Part 10
Conferii parecchie ore con Vittorio Emanuele; e co' ministri più volte. Il Carignano non può venire; Napoleone lo vieta; chè vuole restituito il Granduca con territorio accresciuto: pure non lo metterà per forza, riproporrà il cimento del suffragio universale perchè lo avvenuto (egli dice) è ristretto, e spremuto da una _fazione_. Dunque tutto sta adesso nel disporre il paese a sostenere lo assalto del nuovo voto. Non si crede l'attuale Governo capace a ciò; è un po' logoro, corbellerie ne ha commesse, e asperità non poche, vecchie e nuove. Però si vedrà di convocare l'Assemblea, ed eleggere reggente il Gen. Fanti, buona e valente persona, prediletta al Re; no Ricasoli, perchè le sue rigidezze voglionsi temperare, perchè capo imporrebbe i suoi concetti, e così non si farebbe guadagno, e perchè Napoleone lo detesta; onde non si vorrebbe urtare con lui. Il Gen. Fanti comporrebbe il nuovo Ministero, conservando del vecchio quanto è popolare ed ha valore vero, l'altro licenzierebbesi onestamente. Il Governo così ricomposto avrebbe a proporsi questo fine precipuo: tenere il Paese ben disposto perchè, interpellato da capo, dicesse:
1 Non voglio Lorena e servitù 2 Voglio Savoia e libertà.
Il Governo Sardo fa pratiche per questo: costà la pubblica opinione avrebbe a secondare con tutte le forze; e presto, perchè, com'ella bene avverte: in mal tempo arriva l'affare delle Dogane che, ledendo molti, li alienerà di certo, e queste cose vanno fatte a tempo e a luogo, e dopo molte avvertenze: e in tempo peggiore gli arresti (_segue una parola inintelligibile_), perchè scompigliano, lasciano zizzanie, e sono tanti voti contrari a Vittorio Emanuele che non ne ha una colpa al mondo. Se rimarrete neghittosi, vi troverete per la seconda volta Austria in casa. Addio. Mi scriva presto per darmi nuove della salute sua, e dei suoi.
_Affezionatissimo_ F. D. GUERRAZZI.
_Genova, 14 Novembre 1859._
_Caro Ferdinando_
Ho il cuore piccino come una nocciuola. Altro che feste! Potrebbe darsi, ma io non vedo che di due cose l'una, o restaurazione, o guerra. E badi, guerra col tedesco, guerra di rabbia, guerra di sterminio, e combattuta senza aiuto francese. Così bisogna mettere l'alternativa: e se il popolo vuole, si levi, e si apparecchi; se non vuole, torni alla stalla. Io ho motivo di credere, che il Re è lavorato di straforo non dai nemici, no, che questi sono aperti e leali, ma dagli amici, che già a quest'ora a Parigi armeggiano a cascare ritti in ogni evento. E di più non posso dire. Io non tornerò, perchè chi ha cominciato bisogna che finisca, e poi io non muto mai; anco, che mi disponessi a tornare a questi lumi di luna, io non muoverò passo se non chiamato: e se non mi vogliono, ci vuole pazienza. Perchè poi sia così ostinato, sappia, se io non gliel'ho detto, che il Governo presente, coll'organo del suo Capo, scrisse lettera con la quale si diceva, che, se amavo la Patria, stessi lontano per amore di _Concordia_!!! Dunque obbedisco.
_Affezionatissimo Amico_ GUERRAZZI.
P. S. _Dicesi_ in questo momento che dopo contrasto sia risoluto l'invio del Carignano.
_Genova, 14 Dicembre 1859._
_Carissimo Amico_
È parecchio tempo che manco di sue nuove, e, certo, perchè ho mancato di riscontrare l'ultima sua; ma ciò non l'avrebbe a trattenere, perchè talora sono stanco di scrivere, e non ho, come lei, persona discreta a cui possa dettare; dunque mi dia sue nuove, e di tutti di casa.
