La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 1

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EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI

GIUSEPPE PITRÈ

OPERE COMPLETE DI GIUSEPPE PITRÈ

XXVIII

SCRITTI VARI EDITI ED INEDITI

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GIUSEPPE PITRÈ

LA VITA IN PALERMO

CENTO E PIÙ ANNI FA

VOLUME SECONDO

_G. BARBÈRA EDITORE_ _FIRENZE_

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_Proprietà letteraria riservata_

9-1950 -- Tipogr. G. Ramella e C. -- Firenze -- Via il Prato, 57-59 r.

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INDICE

I. Feste sacre e profane, civili e religiose. II. Spettacoli e Passatempi. III. I Teatri e le Artiste; i partigiani di esse. Lotte tra il S.a Cecilia ed il S.a Lucia. IV. Il «Casotto delle Vastasate», ossia il teatro popolare. V. I Musici e la loro Unione. Musicate, Oratorii, Cantate, Dialoghi. VI. La Bolla della Crociata. VII. Quaresimali e Quaresimalisti. Esercizi spirituali. VIII. Frati, Monaci e Conventi. IX. La professione di una monaca. X. Le Monache e la loro vita nei Monasteri. XI. Di preminenze in giurisdizioni. XII. Impeti e ragazzate. XIII. Indelicatezze, fallimenti, malversazioni. XIV. Asilo sacro, o Immunità ecclesiastica. XV. Oziosi, vagabondi, accattoni, «cassariote». Carestia. XVI. Liti, Avvocati, foro. XVII. Carceri e carcerati. XVIII. Il boia e le esecuzioni di giustizia. Grazia di vita. Dolorosa statistica di giustiziati. XIX. I giornali e la pubblicità. XX. Il Conte Cagliostro. XXI. L'Ab. Vella e la sua famosa impostura. XXII. I Medici e la loro vita. Nobili esempi di carità. L'Accademia dei medici e la prima Condotta medica. XXIII. Accademie e accademici. Genus irritabile... XXIV. Patriottismo degli studiosi. L'Ab. Cannella. Dispute filosofiche e teologiche. Storici, letterati, poeti. XXV. L'Accademia (Università) degli studi e gli studenti. XXVI. Scuole inferiori pubbliche e private, maschili e femminili. Castighi, monellerie, usanze vecchie e pratiche nuove. Conclusione. Ragguaglio tra i pesi e le monete del secolo XVIII e i pesi e le monete d'oggi.

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CAP. I.

FESTE SACRE E PROFANE, CIVILI E RELIGIOSE.

Gli spettacoli si alternavano con le feste, e le une e gli altri si succedevano con inalterata puntualità. Titolati, civili, popolani vi prendevano parte e se le godevano in ragione del loro grado, della loro inclinazione e dell'uso tradizionale.

La rassegna di quegli spettacoli e di quelle feste sarebbe essa sola materia d'un libro: tanti e così multiformi sono i gruppi nei quali, per funzioni civili e cerimonie religiose, per passatempi ordinarî e scene occasionali, per divertimenti continui e giuochi periodici, essa potrebbe scompartirsi e classificarsi.

Nei brevi cenni che la economia del lavoro ci consente, in questo e nel seguente capitolo il lettore potrà conoscere le principali feste delle varie specie.

Procediamo con ordine.

La impresa di Carlo V, che tolse al dominio turco le isole di Malta e del Gozzo e Tripoli, segna un fatto importante nella storia di Sicilia. Per compensare i Cavalieri di S. Giovanni della perdita dell'isola di Rodi, passata, dopo lunghissimo possesso, a Solimano imperatore, Carlo concedette loro Malta e Gozzo (1530). Per ciò dovevano i Cavalieri attestare la loro gratitudine e rinnovar la conferma della loro soggezione al Monarca di Sicilia con un formale tributo al suo rappresentante in Palermo.

