La vita intima e la vita nomade in Oriente

Part 16

Chapter 163,501 wordsPublic domain

Bivaccammo la notte ai piedi di una torre diroccata, nelle vicinanze di San Saba ove i monaci si degnano di tollerare la presenza dei viaggiatori. L'indomani ci rimettemmo in marcia prima del levar del sole ed eravamo giunti sul culmine delle ultime montagne che delimitano la valle del Giordano, quando il sole cominciò a levarsi. Dapprima non vedemmo che una coltrice di nebbie stesa ai nostri piedi. Poco alla volta quelle nebbie si raggrupparono formando una specie di padiglione sopra le nostre teste, fortunato presagio di una di quelle giornate nuvolose così rare in Oriente a quell'epoca dell'anno. Vasta e spoglia la valle del Giordano si apriva davanti a noi. Alla nostra destra era chiusa da una distesa di acqua nerastra sulla quale ondeggiavano ancora i vapori del mattino. Era quel Mar Morto che batte colle sue onde le rovine di Sodoma. A sinistra la valle si stendeva lontano quanto poteva giungere la vista, sempre arida e sempre sterile. Dov'era dunque il Giordano? Per quale via si gettava nel Mare Morto? Dall'altura su cui mi trovava io non scorgeva nulla che mi annunciasse il corso di un fiume, nulla, salvo ad una grande distanza una linea di un verde cupo quasi impercettibile che risaltava come su un fondo cretaceo.

Fatta una breve sosta, prendemmo la via della valle ed impiegammo più di due ore nella discesa, giacchè il Mar Morto è uno dei posti più bassi del globo. Ci fermammo un momento sulle rive. Uno dei nostri compagni pretendeva di trasportare nella valle del Giordano le abitudini parigine e trovava il posto comodo per farvi colazione, sicchè ebbimo molto da penare per mostrargli l'imprudenza di un pasto simile lontano da ogni acqua potabile, quando eravamo ancora separati dal Giordano da una tappa abbastanza lunga. Finalmente riescimmo a convincerlo ed io mi allontanai dal lago Asfaltide pensando invece a' miei bei laghi lombardi. L'idea di un lago si unisce a tal punto in me, lo confesso, ad impressioni di calma e di gioia che mi era difficile, anche in vista del Mar Morto, di pensare alla sua terribile origine. Senza dubbio la regione che circonda questa terra è aspra e triste, ma il limpido specchio delle acque salse riflette in modo mirabile la bellezza del cielo. Si è narrato che i pesci non possono vivere nel Mar Morto, che gli uccelli lo evitano, che niuna vegetazione vi projetta la sua ombra; ebbene posso assicurare che a quel lago maledetto non mancano pesci guizzanti e vivi, arbusti fioriti ove cantano gli uccelli, che nulla gli manca, fuor dell'acqua che si possa bere. Ma, malgrado la mia predilezione per i laghi che rimonta all'infanzia, lasciai il Mar Morto senza troppo rammarico. Due ore di marcia erano trascorse dalla nostra fermata in riva al Mar Morto e non vedevamo ancora nulla. La strada seguiva un pendio ripartito in immensi gradini e che si svolgeva dinanzi a noi come una scala gigantesca di cui non potevamo intravedere il termine. D'un tratto osservai una certa agitazione fra i nostri arabi. Stendevano il braccio verso il sud pronunciando rauchi monosillabi; i nostri cavalli nitrivano rialzando il capo; presero il galoppo, e noi li lasciammo correre sebbene nessun fiume ci apparisse. Nondimeno cominciai ad udire un sordo mormorio, finalmente giunti al basso della strana scalinata di roccie, che ci nascondeva il fiume, scorgemmo uno degli spettacoli più impressionanti che abbia ammirato durante il mio viaggio. Dinanzi a noi il Giordano trascinava fragorosamente le sue acque un poco fangose, ma profonde ed abbondanti, fra due sponde coperte di alberi immensi e, per così dire, ammucchiati gli uni sugli altri. Entrammo in quella foresta, ma non fu senza fatica che ci aprimmo un varco fra le macchie degli arrampicanti tutte ripiene del ronzio di miriadi di insetti alati. Una volta in riva all'acqua corrente mi affrettai a cercare un angolo solitario ove, dopo aver mangiato qualcosa, potessi abbandonarmi alla contemplazione del fiume sacro. Passai così parecchie ore in un raccoglimento che non potè turbare neppure un allarme dato alla nostra scorta dall'apparire di una tribù di predatori, subito dispersi. Spero di conservare tutta la vita il ricordo chiaro e distinto delle ore affascinanti di riposo passate in riva al Giordano, spero che l'immagine di quelle acque, di quelle rive, di quei boschi non si cancellerà mai dalla mia memoria. Il Giordano non è solo un gran fiume storico, è un fiume meraviglioso e che trasforma intorno a sè la natura come per un incantesimo.

