Part 6
Elvira ebbe una vaga idea che l'affermazione recisa di sua sorella si potesse contraddire apertamente con un passo della Bibbia, ma davanti alla corrente rigida della camera socchiusa non si sentì la forza di discutere e chiuse vivamente l'uscio dietro a Flavio e ad Anna che erano passati dall'altra parte.
Anna fu sul punto di chiedere al suo giovane amico, per cortesia, se avesse freddo anche lui, ma vide subito l'inutilità della domanda. Era lontano il giorno in cui misero, avvilito, perduto nella nebbia e nel terrore ella se lo era stretto al seno con amorevole atto materno.... Una leggera malinconia l'assalì improvvisamente.
Egli intanto girava per la camera pieno di quell'attenzione religiosa e pudica che Anna annoverava tra le sue maggiori attrattive, che lo rendeva qualche volta impacciato, ma che conferiva a' suoi detti, a' suoi sguardi, perfino a' suoi silenzi, una significazione profonda. Si fermò davanti alla pervinca che aveva la forma di un cuore spezzato e ponendovi sopra la punta dell'indice:
— Qui! — disse.
Tutto il passato rinasceva.
— In questo cantuccio, così, precisamente, mentre io seguivo le fantasie delle ghirlande dipinte, suo padre mi parlò dei diritti dell'uomo — la prima volta — la prima volta, intende? Fino allora avevo sempre creduto che l'uomo fanciullo e giovane dovesse essere proprietà dell'uomo vecchio, plasmati l'uno sull'altro come i fogli che escono tutti egualmente bianchi e levigati dalla macchina. Egli mi disse per la prima volta: “Sii te stesso„. Allora, subito, non intesi la grandezza di queste parole, ma quanto vi pensai in seguito!
Si erano portati davanti al ritratto di Gentile Lamberti e lo contemplavano in silenzio. Adorare insieme lo stesso ideale non è amarsi nel modo più raro e più profondo? Quale amplesso, quale bacio, li avrebbe avvinti più strettamente di quell'istante muto e solenne in cui, davanti all'immagine che per essi rappresentava la perfezione terrena, i loro cuori si fusero nella stessa tenerezza, salirono e divamparono nella medesima fiamma? Un soave calore li invase mentre stavano in piedi e vicini contemplando il ritratto amato. In quell'istante Anna sentì distintamente che la sua famiglia, il suo mondo, la sua vita erano lì, personificati nel cuore sensibile, nella delicata intelligenza di Flavio. E Flavio pure godeva l'istante. La nobile femminilità di Anna lo soggiogava, penetrandolo di un fascino sottile.
— La mamma. La nonna — disse Flavio riconoscendo i due ritratti che fiancheggiavano quello di Gentile Lamberti.
— Sì — fece Anna chinando lo sguardo sotto lo sguardo abbassato di sua madre.
— È singolare come lei non assomiglia niente a sua madre; e neppure sua sorella le assomiglia.
Un sospiro violento gonfiò il petto di Anna. Perchè non poteva parlare? Dire tutto a Flavio, confidarsi a lui, metterlo intero nella sua anima, in ogni suo pensiero; nel bene, nel male, negli slanci di fiducia eroica e nelle cadute angosciose. Quando, alcuni momenti prima, ella aveva proclamato: “Felici i soli„ non pensava certo ad una solitudine frammentaria fatta di rimpianti e di desiderî, ma alla divina solitudine di un tutto armonico e completo. Gli posò leggermente una mano sul braccio traendolo verso un'altra parete quasi tutta occupata dalla libreria; ivi la sosta fu breve. Avrebbero voluto leggere ad uno ad uno i frontispizi, toccare le pagine, ridire almeno il titolo dei cari volumi noti; era lavoro troppo lungo. Vi gettarono uno sguardo complessivo pieno di memorie e si ritrovarono da capo a guardare insieme la pervinca in forma di cuore.
— È veramente curioso — mormorò Anna a voce bassissima.
— Che cosa?
— Il fatto che senza comunicarci le nostre impressioni, perchè io mi ricordo benissimo di non avergliene parlato mai, tanto io che lei abbiamo trovato lo stesso simbolo doloroso in questo fiore.
— Ma non è evidente?
