La vita comincia domani: romanzo
Part 21
E poi dirvi ancor questo: «Mi sono arrogato il mio naturale arbitrio di ribelle che a nessuno ubbidisce. Ho ucciso, perchè fui certo anzi tutto che questo privilegio fosse degno di me. Ho ucciso, perchè il saper dare quella morte fu l'atto di coraggio più spaventoso ch'io potessi compiere; ed il coraggio mi piace, perch'esso è veramente un istinto della natura, la quale è tutta coraggiosa, da' suoi oceani alle sue tempeste.
Ed ho inoltre ucciso perchè, in un minuto secondo, ho sentito di amare più una donna che la ragione totale di me stesso, più una donna che l'infinito errore umano, più una donna che il mondo...
O giudici sereni, io sono medico e gli uomini ho curati con amore; molti medici dopo di me insegneranno a vivere fisicamente felici; un profeta è in cammino verso il domani, dal quale sarà cantato il dio che muore con l'uomo, dal quale sarà benedetta la magnifica Inutilità della vita...
Questo dio, nel quale io credo, assolve, o giudici, il mio delitto»
Sì, certo: così avrebbe parlato Andrea Ferento, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari.
Ma chi lo chiamava per iscolparsi era l'ubbriaco volgo messo in tumulto da un pugno d'aizzatori, era, una volta di più nell'immutabile storia, la ciurma contro il capitano.
A costoro, a tutti costoro, poco importava di vendicare un morto. Ma che davanti all'opaca uniformità dei loro istinti plebei un uomo inflessibile osasse divenire il più solo ed il più alto ribelle; questo non si voleva. Che davanti all'immensa titanica marea di servitù baldanzosa, -- la quale, dopo aver decretati a suo piacimento quelli ch'essa ritiene i veri diritti dell'uomo, sotto le bandiere mendaci della fratellanza e dell'uguaglianza, con forsennata rabbia, si scaglia all'assalto del potere, -- un tale osasse affermar loro che non erano in verità nè liberi nè uguali, nè degni men che mai di esercitare sul mondo la loro disgregata e povera tirannìa: questo non si voleva.
Ebbene, egli si sentiva pieghevole ancora come a' suoi primi vent'anni! Una sete di vivere e di vincere lo stringeva soffocantemente alla gola.
Bastava solo provocarlo: e questa era la provocazione. Chi fossero i sobillatori, poco gl'importava conoscere, tanto li disprezzava. Erano avversari, e bisognava combattere.
Confessare a questi giudici: -- «Sì, ho ucciso,» -- voleva dire arrendersi.
Ma egli non s'arrenderebbe che morto.
Era un laido e piccolo episodio della sua guerra: nondimeno bisognava passar oltre. Nasceva novamente l'equivoco singolare che già era sorto all'inizio del suo cammino, quando coloro che avevan nel ribelle intravveduta la figura del tribuno, e supposto ch'egli si facesse l'alfiere delle lor piccole pretensioni, s'accorsero di scoprire in lui, nel medesimo tempo, il repressore, il despota, l'uomo che adoperava le folle anzichè portarne le bandiere, -- e l'accusarono di tradimento.
Per contro egli sapeva di aver ubbidito a sè stesso in un modo magnifico ed orrendo. Ma ora verrebbe una folla amorfa, che si radunava solo per poter tiranneggiare, che solo coesisteva in forza del suo selvaggio istinto micidiale, verrebbe una folla nemica d'ogni temerità solitaria, per contestargli quell'atto supremo d'indipendenza, del quale s'era creduto degno come d'un rosso mantello di porpora, come d'un privilegio terribile inerente alla sua sovranità.
Davanti a questa folla ostile, che cercava solo un pretesto per abbatterlo, sarebbe stato vano sostenere il diritto che a lui sovranamente apparteneva.
A tali giudici egli direbbe: -- «Non è vero: non ho ucciso.»
Poich'essi non potrebbero mai ammettere nè comprendere il suo delitto, bisognava negarlo; poichè, di fronte alla legge da essi dettata, Andrea Ferento non valeva più che l'ultimo ed il più briaco degli spazzaturai, bisognava ch'egli riuscisse a debellare questa legge assurda, nel solo modo che aveva in suo potere, cioè negando.
