tutta la loro potenza e in tutto il loro splendore. Se, come nota giustamente Gaetano Trezza, nelle altre opere il Manzoni procede alla testa del movimento letterario contemporaneo, col romanzo egli precorre di lungo tratto i suoi tempi. Non è più un'evoluzione, o Signori, è un salto fenomenico, che a considerarlo ora a tanta distanza di tempo, ed a compararlo colle vicende successive della letteratura, e specialmente della letteratura narrativa, pare senz'altro un miracolo.
Gaetano Negri, nella bella conferenza che tenne sul Manzoni a Lecco, ha detto: «Se verista vuol dire un poeta amante di verità, se naturalista vuol dire un artista che s'ispira direttamente alla natura e mutua e trae da lei tutte le sue ispirazioni, senza porre nessun diaframma d'impedimento e di perturbazione tra il fatto organico e vivente, e la sua ingenua ed energica significazione; se verista e naturalista vogliono dire queste cose, nessuno è stato verista e naturalista prima di Alessandro Manzoni.» E il Negri ha detto il vero. Avanti che cominciasse Balzac, dieci anni prima che nascesse Gustavo Flaubert, venti anni prima che nascesse Emilio Zola, Alessandro Manzoni in Italia poneva senza pompa di formule, senza esagerazione di sistema le grandi basi della letteratura e dell'arte moderna. E abbiatene una riprova in questo: quando apparvero i _Promessi Sposi_ non ebbero subito quell'accoglienza trionfale che altri riscosse meritamente, per esempio l'_Ivanhoe_ di Walter Scott. L'_Ivanhoe_ veniva dopo molti altri romanzi che avevano procacciato gran fama al narratore scozzese, e tutto quel trasporto del pubblico facilmente si comprende. Non furono le ultime copie della prima edizione dei _Promessi Sposi_ rubate e disputate colla spada come quelle del _Gil-Blas_: ma nella coscienza degli uomini più illuminati di quel tempo indusse un'impressione profonda. Il Visconte di Chateaubriand che pure era l'autore dell'_Atala_ e dei _Martiri_ disse: « Walter Scott è grande, ma Alessandro Manzoni è qualche cosa di più.» Wolfango Goethe che allora pontificava nella pienezza degli anni e della gloria, dal suo trono di Weimar su tutto quanto si produceva in Europa, disse, letto il romanzo e pure trovandolo censurabile per certi squilibri che vi aveva introdotto il troppo amore della scrupolosa narrazione storica, disse che rappresentava qualche cosa di meglio di quanto si era scritto fino ai suoi giorni in fatto di romanzi. E soprattutto notevole o Signori, è l'opinione di un filosofo dal quale si può dissentire, ma che tutti riconoscono come uno dei fondatori della scienza moderna, anzi come colui che ha dato nome a ciò che la scienza moderna inalbera a mo' di vessillo glorioso, il rigore della osservazione naturale. Augusto Comte, l'autore della «Filosofia positiva» nel sesto volume delle sue opere, seguendo il suo magistrale concetto delle tre epoche, dice: «Noi siamo entrati nell'epoca positiva, nell'epoca dell'esame diretto e spassionato dei fatti, ma ci siamo entrati solamente col pensiero scientifico. Tutte le discipline collaterali secondano lentamente questo moto; per esempio, le discipline sperimentali sono entrate nel periodo positivo, ma la letteratura di tutti i popoli d'Europa è ancora improntata, è ancora intonata, per così dire, alla vecchia scuola del periodo mistico, metafisico.» Il Comte fa pochissime eccezioni, cita pochissimi libri, e, notate, nessun libro francese; ma conclude la sua breve enumerazione ricordando come ultimo libro uscito i _Promessi Sposi_ e giudicandolo un libro sintomatico, un libro di significazione universale, un libro di cui i contemporanei non possono ancora apprezzare tutto il valore, ma che rappresenta proprio l'avvento della osservazione, il contatto immediato, sincero e genuino dell'artista con la natura; inizia insomma, letterariamente, quel terzo periodo che egli considera come il termine della evoluzione psicologica e intellettuale della civiltà europea.