Eseguita con un cerimoniale tutto proprio, questa funzione dal 1º novembre venne portata al 1º gennaio e verso la fine del secolo, per omaggio a Ferdinando, al 12, compleanno di lui.

In che consistesse il tributo, è presto detto: nella presentazione di un falcone per mano del Gran Maestro della Religione di Malta. Egli, partendo da quell'isola, veniva ossequiosamente a compiere nella Cappella del R. Palazzo l'atto, non pur di devozione, ma anche di vassallaggio. E poichè in Palermo era il Balio e Ricevitore di Malta, così sovente la funzione veniva da esso compiuta in forma di ambasceria: e per lungo tempo Gioacchino Requesenz dei Principi di Pantelleria rappresentò l'Ordine in faccia al Caramanico Vicerè ed al Lopez Presidente del Regno.

La straordinaria solennità della ricorrenza era fatta più clamorosa dall'assordante sparo dei cannoni del forte di Castellammare; ma nel 1779 questo era già, per economia, abolito: ed il Ministro di Napoli per la Sicilia, autore della riforma, l'aveva così motivata: «Dovranno parlar meglio siffatte lingue di fuoco nelle occasioni di far portare rispetto e far temere la maestà del Principe»[1]: ragione più cortigiana che coraggiosa: e certo antipatriottica, come quella che volea far temere il Re a furia di cannonate!

[1] _Villabianca_, _Diario palermitano_, in _Biblioteca Storica e Letteraria di Sicilia_, di _G. Di Marzo_, v. XXVI, p. 294.

In tal modo si apriva il ciclo delle feste sacre e profane dell'anno.

Tra le ridde della _tubiana_ e le ebbrezze dei ridotti, tra lo scompiglio dei carri e le misurate movenze del _Mastro di campo_, correva sbrigliato, frenetico, il Carnevale. Un paio di tamburini, qualche piffero, uno, due uomini che battevan le castagnette, raccoglievano intorno a loro una folla disordinata di maschere popolari: re, regine, caprai, pulcinelli, orsi, mastini, inglesi ubbriachi, dottori e baroni imparruccati, turchi neri come pece, vecchie armate di fusi e di conocchie. Al ripicchiar degli strumenti i sonatori eccitavano a balli paesani, a salti mortali, a corse sfrenate ed a smorfie e sdilinquimenti. Con un arnese formato da una serie di regoli a X mobili di legno una maschera faceva giungere fino ai secondi piani lumie e fiori ad amiche ed a parenti: era lu _scalittaru_. Un'altra offriva in un elegante cartoccio confetti e in una nastrata boccettina sorsate di liquore delizioso: era un azzimato spagnuolo. Altra maschera si affaticava a guadagnare i gradini d'una scaletta a piuoli, sostenuta da due compagni: e dopo mille contorcimenti e dinoccolature stramazzava goffamente per terra: era il _pappiribella_. Quest'accolta di maschere, guidata dalla infernale orchestra, era appunto la _tubiana_; la quale per _lazzari, mammelucie, papere, ammucca-baddottuli_, e d'ogni strana maniera travestimenti accrescevasi all'infinito.

Tutto un dramma comico svolgevasi alla Fieravecchia e in altre piazze: il _Castello_, parodia del Conte di Modica _Bernardo Cabrera_, che diede la scalata allo Steri (oggi Palazzo Tribunali in piazza Marina) per impadronirsi (gennaio 1412), vecchio libidinoso, della giovane e bella Regina Bianca di Navarra, vedova di Ferdinando: era il _Mastro di campo_[2].

[2] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 26-27.