Ritornammo a Gerusalemme da una strada diversa da quella che ci aveva condotto, con tanta fatica, fino al Giordano. Fra i ricordi di quest'ultima parte della nostra escursione, il solo che abbia presente è quello di un'ora passata presso una torre in rovina, di costruzione araba, in mezzo ad un delizioso boschetto. Questa torre sorge nelle vicinanze della città di Gerico o piuttosto dell'ammasso di capanne informi che si chiama così e che ha preso il posto della fortezza rovesciata dalle trombe di Giosuè. L'ora di riposo che gustai là dove sorgeva l'antica Gerico fu gradevolissima. Avevamo stabilito il nostro accampamento sotto alberi da frutta, in mezzo a fresche aiuole che i più bei parchi dell'Inghilterra avrebbero potuto invidiare alla piana del Giordano. Quelle verdi oasi, gettate qua e là fra le sabbie, sono una delle singolarità di questa terra araba. La fantasia vi evoca involontariamente tipi poetici, e vorrebbe crearvi un popolo che ne fosse degno. Oh, perchè l'umanità non vi deve apparire che sotto le spoglie le più misere al cospetto di quella grande e magnifica natura?

Ritornati a Gerusalemme il giorno seguente, non avevamo più nulla da imparare sui luoghi e monumenti di Terrasanta; è sugli abitanti che la nostra attenzione doveva riportarsi.

I PROTESTANTI E GLI EBREI A GERUSALEMME — GLI OSPIZI

Se anche i luoghi e i monumenti non avessero alimentato la mia curiosità, Gerusalemme mi avrebbe offerto un simpatico argomento di studi, l'ospitalità cristiana in Oriente. Ho passato fra i monaci e le suore di carità alcuni dei migliori momenti del mio pellegrinaggio. Gli uni mi incantavano colla loro ingenua bonarietà, le altre vegliavano con materna cura sulla mia figliola, giovane neofita che la direttrice di quella Comunità, una donna amabile e dolce, giudicò degna di accostarsi ai Sacramenti con grande sorpresa di taluni di quei religiosi che mi credevano dedita al culto ed alla pratica delle dottrine di Voltaire e di Rousseau. Il giorno della prima Comunione era arrivato e la cerimonia fu a parer mio molto commovente. Il Sacramento era conferito a due sole giovinette, a quella che non ho più bisogno di nominare e ad una giovane tedesca che aveva appena abjurato il Protestantesimo e che s'incominciò dal battezzare. Scopo palese di quest'ultima cerimonia era di far credere alle anime semplici che i luterani non fossero cristiani, ma l'atto non era per questo meno contrario alle vere intenzioni della Chiesa che non permette un secondo battesimo condizionale che nei casi in cui è realmente dubbio che il primo sia stato amministrato. La sola scusa che avrebbero potuto invocare i promotori di quella manifestazione ostile ai protestanti consisteva nelle prove di malevolenza che quei medesimi protestanti risparmiavano tanto poco alla minoranza cattolica, in lega coi mussulmani, greci, ebrei e gli armeni scismatici, attualmente così numerosi a Gerusalemme.