— Non saprei. Il signor Pompeo vi trova la forma di un ipsilon e la linea che dovrebbe essere la gamba dell'ipsilon e che per me è una lama che squarcia il cuore, Elvira sostiene non essere altro che una screpolatura del legno.
Flavio sorrise.
Ma Anna sembrava incalzata dalle visioni malinconiche. Ella disse ancora stringendo senza accorgersene il braccio di Flavio:
— Una volta sognai che questo fiore piangeva. No, non può immaginarsi che strazio! Piangeva come una persona viva, come un fanciullino inerme nelle mani del carnefice. Piangeva senza lagrime con un lamento lungo....
Si fermò per guardare Flavio: temeva che sorridesse e se ne sentiva già offesa, ma egli l'ascoltava pallido e serio.
— Crede che gli oggetti inanimati non sentano proprio nulla? Crede che i fiori non soffrano quando si lacerano?
— Ad ogni modo — rispose Flavio come se stimasse inutile una risposta diretta — noi prestiamo loro la nostra anima e tanto basta per renderli degni della nostra compassione. Qual significato avrebbe l'anima chiusa e costretta nel piccolissimo recinto di un cervello umano? L'anima è immortale perchè è infinita.
Avevano dietro a loro il piccolo divano che teneva lo spazio fra le due finestre. Anna vi si lasciò cadere pensosa, col busto ritto, le mani abbandonate in grembo.
Quante cose sapeva ora Flavio! Che slancio aveva preso la mente! Quasi provava un rimpianto dei tempi passati, quando nessuno si interponeva fra lui e lei e che ella poteva liberamente stringerselo al seno da quel povero fanciullo che era.
Flavio non ebbe un vero sospetto dei pensieri che agitavano la sua amica, ma la vide triste e con atto semplice ed affettuoso le si sedette accanto aspettando che parlasse, con un ritegno di tutta la persona, con una espressione negli occhi così umile e devota che Anna ne fu profondamente commossa.
— Oh! Flavio, mi pare che non un anno dieci anni ci abbiano divisi.
— Perchè dice questo? Io non mi sentii mai diviso da lei.
Le dolci parole fluttuarono nel breve spazio, molcendo il cuore di Anna come un'onda di lago che accarezza la riva.
— Non glie l'ho scritto che lei è la mia coscienza? Che cosa sarebbe stato di me, solo, senza consigli, senza aiuto, senza simpatie, solo per il mondo, per città straniere, tra gente ignota e indifferente?
— Aveva il suo sogno d'arte.
— No, avevo lei. Il sogno mi tormentava e la sua immagine, le sue parole, mi calmavano. Si ricorda una sera di primavera, oh! ero ancora quasi un fanciullo, sul terrazzo, in mezzo alle glicini? Ella mi disse che il mio dovere era di seguire la mia vocazione, contro tutti, a qualunque costo. Io credo bene di averla sempre amata.... Scusi, non si offende, vero?... ma da quella sera la venerai. Non si offende?... Se sapesse che cosa è lei per me!
Si fermò, quasi cercando una parola, dubbioso se fosse veramente la parola che egli voleva. Mormorò pianissimo:
— Una santa.
Anna scosse il capo con vivacità, arrossendo.
— No, no, sbaglia. Sono piena di pensieri cattivi. Anche in questo momento, vede, invece di esserle grata per tante buone parole....
— Non sono parole, sono sentimenti.
— ... per tanti buoni sentimenti, ho un cruccio qui.... Non so spiegarmi, non mi comprendo io stessa, ma creda, creda che non vorrei essere così. Mi esamino; è forse orgoglio che soffre nel trovarsi superato? è gelosia della sua gloria futura?
— La mia gloria futura! — esclamò Flavio scuotendo il capo — essa, se mai verrà, si umilia fin d'ora a' suoi ginocchi. Mi ascolti, che non ho mai parlato tanto seriamente. Le giuro che tutto ciò che sono, tutto ciò che potrò diventare è opera sua, è merito suo. Qualunque posto mi riserbi la fortuna, il mio posto preferito sarà sempre qui, come ora. Mi guardi, dove sono cambiato? Nel volto? Mi guardi bene, no. Nel cuore? No, no, no. Non lo vede che sono ancora il suo _poverino_?
Fu Anna questa volta che sorrise con una tenerezza che la scuoteva tutta e la faceva tremare.