Era un tragico momento, nel quale non si poteva concedere il lusso di affermare la verità; non poteva tendere inanemente i polsi, e dire: -- «Incatenátemi!» -- poi camminare fra due sgherri in mezzo alla folla sibilante.
Forse ancor lontano per essi era il giorno del trionfo, e per lui della sua fine. Se costoro possedevan le lor plebi, e con parole capziose le infocavano per avventarle nella piazza, egli a sua volta ritroverebbe la sua schiera, minore forse di numero, ma temeraria e bene apparecchiata. Guerra per guerra, egli si sentiva capace tuttavia di mietere nelle lor stesse file, di farsi camminare dietro il popolo, solo perchè passava: maravigliosa virtù che posseggono i capitani. Si sentiva capace ancora d'affrontare il linciaggio e tramutarlo in ovazione, come al tempo de' suoi primi vent'anni, quand'egli amava, più che la potenza, il potere.
Non puranco venuto era il giorno che Andrea Ferento si riducesse a vivere nella tebaide, nè recisi aveva i legami tessuti fortemente in altre ore di battaglia, quando si accinse a dare quella scalata che poi gli parve inutile; non era del tutto un condottiero senza esercito, un capitano senza bandiere.
Si voleva la testa di Andrea Ferento?
Egli non darebbe la sua testa. Era necessario mentire? E mentirebbe. Era necessario far pesare il suo pugno di ferro su le amministrazioni arrendevoli? E questo si farebbe.
Se un bando era gridato contro la testa del ribelle, per infiggerla sopra un'asta e portarla in giro ad ammonimento dei servi riottosi, egli non darebbe la sua testa! Ma, per un'ultima volta, nella iraconda gioia del pericolo, griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!» La testa di Andrea Ferento valeva ben altra battaglia, e non la porterebbe in trionfo, per trastullo dei chierici e di liberti, la lancia di un Salvatore Donadei!
Tali furono le parole ch'egli si disse, con quella terribile volontà che in lui sopraffaceva ogni altro spirito e che poteva ugualmente renderlo capace così d'un eroismo come d'un delitto.
Udita la notizia volare di bocca in bocca per le strade in tumulto, egli era tornato a piedi verso la propria casa ed aveva salite le scale, pallido, ma senz'affrettarsi. Ella già lo attendeva da oltre mezz'ora; lo attendeva sdraiata con pigrizia sopra un lungo divano, immersa nella quiete azzurra del crepuscolo che addormentava la stanza. Da qualche settimana ella ormai passava i giorni, talvolta le notti, nascosta nella casa dell'amante; non era per nulla preparata, nulla sapeva del repentino dramma.
Egli entrò, accese il lume, si guardarono, si baciarono, poi Andrea le tese un giornale, dicendo: -- Leggi.
Il suo dito, nel segnare il titolo a grossi caratteri, nemmeno tremava. Ella, súbito, non comprese. Da prima credette forse ad una celia, poi si mise a leggere affannosamente, sbarrando vieppiù gli occhi, senza trovare in sè la voce per emettere un grido, finchè rimase soggiogata da un enorme terrore.
Egli non disse parola; solamente la guardò a lungo, la guardò intensamente, quasi per scendere nel suo più recondito pensiero. Ella taceva; l'ostinazione di quel silenzio era per lui come un'oscura nube che tutta l'avvolgesse. Ebbe d'un tratto la sensazione d'una distanza enorme che s'andasse interponendo fra loro; anzi gli parve di misurare per la prima volta il valore dell'accusa lanciata contro il suo nome.
Si ricordò in quell'attimo, con una lucidità singolare, di averla veduta in ginocchio presso il letto del morto, e sopra tutto ricordava il suo piede scalzo, con il tallone roseo, le dita flesse, nella pianella dall'orlo d'ermellino...
La medesima paura di quel momento l'assalse, il medesimo bisogno di trascinar lei pure nel delitto consumato, e farla consapevole in tal guisa, che mai più non potesse disciogliersi da una tale complicità.
Si risovvenne di lei, seminuda, nella notte che vegliarono fino all'alba, e s'accorse che, infatti, un non so che di mortale, da quella notte in poi, si emanava dal suo corpo insieme con il profumo tormentoso della sua nudità, nè poteva ormai baciarla senza sentire, frammisto nei baci della sua bocca, un sapore nefasto ed ubbriacante, che gli percorreva le vene, dandogli un senso inscindibile di paradiso e d'agonìa.