Bisogna ammettere che tutte le simpatie dei protestanti vanno in Siria agli ebrei. Ma devo anche confessare che gli ebrei sono circondati a Gerusalemme da un certo prestigio poetico. Un giorno della settimana, sopratutto, ed un'ora particolare, richiamano volontieri l'interesse su quello strano popolo: l'ora del mezzogiorno di ogni venerdì. Si vedono allora gli ebrei riunirsi fuor delle mura esterne del loro tempio trasformato in moschea, in un punto in cui le antiche pietre sono ancora ritte: ivi piangono e si lamentano, in conformità alle parole del profeta, sui loro peccati e la loro caduta. Ebbi voglia di ascoltare una volta quei lamenti settimanali e me ne partii profondamente commossa. Vi è in quell'usanza un sentimento vero che non può non commuovere. Dacchè Tito prese Gerusalemme, ogni venerdì le lamentele degli ebrei si rinnovano su quei sacri ruderi. Sembra forse agli eterni proscritti che la vecchia patria risponda una volta la settimana all'appello della loro voce lamentosa? Non so; ma quel punto dell'antico Israele è abbastanza forte per attrarre ogni anno, verso Gerusalemme, schiere di emigranti israeliti dal fondo dei più ridenti villaggi della Germania. Questi strani coloni popolano quasi esclusivamente le città di Safed e di Tiberiade. Non vengono a coltivare la terra, nè a scambiare le merci europee coi prodotti di un paese remoto, no, vengono a chiedere un sepolcro alla terra che ricopre le ossa dei loro antenati; sono convinti che, se muojono entro il recinto di talune città di Palestina, non hanno nulla a temere dai tormenti della vita futura. Tutti gli ebrei del Levante non sono purtroppo, dei coloni di Safed e di Tiberiade; ma come potrebbero i cristiani non mostrare a questi ultimi benevolenza e misericordia?

All'epoca del mio soggiorno a Gerusalemme, il consolato d'Inghilterra manifestava agli ebrei di Palestina una vivissima simpatia. Il console era un vero «gentleman» naturalmente benevolo. Sua moglie, ch'era del resto una persona molto per bene, non aveva un carattere del tutto pacifico come quello del marito. Ancor giovanissima, era profondamente versata nelle lingue e nelle letterature orientali. Figlia di uno dei principali agenti dell'Inghilterra nell'estremo Oriente, aveva recato a Gerusalemme abitudini di attività politica che erano senza dubbio una tradizione di famiglia. Era essa che, d'accordo col vescovo protestante, dirigeva vari stabilimenti di beneficenza fondati in favore degli ebrei. Ne ho veduti i due principali, l'ospedale e la scuola. Ho poco a dire di quest'ultima; ma l'ospedale è un simpatico asilo, in una bella postura, ben tenuto e bene ammobiliato ed ove i sani non corrono il rischio di ammalarsi, come può accadere in parecchi ospedali europei. Vi è un'eccellente farmacia e l'amministrazione si regge con mezzi abbondanti. Quest'ospedale protestante, riservato agli ebrei, offre uno stridente contrasto coll'ospedale cattolico, misera istituzione sostenuta a fatica dalle scarse forze dei fedeli, ma ove anche un protestante sarebbe accolto, se si presentasse.

