Part 2
— Voi siete quasi cieco ma non importa. I passeri avranno paura di voi. Badate al grano. Se avrete fame vi ho messo il pane in tasca. Qui c’è la fiasca dell’acqua. Verremo a prendervi questa sera.
Padron Veli non parlava più e non potè rispondere; continuò a tremare, la testa inchiodata al petto, le braccia penzoloni. Ma per quel che capì fu soddisfatto. Maiore si fermò à guardarlo. Disse a Benedetto:
— Va a tagliare una rama.
Benedetto andò in un filare e tornò con un vimine rossigno. Maiore lo pose nelle mani del vecchio e disse ancora:
— Tenete questa rama. Vi farà buono per i passeri!
Poi raccolse la marra, Pietro e Benedetto fecero similmente e senza rivolgersi se ne andarono all’opera loro.
Padron Veli rimase in mezzo al seminato col suo vimine sanguigno. Su le prime non si rimosse, stette con le braccia abbandonate, istupidito, senza saper come eseguire degnamente il compito nuovo, chè nulla vedeva se non l’ombra degli alberi, sul cielo, e un mare grigiastro ed uniforme; poi a qualcosa che trasentì e che non seppe comprendere nell’ombra sua moritura, mandò un grido rauco e levò il vinciglio e così fece e continuò fra lunghe pause finchè giunse la sera e lo riportarono via.
Il nuovo costume non fu più dimesso. Ad ogni alba gli Scalzi partivano col vecchio paralitico e ritornavano col tramonto. E fra le ultime foglie che le raffiche si portavano via frullando, fra lo strido dei forasiepe, l’argento delle brine, il grave aduggiarsi delle nebbie Padron Veli attese la sua morte che non poteva mancare.
Ma egli era di salda radice e il freddo e l’umido e la nebbia e la pioggia non l’abbatterono. Anche quando scendeva sulla terra la caligine livida, sì che non vedeva la cinta degli alberi, i tre Scalzi che lavoravano nel campo vicino, udivano uscire dal fitto velo della foschia il grido del vecchio; e pareva giungesse di tanto lontano che già la morte l’avesse serrato e condotto giù per le sue fosche contrade.
E Maiore diceva alludendo al vecchio:
— Lavora bene!
E Pietro e Benedetto assentivano.
Poi giunsero le piogge e il còmpito di padron Veli parve esaurito. Dal primo giorno in cui il cielo si oscurò per non aver più sole il vecchio fu posto in una panca, vicino al focolare spento. Faceva freddo, ma in casa degli Scalzi il fuoco non si accendeva mai se non per cuocere le vivande. Quel giorno non v’erano vivande da cuocere e padron Veli tremava presso la cenere del focolare e aveva il volto illividito come quando sedeva in mezzo al seminato, fra il turbinìo del vento. Gli occhi gli si erano ormai chiusi e non udiva intorno che il ronzìo cupo delle sue stanche vene. E quel ronzìo gli figurò lo svolare e il pigolar dei passeri fra la sementa. Alzò un braccio, ad un tratto e mandò il suo rauco grido.
Maiore levò il capo di su lo spianatoio e si volse a guardare. Così fecero Pietro e Benedetto, ma non corse parola. Dall’angusta finestra chiusa da un’impannata, entrava appena uno scialbo livore di luce. E, fra i colpi del telaio, si udiva il gran pianto del giorno senza sole.
Fu una pausa durante la quale Padron Veli continuò a tremare nella sua solitudine moritura, poi con lo stanco gesto del braccio il suo rauco grido empì di nuovo la stanza.
Benedetto ristette, la spola in una mano, e domandò:
— Che ha il vecchio?
Disse Maiore:
— Si sogna!
E lo guardarono un poco in silenzio. Padron Veli non vedeva e non udiva; udiva solamente gli immensi stormi dei passeri voraci cinguettare, cantare, svolare in una persecuzione senza tregua, penosa, e i campi erano devastati, sotto la croce di canna coronata dal candor della brina.
Solo al quinto, al sesto grido, Maiore disse:
— Si pensa di essere nel seminato e lavora!...
Pietro e Benedetto risero e nessuno pensò più alla cosa. Padron Veli continuò nel gesto e nel grido automatico, seduto innanzi la cenere del focolare, illividito dal freddo, sperduto nell’ultima sua visione di tormento.
