La vita comincia domani: romanzo

Part 18

Chapter 183,712 wordsPublic domain

-- Fuori! fuori! si chiude! -- gridava a squarciagola il bidello, tentando di persuaderli con le buone a scendere in istrada. Ma lo tiravan per la giubba e gli davan lo sgambetto, chiamandolo il «Grand'Eunuco», per esser egli senza pelo, alto e panciuto.

Dalla scala del Consiglio, stretta d'assedio, scese un piccolo vecchio dalla bianca barba quadrata, il professore di fisiologìa, che gli studenti amavano. Fu accolto da un'ovazione: -- «Viva il professore Sammarco! Ci ascolti, professore...»

Tutti gli si facevano intorno, volevano tutti parlare.

Egli alzò davanti a loro il palmo rugoso, come faceva dalla sua cattedra per imporre silenzio.

-- Sentite, figliuoli... Se non vi sciogliete súbito, il Rettore annunzia che farà chiudere l'Università fino a tempo indeterminato. E riflettete che siam presso agli esami. Ragazzi, mandate una commissione: le vostre domande saranno discusse.

-- È un pezzo che inoltriamo domande! Ci si beffa di noi! Revoca e sessione! Viva il professor Sammarco!

-- Figliuoli, ascoltate...

Ma la sua voce debole si perdeva nel frastuono, mentre la notizia della minacciata chiusura si diffondeva per la corte sollevando urli; un gesticolar di braccia furibonde si agitava contro le finestre del Consiglio Accademico.

Il Commissario camminava nervosamente davanti all'Università, senza badare ai dileggi velati che gli mandava la studentesca; una ressa di popolo curioso ingombrava la strada, e su l'alto della scalinata il bidello gesticolante cercava di persuadere quelli ch'eran seduti sui gradini a levarsi e discendere nella strada.

Ma in fondo alla corte cominciavano a scoppiare grida sediziose: -- Barricate la porta! Non vogliamo poliziotti. Contro la forza useremo la forza! Uh!... uh!...

L'orologio della torre sonò le undici, con lenti colpi metallici che furono ascoltati; poi tutti si ammassarono sotto le finestre del Consiglio, quasi avessero in animo di darvi la scalata.

Appunto alle undici doveva il Ferento impartire la sua lezione agli studenti del quinto anno, ed ecco sopraggiungeva, camminando frettoloso, allorchè di lontano vide quell'assembramento davanti all'entrata dell'Università.

Quasi correndo percorse l'ultimo tratto, udì le grida, si cacciò nella folla ed apparve in basso della gradinata.

Il Commissario, che per primo lo riconobbe, gli si avvicinò parlandogli concitato:

-- Questa indecenza dura da oltre un'ora! Hanno messo un'aula a soqquadro ed asserragliano i Professori. Esito ad intervenire per timore di guai serii, ma se fra dieci minuti non si sciolgono, chiamo rinforzi, entro e li sgombero.

-- Aspetti! -- egli disse rapidamente. E saliti d'un balzo i tre gradini esterni, si cacciò in mezzo ad un gruppo di studenti, che al vederlo ammutolirono.

Egli girò su tutti loro uno sguardo freddo, quasi malvagio, ma nulla disse: camminò avanti, a fronte alta, quasi fosse certo che la scalinata ingombra dovesse aprire un varco davanti a lui.

D'improvviso, tutti coloro che barricavan la gradinata standovi seduti e vociando, con un sol moto sorsero in piedi, si fendettero, ed egli salì fra loro velocemente, con gli occhi accesi d'una collera muta.

Su l'alto della scalinata si volse con veemenza:

-- E nessuno di voi -- gridò ai più vicini, -- ha osato imporre silenzio a questa gazzarra da comizio pubblico? Nessuno? E perchè venite qui a studiare l'uomo, se non avete compreso ancora che la più vile cosa per un uomo è ubbidire alla folla?

Il bidello ansante gli corse incontro, congiungendo le mani, quasi che in lui fosse l'estrema sua speranza. Egli non l'ascoltò nemmeno, ma vôlti gli occhi beffardi sovra il cerchio di studenti che gli si formava intorno:

-- Dove sono e chi sono, -- interrogò -- i promotori d'una così bella rivolta? Chi sono, domando? Non c'è fra voi uno solo che osi declinare il proprio nome?