Poichè sto parlando d'ospedali, dirò che mi recai a visitare l'asilo dei lebbrosi e soggiungerò di passaggio che è una gran fortuna che il de Maistre[33] non abbia fatto come me, perchè non avremmo avuto il suo mirabile racconto. Nella maggior parte delle città della Siria, i lebbrosi conducono un'esistenza singolare, ma felice. Sono alloggiati a spese del comune o della carità di cittadini che si quotano per ajutarli. L'alloggio non è caro e neppure sontuoso, perchè a Gerusalemme, per esempio, consiste in un piccolo spazio in cui gli stessi lebbrosi si son fabbricati alcune capanne, ove gli ultimi venuti prendono successivamente il posto degli anziani che scompajono. Ognuno di essi impiega il suo tempo come gli garba ed il loro gusto uniforme li induce alla mendicità. Pertanto si trovano nelle strade e nei pubblici passeggi con un bacile in mano ed il viso scoperto, ciò che basta di solito a chiarire la loro situazione ed i loro bisogni. Al tramonto, tutti rientrano nel loro parco, vi fanno la loro cucina, mangiano e si addormentano come giusti che abbiano soddisfatto la loro sete.

Quelli che prendono cura dei lebbrosi passano loro una piccola pensione di pochi parà (la metà di un centesimo) al giorno, somma che del resto basta largamente a sostentarli. La lebbra non è considerata da nessuno in Oriente come una malattia contagiosa e neppure come un'infermità vergognosa e ripugnante, tanto più che il senso di disgusto è molto poco diffuso in quei paesi. E sì che l'aspetto di un lebbroso sarebbe proprio fatto per ispirarlo! La sua pelle, sovratutto quella della fronte, si copre dapprima di lenticchie che poi si tagliano per formare sia delle scaglie, sia delle croste. Le sue labbra e le sue palpebre si gonfiano e perdono la loro forma originaria, mentre le cartilagini delle orecchie e del naso si allungano smisuratamente al punto che le orecchie pendono talora fin sulle spalle. La loro testa si denuda e non hanno più nè sopracciglia al disopra degli occhi, nè ciglia alle palpebre. Si aggiunga a tutto ciò un colorito livido e cereo che è loro speciale e si avrà un'immagine abbastanza fedele dei men maltrattati fra i lebbrosi, perchè ve ne sono di coperti da orribili piaghe e di cui le ossa stesse, consumate dalla putrefazione, escono a scheggie da quelle ulceri ripugnanti, mentre in altri casi le ossa si stortano e si dislocano, senza giungere a dissolversi. Vidi per altro piuttosto con soddisfazione che con ripugnanza, come genitori di quei disgraziati si stabilissero presso di essi dividendo con loro l'asilo e prestando loro quelle cure che avrebbero dedicato loro in qualsiasi altra circostanza. Ma ciò che mi fece indietreggiare dall'orrore fu il sapere che le passioni e le debolezze umane non erano spente nè per essi nè per quelli che li circondavano. I matrimoni sono frequenti nel quartiere dei lebbrosi e, siccome la religione mussulmana vi predomina, tali matrimoni non sono che l'unione passeggera di un uomo con parecchie donne. Finchè io viva non potrò dimenticare una giovinetta lebbrosa che, senz'essere ancora escita dall'infanzia, era già completamente sfigurata dalla malattia e che stava tranquillamente seduta sulle ginocchia di una specie di titano senza più forma umana. Egli aveva completamente perduto la voce e per farsi ascoltare da lei accostava le sue labbra tumide alle orecchie pendenti della fanciulla. Osservai che essa sembrava ascoltarlo con piacere, e che lo stiramento dei muscoli del suo viso sarebbe diventato un sorriso se tal cosa fosse stata possibile, e ne conclusi che avevo dinanzi agli occhi uno sgradevole ma onesto spettacolo di amor paterno e di tenerezza figliale. «È vostra figlia?» chiesi al colosso. Egli fece udire un grugnito e niente di più, ma la piccina si affrettò a far valere i suoi titoli alla mia considerazione.

— Son sua moglie e da un mese! — esclamò rizzandosi...

L'espressione di vanità soddisfatta che riescì a palesarsi su quell'orrendo viso all'idea della lunga durata del suo impero, la specie di fiamma che lampeggiò un istante negli occhi glabri del marito, tutto ciò suscitò in me un orrore misto di pietà e di ripugnanza che pose un termine alla mia visita.