Ma al secondo e al terzo giorno, come il maltempo non accennava a tramutare e il vecchio a ravvedersi, Maiore disse:
— Bisogna avvertirlo che non è più nel campo!...
E Pietro e Benedetto risposero:
— Sì!
Bisognava avvertirlo e Maiore si accostò a padron Veli, gli battè una mano sulla spalla, gridò:
— Vecchio, siete in casa, qui non ci sono i passeri!... — Pietro e Benedetto ridevano. Padron Veli non intese, non poteva intendere, tremò un po’ più forte senza rispondere.
E Maiore:
— Avete capito?... Non gridate più che non c’è bisogno!...
E l’opera diuturna fu ripresa, ma il vecchio Veli non aveva inteso. Egli non viveva ormai più se non nella sua estrema visione.
Allora i tre figli si dissero:
— Chiamiamo Puntèrla chè lo faccia tacere con le sue erbe!
E Puntèrla giunse. Era questi un semplicista e aveva grande rinomanza per le campagne, chè le sue guarigioni erano prodigiose. Giunse e guardò padron Veli. Maiore, Pietro e Benedetto gli stavano intorno con la bocca tonda.
Maiore domandò!
— Potrete guarirlo senza farci spendere?
Disse Puntèrla:
— È vecchio!
I tre figli assentirono.
E Maiore chiese:
— Che cosa potremmo dargli?
Puntèrla disse:
— Morirà!...
I tre figli assentirono. Già, era giusto che dovesse morire perchè era troppo vecchio.
Ora padron Veli urlava sempre più forte e la sua paralisi lo faceva traballare sulla sedia.
— Vedete come trema? — disse Puntèrla. — Ha il male della spingarda?
— Della spingarda?
— Sì — fece il sapiente di semplici. — Bisognerebbe farlo sudare!...
— Non basterebbe qualche pillola?
— No. Fatelo sudare!...
E Puntèrla si ravvolge nel suo ferraiolo. Quando fu sulla porta Maiore gli pose fra le mani due uova e disse:
— Prendete per il vostro incomodo!
Puntèrla intascò le uova senza dir parola e scomparve.
Come rimasero soli, Maiore pensò per qualche secondo, poi disse ai fratelli:
— Aspettatemi qui! — E uscì sotto il portico.
Per circa mezz’ora Pietro e Benedetto lo udirono andare e venire senza sapere che si facesse. Padron Veli era sempre più agitato e le sue urla aumentavano d’intensità.
Di repente la porta che immetteva nel portico si aperse, e Maiore apparve, vermiglio in volto.
Disse ai fratelli:
— Prendete il vecchio!
Pietro e Benedetto ubbidirono senza domandare, com’erano soliti, chè Maiore poteva avere il comando, essendo il primo nato.
Sollevarono padron Veli fra le braccia e uscirono. Maiore andava innanzi. In un angolo del portico era aperta la nera bocca del forno.
— Che facciamo? — domandarono i fratelli.
— Portatelo qua! — disse Maiore.
Padron Veli aveva gli occhi serrati. Quando
furono innanzi alla bocca del forno Maiore guardò dentro e chiese:
— Potrà starvi seduto?...
Pietro e Benedetto risposero:
— Sì!...
E l’opera fu compiuta. Quando ebbero chiusa la serranda e l’ebber tappata intorno con molta mota, ristettero ad ascoltare, tutti e tre reclini.
— Ora suda!... Non urla più!... — disse Maiore.
E se ne andarono tranquilli.
Padron Veli sudava infatti dentro il forno serrato e più non udiva il cupo ronzio delle sue vene tramutarsi nell’acuto pigolìo dei passeri voraci. Il giorno declinò ed i tre fratelli compirono le opere loro in pace. Quando fu la sera, Maiore si accostò alla bocca del forno e chiamò forte:
— Vecchio?... o vecchio?... Sudate?...
Padron Veli non rispose. Pietro e Benedetto dissero:
— Dormirà!...
— Lasciamolo tranquillo!...
— Sì, lasciamolo tranquillo!
E com’ebber mangiato il loro pan secco sul palmo della mano, se ne andarono a dormire, contenti nella loro anima ottusa.