La guardava senza dir parola; ne' suoi grandi occhi fermi si condensava una specie di vacuo terrore, d'immobile ombra, che alterava i suoi lineamenti e rendeva più fredda, più sigillata, l'espressione del suo volto. Egli non poteva comprendere se quel terrore fosse pietà di lui, o fosse il dubbio invincibile della sua colpevolezza. Voleva domandarlo, e non osava; un'ansietà grande nasceva tra i loro cuori distanti, sebbene in tutto ciò, infuori, al di sopra d'ogni cosa, l'uno e l'altra non vedessero, non temessero in fondo che il pericolo nuovo sovrastante al loro amore.
Egli temeva di perderla, ella di perdere lui; il resto era quasi una storia d'altre persone, un cupo avvenimento che tuttavia non li feriva nel cuore.
Anch'ella, inconsapevolmente, amava nell'uomo il suo delitto. I suoi vigili sensi d'amante avvertivano la straordinaria potenza ch'era imprigionata nel fascio de' suoi nervi, e quasi godeva nel sentirsi amata d'un amore siffatto, che, non solo rendeva possibile quest'accusa lanciatagli a viso aperto, ma gli dava pure la forza di sopportarla tranquillamente, come se infatti anche d'uccidere fosse per lei capace. Tutta la sua femminilità si genufletteva davanti a questa magnificenza. Mentr'egli supponeva ch'ella stesse agitando in sè un dubbio, forse un vero sospetto, ella non faceva che abbandonarsi femminilmente a non so quale vertigine fatta d'orgoglio e di stupefazione, ov'eran commiste la paura e la gioia di sentirsi con lui ravvolta nel pericolo.
Per un poco lottò co' suoi pensieri, ma infine il suo cuore d'amante la vinse. Fu come un'ondata soverchia d'amore che le salisse fino alla gola, e non potè non sorridere, anzi gli sorrise, gli aperse le braccia, lo guardò con gli occhi lucenti, mormorandogli una parola d'amore.
Che potevano altro dirsi? Che bisogno avevano ancora d'interrogarsi a vicenda? Non era questa una parola di perdono, d'oblìo, di promessa? Non era, su la bocca lieve dell'amante, una parola di complicità?
Ed a lui parve necessario inginocchiarsi, per baciare le sue mani profumate. Le sue mani eran colpevoli di tutta la gioia che gli avevan prodigata, e così la bocca, la gola, il seno, il grembo, la dolce capigliatura di lei, che non soltanto gli apparivano come le forme belle d'una creatura viva, non soltanto erano quel poco di polvere animata che poi si disgrega e si disperde, ma per lui divenivan l'accesso all'eterna felicità della vita, la sintesi nella quale possedere l'infinita bellezza del mondo.
Questo egli pensava con chiaroveggenza, questo ella confusamente sentiva. Il morto, l'accusa, le conseguenze, il domani, tutto era in quel momento così lontano da loro... A dispetto d'ogni legge convenuta, eran due giovinezze feconde, gioconde, che liberamente si amavano; erano l'amore giovine che nasce dall'amore spento, e vuole per sè la vita, la gioia crudele della vita, che sgorga nel domani con impeto, come il fiume felice nel vivo mare...
Allora si ricordò, fino alle radici dei capelli, della sensazione che gli dava il suo corpo nudo, e particolarmente si rammentò le fisionomie che il suo volto assumeva nella sofferenza del piacere.
Ella, che si sentiva così amata, ne aveva nella gola gonfia qualche tremito di gioia, e si lasciò sopraffare dalla sua forza, inertemente, supinamente, senza chiedersi perchè, in quell'ora tragica, egli la volesse, nè perchè l'uomo che un paese intero aggrediva dimenticasse tanta battaglia per colmare d'una voluttà insensata la paura intima che li stringeva nell'ombra del medesimo delitto.
Ma ella pure sentiva un uguale bisogno de' suoi baci aspri ed il bisogno d'incriminar quell'ora, fra tutte più pavida, con una memoria di orrendo pericolo e d'inebbriata voluttà.
. . . . . . .
Poi la fece sedere su le sue ginocchia, ed incominciò a raccontare.