Avevo veduto i frati e le suore di Carità, ero penetrata negli ospizi dei protestanti e delle altre confessioni, mi rimaneva da visitare il convento degli armeni[34]. Mi vi recai e vi trovai la più amabile accoglienza. Gli armeni dell'Asia Minore non assomigliano ai greci di quel paese, che, sotto la dominazione dei loro barbari padroni, hanno contratto non so quale ruvidezza estranea alla razza ellenica. Posti sopra i greci dall'ingegno e dalla ricchezza, gli armeni di Siria e di Palestina sovrastano loro anche per una grazia e per una dignità tutte speciali.

Nulla è più bello, più ricco e di miglior gusto che i loro edifici, gli ornamenti delle loro chiese e le loro case. In tutte le città dell'impero ottomano, le più belle case appartengono agli armeni ed esse, come le chiese, non sono solo magnifiche, ma pulite, ben tenute, eleganti e comode. I loro modi sono quelli di gran signori e l'interno dei loro palazzi risponde perfettamente all'idea che ci facciamo in Europa di una dimora principesca in Asia. Il convento armeno di Gerusalemme è immenso, composto di parecchi corpi di casa e circondato da deliziosi giardini. Una biblioteca ricca in bei manoscritti ed in miniature su pergamena, il tesoro ricolmo di pietre preziose montate con un gusto squisito, infine i loro arredi sacerdotali intessuti d'oro, d'argento, e delle sete più smaglianti, tutto ciò abbaglia gli occhi e incanta l'immaginazione. Il patriarca armeno circondato da' suoi monaci dalle lunghe barbe accurate, dalla tonaca violacea, con un berretto ed un velo svolazzante dello stesso colore, non assomiglia affatto ad un capo di comunità monastica europea. Dev'essere costato molto ad essi l'umiliarsi come fecero durante tanti secoli di fronte al potere del conquistatore o piuttosto devono aver tratto gran profitto da un'umiliazione sopportata con tanta pazienza, perchè non sono gente capace di prosternarsi nella polvere solo perchè è pericoloso di rimanere in piedi.

Frattanto era arrivato il momento della partenza. Io era da un mese a Gerusalemme, avevo raggiunto lo scopo del mio viaggio e non avevo più tempo da perdere se volevo ritrovarmi in climi più temperati prima che la canicola regnasse in Siria. Partii dunque, escii dalla cinta merlata che avevo varcata con tanta emozione e, arrivata in cima alla collina donde un mese innanzi avevo scorto Gerusalemme, mi voltai indietro per dare alla città santa un ultimo sguardo. Ultimo? Che so io se lo sarà davvero? Me lo domandavo lasciando Gerusalemme e me lo chiedo ancor oggi.

IL CORANO E LE RIFORME IN TURCHIA

I luoghi che visitai dopo aver lasciato Gerusalemme, Damasco, Aleppo, il Libano, mi offersero aspetti della vita nomade e di quella intima poco diversi da quelli che avevo osservato ad Angora, Latakiè o nelle montagne del Giaur-Daghda. Non mi rimane più che da riassumere le impressioni lasciatemi da quella lunga corsa nell'Oriente turco ed arabo. Di ritorno nella mia pacifica vallata d'Anatolia, comprendevo meglio le condizioni fatte alle popolazioni che mi circondavano dalle tradizioni che le dominano e dagli istituti che le regolano. Meglio illuminata sul vero carattere dell'islamismo, mi domandavo quali fossero i suoi destini probabili con una sollecitudine in cui entrava pure della simpatia. Sarebbe tradire un'ospitalità generosa e cordiale l'esporre qui tutto il mio pensiero su un argomento di cui oggi l'Europa si preoccupa a ragione? Non lo credo perchè se devo segnalare piaghe profonde posso pure additare qualità reali e porre meritati elogi accanto a severi rimproveri. È facile del resto spiegare la mia severità giacchè mi pongo al punto di vista cristiano per giudicare i principii e le istituzioni dell'Oriente. Ciò che devo dire della morale e della religione degli ottomani non potrà dunque essere che l'espressione di credenze e di dottrine diametralmente opposte alle loro.