Che cosa è questo negozio? Comincerebbero per avventura ad accorgersi i fiorentini, che cotesto civilissimo governo si rassomiglia molto a quello, che adoperano in talune parti dell'America, co' negri lavoratori ai mulini da zucchero? Vedono alfine che dai modi vecchi ai nuovi la differenza che corre è di un L a un R? Resuscita il duca Valentino costà? Mi pigliano i rossori considerando in qual modo un arrogante aristocratico presuma avvilire la patria nostra.
Mi occorre pregarla di un sommo favore, il quale è di volersi compiacere a fare consegnare a Giuseppe Montanelli in proprie mani la qui inchiusa lettera, dacchè da Livorno e da Firenze vengo assicurato che il liberalissimo vostro Governo viola il segreto delle lettere, ed io non amo punto ch'ei sappia i fatti miei.
Qui la stampa suona a vituperio contro al Bey di Firenze; e credo che il Ministero stesso non lo veda con dispiacere.
Mi saluti la Signora Teresa, il genero, e le figlie; anco per parte di Maria, e mi abbia sempre
_per suo affezionatissimo amico_ F. D. GUERRAZZI.
_Genova, 4 Gennaio 1860._
_Carissimo Amico_
In _primis_ buono anno a lei, alla famiglia, al genero, e a tutti; il passato poteva andare meglio, ma siccome poteva andare peggio, così contentiamoci.
Quello che ci è, è questo, che, non solo in Firenze, ma in altri punti d'Italia credevano ballare a suon di violino, e bisognerà ballare a suono di cannoni. L'abietta e vile tirannide che opprime la Patria nostra è venuta in uggia quaggiù, e la bombardano a palle rosse. Chi porterà via questi rospi pieni di veleno e di goffaggine è nato. La Nazione armata, con a capo il Garibaldi, simbolo, ed espressione del popolo italiano. Via aristocratici, e tirannucci da sedici alla crazia, e voi scotete coteste vergognose some. La pazienza ha pure un confine. E sopporterete in nome di mentita libertà quello che non soffriste colla tirannide? Giù privilegi, giù tribunali eccezionali, giù ciarlatani. Libertà ed armi. Ecco le nuovità. Come le trova? Addio: saluti a tutti, e mi mandi nuove più che può e più spesso che può. Bisogna cavare fuori la spada, ed io lo faccio proprio tirato pei capelli, ma, tirata che sia, butto il fodero al diavolo. Stia sano.
_Affezionatissimo Amico_ GUERRAZZI.
Al cav. Cesare Stiavelli
_Cecina, 4 Marzo 1871._
_Carissimo Signore_
Mi trovo favorito di un suo lavoro, di che la ringrazio. L'ho letto con l'attenzione, che meritava, e mi parve ben fatto; considerandolo come saggio di cosa maggiore, se a continuare nella impresa di illustrare monumenti le basta il conforto di una mia parola, io volentieri gliene do mille. Quantunque io non ci trovassi molto a riprendere intorno alla lingua, tuttavia mi corre l'obbligo avvertirla, che parecchie locuzioni da lei adoperate non vanno immuni da vizio, e talune parole voglionsi addirittura condannare, come a mo' di esempio: «_dettagliatamente_». L'obbligo di scrivere netto corre a tutti, ma più a lei che a pag. 10 mi esce fuori con queste parole d'oro: «La lingua che è il primo tesoro d'una nazione, e tanto la illustra, quanto più è bella, dovrebbesi con religioso studio adoperare in ogni maniera di scritti.»
Ma so bene io donde la colpa: dai giornali, la più parte veleno di morale, di dignità, di libertà, di tutto.
Gradisca queste parole come di padre, e mi abbia con stima per
_Affezionatissimo suo_ F. D. GUERRAZZI.
_Cecina, 20 Maggio 1873._
_Mio caro Signore_
Ho ricevuto da Lei una illustrazione intorno al quadro di s. Luigi Gonzaga, dipinto dal fu Angiolo Visconti annegato nel Tevere. Piango il miserrimo fato del povero giovane.