-- Io, per esempio! -- esclamò con tracotanza un giovine di membra complesse, che, sebben lontano, cercava di estollere il suo massiccio cranio chiomato, perch'egli lo riconoscesse.

-- Ah, lei? Magentini, se non erro?

-- Appunto, Magentini del quinto anno, -- rispose il giovine facendosi largo. E incominciò, con un tono arrogante: -- Perchè, vede, professore...

-- Non si disturbi, la prego! Di lei mi ricordo bene, assai bene. Poichè, avendola interrogata qualche tempo fa su certi problemi di embriologìa, ella mi espose una teorìa siffatta, secondo la quale, come le osservai, il colmo per la donna evoluta sarebbe quello di mettere al mondo un neonato con la barba... Si accomodi pure!

Una risata clamorosa eruppe dagli ascoltatori, facendo giustizia del malcapitato, che si rimpicciolì nella ressa, mentre invece, nel fondo della corte, il gruppo de' più facinorosi non cessava dalle grida ostili.

-- Taceranno! -- egli affermò con la voce rauca d'ira. -- Taceranno! -- E si cacciò davanti, pallido, nel tumulto che infieriva.

Due ne prese per le spalle, quattro ne urtò: sotto i porticati la studentesca ondeggiava; un lungo solco di silenzio rimaneva dietro i suoi passi. Chiamati per nome, alcuni studenti lo spalleggiavano; e camminando a fronte alta, sicuro di non fermarsi, la sua pallida forza impetuosamente li dominò. Un certo silenzio intorno a lui si fece, un poco d'ordine fu ristabilito, e solo permaneva sotto le finestre del Consiglio il gruppo de' più accesi, che non volevano intender ragione. Quando costoro s'accorsero che la maggioranza dei compagni stava per arrendersi a consigli di moderatezza, con furore insorsero chiamandoli disertori e pecore, facendo quanto baccano potevano, perchè nessuna parola d'ordine fosse potuta udire.

-- «Uh! vi lasciate tirare per le orecchie! Pecore! pecore! uuh!...»

Poi si cominciò a gridare: -- «Abbasso il Ferento!» -- prima da qualche voce isolata, poi con gran clamore da tutto il gruppo ch'era lontano.

Egli si volse, come se l'avessero staffilato in pieno viso; balzò sul muricciuolo che riuniva i colonnati, così da estollersi alto e solo sopra l'assembramento, e simile a quello ch'era stato nei giorni di battaglia, quando, amato e odiato, il suo nome batteva come una bandiera, tese verso loro il braccio, e ridendo esclamò:

-- È inutile che mi gridiate abbasso, perchè la natura mi ha posto in alto!

E brillava, e la sua testa leonina era bella a vedersi come quella di un tribuno imperioso che dómini un parlamento. Brillava ed era solo, e raggiava da sè tanta forza, che i gridatori si tacquero, mentre da tutta la studentesca infiammata un altissimo grido si partiva, una sol voce, che obliosa d'ogni piccola discordia pareva inginocchiasse quei giovani davanti all'uomo più forte.

-- Spezzare qualche banco, assediare una scala, dipingere ad inchiostro una piacevole caricatura, farvi suonare i tre squilli e sciogliere dalla Polizia... sarebbe questo per caso lo spirito di ribellione che imparaste nei suburbi, dall'eloquenza degli arringatori plebei?

O glorioso tempo di rivolte, ove uno scaricatore di fogne diventa tribuno del Quartier Latino e Rettore Magnifico degli Atenei!...

Ma or che avete iniziata la rappresaglia con sufficiente rumore, spaccato abbastanza legno, assediate abbastanza scale, ornato a sufficienza di pupazzi la vostra Camera del Lavoro, delegate altresì una Commissione di studenti, che renda noto al Consiglio Universitario la natura ed i motivi delle vostre lamentele...»

-- Già fatto! già fatto! Inutile! Nessuno ci ascolta! -- s'interrompeva da varie parti.