Qual'è il principio che regge il governo turco? Quali germi di vitalità rinchiude in sè? Quali elementi offre per una riforma? Che genere di relazione può esistere fra esso e l'Europa cristiana? Sono questioni molto gravi, ma che è impossibile di non porsi dopo parecchi anni di soggiorno in mezzo alle popolazioni mussulmane. Non temete che io inizii qui un lungo dibattito; mi limito ad esporre qualche veduta, a raccogliere qualche osservazione.

L'impero ottomano è uno stato teocratico, ha per legislatore il suo profeta, per codice il suo libro sacro, per giuristi i suoi sacerdoti. Quando ci si pone fra i barbari, di fronte a popoli incapaci di dirigersi da soli, non preoccupandosi che di dare al patto fra governanti e governati la maggior solennità possibile, nessun principio di governo, nè quello del diritto divino, nè quello dell'elezione popolare può rivaleggiare col principio teocratico. Quale fonte più diretta, quale origine più nobile che la rivelazione, le profezie, i miracoli? Una volta ammesso il punto di partenza, rapporti immutabili si stabiliscono fra il principe ed i sudditi. I problemi di diritto e di legislazione non dipendono più dall'umano raziocinio; risolti dal dogma, sfuggono come lui ad ogni discussione. Se l'immobilità è una prova di forza, lo stato teocratico può guardare con compassione alle perturbazioni degli altri governi. Il guajo di un tal regime è che alle epoche di barbarie nelle quali prospera, succedono epoche in cui si fa sentire il bisogno del progresso. Perfino le popolazioni allevate sotto la protezione del sistema teocratico giungono a riconoscerne gl'inconvenienti. Esse sentono che è condannato, che non risponde più allo spirito dei tempi nuovi, esse sono allora poste fra due vie, o rassegnarsi al mantenimento di quel sistema colla certezza di dare al mondo lo spettacolo di una penosa agonia, oppure lanciarsi nei rischi di una crisi che può essere funesta se già troppo pronunciata fosse la decadenza prodotta dalla lunga durata delle istituzioni teocratiche.

È giunto l'impero ottomano all'epoca critica in cui si pone una tale alternativa? Prima di rispondere esaminiamo bene quale sia il carattere particolare della teocrazia mussulmana.

Molti anni mi separano dall'epoca in cui lessi per la prima volta il Corano. Non fui colpita allora che dal lato bizzarro di quel libro ed a stento capivo come dottrine, apparentemente più adatte a sorprendere che a convincere, avessero potuto sedurre tante anime ed imporsi a tante intelligenze. La mia sorpresa è cessata. Ho veduto l'Oriente e, una volta eccettuato il cristianesimo, credo la religione di Maometto superiore a tutte quelle che reggevano prima di lui o che reggono ancor oggi i popoli dell'Asia. I drusi hanno i loro riti misteriosi, i fellah di Siria il loro strano naturalismo, i Metuali del Libano e dell'Antilibano adorano il fuoco; gli Jezibi, tribù curda secondo alcuni, araba secondo altri, fanno oggetto del loro culto lo spirito delle tenebre. Questi, ai numerosi avversarii della loro religione, spiegano con una certa ingegnosità: «Perchè dovremmo inchinarci all'autore d'ogni bene? Non abbiamo nulla da temerne e non sarà mai nostro nemico. Quanto allo spirito del male, non lo amiamo e saremmo felicissimi che scomparisse; ma, poichè esiste e manifesta tutta la sua potenza, siamo bene obbligati a cercare di ottenerne le grazie e la prudenza ci ordina di adorarlo.»