Io non entro mai in chiesa, e se ci dovessi entrare, non vi considererei la immagine di Luigi Gonzaga, persona dalla quale di pieno cuore ripugno. Giovane stupidito dalla venefica influenza dei Gesuiti, fino al punto di temere una carezza della madre, anzi la sua medesima faccia come una tentazione del demonio. Può darsi, io già nol contrasto, che il quadro, come lei dice, possa meritare lode dal lato plastico, o vogliamo dire, tecnico; è impossibile che appaghi per la parte psicologica, o estetico-morale. Nè io mi sdegno col pittore circa la indegnità del soggetto, bensì col committente matto e beghino. La religione _cristiana_ possiede i suoi eroi, che meritano davvero essere celebrati co' carmi, co' marmi e coi pennelli; a mo' di esempio san Telemaco, che, precipitandosi nel circo, si pose tramezzo ai gladiatori combattenti, e a prezzo del suo sangue fece cessare coteste atroci carneficine. E quando ai cristiani altro non sovvenga, facciano dipingere Cristo in croce, la Madre da un lato, e san Giovanni dall'altro, simboli, o verità di anime divine che affermano col martirio la santità dei propri principii; di affetto materno, che vince ogni dolore, per porgere conforto al Figlio straziato: di amico cui basta di accompagnare il suo amico al patibolo, e lì alla presenza dei persecutori affermare il suo affetto al condannato.
Questi gli argomenti nei quali l'artista può ispirarsi davvero, imperciocchè potente Musa in ogni maniera di arte esplicatrice dello spirito umano sia la commozione che nasce dal vedere la virtù che abbraccia la sventura per giovare alla nostra stirpe infelice.
Dunque non si dipingano Luigi Gonzaga, nè Stanislao Kotska, nè altri santi della fabbrica dei Gesuiti.
Gradisca i miei distinti saluti co' quali mi dichiaro con stima
_Aff.o suo_ F. D. GUERRAZZI.
PREDICA PER IL VENERDÌ SANTO
COMPOSTA NELLE CARCERI DEL FALCONE IN PORTOFERRAIO IL 19 MARZO 1848.
PREFAZIONE
_Un degno popolano, quando nel 1833 andava prigioniero alla Stella, mi fu cortese, con suo sommo pericolo, e non lieve disturbo, di ogni maniera di benevoli uffici; nel 1848 il dabbene uomo non era punto mutato: gli anni, siccome avviene nelle anime bene disposte, anzichè scrollarlo lo avevano maravigliosamente confermato nelle sue convinzioni, ed anche per questa volta, (che spererei ultima), non mancò di procedere verso di me con coraggio pari all'amorevole volontà. Ora io avrei desiderato secondo le mie modeste sostanze ricompensarlo, ma non osava dirglielo, conciossiachè io conosca a prova come il popolo buono, il vero ed egregio popolo sdegni qualunque moneta che di cuore non sia. Egli però mi prevenne e mi disse avere un figlio giovanetto sacerdote; essere stato scelto a recitare la predica del Venerdì Santo nella Chiesa della Misericordia di Portoferraio; pregarmi in ricompensa dei presenti e dei passati servigi comporgli una predica. — Una predica! esclamai maravigliato. — Una predica, insistè egli, ed a me non sofferse l'animo ricusargliela. Ora come farò io? domandava a me stesso. — Quale oratore imiterò mai? Nei tempi andati aveva letto il Turchi e il Segneri, ma non me ne ricordava siccome avviene delle letture che mi lasciano poca impressione, bene mi rammentava di certo scrittore chiamato Carli il quale mi parve che con modestia pari alla bontà esponesse la dottrina di Cristo, e lo lessi in casa di certo Proposto campagnuolo mio amico, a cui lasciai le opere del Montaigne in memoria di me e certo non fu buono ufficio. Questo scrittore però non consuona alla mia maniera di sentire, onde io privo afatto di modelli da imitare mi rimaneva sgomento. — Ripensandovi sopra io favellava fra me: e che cosa importano le regole, e gli esempi altrui? Non basta lo Evangelo per ispirare? Raccogliendo la mente a contemplare i casi di Cristo forse non mi sentirò commosso? La commozione non genera forse le parole che valgono a impietosire? La pietà non