All’alba il gallo rosso cantò presso il fico dispoglio dal quale stillava la pioggia. I tre fratelli si levarono e scesero nella stalla.
Com’ebbero governate le bestie era il mattino, e la giornata era piovosa.
Dall’aia qualcuno chiamò:
— Oh!... Gli Scalzi!...
— Avanti!... — gridò Maiore.
Entrò Puntèrla.
— Benvenuto! — fece Maiore. — Che volete?...
— Come sta padron Veli?
— Deve star bene perchè ha sudato! Non l’abbiamo sentito più!
— Si può vedere?
— Venite!...
E Maiore e Pietro e Benedetto s’accostarono alla bocca del forno. Puntèrla li guardava fare.
Com’ebbero aperta la serranda Maiore disse a Pietro:
— Va a prendere il lume!
Venne il lume e Maiore lo legò in cima a una pertica.
— Ma che avete fatto?... — domandò Punterla, e stralunava.
I tre fratelli si volsero a guardarlo, stupiti. Non risposero.
Maiore spinse la lampada nel forno. Apparve l’ombra del vecchio, appoggiata all’incurva parete, ma il volto non si vedeva, non si vedeva che il corpo rattrapito, risecchito.
— O vecchio?... — chiamò Maiore. Passò un silenzio e padron Veli non rispose a quella e alle nuove chiamate. Allora Maiore levò la lampada fin presso il volto del taciturno e, nella luce rossastra, l’orrendo volto apparve di un subito, come dal fondo di un sepolcro millenne. Non era più inchiodato al petto, ma levato fino alla vôlta del forno e gli occhi erano sbarrati e i capelli irti e le mascelle contratte e la bocca socchiusa e stirata sulle vuote gengive. Impietrito nello spasimo era segnato nei solchi e nell’ossa e nella cavità profonda, da una forza spaventevole.
Maiore lo guardò tranquillo e chiamò ancora:
— O vecchio?... Non ci sentite?
— Sì che ci sente — sussurrò Pietro. — Guardalo!... Ride!...
E Benedetto:
— Ride!...
E tutti e tre sporsero la testa entro la nera bocca del forno e ripeterono adagio, soddisfatti:
— Ride!
Poi, levatisi in un silenzio, si guardarono negli occhi e scoppiarono a ridere a loro volta tutti e tre, l’uno di fronte all’altro, inconsci e tremendi innanzi alla muta morte che li guatava dalla tenebra.
LA VIGNA VENDEMMIATA.
C’era, lungo la casa, una riga di ombra e il sole batteva tuttavia sui muri opposti con tanta violenza che l’aria ne era affocata. Le finestre e le porte erano chiuse e per la strada non c’era che Calandra accoccolato lungo la riga di ombra, presso il muro della sua casipola, le ginocchia divaricate, le braccia su le ginocchia e le mani penzoloni.
Sonnecchiava. Ogni suo còmpito era esaurito.
Interrotto il sonno, sul far dell’alba, era sorto dallo stramazzo bell’e vestito come si coricava e, sbirciata l’Amalia, la quale continuava a dormire mezza nuda, appoggiata la larga gota rossa sul braccio ripiegato, era disceso alla vigna.
Uomo di tenace fatica, paziente, placido e resistente come il bue, non aveva badato alla violenza solare, protraendo il lavoro suo finchè la fame imperiosa non lo avesse discacciato di tra i filari.
Ritornato alla casipola sua nel paese, poco dopo mezzogiorno, si era fatto alla madia senza cercar di Amalia, e preso un pane, un boccale di vinello e un bicchiere, seduto su la panca innanzi alla tavola, aveva mangiato il suo pane, pensando ai bei grappoli che avevano alleghito e ai pampini superbi.
Ora sonnecchiava presso la soglia, addossato al muro, lungo l’esigua ombra delle gronde.
Sul principio, come i suoi piedi scalzi erano ancora nel sole e gli ardevano, nè pensava a ritrarli, sul principio aveva udito il ronzìo delle mosche e un malo odore entrargli per le nari insistente, ma nè l’una cosa nè l’altra erano tali da fargli rivolgere gli occhi o da farlo scansare; vi si era adattato calando le ciglia su la sua torpida volontà di sonno e di tregua.