Ella era un poco ansante ancora, con la fronte leggermente sudata, le labbra umide, una specie d'innamorato abbandono, quasi di addormentata lascivia nelle sue calde spalle. Ora lo ascoltava senza rispondere, con la faccia china, il collo ingombro di capelli, che scintillavano, attenta e quasi distratta.
Egli aveva sempre ragione; qualsiasi cosa dicesse, aveva sempre ragione. Non ammetteva ella nemmeno di poter esaminare le sue parole, tanto le piaceva di somigliare a lui, di pensare come lui, d'essere fisicamente in suo possesso anche quando parlava. Non era necessario affatto ch'egli spendesse tante parole per dimostrare le ragioni di quest'accusa... Ella sapeva bene di amare un uomo temuto e sapeva che i vili odiano a questo modo; non era necessario ch'egli le spiegasse come si sarebbe difeso; era certa che si sarebbe difeso con facilità, certa che avrebbe vinto.
Ma il vederla così lontana del sospetto, lo empiva insieme di dolcezza e di spavento. Avrebbe preferito avere davanti a sè una donna risoluta, che l'afferrasse per i polsi e gli dicesse, guardandolo dirittamente negli occhi: -- «No, tu hai ucciso! Tu, con la tua stessa mano, hai veramente ucciso!»
Invece gli pareva di vederla ignara, lontana dal sospetto, aliena dal macchiare di una simile complicità la sua perfetta innocenza; e mentre s'accorgeva che per sempre avrebbe dovuto portare in sè l'orribile silenzio di quella morte, pensava che l'amore d'una donna è cosa troppo lieve per dividere una così grande colpa.
Egli anzi temeva che l'ombra del delitto giungesse a pervadere ogni altro senso nel timido cuor femminile; e mentre un desiderio invincibile di confessione gli saliva dall'anima sino al fiore dei labbri, egli, con una strana duplicità, si perdeva ne' più sottili ragionamenti per distruggere in lei fin le radici del sospetto.
Così passarono la notte, vicini, avvinti. Mentre la città urlava il suo nome per ogni quadrivio, e sin nella più tarda sera dappertutto infierivano lo stupore ed il tumulto, essi erano insieme, sotto il medesimo tetto, insieme avvolti nel dramma sovrastante, chiusi nell'ignoto e nell'ombra che si levavan dal sepolcro di laggiù.
V
La mattina dopo, di buonissima ora egli fu desto. Come al solito s'immerse nel bagno che lo ringagliardiva, scrisse alcune lettere che fece portare a mano dal suo domestico, telefonò a parecchie persone che gli urgeva di veder nella giornata.
Ella uscì da quella notte affannosa, dal breve sonno incominciato verso l'alba, con l'anima piena di sperdimento e pervasa da una così grande stanchezza, che sentiva il sangue fermo dolerle nelle vene. Ma col mattino le tornava l'intuito preciso della rovina. Guardò, e vide con occhi limpidi ciò che non aveva sin allora veduto, se non traverso la nebbia della sua concitazione.
Non erano ancor le nove del mattino, quando cominciò ad aggrupparsi folla davanti alla casa del Ferento. Giungevano a comitive, per strade opposte, gridando, crescendo, sicchè in breve la strada ne fu assiepata, la piazza ne brulicò.
Il portinaio, dopo aver chiuso il portone, venne sopra concitato a supplicare che il Ferento gli concedesse di telefonare in Questura. Ma questi rispose con asprezza che non se ne occupava, e lo lasciassero in pace. Fermo, dietro le cortine d'una finestra, si mise a guardare la folla.
Erano scherani del Donadei, mandati a provocarlo; plebaglia chiesaiuola, politicanti delle leghe cattoliche, socialisti e milizie della Camera del Lavoro. Non popolo insorto, ma un'accozzaglia sobillata e prezzolata, che veniva per vilipendere l'uomo contro il quale si voleva, non giustizia, ma vendetta.
Qua e là, forse con piccoli gruppi de' suoi partigiani, accadevano zuffe. Un bel sole mattutino dormiva su quella inane piccola gente.
Ella, mezzo discinta, stava presso di lui, serrata contro il suo braccio, e paurosa lo guardava.
Gli alti vetri luccicavano d'azzurrità; si udiva dalla strada salire un vociferìo crescente; si udiva quel rumore ondoso che la folla produce quando s'aggruppa in tumulto.