-- ...a meno che non preferiate, -- egli proseguì, -- affidarmi la vostra causa, fin dove io l'accetti e fin dove mi sembri giusta, perch'io mi faccia interprete presso il Consiglio Accademico dei vostri desiderii, e, con esso d'accordo, vegga di ottenervi una soluzione soddisfacente.

-- Sì, sì! -- acclamarono i più vicini, poi gli altri, poi l'intera studentesca, prorompendo in applausi clamorosi, che soverchiarono il tumulto.

Il suo nome volò da ogni bocca: -- «Viva Andrea Ferento!» Lontano, alto, per l'aria libera, il suo nome cantò: -- «Viva Andrea Ferento!» E volando e cantando inebbriava il cuore dei giovani, perch'era un nome di ribelle anch'esso, e lo portava un uomo ch'era giovine ancora, che aveva sempre insegnato a vivere combattendo, a cercare i pericoli delle più dure battaglie, generoso alfiere d'una insegna di libertà.

-- Ora scioglietevi, -- egli disse, -- Io sono il vostro parlamentare: davanti al Consiglio Accademico sono garante per voi. Chè se invece questo Ateneo, dove, nella più alta misura delle proprie forze, ciascun professore dedica giornalmente a voi giovani la sua più bella e più serena fatica, fosse per divenire un luogo sedizioso, dove si carpiscon laure con scioperi di studentaglia e con fracasso di vetri spezzati, io per il primo non vorrei più rimetter piede in queste aule, dove con tutto amore, con tutta fede, credevo di educar familiarmente una libera e franca gioventù, la quale sapesse fermamente che non bisogna mai, mai, trovarsi dieci contr'uno per avere in dieci quel coraggio che uno solo non ha. Io stesso, che non volli patire il giogo di nessuna obbedienza, debbo anche dirvi che la vera libertà consiste nel non essere il gregario di nessuna sopraffazione!

Allora centinaia di braccia si protesero a lui, quasi cercassero di sollevarlo, mentre il suo nome squillava per l'aria, limpido e risvegliante come una diana.

In un minuto di silenzio egli guardò la folla dominata, e si sentì padrone senza contrasto di quei giovani cuori pieni di forza e d'impeto; padrone di quei muscoli docili e forti, ch'egli poteva ben ghermire nel suo pugno, e temprarli e fletterli come buone lame da combattimento; poich'egli portava duramente inciso nella sua maschera d'uomo quel segno di alta potestà che fa brillare nell'ombra delle moltitudini la faccia dei ribelli e dei dominatori. E per un attimo riassaporò la gioia che gli era una volta piaciuta, quella di moltiplicare la sua potenza tirannica nella potenza passiva di migliaia d'uomini, poichè dalla natura egli era sorto con un cervello d'autocrate e la sua strada era segnata in capo delle turbe, ove s'innalzano gli stendardi, ove camminano i Re.

TERZA PARTE

I

Senza mutamento ricominciò il suo vivere consueto. La Clinica, l'Università, i molteplici consulti, le pratiche di laboratorio, lo assorbivano da mattino a sera, ed anzi metteva nell'occuparsi una specie d'iracondia, quasi che un'oscura ma imperiosa inquietudine lo sospingesse a consumare con febbre tutte le ore della sua giornata.

Il mattino, al primo destarsi, lo stringeva un attimo di perplessità, e, per una pigrizia del tutto morale, avrebbe voluto continuare quel sonno, quel vuoto e opaco sonno che gli pareva quasi una immensa camera buia.

Ma, vinto con una tensione dei nervi quell'impreciso attimo di paura, ecco egli era novamente l'uomo limpido e ferreo, il qual cercava d'imprimere in ogni cosa che facesse un segno della propria volontà. Soltanto gli pareva ormai che tutto questo fosse divenuto una vecchia abitudine automatica e vana.