— Mi chiami il suo poverino, mi faccia l'elemosina....
Anna gli pose una mano sulla bocca per farlo tacere, ed egli vi impresse un bacio devoto.
Per qualche istante nessuno parlò. Si udivano dal salotto vicino i lievi rumori che Elvira faceva rimuovendo le forbici, il ditale, i piccoli svariati oggetti del tavolino; fuori, sul terrazzo, qualche pigolìo di passero, qualche rapido sbatter d'ali; lontano la campanella del convento. Niente altro.
— Non è orgoglio offeso, non è gelosia di gloria futura — dibatteva Anna fra sè — che sarà dunque?
Il profilo di Flavio si disegnava nella sua correttezza di piccolo cammeo sul velluto cupo del divano, illuminato da un raggio di sole che vi pioveva obliquo. Anna non ricordava il momento in cui il sole era apparso e voleva ricordarlo, inquietata e sviata dalla tinta di oro pallido che prendevano sotto a quel raggio i baffi nascenti del giovine.
— Se le dicessi che ho pensato a lei davanti a tutti i capolavori, sarebbe certamente la verità, ma una verità un po' volgare e forse anche superficiale. Lei mi è stata molto più vicina, più intimamente e più dolcemente vicina, a Siena per esempio. Conoscesse Siena!
— Bella?
— Oh! bella, non è ciò che voglio dire. Vi sono delle città, come vi sono delle donne che dovrebbero offendersi a sentirsi chiamare belle. È un altro aggettivo che occorrerebbe; più complesso, più misterioso, sopratutto più profondo....
— Sì, sì, comprendo.
— Era un giorno tanto melanconico, pioveva; un lutto cittadino abbrunava quasi tutte le vie; sulla piazza, nei caffè, non si parlava che di morte; le Sibille del Duomo, quelle Sibille che nella snella e dignitosa persona somigliano a lei....
— Mi somigliano?
— Non lo sa? Davvero, le somigliano; ebbene, esse pure sembravano quel giorno addolorate. Probabilmente la tristezza stava in me; ma quand'è che possiamo staccarci così completamente da quanto ne circonda da poter dire che noi soli diamo il colore alle cose?... Entrai nella botteguccia di uno scodellaio che stava riproducendo certi puttini del Sodoma e mi venne la nostalgia dei secoli sereni dell'arte, quando Alighieri s'intratteneva a motteggiare con un umile intarsiatore di chitarre.
— Pensava a Belacqua?
— Sì, invidiandolo. L'artefice senese però era un rozzo calunniatore dei dipinti del Sodoma e la mia tristezza si fece anche maggiore mentre seduto sopra un trespolo ritraevo gli occhi dalla profanazione figgendoli disperatamente per terra, una terra nuda e compatta, dove la pioggia scorreva a rivoletti clandestini. Che gioia fu allora pensare a lei! Pensare che nella tristezza, nel lutto, nell'abbandono, nello scoraggiamento, nelle ore più nere, nei luoghi più tetri e meschini, una voce che esiste, che non è un sogno nè una fantasmagorìa, ci ripete: _Credi_.
Flavio si era fermato, sorpreso di aver saputo trovar tante parole per esprimere ciò che riteneva inesprimibile. Egli vide allora che vi sono veramente degli istanti nella vita in cui pare che l'anima trabocchi. Un'ora prima o un'ora dopo forse non avrebbe saputo dire altrettanto. E Anna lo ascoltava in estasi chiedendosi con grande trepidazione: “Io dunque gli ho fatto tanto bene?...„
Ma l'attimo volava. Le cose esterne cambiavano già: lo sguardo di Flavio, il suo gesto, seguivano la nuova attitudine del suo silenzio: l'aria intorno aveva trasmesso a distanze indefinite l'onda sonora della sua voce; le parole calde e vibranti non erano più, il pensiero stesso si era già trasformato.
— Ancora! — supplicò Anna.
E Flavio continuò:
— Forse ella era con me fin da quando, adolescente, entravo nelle chiese a imbevermi della dolcezza spirituale dei dipinti antichi visti nella trasparenza colorata delle ogive; sopratutto in certe giornate d'autunno intense di passione o nei mattini teneri di primavera, quando le madonne irradiate improvvisamente nel fondo delle cappelle sembrano sorridere colla loro grazia ingenua di vergini. Molte volte, sgridato per le mie lunghe assenze, non osavo confessare di essere stato in chiesa; non avrebbero creduto; ma a lei, se me lo avesse chiesto, avrei detto subito di sì; ed anche a lui!