Il rotolìo di uno di quei pesanti plaustri vermigli, antichi come l’arca e la nave, pieni di ferramenta e solidi a simiglianza dei quadrati buoi che li trascinano, non gli fece levar le palpebre di sopra gli occhi suoi grigi e piccoli come quelli del cane; un fanciullo che trascorse gridando come un invaso dal farnetico, ma solo per la barbara gioia di sentirsi vivo, non lo riscosse. Quando Calandra aveva chiuso gli occhi sul suo silenzio, era disceso nel torpor del suo riposo come nell’immensità del non essere, occorreva una ben diversa ragione a farlo levar di repente, diritto nel sole, con la sua piccola coscienza.
E così ristava nell’ebetudine della siesta, simile ad un cencio gettato sopra una corda tesa, quando, nella casa che gli era dirimpetto, si aprì ad un tratto un usciuolo, un braccio si sporse e gettò in mezzo alla via il contenuto di un grande orcio rossigno.
Il liquido si espanse per l’aria e giunse fino al muro opposto e piovve sul collo, sul petto e su le braccia di Calandra. Questi, al brivido inatteso, levò il capo e grugnì e al grugnito sordo fece seguito una fra quelle sonanti imprecazioni, sì comuni in Romagna, che possono dirsi una più scabra natura di quella gente scabrosa.
Ma Calandra imprecò per l’abito suo di imprecare, così come avrebbe presa la marra o guardato l’aspetto del cielo; il brivido che lo aveva riscosso violentemente dalla sua torpida vacuità aveva ridesta la parte di lui più viva e più inconscia: quella che bestemmiava; era stato come un atto riflesso, la conseguenza necessaria di un’azione indipendente dalla volontà e nulla più. E con l’innocente imprecare tutto sarebbe finito, se la Checca, donna irosa e maligna, non avesse prese per sè le sùbite parole di Calandra e, riaperto l’usciuolo che già aveva richiuso, non si fosse fatta su la soglia per dimandare a provocazione:
— Che c’è da brontolare?... Con chi l’avete?...
Calandra, che già aveva ripresa la flaccida posa dell’uomo insonnolito, levò lentamente le palpebre e guardò la Checca co’ suoi piccoli occhi di cane, senza capir che si volesse.
E la donnacola ribattè:
— Dico con voi, sapete!... Che c’è da brontolare?...
Calandra non si scompose, richiuse gli occhi e borbottò:
— Chi brontola?
— Voi!... E mandate degli accidenti a chi non v’ha fatto nulla di male. Sarebbe meglio apriste gli occhi sui fatti vostri, povero merlo!...
Calandra non rispose.
— Sì, fate le orecchie da mercante. A voi vi interviene come a quello che dava consigli al vicino perchè si guardasse dal fuoco e aveva il fuoco in casa!
E Calandra muto.
— E la gente dicono che non sapete niente, che nessuno vi ha fatto mai aprir gli occhi!... A crederci!... Ma se ve la fanno sotto il naso!...
Calandra ritrasse le mani sul grembo, levò un poco la testa, chiese lentamente, come se gli fosse giunta appena appena la eco di un discorso strano, nel sonno:
— Che cosa mi fanno sotto il naso?
— Quello che non volete sapere! — fece la Checca.
E Calandra con la stessa lentezza beota:
— Che cos’è che non voglio sapere?
— Sì, fate lo smarrito?
— Che smarrito?
La Checca squadrò in tralice il tardigrado, crollò le spalle, disse:
— E chi non lo sa che siete becco e contento? — E su tali parole richiuse violentemente l’usciuolo.
Allora Calandra alzò la grande mano noccoluta, si calcò su la nuca il cappello, che il solfato di rame delle sue viti aveva stinto e ritinto, sputò di traverso e disse, ma placidamente:
— Vacca!
E l’ira sua fu compiuta.
La Checca non c’era più; la strada divenne silenziosa dall’un capo all’altro; Calandra ricadde nella sua immobilità di vegetale che dalle soglie del non essere si affaccia alla vita. Avvertì tuttavia il malo odore e il fitto ronzìo delle mosche, udì il grido di un bifolco a’ suoi bovi, da un prossimo campo, e i tocchi delle ore dalla torre del Palagio. Non voleva darsi la fatica di contar le ore, ma le contò senza addarsene. L’orologio della torre aveva suonato il tocco e un quarto; poteva dormire ancora; ma in quel che ridiscendeva verso la profonda beatitudine del riposo, eccoti lo Scancio che giungeva cantarellando lungo la riga d’ombra.