Mentre siffatti spettacoli animavano i quartieri dell'Albergaria e della Loggia, di Siracaldi e della Kalsa, sontuosi carri salivano e scendevano pel Cassaro e per la Strada Nuova, gremiti di altre maschere raffiguranti scene mitologiche, storiche od anche fantastiche. Il _Trionfo d'amore_, secondo Petrarca, meritò il plauso dell'unico giornale del tempo. Cosa non mai vista le _carrozzate_ del Principe di Pietraperzia e del Principe di Paternò, del Principe di Gangi Valguarnera e del Marchese Spaccaforno Statella, del Duca di Caccamo Amato e del Duca di Sperlinga Oneto. Precedute da strumentisti a piedi e da soldati a cavallo, lanciavano alle aristocratiche spettatrici sui terrazzini (_balconi_) scatolette ed alberelli, ed a larghe mani sulla folla plaudente confetti gessati[3]. Appena principiato il secolo XIX, nel Martedì grasso del 1802, anche Ferdinando volle prender parte ad una di cotali carrozzate spargendo confetti di eccellente fattura, mentre gli altri che lo accompagnavano ne lanciavano finti[4].

[3] _Novelle Miscellanee_, p. 19. -- _Villabianca_, _Diario_, in _Bibliot._, v. XXVI, pp. 8-12; _Diario_ ined., a. 1787, p. 58; a. 1793, p. 59; a. 1800, p. 399.

[4] _Creuzé de Lesser_, _Voyage en Italie et en Sicile_, p. 107. A Paris, MDCCCVI.

Altre maschere di altra levatura popolavano le case private con le eterne distinzioni di classi; chè, tra le nobili non erano ammesse le civili, e queste non avrebbero osato invitar quelle. Solo per eccezione il Principe di Paternò Moncada, che nella sua sconfinata grandezza aveva slanci fuori la propria cerchia, ammise alcune volte maschere del medio ceto nel suo palazzo; come la sua villa (quella che era intesa «Flora di Caltanissetta») non isdegnò di aprire, oltre che ad esso, al ceto dei plebei: il che ci fa ricordare del Vicerè Colonna di Stigliano, che migliaia di maschere d'ogni classe accolse nel Regio Palazzo e tutte volle servite da camerieri e da credenzieri vestiti da pulcinelli[5].

[5] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 8, 12, 121-122.

Anche pel Carnevale il secolo si chiudeva in forma eccezionalmente sontuosa. Erano i Sovrani in Palermo, e la eccezionale sontuosità partiva appunto da loro.

La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan Giustiziere Principe di Fitalia invitava la più alta Nobiltà della Capitale ad una festa da ballo al R. Palazzo. Nell'invito si permetteva «qualunque sorte di maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la quale sarebbe stato «lecito portare dei fiacchi», o _giamberghe_, aggiungeva uno di coloro che ricevettero la partecipazione.

La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser popolata solo alle 4 dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà degli invitati di farsi strada pel piano del Palazzo.

Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi! Che varietà di figure, l'una più bella, più curiosa dell'altra! L'occhio si confonde nel seguirne le mosse e gli atteggiamenti solenni, irrequieti, civettuoli. Questa che fa da _pacchiana_ di Ischia è la Contessa di Belforte, Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca. Con che grazia regge ella il suo cestino di frutta... della Martorana![6] E con che profondo, dignitoso inchino ne presenta al Re!... E le son compagne altre _pacchiane_ di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe, Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la Principessa di Valdina, Papè; la Principessa di Sciara, Rosalia Notarbartolo. Altre, attempatelle, sono Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di Villabianca, ed Annetta Vanni, parente di lei.

[6] Dolci composti di pasta di mandorle, che prendono ancora nome dal monastero, dove particolarmente si manipolavano.

Ecco i quattro Elementi della Natura: l'_Aria_ è la Duchessa di Ciminna, Grifeo; l'_Acqua_, la Marchesa di S.a Croce, Celestre; la _Terra_, la Marchesa delle Favare, Ugo; il _Fuoco_, la Principessa di Castelforte, Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia _Eolo_, il cav. D. Antonio Chacon; _Nettuno_, il Marchese Salines Chacon; _Titano_, il marito della Celestre; _Vulcano_, il Principe di Cattolica, Giuseppe Bonanno; il _Ciclope_ Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri ancora. Con i quattro elementi della Natura sono anche le Quattro Stagioni dell'anno e tutte le deità dell'Olimpo pagano. Dove più fervon le danze piovono cartellini in onore quando di questa e quando di quella deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in onore di una vaghissima mascherina di _Cerere_, che non si riesce a indovinare, ed alla quale tengon dietro un Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano note d'amore:

Cerés vient de quitter ses riants campagnes, Elle arrive au milieu de ses belles compagnes; La déesse des fleurs, et celle des jardins, Elle vient prendre part à ces brillantes Festins. Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères, Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières: Tous chantent de concert, par un élans d'amour[7].