accende la pietà come scintilla un gran fuoco? E Cristo sempre mi si accostò al cuore soavemente, come colui che bandì la libertà e la fratellanza fra gli uomini, e confermò la sua dottrina col sangue. — Così pensando scrissi di Cristo indegnamente forse, ma con animo pieno di reverenza. — Se in questa orazione manca l'arte, io vo' che sappiano piacermi assai che manchi. Fu scritta come il cuore la dettava, — in carcere per la libertà, mentre dentro e fuori le mura del luogo in cui io mi trovava ristretto risuonavano le grida di libertà. Che cosa importava a me se cotesti gridi non abbattevano la mia prigione? Essi avevano virtù di abbattere i ceppi della umanità, e in questo pensiero esultava. Altre volte la obbrobriosa tirannide mi chiuse in carcere, e uscito fuori mi parve entrare in un carcere più grande. Che giova al prigioniero starsi nel cerchio del carcere, o di una città quando il servaggio contrista la città e il carcere? Ma adesso le porte mi vennero aperte dalle mani della libertà. Chi ha cuore di patria non settanta giorni ma settanta anni di prigionia non vorrebbe avere sofferto per vedere compiti i prodigi che avvennero nel breve periodo di due mesi? Sia pertanto lode a Dio che alfine rivolse a noi i suoi giusti occhi. Altri ambisca altri onori, io mi chiamo contento di portare impresso sopra il mio volto l'ultimo sgraffio degli artigli dell'odiato dispotismo. Se quelli che leggono si sentiranno per metà commossi di quello che io fui quando scrivevo, mi parrà avere conseguito il mio fine, e non cerco altra lode._
Livorno. 29 marzo 1848.
PREDICA PEL VENERDÌ SANTO
_Ecce homo!_
Diciannove secoli vedono la legge del Vangelo come una bandiera in mezzo alla battaglia inoltrarsi gloriosa e trionfale per le vinte contrade, avanzarsi per lo universo e bandirvi lo amore. Questo divino vessillo candido di fede, verde di speranza, vermiglio del sangue dei martiri ha superato il volo delle aquile romane. Alla spada della superbia vennero meno il taglio e la punta; le catene di ferro caddero logorate dalle ire dei popoli, ma la legge della carità nelle procelle acquista vigore, ingagliardisce per contrasto, la persecuzione disperde e lo errore. Quelli che l'acquistarono se la stringono al seno con lo affetto della madre che abbraccia il suo primogenito, e quelli che ancora non la posseggono vi volgono desiosi lo sguardo tardando loro che appaia questo segno di pace su lo emisfero della libertà.
Chi fu l'operatore di tanto prodigio? Quali arti impiegò? Di quali argomenti, di quali armi si valse? Voi tutti, o Cristiani e Fratelli dilettissimi, lo sapete, e non pertanto siavi grato udirlo adesso ricordare nuovamente da me. Povero io sono di spirito, e pusillo; la mia parola suona inesperta: a tanto ufficio nè io nè altri credono degno, ma Cristo mi sovverrà, quel Cristo che dei fanciulli formava sua cura e sua delizia, e sopra ogni altro voleva che a lui si accostassero e della sua dottrina testimonianza porgessero: _sinite parvulos venire ad me_.
Dio pentito di avere creato l'uomo mandò il diluvio per esterminare la razza che aveva contristato il suo spirito immortale, e se stringendo poi il patto con Noè promise di non maledire la terra più oltre, ciò fece non perchè gli uomini fossero diventati punto migliori, ma perchè omai deponeva ogni fiducia che potessero migliorare: — «non maledirò più la terra da ora innanzi a cagione degli uomini: conciossiachè il pensiero e il talento degli uomini inchinino al male fino dalla loro infanzia:» _nequaquam ultra maledicam terræ propter homines; sensus enim et cogitatio humani cordis in malum prona sunt ab adolescentia sua_. Ma Cristo scese a imprendere l'opera di migliorare le umane generazioni — fino nei cieli creduta disperata! Egli volle rendere gli uomini degni della benedizione di Dio; egli venne a bandire la legge dello amore, a confermarla cogli esempi, a suggellarla col sangue.