Andrea fece qualche passo indietro, serrando i pugni convulsi, reprimendo la sua fredda ira. Ella pure, d'un tratto, si staccò dalla finestra, chiudendosi con i palmi gli orecchi, perchè quegli urli troppo la ferivano, troppo la battevano, e le pareva d'essere assalita insieme con lui dal furore della piazza.
S'annidò nelle sue forti braccia e lacrimosamente lo baciava.
-- Andrea!... Andrea, che faremo?
Egli senza rispondere, appoggiò la bocca su la sua fronte; e sopra la fronte di lei, curvata, i suoi occhi splendevano di tanta luce, di tanto coraggio, ch'egli parve, nella sua bianca tranquillità, più forte che la moltitudine.
Ora, per tutte le strade, sopravvenivan turbe di popolo minaccioso; la piazza, tra il suo porticato quadrangolo, nereggiava di assembramenti; i gridi e le contumelie battevano contro i vetri come sassi lanciati con la fromba. Allora la sua bella fronte si cerchiò d'una rossa ira e gli parve indegno starsene dietro una finestra chiusa mentre gli avversari lo insultavano.
Che si voleva da lui? Vederlo?
Con impeto si sciolse dalle braccia dell'amante, s'avventò alla finestra, volle aprire.
-- No, no, Andrea! séntimi, ascóltami... -- gridò la donna, avvincendosi a lui. Forte gli teneva le mani, forte lo respingeva; poi s'interpose fra lui e la vetrata quasi per fargli schermo, ed aperse le braccia.
Grosse lacrime le cadevano dagli occhi, il suo gonfio petto ansava; egli rimase un istante a guardarla, muto, poi si ritrasse.
-- Perchè piangi? Hai forse paura per me?
Si mise a ridere d'un riso beffardo e cominciò a camminare per la stanza. Ella restava con le braccia aperte, la gola riversa, le spalle contro l'invetriata; il sole mattutino mandava lampi nello splendore de' suoi capelli spettinati; pareva in croce, davanti a quella finestra piena d'azzurrità.
-- Hai paura per me? -- diss'egli con più forza. -- Non io di loro!
Rovesciò indietro la fronte con quella mossa rapida che gli faceva ondeggiare la capigliatura e splendere il volto:
-- Cosa vuole da me questa masnada di chierici e di bruti? Vedermi?... Vengo!
-- Andrea!... -- ella gridò sbigottita, -- che vuoi fare?... Andrea!...
-- Nulla di strano: essere alla mia Clinica per le nove e mezzo, come faccio ogni giorno.
Con la sua poca forza ella s'avvinghiò a lui per trattenerlo, e balbettando lo supplicava: -- No, non andare...
-- Io?!... -- diss'egli con un riso. -- Allora forse non mi conosci bene.
-- Ma non vedi quanti sono, Andrea?... Non senti come urlano?...
-- Appunto perchè urlano, e son molti, appunto per questo è necessario andare.
Allora ella si mise a piangere, a piangere con disperazione; la qual cosa era la sola ch'egli davvero temesse.
-- No, non piangere... -- le diceva con dolcezza. -- Ascóltami, ascóltami, Novella. Comincia per me in questo momento una di quelle tragiche avventure nelle quali un uomo ha bisogno di tutte le sue forze per affrontare la vigliaccheria degli altri e decidere se debba rimanere un padrone od essere un vinto. Non mi disarmare, ti supplico, non aver paura; poichè devi essere tu, anzi, la mia compagna. Saranno giorni terribili, di guerra senza mercede, a colpi di coltello. Ma voglio vincere, capisci?... voglio vincere, perchè ti amo. E non essere tu la catena!
Dicendo quest'ultima frase, la respinse con un atto quasi violento, come se per un attimo l'avesse odiata.
Ella comprese ch'era necessario ubbidirgli, e solamente lo fissò con gli occhi pieni di terrore.
-- Ma... ti faranno male...
-- Che male! -- Andrea gridò. -- Al primo che osi toccarmi spiano la rivoltella su la faccia; se non retrocede, sparo. E dove un uomo ha il coraggio di ammazzare per primo, è la folla che ha paura di lui. Del resto la folla non mi odia. Chi mi odia è altrove. Ma s'accorgeranno bene che Andrea Ferento non è uomo da lasciarsi ammanettare!