[7] _Villabianca_, Diario ined., a. 1800, pp. 94-100, 151-63.

A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre i teatri: e poche delle persone che il potessero vi mancavano. La varietà dei travestimenti non era da meno dello sfoggio degli abiti d'entrambi i sessi. I balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri mortali, che con la origine modesta ne tentassero le sublimità inaccessibili.

Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne contarono fino a una dozzina in una sola stagione. Molto prima del tramontare del secolo il costante buon successo di questi divertimenti persuase certo Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina, rimpetto la Casa Calderone (una volta Castelluzzo, ora Fatta), una grande baracca di tavole solo per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un teatro con ampia platea, con posto per due orchestre, ottantaquattro comodi palchi e logge in due ordini, parati con velluto cremisi, specchi e fiorami d'argento, a spese di ciascuno dei signori che s'erano impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici tra veglioni e giuochi cavallereschi, ed una specie di circo equestre, con campeggiamenti di dame accorsevi fin dentro la platea con quattro carri tirati da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani e turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di confessare che la veduta di tal ridotto fu sorprendente, a segno che in tutto il mondo non può darsi l'eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai dalla Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî ch'egli raccolse dagli stranieri residenti allora a Palermo.

L'intervento di persone non titolate, consentito dalle Autorità e dalla natura dello spettacolo, allontanava qualche anno la vera e genuina Nobiltà; ma i veglioni si mantennero nel costante favore del pubblico, recando non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che pur ne destinava gl'introiti alla Villa Giulia[8]. Il Santa Cecilia godè anche per questo speciale rinomanza, e non fu persona di riguardo che non ammirasse maschere e danze elette, non indegne della presenza di Vicerè e di grandi dignitarî. Ma così al Santa Cecilia come al Santa Caterina la sera del Martedì grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da scherno per l'accompagnamento tradizionale del canto e della recita degli artisti.

[8] _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 198-99; v. XVIII, p. 244; v. XXVI, p. 157; v. XXVII, pp. 243-44.

Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce o parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito ripreso, il giuoco del toro trionfava nel classico piano della Marina, suscitando indimenticabili emozioni in tutta la cittadinanza[9].

[9] _Diario_ ined., a. 1793, p. 59 e così negli anni 1795 e 1796.

Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l'impiccagione del _Nannu_ nella Piazza Vigliena: giustizia sommaria del Carnevale, personificato in un vecchio stecchito, che si menava al supplizio col corteo di popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle esecuzioni criminali con finto corrotto e con nenie, che volevan ritrarre le reputatrici o prefiche[10].

[10] Vedi in questo volume il cap. sulla _Giustizia_; e nel precedente il cap. XXIII.

Scenate funebri simili, ma con particolari più strani, si perpetravano prima, a mezza Quaresima, nella Piazza di Ballarò segandosi il fantoccio di una megera mostruosa, fetida. Era l'immagine della magra, uggiosa, insopportabile Quaresima, tiranna impositrice di sacrifizi corporali, motteggiata in satire, indovinelli, giuochi di parole, e seguita, vedi contrasto! da una fioritura di devozioni e di spettacoli religiosi vuoi pubblici, vuoi privati[11]. Imperciocchè nella Settimana santa inacerbivasi nelle penitenze, e battuti e disciplinanti si flagellavano dentro le rispettive congreghe; e per quarantott'ore continue si digiunava in pane ed acqua, ed assistevasi alla processione dell'Addolorata tutta di servitori in abito da penitenti, a quella dei cocchieri padronali in parrucche e gallonati, all'altra della Soledad tutta di militari della guarnigione: e giudei in antiche armature, terrore e ribrezzo degli astanti, fiancheggiavano la veneranda effigie del Cristo morto.