Curare gli uomini, insegnare ad uomini, comandare sopra uomini, cercare indefessamente una verità, stabilire un principio, sentirsi alto, potente, solo, -- tutto questo gli era piaciuto un giorno, gli era sembrato sommamente utile, sommamente necessario... Ma ora non ne vedeva più con precisione lo scopo; non era più così certo che questa fosse la sua strada, nè fosse in alcun modo una strada. Gli pareva che su l'immenso caos organizzato gravasse quasi una pausa oscillante, una lunga infinita vacuità, la qual pausa era stupore. Gli pareva di tornar da capo con tutto il suo cervello pensante alla ricerca delle ragioni d'ogni cosa. Questo piccolo fatto dell'aver ucciso, dell'aver ucciso egli stesso, con la sua propria mano, con la sua nitida volontà, gli scompigliava nel pensiero l'ordine immenso e la ragione intrinseca delle cose. Non era uomo da conoscere ciò che si chiama volgarmente il rimorso, poich'egli sapeva prima, e credeva di saper tuttora, che s'era impadronito, nell'uccidere, d'un suo virile diritto. Ma nel medesimo tempo sentiva che un fatto nuovo, un fatto di principio, era entrato con ciò nel suo mondo cerebrale, anzi dominava come un improvviso equivoco nella serrata logica del suo pensiero. Non rimorso era, e nemmeno era una pavidità oscura de' suoi sensi davanti all'ombra di colui che giaceva. Non dunque una stolta paura della sua coscienza, e meno ancora della vendetta umana, ch'egli sentiva di poter vincere quand'anche s'apparecchiasse; -- ma era invece un fatto quasi organico, un fenomeno della sua stessa materia, la quale _sapeva_ di aver data la morte. Questa parola «morte», che fino allora, pur vivendole in mezzo, pur combattendola giorno per giorno, eragli parsa lieve, ora, inattesamente, si vestiva d'un significato nuovo; non pauroso, non orrido, ma stupefacente: -- un significato che assaliva tutte le cose dell'universo, non potendo ad altro somigliare che ad una specie di divinità.

Aveva da poco finito il pranzo, il suo pranzo veloce, che Giovanni gli imbandiva e gli sparecchiava ubbidendo a' suoi cenni. Era stanco d'una giornata intensa; più che stanchezza, era un senso d'affaticante inerzia che gli pesava nelle vene, mentre per l'aria ferma cominciavano a fluttuare come invisibili sciarpe le calure della vicina estate.

-- Giovanni, -- diss'egli allora, -- pòrtami, ti prego, un giornale.

Sorse di tavola, entrò in una sala che non era illuminata se non dal riverbero della sera inazzurrata. Un lembo di cielo, con rosse nuvole, chiudeva come uno scenario il quadrato calmo della finestra, e si udiva salir dalla strada lo scalpiccìo della folla sui marciapiedi; si udivan ruote correre, battere ferri di cavalli, freni soffiando stridere, motori, con ánsiti e scoppi, lanciare per l'aria sonora un tremito ronzante, una burrasca di velocità.

Lentamente s'affacciò al davanzale, guardando in giù, verso lo sbocco della contrada e verso il quadrangolo della piazza colonnata, che allargava la sua chiara vastità intorno ad una piccola fontana.

Allora subitamente si rammentò con maraviglia d'una cosa futile... d'una sera, dell'anno antecedente, o forse d'un tempo ancor più lontano, quand'egli appunto se ne stava così, fermo, a contemplare dalla finestra la bella piazza illuminata, allorchè gli avvenne di riconoscere un uomo che per il mezzo la traversava; un uomo alto, magro, leggermente curvo, che veniva incontro alla sua casa, e camminando guardava se ci fosse ancor lume nelle sue finestre, lassú...

Gli parve che il senso della moltitudine, del frastuono, il senso attuale di quella piazza, consistesse appunto nell'uomo che certa sera la traversava, nè ora la traverserebbe mai più, nei giorni tumultuosi ch'eran per nascere su l'infinita vita... Rimase un momento con gli occhi attoniti a fissare il pennacchio della fontana, poi trovò che questo ricordo mancava d'ogni reale consistenza, si ritrasse, accese il lume, sedette davanti alla scrivania.

Prese un foglio di carta, e, intinta la penna, tracciò distrattamente un nome al sommo della pagina bianca: -- Novella...

E dal chiarore invisibile che mandava questo piccolo nome, un sorriso limpido come il sole tornò a brillare sul mondo. Una memoria di lei, della sua bocca, lo tormentò così forte che il suo desiderio ne pianse, così forte che gli sembrò di averla udita entrare, con un fruscìo dietro la seggiola della sua lieve sottana, e gli sembrò che si curvasse, per avanzargli sopra una spalla, d'un tratto, la bocca respirante, per fargli con le calme sue braccia un nodo senza forza intorno alla gola soffocata...