Calandra chiuse gli occhi e non si rimosse.
Lo Scancio era il garzone dei Falistri, un giovinastro cane che non avrebbe portato rispetto neppure all’anima santa di una madre.
Il Calandra non lo temeva, per vero dire, perchè egli non aveva che un timore al mondo ed era quello di Dio; ma la presenza dello Scancio gli dava sempre un malessere inesplicabile, un fastidio inespresso che lo lasciava scontento. Attese senza levar la testa. Lo Scancio si fermò all’osteria del Moro, parlò sommesso, dalla strada, con qualcuno che era oltre la porta, rise forte e proseguì.
Ora Calandra fingeva di essere preso dal più pesante sonno. Lo Scancio gli gridò:
— Buon riposo, Calandra!
Il bifolco non rispose.
E lo Scancio:
— Ti fa buon pro il sonno?... Dormi, dormi, passero, che c’è chi veglia per te!...
Calandra aprì un occhio e poi l’altro e la sua faccia era torva.
— Sei stato alla vigna?
Calandra non rispose.
— Tu vegli la notte perchè non ti rubin l’uva, e il giorno che cosa fai?
Calandra inarcò un sopracciglio in un suo particolar gesto di noia e di stupore.
Fece:
— Perchè?...
— Perchè se tu andassi di giorno troveresti i ladri che non ci sono la notte!
— Quali ladri?...
— E tu va se vuoi sapere! Tu la sentirai la novella!
E lo Scancio rise forte e proseguì lungo la riga d’ombra cantando una canzonettaccia di scherno.
Poi giunse Serafina, la moglie dell’oste, e dalla strada incominciò a chiamare:
— Amalia?... O Amalia?...
Calandra aveva abbassata la faccia fra le grosse mani terrose e udiva il borbottare di Serafina fra il reiterato grido:
— Amalia?... O Amalia?...
La Checca, pronta al rumore, riaprì l’usciuolo e si fece su la soglia. Guardò Serafina e domandò:
— Chi cercate?
— Cerco l’Amalia chè ne ho bisogno.
— O non sapete che non c’è?
— Quando è uscita?
— Saranno tre ore.
— Dov’è? — domandò Serafina e ammiccò a Calandra che non levava la faccia di tra le grosse mani.
— Che volete che sappia io? — fece la Checca. — Domandatelo a Calandra.
Calandra alzò una spalla e non levò la faccia.
— Allora non potrò trovarla? — domandò Serafina.
— Ma sì!... Andate alla vigna che la troverete e non sarà sola!
Le donnacole risero, poi l’una richiuse l’usciuolo della sua tana e l’altra ritornò ciabattando all’osteria.
Calandra incominciò a pensare e l’opera del pensamento gli fu come una mortale fatica.
Sudò sette camicie, ma ormai non poteva più separarsi dal tardo sospetto che si muoveva dentro di lui a simiglianza di un orso inebetito in prigionia. Non era adirato nè prossimo all’ira, e neppure un qualsiasi sdegno per la possibile offesa era per nascergli dentro. In primo luogo non era tuttavia convinto della cosa; in secondo luogo, se pure qualche forte dubbio lo teneva perplesso, egli non vedeva e non sentiva ancora il proprio atteggiamento di fronte all’avvenimento impensato. Eran parole che gli giravan per la mente e non altro. La figurazione materiale del tradimento, l’unica che avesse potuto smuoverlo, non gli si presentava. Vedeva tutt’al più la vigna, l’Amalia, la strada affocata dall’ardore, il suo capanno di guardia, i bei tralci delle solide viti, e non quell’alcunchè di preciso che muove la violenta gelosia nell’anima degli uomini. Si traviava dietro le chiacchiere udite, ma non aveva sentimento che lo spingesse ad agire, come avrebbe agito un uomo par suo, a simiglianza di una catapulta. Nello stesso tempo la dolce ebetudine del riposo era scomparsa, epperò si tolse dal muro, aprì l’uscio della casipola, entrò.
