La trovatella di Milano

Part 3

Chapter 3 3,768 words Public domain Markdown

--Perchè mi perseguita l'immagine di Maria? Eppure non l'amo ed il mio capriccio è stato soddisfatto. Bah! finirà anche lei a consolarsi ed è tanto bella, che non mancherà di trovare qualche gonzo che la sposi.

Sorrise cinicamente, mostrando sul viso tutte le malvagie passioni della sua anima: si guardò allo specchio, accese una sigaretta e preso il cappello, lasciò senza un rimpianto, un rimorso quella casa, dove aveva fatta una vittima, infranto dolcemente, con una mostruosa menzogna, un povero cuore. Salì nella prima vettura vuota che incontrò e si fece condurre al palazzo del conte Patta. Questi non si trovava in casa, ma il giovane con la famigliarità che gli era abituale, si diresse all'appartamento di Adriana.

La giovinetta era nel suo salotto da studio, allorchè la cameriera l'avvertì che il suo fidanzato chiedeva di salutarla.

Adriana represse un movimento di disgusto e rispose asciuttamente:

--Venga pure.

Diego entrò sorridente e presa la mano che la giovine gli tendeva, la portò con galanteria alle labbra.

Adriana non ebbe il più piccolo trasalimento.

--Avete fatto bene a venire--disse indicando al giovine una bassa poltroncina presso il divano, sul quale ella sedette--perchè bramo prima della cerimonia nuziale, che mi legherà a voi per tutta la vita, regolare la nostra rispettiva posizione.

Egli la fissò alquanto stupito.

--Non vi comprendo Adriana.

--Mi spiegherò, non dubitate. Voi sapete il motivo che mi ha indotta ad accettare la vostra mano.

Diego abbassò il capo.

--So che voi non mi amate--disse con voce bassa--pure io spero che la mia tenerezza finirà a commuovervi e che un giorno avrete pietà di me.

Il pallore di Adriana si era accentuato ancor più: il suo accento divenne glaciale.

--No, mai!--rispose lentamente.--Il mio cuore è morto per sempre: non credo più a nulla.

--Siete crudele.

--Sono giusta, vi dico ciò che sento. Quindi ve lo ripeto: sarò vostra moglie per un puntiglio, una vendetta e se non mancherò ai miei doveri, avrò sacro il vostro nome, tuttavia non dovrete sperare da me una sola testimonianza d'affetto. Se la mia franchezza vi dispiace, se ferisce la vostra anima, il vostro amor proprio, siete sempre in tempo a ritirarvi.

Egli scosse il capo.

--Mentirei se dicessi che le vostre parole non mi facciano male, tuttavia non rinunzio ad un'unione ardentemente desiderata, perchè sono certo che un giorno cambierete pensiero a mio riguardo e giungerò a toccare il vostro cuore.

Eravi una dolcezza infinita in quest'ultima frase, ma Adriana rimase fredda, seria e nello sguardo che rivolse al suo fidanzato, eravi un'espressione così strana, che Diego trasalì, come se l'innocente vittima gli avesse letto nell'anima!

CAPITOLO SETTIMO.

Le conseguenze di un'infamia.

Chiuso nel suo studio, seduto dinanzi ad uno scrittoio, Gabriele Terzi rileggeva per la quarta volta una lettera di Adriana, chiedendosi se sognava o diveniva pazzo. La lettera diceva:

«Signore,--Quando riceverete questa mia, sarò già lungi da Milano con mio marito. I vostri calcoli con me, non sono riusciti e se ancora vi resta un po' di coscienza, invece di mettervi alla caccia di qualche altra ricca ereditiera, sposate la vostra guantaia di Porta Vittoria, la bella Maria, che per un giovane astuto come voi, potrà recarvi molto profitto--Adriana.»

--Ah! questo è troppo--proruppe Gabriele livido, febbrile, esaltato,--Ella si prende giuoco di me. Maritata?... No, non è possibile. E chi è la guantaia di cui mi parla...? Io non ci vedo più, mi sembra che il cervello mi si turbi... è un orribile incubo questo...

Si rovesciò sulla seggiola come annientato, torcendo fra le dita convulse il foglio, mentre la bocca gli si raggrinzava agli angoli e gli occhi si empivano di lacrime.