Si sentiva ridivenire con voluttà un illogico e docile uomo, libero da tutte quelle complicazioni cerebrali che lo spingevano indefessamente alla ricerca di «cause ulteriori»; s'accorse che pur una cosa v'era, la quale sapeva sottrarsi alla sua concezione transitoria, inutilistica del mondo: e questa era un'altra creatura come lui, fatta solo di carne lábile, di bellezza fugace, che sarebbe morta e sparita, che avrebbe dispersa in un pugno di polvere la sua ragione d'esser vissuta, ma che bastava tuttavia per soverchiare i limiti della conoscenza, per lanciare il sogno d'un uomo nella spaventosa eternità...

Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. L'amava; era pieno il mondo di questo amore esultante; le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore. Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed immensa che il credente riassume in Dio.

Amandola, questo ribelle, questo anarchico, sentiva di ubbidire; di ubbidire non a lei forse, nè al cieco dominio della sua propria passione, ma quasi ad una legge di natività, immemorabile come la vita, più necessaria e più semplice di tutte l'altre da lui contemplate, -- «una legge di dedizione e di generazione, ínsita in tutto ciò che vive, radicata nell'elemento stesso del mondo, la legge per cui tutto continua, la sola che tutto comprende, ciò che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»

Queste parole aveva scritte ne' suoi libri, ed ora le ripensava per confrontarle con l'anima sua presente. La penna gli era caduta su la pagina bianca; il tempo scorreva dolce nella sera ventilata. Le ripensava, guardando distrattamente verso l'alta scansìa, cárica di volumi rilegati d'un cuoio verde, con le diciture incise a caratteri d'oro, i quali splendevano dietro l'invetriata luccicante.

E vedeva coloro che li avevan scritti, i suoi fratelli anteriori, dispersi nell'epoche lontane, per le più lontane contrade della terra, amici e nemici fra loro, ma raccolti da un solo nulla in una sola ed uguale Inutilità. E ripensava più oltre quel che aveva scritto:

«O profeti degli errori più diuturni, o conquistatori terribili che volgeste in cenere funeraria la bellezza dionisiaca della vita, non è forse tempo ancora che un Dio più evoluto esca dalle nostre officine? Non è forse tempo ancora che il crogiuolo d'un chimico rivelatore imprigioni per sempre nella materia la favola dei vostri paradisi?

«La remota vostra leggenda metafisica servì a creare la morte quale noi oggi la vediamo, ed in ogni cosa che l'uomo toccò, in ogni passo che fece, in ogni respiro d'aria che bevve co' suoi polmoni avidi, trovò questo veleno mesciuto negli elisiri della vita.

«Perchè, o medici, o filosofi, o poeti, non guariremo noi l'uomo di questo suo morbo millenario, che lo spinse a ricercare nella prigione dei cinque sensi, con la sua logica d'apparenze, una ragione di sè?

«Possiate voi comprendere in un senso bello e sereno, in un senso d'aurora e di lontananza, questa maravigliosa parola ch'io vi canto: «_Il domani!_»

«_Ieri_», o uomini, è la parola buia. Significa essere stati, quindi non essere più. «_Ieri_» è veramente la morte. Ma tuttociò che si chiama luce, sole, amore, gioia, bellezza, possibilità... tutto questo ha nome: «_Domani_». La vita non è che l'Oriente verso il quale si cammina, il sole che nascerà domani. L'inutilità immensa e magnifica di tutte le cose è in questo appunto, che la vita comincia davanti a noi, comincia domani...»

Affaticato, egli si chiuse nel palmo la fronte calda; una gioia umana gli navigò sopra il cuore, gli fece sorridere la bocca, dalla mente gli bandì quella torma di pensieri estenuanti; perchè il suo «domani» era la donna che amava di un amor quasi barbaro, ed era il gorgo di felicità che gli si apriva nell'anima quando appena sovra lei si posasse una carezza della sua mano, -- della sua mano che aveva medicato la febbre, le piaghe, i dolori degli uomini, ed aveva pure, con un sottile ago d'acciaio, avvelenata una debole vena. Il suo «domani» era ciò che non aveva conosciuto ancora nella veemente sua vita, se non fra distratte avventure, ch'erangli parse lievi all'anima e fors'anche ai sensi come quel rumore di seta scivolante che fa, nel cadere, una gonna slacciata.