Ancora gli sorrise la speranza di trovare l’Amalia addormentata in qualcuna delle quattro stanze e di potersene ritornare così alla sua vigna senza altro pensiero; ma l’Amalia non c’era. Ebbe lo scrupolo di guardare anche negli angoli, di smuovere lo stramazzo dell’enorme letto, di aprire l’armadio, ma non vide la sposa sua dalle rotonde guance vermiglie e dal grande seno bestiale. L’Amalia non c’era, se n’era ita a nozze con Martin della Fratta.
Calandra uscì e chiuse a chiave la porta di casa. Non seppe bene se facesse questo per guardarsi dai ladri o perchè l’Amalia non rientrasse durante l’assenza di lui; gli venne fatto di girar la chiave nella toppa e tirò di lungo.
La stradicciuola del paese sboccava ben presto nella campagna. Calandra si trovò fra le faticate terre degli uomini, senza volerlo. L’abitudine e non la volontà lo aveva avviato lungo il cammino che egli percorreva da quarant’anni: dalla casa alla vigna. Si soffermò. Riconobbe i campi dei Falistri, i campi dei Vicelli; si interessò alle culture; vide che i grani dei Falistri erano i più belli, fece in sè le lodi del capoccio. E udì suonare una campana. Si tolse il cappello a quella che egli riteneva la voce di Dio, inchinò gli occhi e ancora non li aveva tolti di su la terra riarsa che si sentì domandare:
— Dove vai, Calandra?
Levò la faccia e vide don Beniamino, a cavallo della sua rozza.
Calandra si passò il cappello da una mano all’altra. Disse:
— Vado.... andavo.... così....
— Metti il cappello.
— Grazie, don Beniamino.
— Be’ — fece il parroco — come vanno gli affari?
— Ah!... se è per gli affari, non c’è male, si tira innanzi! — rispose Calandra.
— Che altro c’è allora?
Calandra si rimise il cappello e rispose:
— Niente.
Don Beniamino fece girare il parasole color cenere che aveva appoggiato ad una spalla e stava per congedarsi quando Calandra gli si accostò e prese la brenna per la capezza.
— Sentite, don Beniamino, vorrei domandarvi una cosa.
— Di’!
— Se un uomo avesse moglie e gli fosse detto che questa moglie gli fa le corna, che cosa avrebbe diritto di fare quest’uomo?...
— Prima di tutto avrebbe il dovere di accertarsi se l’accusa fosse giusta.
— Sì. E poi?
— E poi, una volta che fosse riuscito a procurarsi delle prove inattaccabili, potrebbe separarsi dalla moglie.
— Questo sarebbe il suo diritto?
— Sì.
— E se quest’uomo trovasse la moglie con un altro dentro un capanno in una vigna, che cosa avrebbe diritto di fare?
— La cosa sarebbe grave!
— Potrebbe prendere un randello e rompere le costole a tutti due?
— Eh!...
— Questo sarebbe il suo diritto?
— Forse sì e forse no....
— Bene. Arrivederci, signor parroco.
— Dove vai?
— Alla vigna.
— A quest’ora bruciata?
— Sì.
Si separarono.
Ora Calandra ci vedeva chiaro. Nel mondo della sua angusta coscienza si erano venute formando una convinzione e una risoluzione; le parole del parroco avevano diradate le gravi nebbie. Calandra sapeva la propria strada. Era disposto ad agire perchè riteneva che tale fosse il suo còmpito e nessun altro; ma, nel cuor suo piccolo di bove dai placidi sensi, non era turbamento di sorta. La passione, la gelosia, l’offesa dignità di marito trascurato fino all’ultimo limite non avevan parola che lo commuovesse. Egli avrebbe, con tranquillità in nulla diversa, fermato un bue tragiogante o un gagliardo ladro nella sua florida vigna. Non che l’Amalia fosse una vigna per lui, anzi non era ormai che una maggiatica, una terra in riposo, chè la sterilità di lei glie la faceva maledetta da Dio; ma capiva che l’Amalia era sua come la terra e l’aratro e la sua solida marra e il letame.
Tagliò frattanto, da un querciolo, un suo solido randello e, quando fu presso la vigna, prese una via traversa e preferì aprire un varco nella siepe anzichè entrare dal cancelletto di spine. Ogni cosa era immota nell’accasciante calura. Disseccate le fonti, inariditi i torrenti, la terra si distendeva intorpidita e riarsa fra lo stridere di un mare di cicale.