I loro occhi si volsero insieme al ritratto di Gentile Lamberti. Flavio continuò:
— Fu in questa cara vecchia casa che nacque veramente, ma fu nelle chiese che maturò la mia vocazione per l'arte. In una piccola chiesa, qui, vicino a noi, ho provato le estasi più squisite.
— Il Monastero Maggiore?
— Appunto. Ha mai osservato lei quel rettangolo di vetro color viola, dietro l'altare? Sì, nevvero? Sopra la finestra per la quale dalla sacristia si confessavano un tempo le monache? È strano come le gradazioni di quel colore in tutte le ore del giorno, in tutte le stagioni dell'anno, io le abbia davanti agli occhi sempre; talvolta tragiche qual macchia sanguigna, talvolta ardenti e cupe, talvolta raggianti di luce mistica, celestiale. È questa l'aureola in cui per molto tempo ondeggiarono tutte le mie visioni d'arte e di amore.
All'ultima parola Anna arrossì in un modo così violento e ingiustificabile che si passò una mano sul volto per nascondersi.
— La annoio?...
— Come mai può pensarlo? Ho sempre avuto anch'io una grande preferenza per quella chiesa; vi trovo un fascino raccolto e misterioso. Lei forse saprà trovarvi altra cosa, delle ragioni artistiche che ignoro.
— Ma no. Ero un fanciullo quando incominciai a frequentarla. Essa ha davvero quel fascino indistinto che lei dice e che emana dalle opere d'arte a guisa di una bellezza incorporea, più sentita che ragionata. È per questo che tutti le possono ammirare. L'opera d'arte non ha duopo di spiegazioni: deve apparire in mezzo alle turbe nella stessa guisa di un raggio. Chi ha occhi lo vede.
Tacquero alcuni istanti, avvinti dalla profonda simpatia delle loro anime, per cui anche nel silenzio provavano l'impressione di continuare a parlarsi. Anna trasalì quando Flavio di lì a non molto disse:
— Fu in quelle soavi figure del Luini che cercai le prime forme femminili.
Ella pensava precisamente a ciò e non rispose. Una figura dell'ultima cappella a destra le venne repentinamente innanzi nell'abbandono della persona florida, nella veste discinta che scopriva le ricchezze del seno, e come prima, arrossì, presa da un turbamento che in lei non era affatto solito.
— Ma non riuscii mai a fissarmi in nessuna. Esercitavano tutte insieme una dolce eccitazione nel mio essere, piuttosto come sogno di un desiderio, che come desiderio concreto.
Anna continuava a tacere; pure il suo silenzio aveva un sommesso ardore che non permetteva alla parola del giovane di morire. Egli sentiva che ella era appoggiata a lui, stretta al suo cuore, devota a' suoi pensieri ed a' suoi ideali. Momento divino per il suo orgoglio d'uomo, sentiva di dominarla incondizionatamente. Ma l'uomo era quasi un fanciullo, le sue sensazioni adombrate ancora di pudore, se non di mistero, e la gioia inconscia del dominio prendeva nella sua mente un'attitudine ingenua che ne scemava la portata.
— Lontano, lontano, lontano vanno le memorie! — mormorò Flavio. — Non è lei la piccola fata che io vedevo scendere, salire, nascondersi negli ampi cortinaggi cremisi che ornavano il salotto di mio zio vescovo? Lei sa pure che ebbi uno zio vescovo, che i parenti volevano farmi percorrere la carriera ecclesiastica?... Prima di essere laureato professore fui unto prete.
Un malinconico, un dolce, un buon sorriso di chi ha già perdonato sfiorò le labbra di Flavio.
— È per questo — soggiunse Anna nello stesso tono di malinconia dolce — che ama le chiese.
— E gli angeli.
Flavio aveva pronunciato questa parola _angeli_ senza saperne il perchè; ma il blando suono della parola stessa lo commosse.