Ma ora la sua bontà s'allontanava dagli uomini; la sua bontà non poteva più guarire liberare o difendere che una sola creatura. La sua missione gli pareva divenuta quasi puerile, al segno da sentirsene stanco e da non saper comprendere più, nemmeno razionalmente, per qual ragione proprio lui, che in fondo era un autocrate, un inutilista, un distruttore, proprio lui che in fondo spregiava tanto gli uomini da sentirsene padrone come d'un branco di pecore, avesse fino allora speso tanti anni della sua vita, e sempre con indefesso amore, con un'abnegazione talora confinante con l'eroismo, per guarire una folla d'estranei, davanti ai quali non compiva che un atto malinconico e faticoso di servitù. E spese tante ore nel suo laboratorio, alla ricerca d'un farmaco, d'una scoperta che li guarisse meglio, e tante ore su l'alto d'una cattedra per dividere con cervelli sbadati il pane della conoscenza... Ora non capiva più come avesse potuto fare tutto questo; anzi la memoria d'averlo pur compiuto lo lasciava leggermente sorpreso, come se ciò fosse stata l'opera d'un altro. Insieme nasceva in lui, contro il suo mestiere, un'avversione quasi fisica, perchè gli pareva impossibile di dover toccare con la stessa mano il corpo d'un infermo e la dolce soave carne di lei, ch'era una musica divenuta forma, un profumo divenuto respiro...

Taluni pensieri futili, quasi feminei, lo assalivano. Certo non avrebbe mai voluto che, nello starle accanto, la tormentasse un odor medicinale d'etere o di cloroformio, il quale avesse impregnato la stoffa de' suoi abiti, o che, stando con lei, venisse chiamato altrove, o con lei giacendo, avesse il mattino a sorgere dal letto per impartire la sua lezione giornaliera nell'aula un po' tetra dell'Ateneo...

Era pur nato nella famiglia vandalica dei dominatori: avevano battuto il suo metallo su l'incudine che foggia la corona dei re; il suo cammino era per l'alte nuvole, nell'infinita bufera. Ma questo bisogno d'esser tale, di non potersi credere inutile come un piccolo uomo, era insieme la sua spirituale schiavitù. E trovava necessario di appartenere ad una missione, ad un amore, ad un'idea; sentiva, negando, il bisogno di credere, comandando, la necessità di ubbidire.

Egli s'era provato ad uscire dal dominio suggestivo delle parole, rompendo la catena dei sensi, ed era giunto a quel segno dove la convenzione cessa, gli estremi si confondono, e tutte le parole che in sè racchiudono un senso antagonistico -- piacere o dolore, fede o negazione, dovere o diritto, e più oltre, fino all'ultime: vita o morte -- non possono altro rappresentare che un suono di sillabe diverse.

Così egli pensava, ed aveva per lunghi anni pensato, finchè la sua mano temeraria s'era persuasa di poter compiere ciò che la logica umana chiama un delitto.

Ma inattesamente la sua materia si sentiva trasformata da quest'atto, e gli pareva che un oscuro divieto ci fosse, fuori dalla coscienza, dalla logica, dalla divinità, -- un divieto fisico, radicato anch'esso nella materia universa come un istinto fondamentale, profondo in essa come quell'altra legge di dedizione e di generazione, che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...

Ed ora non sentiva nemmeno più il bisogno di difendere con una frode complicata il suo semplice delitto; sentiva solo che un barbaro antico era tornato a vivere nel suo cuore angusto d'uomo civile, ove la preda e l'amplesso rimanevano ancora le più belle ragioni del vivere, dopo tante metafisiche fallite, dopo tanti millenni di ascendente umanità.

Allora mosse la penna su la pagina bianca, e scrisse all'amante che amava:

-- «Sì! parti domani, come tu vuoi, come voglio anch'io... perchè ti amo, ti amo, e non amo che te!»

II