A conseguire il magnanimo intento nel mostrarsi sotto umano sembiante prima di tutto egli scelse umili natali, e apparve figlio del popolo, gli uomini lo conobbero allevato dal falegname Giuseppe, e dicesi che sua madre Maria con operose industrie s'ingegnasse. Così egli insegnava il disprezzo delle superbe fortune che sono fregi anche del vile, chiariva come qualunque accolga in sè anima immortale possa conseguire nobili destini, palesa riporre principalmente la speranza di rigenerazione nel popolo come quello che possiede maggiore copia di affetti, ed è più facile a lasciarsi infiammare dal divino entusiasmo, e più esperto nei mali, di lieve si commuove di compassione alle sventure altrui. O figli del popolo, quanto è gloria potere dire a colui che vanta chiarezza di lignaggio, e abbondanza di averi: _la mia nobiltà comincia in me — in te finisce la tua_. E Cristo non iscelse tra i potenti della terra i suoi seguaci, ma li tolse dalle viscere del popolo e con uno sguardo li vinse, con una parola gli accese, li trasse dalla rete, per convertirli in pescatori di uomini. I soli figli del popolo si sentono capaci di morire pei maestri, per gli amici e per la patria, imperciocchè cosiffatti sagrifici non si paghino che con moneta di cuore, e questa moneta di cuore trova soltanto il suo corso fra il popolo.
Maestri suoi furono la meditazione, e la volontà. Io sento quotidianamente molti del popolo sconfortarsi con manifesto errore di salire in fama di sapienti solo perchè di libri difettarono o dei maestri. Certo non vuolsi punto negare che questi sussidi aiutino con molta efficacia ad acquistare scienza, ma non si hanno a reputare necessari così, che mancando, l'uomo rimanga condannato alla ignoranza. Dove lessero, o dove impararono Lino ed Orfeo e gli altri incliti legislatori e poeti dell'antichità? Due volumi eterni pose Dio davanti agli occhi di coloro che anelano imparare, — la natura e il cuore dell'uomo. Emana troppo maggiore scienza dalla contemplazione delle glorie del firmamento in un plenilunio sereno — dalla esultanza dei fiori in un bel giorno di primavera — da una lacrima tremolante sul ciglio della riconoscenza, che non da centinaia di volumi. Cristo chiuso nei santi pensieri, siccome al Nilo, e ad altri larghissimi fiumi noi vediamo avvenire di cui ignoriamo le scaturigini, allo improvviso ci appare tutto splendido di Sapienza. Negli ombrosi recessi, nel silenzio delle vigili notti Cristo si cinse la zona del forte intorno alla vita, e si apparecchiò a compire la profezia del Precursore: «verrà dopo me un gagliardo che vi battezzerà col fuoco, metterà la scure dentro le radici, ed ogni albero sterile di frutti buoni sarà reciso e gittato sul fuoco: col ventilabro alla mano separerà il grano dal loglio, e getterà le paglie sul fuoco inestinguibile.» La vana scienza dei Dottori rimane vinta dal supremo intelletto del fanciullo di dodici anni; i Dottori confusi ammirano ed odiano siccome costumano fare sempre i Dottori dalle false dottrine, dalle timide, e insensate teorie.
Cristo, continua la bene incominciata opera. Chi siete voi, ipocriti tristi, che sostenete Dio il gran padre della natura e degli nomini avere scelto un pugno di creature per metterle a parte del regno celeste condannando tutte le altre alla eterna dannazione? Abominevole calunnia! Dio senza volontà del quale non cade un capello dalla testa più umile, Dio che si toglie tanto benevola cura di un passero condannerà alla _gehenna_ del fuoco penace ove sono le grida disperate, il tremore dei denti, migliaia e migliaia di generazioni solo perchè non nacquero dal popolo eletto? Quale presunzione, quale vanità, e peggio ancora quale iniquità è mai questa? La Misericordia infinita ha sì grandi braccia che prende ciò che si rivolge a lei. Dio, Sole dell'universo, diffonde la benedizione dei suoi raggi sopra le cose e sopra gli animali. Gloria, onore, e pace a tutti coloro, qualunque essi sieno, che operano il bene, imperciocchè Dio aborra ogni parzialità di persone: _gloria, autem et honor et pax omni operanti bonum. Non est exceptio personarum apud Deum_, dice l'Apostolo delle Genti.