— Angeli o fate che fossero, femminili visioni mi apparivano nelle pieghe del damasco antico. Ero così piccino allora, così mingherlino, che penetravo in qualsiasi cantuccio, ed accoccolarmi per terra dietro le tende era una delle mie grandi gioie. L'ondeggiamento della seta mi faceva pensare a gonne misteriose, a fruscii d'ali.... Oh! certe sensazioni dell'infanzia come tornano.
Non disse a proposito di che gli tornavano ora quelle sensazioni. Si alzò in piedi, mosse alcuni passi e riprendendo il suo posto vicino ad Anna, la voluttà delle confidenze lo riprese:
— Ricordo una cugina, grande; era maritata; non so di che età, ma giovane o almeno mi sembrava tale; una mite creatura che vedevo raramente in casa del vescovo e mai altrove; aveva i capelli neri neri, pettinati lisci intorno alla fronte bianchissima. Mi voleva bene, mi proteggeva; quando mi sgridavano troppo (perchè io fui sempre sgridato in tutta la mia vita) mi attirava a sè e mi nascondeva la faccia nel suo grembo.
Ebbe una pausa. Si guardò in giro, guardò l'abito di Anna, parve cercare una parola.
— Come si chiama quella stoffa morbida, che non è seta, non è cotone, non è lana?... Mia cugina aveva un abito così, morbido, cadente con pieghe floscie.... Filugello?
— Non so che si facciano abiti di filugello: dovrebbero essere ruvidi — disse Anna.
— Mi sbaglierò dunque; non sarà filugello; infine non importa. So che era morbido e fresco, e siccome ella mi teneva contro i suoi ginocchi finchè avessi cessato di piangere, piangevo qualche volta un po' più a lungo per sentire contro il volto l'abito di mia cugina.
Anna tentò di sorridere, pure avvertendo una certa contraddizione con un sentimento ben più intimo e profondo che l'andava martoriando da qualche istante.
— È molto tempo che siam qui — disse alzandosi.
— Sì? — fece Flavio con sincera meraviglia.
Ed Anna allora completò più francamente il sorriso.
Un chiaro sole della fine di marzo raggiava nella vecchia casa traendone effetti di luce inaspettati, bagliori civettuoli di gemma sul capo di donna matura che non ha perduta tutta la sua bellezza; così gli embrici rosseggiavano, asciutti e lucenti, nell'aria fatta trasparente per la grande purezza e, digradando ora chiari ora scuri sul pendìo, interrompevano colla nota sorridente della loro fioritura rosata la bianchezza grigiastra dei muri. Il terrazzo, ornato appena di qualche semprevivo e di qualche impaziente tralcio di glicine che incominciava a inturgidire, scopriva per intero l'ampia balaustra barocca dentro ai cui riccioloni il sole giocava a rimpiatterello, guizzando sui rigonfi lucenti, internandosi nelle avvallature dove la patina di un bruno verdastro riluceva sotto ai suoi raggi con una marezzatura calda di bronzo.
Flavio contemplava tutto ciò dalla finestra della sua camera, ebbro della primavera che gli entrava per gli occhi a incontrare la primavera del suo cuore, avendo uno sguardo simpatico anche per il portinaio che girava silenzioso nel cortile a tendere i fili alla glicine, anche per il balconcino del vecchio pensionato dove spenzolava uno scialle di flanella a scacchi bianchi e neri. E non gli erano ugualmente cari gli orti che circondavano la casa, turgidi già per le sementi che gonfiavano la terra, velati qua e là da una nivea cortina di mandorli in fiore? tutto, fino al muro lontano del convento, fino ai due o tre comignoli che chiudevano l'orizzonte? Quale linea gli era ignota? Quale punto o quale colore era sfuggito al suo occhio perspicace ed amante? Egli rivedeva ora ogni oggetto con criterio maturato, con una più larga intelligenza del bello; si inteneriva a pensare la sua adolescenza trascorsa tutta lì, in quella che egli considerava ampiamente la sua casa, che racchiudeva tutte le sue memorie, i suoi dolori, le sue lotte, le sue speranze, le sue rare ma profonde gioie.