[11] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 98 e 107.

E poichè la secolare costumanza non consentiva, come non consente, il passaggio delle carrozze per la città, «le dame della più alta aristocrazia, mescolate alle _grisettes_ delle più umili classi, prendeansi lo spasso di correr le vie in grandi _manti_ neri», come de Borch le vide, in portantine o a piedi, girando per le chiese e per le strade e visitando i così detti _Sepolcri_.

La _Fiera dei crasti_ era sempre un lieto avvenimento pasquale, che dal piano di S. Erasmo con gran piacere del pubblico passava nel piano di S.a Oliva, lunghesso i muri del Firriato di Villafranca, ora compreso tra le due piazze Castelnuovo e Ruggiero Settimo,

Centinaia, migliaia i castrati che si sgozzavano per divozione gastronomica presso le urne d'acqua sotto la piramide commemorativa della Giostra (oggi imboccatura di via Paternostro, in via Villafranca). Bene avrebbe voluto qualche Senatore restituir queste fiere all'antico posto: e ne fece prova, anche alla Marina; ma nè la musica dei virtuosi, nè i giuochi d'antenna introdottivi ad allettamento dei cittadini, valsero a mantenervela[12].

[12] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 175, 285, 316; _Diario_ ined., a. 1797, pp. 109-110.

Altra Fiera, più composta e di genere diverso, nei primi di maggio allegrava la ricorrenza annuale di S.a Cristina, ex-patrona di Palermo.

Nel largo della Cattedrale, in forma d'anfiteatro, con il monumento di S.a Rosalia e, finchè non le tolse l'architetto Fuga, le fontane laterali nel mezzo, sorgevano durante alcuni giorni belle logge con botteghe di rinomati mercanti e con quella ricca lotteria di minuterie che prendeva nome di _Beneficiata di S.a Cristina_ e portava al Comune, per via di coloro che ne assumevano l'impresa, guadagni cospicui. Gradevolmente favorito ne rendevano il movimento le principali signore, come a proprio ritrovo recantivisi in tutto lo sfoggio delle vesti all'uso di Parigi. Da ciò quell'eccellente uomo che fu Jean Houel, visitatore con esse, trasse compiacimento a scrivere: «La città nella quale le donne godono della maggior libertà, nella quale esse son le meglio circondate da artisti, da amatori, da gente industriosa, dev'esser quella del tatto più fine, del gusto meglio esercitato, delle idee più sicure. Benchè naturalissima, l'arte di piacere ha come qualsiasi altra arte i suoi principî e le sue leggi»[13].

[13] _Houel_, _Voyage pittoresque des îles de Sicile, de Malte et de Lipari_, t. I, pp. 72-73. Paris, 1782.

Accanto alla grande beneficiata per la _haute_ era la piccola pel popolino; ove per attirar gente ad acquistar polizze abbandonavasi a mille smorfie il _pestaceci_, maschera coperta di sonaglini da capo a piedi.

Il Pretore vi esercitava autorità suprema di giustizia: e vi fece qualche volta prendere e mandare al carcere di sua giurisdizione ladruncoli e perturbatori dell'ordine pubblico, quantunque non riuscisse mai a scoprire gli autori d'un grosso furto nel 1793[14].

[14] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1786, p. 493; a. 1792, p. 295; a. 1793, p. 37.

Ora che cosa è rimasto di quella Fiera?

Nient'altro che il mercato degli animali ovini, bovini ed equini nel gran piano dei Porrazzi. S.a Rosalia andò a poco a poco soppiantando S.a Cristina e tutte le sante patrone della Città, confinandole con commemorazioni a sistema ridotto nella Cattedrale.

Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso l'immenso campo delle pratiche tradizionali dell'anno; e lo faremo rapidamente, guardando appena poche particolarità di costumi, al presente non del tutto scomparsi.

Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla mezzanotte alle prime ore del giorno della Ascensione era un vociare confuso di pastori, un rumoreggiare assordante di campanacci, un belare di pecore, un mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti dalle montagne si menavano (e l'uso è sempre vivo oggidì) alla marina pel lavacro che dovea renderli immuni da mali durante l'anno: e capre e vacche, condotte in giro per la città, andavano ornate di fettucce e di fazzoletti di seta e le corna fiorate; ed i vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i pifferai li accompagnavano lietamente.

La bizzarra costumanza[15] richiama quella della benedizione degli animali da tiro e da sella, carichi di nastri e di campanelli, nella chiesa di S. Antonio Abate.

[15] _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 288, 313, 324, 339, 342 e segg.

Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S. Giovanni Battista (24 giugno); tra ghiottonerie culinarie di pescatori quello di S. Pietro (29 giugno), chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla spiaggia ed in barchette per gli abitanti nel quartiere della Loggia. Tra burle ed innocenti furti di bambini e di oggetti di vestiari o di ornamento, che si andavano a mettere in pegno e che poi gli interessati disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro in Vincoli: onde il motto che raccomandava di evitare liti il 1º di agosto.

'Ntra festi e Ferragustu Nun cci jiri si si' 'n disgustu

In baccanali simili a quelli dell'antica Calata di Baida nello scomparso medio evo, trascorrevano le quaranta ore nella grotta di S.a Rosalia (4 sett.), pretesto a chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in portantina e vi veniva solennemente ricevuto dalla Collegiata dei canonici istituita dal Marchese Regalmici, che anche a S.a Rosalia volse le sue cure.

Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà, nella più sontuosa _mise en scène_, a Monreale per la vigilia della nascita di Maria: consuetudine la quale (facile cosa è il supporlo conoscendosi l'indole del nostro popolo) riusciva sommamente chiassosa per l'accorrervi della città tutta; come per la immediata ricorrenza della Esaltazione della Croce, della quale diremo alla fine del presente capitolo.

Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati che fu Ferdinando III, l'8 settembre del 1801 ebbe gran piacere di recarsi anche lui nella storica cittadina. Discesone, volle da una villa, forse quella di S.a Croce, già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il passaggio del pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse dei barberi»[16]. Chi più contento di lui allora, dopo la recente nascita del futuro erede del trono, il figlio di Francesco I?[17].

[16] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 321-22; v. XIX, p. 35. -- _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 111. -- _Rezzonico_, op. cit., v. II, p. 106 e segg. -- _Raccolta di Notizie_, 9 Sett. 1801.

[17] Nel 1835 la commemorazione era già ridotta ad una semplice scarrozzata lungo la via che conduce alla Rocca. Oggi nessuno ricorda più nè l'antichissima gita -- s'intende dell'8 settembre -- a Monreale, nè la passeggiata alla Rocca.

Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità, soleva ogni anno, pel giorno sacro a S. Bartolomeo, apostolo, tenere una processione per compiere un atto di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due, quei confrati portavano ceste piene di camicie e di filacicche all'Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti, toglievano a ciascun infermo la propria camicia, gli indossavano la nuova e gli donavano delle filacicche per le piaghe.

Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri ammalati di chirurgia pativano di mezzi di medicatura[18]: e dovette essere tanto celebre da far nascere altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto dimenticato come questo della processione. Le ragazze del popolo promesse spose, nel medesimo giorno di S. Bartolomeo, regalavano ai loro dami una piccolissima camicia ed una manata di filacicche. «Oh che volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che dall'amore all'ospedale non è molta la distanza?»[19] O non piuttosto, chiediamo noi, che si dovesse pensare operosamente agli infelici?