Non ponete l'affetto vostro nelle cose che la tignola rode, e i ladri involano: ponete ogni pensiero a gentile acquisto di fama. La buona rinomanza sopravvive alla morte dell'ottimo cittadino come l'eco armonico dura a scuotere l'aria, cessata la vibrazione della corda, o come il profumo continua a spandersi pel tempio anche dopo la consumazione del grano d'incenso nel turibolo. La fama sola è il sudario di amianto che proserva i defunti dalla corruttela. Cura molesta di povertà non turbi l'anima vostra. Salomone in tutta la sua gloria non comparisce vestito come il giglio bellissimo della valle. Amatevi, cambiate liberali tra voi i doni della natura, e avrete copia di beni terreni. Chi serba il grano nel granaio non accumula nel regno dei cieli; chiunque terrà avaramente il vino nel celliere non sarà dissetato dalle fontane del paradiso. Battete e vi sarà aperto, finchè voi stessi apriate le porte ai bisognosi. Cristo povero ciba le moltitudini; certo cotesto fu prodigio, ma cotesto miracolo può essere rinnovato quotidianamente dagli uomini quante volte si sentano da mutuo amore infiammati. Allora non camminerà più brancolando il cieco, nè lo storpio arrancherà con affanno avvegnachè lo storpio sarà l'occhio del cieco, il cieco il piede dello zoppo. Figli di un medesimo Padre che regna nei cieli, fratelli tutti nella nostra parentela divina, maledetto colui che contrista uno spirito immortale, maledetto l'uomo che tiene il piede sul collo dell'uomo che piange, maledetto anche il fiacco che altro non sa che gemere sopra le sue catene, e non ardisce romperle, e convertirle in brandi per rivendicarsi in libertà. Se Spartaco servo pagano, quantunque la voce di Cristo a lui non gridasse nel cuore, ebbe siffatto ardimento, ora come potrà e dovrà essere emulato dal Cristiano consapevole avere Dio apparecchiato nei cieli i seggi più gloriosi ai magnanimi che per la Patria combatterono, e per la salute di lei fortemente perirono?
Cristo insegna il perdono delle offese che dai nostri fratelli ne vengono arrecate, e ne forma fondamento principalissimo della sua legge divina. Umana cosa è errare, celeste condonare lo errore. Se il tuo fratello ti offende e tu perdona; se egli torna a offenderti, e tu di nuovo perdona, oblia la ingiuria, o seguace di Cristo, e ricorda soltanto il fine di carità e di amore a cui tendono le ale aperte dell'anima tua. Altri si stanchi piuttosto ad offenderti che tu a perdonargli. O Creatura mortale, conviene a te mantenere odio immortale? Perchè vorrai segnare la corsa rapidissima alla morte e che ha nome vita con una traccia di sangue? Narrasi come il santo Filippo Neri supplicando un sussidio pei poverelli del Signore da certo barone romano si ebbe acerba ripulsa: tornato a supplicarlo con insistenza il superbo uomo prorompe in bestiale furore e percuote il Santo nel volto; questi, comecchè sentisse tutto il sangue ribollirgli nelle vene, pure placido e mansueto gli si volse dicendo: — per me la guanciata: ora datemi un po' di aiuto pei miei poverelli! — Perdono ai fratelli traviati, perdono ai nemici vinti come il Sammaritano infuse pietoso balsamo e olio nelle piaghe del trafitto Giudeo. Cessata appena la cagione dell'odio anche verso il nemico subentri un senso di benevolenza e di carità. Le mani liberate dai ceppi non si distendano alla vendetta, ma s'inalzino al cielo per ringraziare lo Eterno. E voi pure che mangiate il pane della violenza, e bevete il vino della abominazione; voi pure che peccate col fallo più grave che mai possa commettere l'uomo al cospetto di Dio, voglio dire la infame schiavitù in cui tenete le umane creature, solo che diate segno alcuno di pietà, e torniate alle case vostre, dove la gente a voi più caramente diletta vi attende, noi vi pregheremo pace:
_Passate l'Alpi e tornerem fratelli._