Nella recente e incompleta e pure viva esperienza del mondo aveva imparato ad apprezzare più ancora la solitudine di quel cantuccio primitivo, rimasto incolume ai fianchi di una grande città, sfuggito per miracolo alla manìa innovatrice; vi sentiva un tepore particolare di nido, di seno materno, dove è dolce riposare. La meridiana dipinta sul muro del convento aveva una scritta per metà cancellata. Alcune parole si leggevano ancora coll'aiuto di una lente, ma Flavio non ne aveva bisogno: le sapeva a memoria e proprio allora, in quella dolcezza di nido che si rinnovella, gli apparvero fiammeggianti sul muro lontano, quasi aureolate dal vivido sole che vi batteva sopra: _Il tempo stringe, facciamo il bene_. Fatidiche parole per un giovine che se le sente penetrare nelle carni e nel sangue a guisa di nobile sperone! Nella serena cornice della sua finestra, dinanzi agli orti sbocciarci, l'epigrafe della antica meridiana perdeva il suo carattere monastico per vestire una forza nuova di conquiste, di audaci tenzoni a cui la stagione prestava intime essenze eccitanti che Flavio respirava nell'aria come fumo di prossime battaglie. L'ora del tempo e l'ora della vita si univano insieme per renderlo felice. Egli gustava questa profonda ebbrezza di sentirsi giovine in un mattino di primavera.
Improvvisamente una rondine attraversò lo spazio: era la prima rondine dell'anno. L'agile forma bruna, dopo di avere punteggiato per un istante l'azzurro del cielo, sparì.
Una folata di vento passò ratta. Essa portava in grembo pollini di fiore, pelurie di nido, fiocchi indistinti caduti da ali invisibili e profumi teneri di foglie non odoranti ancora che di freschezza.
Nell'orto più vicino due gattini novelli giuocavano al sole, rincorrendosi con cento moine e capitomboli, carezze, finte, parate, assalti. Al disopra di essi un ciliegio metteva i primi boccioli; poco lungi un pesco agitava alla estremità delle esili braccia, come piccole mani di bimbo, i suoi fiori rosei.
Un grido uscì dal petto di Flavio; uno di quei gridi inconsulti che i giovani lanciano nello spazio per esuberanza di vita nella stessa guisa che i puledri nitriscono in mezzo al prato e che i falchi novelli stridono fendendo l'aria. Se ne stava ascoltando ancora l'eco del suo grido ripercosso contro i vetri aperti che il sole iridava, quando vide Anna ritta sul limitare del terrazzo che gli faceva un cenno amichevole; e perchè Flavio sorrideva senza muoversi, arrotondò le due mani intorno alle labbra mormorando un invito a cui finalmente Flavio corrispose con grande vivacità di gesti e di parole, mentre Anna si ritirava nelle sue camere.
Egli rimase ancora per un po' di tempo immobile al davanzale. L'apparizione della sua protettrice, benchè rapida, gli aveva suscitato una specie di tenerezza malinconica. Anna non gli era mai sembrata così pallida e un po' patita come in quel mattino acerbo di primavera, nella luce intensa del cielo e dell'aria, nel trionfo prepotente di un vigore che fugava tutte le ombre e cresceva la tonalità dei colori rendendoli quasi stridenti. Sì, doveva essere quell'orgia di turchino e di giallo che faceva apparir cereo il bel volto, sottolineando la leggiera emaciatura delle guancie. Tuttavia questa impressione non era isolata: qualche cosa di stanco interrompeva l'armonia generale della figura che egli aveva conosciuta fiera e quasi rigida, e che ora sembrava cedere ad un inesplicabile languore. Flavio si domandò quanti anni ella poteva avere. Non era più un fanciullo, lui. Conosceva la vita, aveva letto, aveva osservato. Per la prima volta pensò perchè Anna non prendeva marito. Ciò era per lo meno singolare; bella, ricca.... Improvvisamente scosse il capo: dove mai si sarebbe trovato l'uomo degno di lei?
Si staccò dalla finestra recando nel cuore l'immagine dell'amica bella e melanconica e già tòcca dal doloroso fascino che circonda sulla terra tutto quello che è inaccessibile. Il suo affetto profondo, confinante colla venerazione, ne ricevette alimento maggiore. Gli parve veramente di non potere allontanarsi da lei mai più.
Ma Anna lo aveva chiamato ed un'onda di pensieri giulivi invase l'animo del giovane. Egli andò subito a staccare dalla parete a cui stava appoggiata una tela amorosamente ricoperta con un drappo; rimosse il drappo e si pose a contemplar l'opera sua.