Fece una pausa e guardò l'amante, la donna curva, disfatta, che l'ascoltava. Il suo sorriso beffardo si spense in un sorriso di tristezza, e piegando su lei con dolore il volto pallido, la baciò fra i capelli, come se quell'atto gli fosse necessario, prima di scendere nella strada e camminare a fronte alta contro la folla de' suoi bestemmiatori.
-- Atténdimi qui, -- le disse. -- Per nessuna ragione al mondo non uscir di casa. Dietro me s'allontaneranno. Sii tranquilla: dalla Clinica ti telefonerò.
Prese da un cassetto la rivoltella, già carica, si chiuse la giacca, rovesciò indietro la fronte con quell'atto leonino che gli scuoteva tutta la capigliatura, baciò in silenzio le mani dell'amante, e uscì.
Ella non ebbe che la forza di chiamare fievolmente:
-- Andrea... -- ma quand'era già lontano. Poi si precipitò alla finestra.
Egli scendeva le scale con un passo misurato, allacciandosi i guanti. Sui pianerottoli v'eran persone ferme, ch'egli non guardò; a pianterreno, sotto il porticato, un gruppo di gente che si ritrasse bisbigliando.
Il portinaio aveva sprangato il portone; stava dietro l'usciuolo con la chiave in mano.
-- Aprite, -- gli disse il Ferento.
-- Non è possibile...
-- Aprite, vi dico...
-- Professore, non faccia questa pazzia!...
Allora gli tolse la chiave di mano, aprì egli stesso, chinò il capo sotto il portello, e, quando fu sul marciapiede, si volse tranquillamente, lanciò dentro la chiave, dicendo al portinaio che s'affacciava:
-- Chiudete in fretta.
L'impassibilità del suo volto era così grande, che i più vicini credettero d'ingannarsi nel riconoscere Andrea Ferento in quell'uomo che usciva.
Egli non guardò nessuno; la strada formicolava di gente ferma, ed alcuni tuttavia, per la meraviglia, si scostarono.
Alto, solo, con le mani entro le tasche della giacchetta, l'occhio vigile davanti a sè, il passo veloce ma tranquillo, quasi che tutto ciò non lo interessasse affatto, Andrea Ferento si diresse verso la piazza, come un uomo che debba tuttavia fendere per mezzo ad una strada ingombra.
In verità non pensava che una cosa:
«Novella s'è affacciata e mi guarda.»
Il pensiero di quegli occhi amati che dall'alto vigilavano la sua persona lo ringagliardì come una spronata nei fianchi d'un animale generoso, e gli piacque di sentir vibrare intorno a sè la potenza elettrica della folla, gli piacque avventarsi nel pericolo immediato con una spavalderia che lo inorgogliva.
Quel senso eroico della vita che dorme nel cuore di tutti gli uomini audaci si ridestava in lui d'improvviso e cantava nel suo spirito come una fanfara; gli pareva d'essere un soldato sopra il terreno di combattimento, e, più che un soldato, l'alfiere della sua parte, il portabandiera di sè stesso.
La bandiera lo copriva come un manto, lo rendeva intangibile. Il sangue gli batteva nei polsi con quella velocità medesima, con quel tremito stesso, che propaga nell'aria il rullo dei tamburi, e gli pareva libera quant'altra mai quella strada preclusa da una barriera umana.
Involontariamente sentiva di raggiare da sè la magnificenza del tribuno; l'atmosfera delle folle ammutinate, che impaurisce anche i più forti, era ciò che gli permetteva di respirare con più vasta libertà. Nel sentire quell'onda umana che gli rinserrava intorno, egli aveva l'impressione gioiosa di sentirsi portare in alto, spingere avanti, e rimaner solo in capo della moltitudine, come l'insorto che guida la sua fazione, alfiere d'ideali e capitano di popolo, quando gli assalitori delle regge, nei mattini di rivolta, per avventarsi al potere, sollevano le città.
Cominciava la sua battaglia: era pronto, magnificamente pronto.
Lo vedrebbero andare a fronte alta contro l'accusa, muto in mezzo alle contumelie, come se il clamore di una intera città non bastasse a distoglierlo dalla sua via consueta nè ad impedirgli di compiere ancora una volta l'opera sua giornaliera, della quale voleva mostrarsi più degno e più innamorato che mai.