Soffriva spaventosamente ed era da quasi un mese che aveva il cuore straziato.

Perchè la contessina senza una parola, una spiegazione, non si era più fatta vedere da lui, non aveva mai risposto alle sue lettere traboccanti di amore, di dolore disperato. Che era successo? Che mai le aveva fatto? La sua coscienza nulla gli rimproverava: egli non viveva che per Adriana; l'amava con culto, santamente, fino alla febbre, alla follia.

E dopo un mese di torture inaudite, non trovando forse di averlo reso abbastanza infelice, la giovine si prendeva giuoco del suo dolore, con quella lettera enigmatica, insultante.

Ricacciò con forza le lacrime e risoluto si alzò. Non credeva alle parole di lei: era un tranello. Voleva vederla per l'ultima volta, parlarle, esigere una spiegazione. Se ella ricusava, sarebbe diventato cattivo, crudele.

Uscì di casa sconvolto, agitato ed aveva dipinto sul volto tanto strazio, che alcune persone si fermarono a guardarlo.

--Colui medita un suicidio,--pensavano.

Giunto dinanzi al palazzo di Adriana, si sentì piegare le gambe e dovette appoggiarsi al muro per non cadere. Aveva scorto l'ampio portone chiuso, le finestre ermeticamente serrate. Il palazzo deserto, triste, cupo, aveva l'aspetto lugubre di una tomba.

Dio... Dio... era possibile che la giovine avesse detto la verità? Che era avvenuto? Quale orribile trama avevano ordito contro di lui? Era possibile che Adriana avesse così dimenticate le sue promesse, i suoi giuramenti, se non fosse stata spinta da qualche grave motivo? Ma in qual modo conoscerlo? A chi rivolgersi?

Un sudore d'angoscia gli scorreva sul volto.

Si ricondusse a stento a casa, si gettò sul letto, ed ivi rimase per lunghe ore immobile, come se fosse morto, cogli occhi spalancati, vitrei, lucidi, la faccia color cera, le labbra convulse, semiaperte.

Pensieri terribili si urtavano nel suo cervello: la sua mente non poteva distaccarsi da Adriana e si chiedeva chi fosse l'uomo che gliel'aveva rapita. Il nome del marchese Diego gli corse sulla bocca e lo ripetè più volte con una specie di delirio. Sì... doveva essere lui, il preferito del conte Patta. Ma Adriana non aveva sempre detto che l'odiava? Come poteva darsi a colui senza vergogna, senza rimorso?

Gabriele si strinse le tempia con ambe le mani: sembrava gli scoppiassero, aveva un vulcano nella testa... Non poteva persuadersi del tradimento di Adriana. Che mai aveva da rimproverargli? Come poteva averlo scacciato ad un tratto dal suo cuore? No... egli non meritava quell'abbandono, nè poteva accettarlo così facilmente.

Alla sera, alquanto più calmo, decise di recarsi in traccia della guantaia, della quale si parlava nella lettera della contessina.

--Ella potrà spiegarmi questo mistero che non comprendo,--mormorò.

Si vestì in fretta, rinfrescossi il viso e senza neppure gettare uno sguardo allo specchio, uscì di casa e si diresse tosto a Porta Vittoria. Non tardò a ritrovare il negozio di Maria. La giovine era seduta dietro il banco, vicino ad Annetta. Il pallore dal suo viso nulla toglieva allo splendore della sua bellezza affascinante, tanto che Gabriele ne fu colpito al primo vederla e rimase tocco dalla grazia con cui l'accolse, quando entrò in negozio, credendolo un avventore.

Si era alzata, mostrando la persona ben formata, provocante e con un dolce sorriso:

--Che cosa desidera il signore?---chiese.

--Vorrei parlare un momento con voi. Maria fece un atto di stupore, mentre Annetta si alzava a sua volta, esclamando con tono brusco:

--Che vuole da mia figlia?...

--Ah! è vostra figlia---disse Gabriele--tanto meglio: quello che ho da chiedere a lei, non vi deve essere ignoto.

Il pallore di Maria aumentò: presentiva un pericolo che si avvicinava.

--Io non vi comprendo, signore--balbettò--non vi conosco...

La prima impressione provata da Gabriele era scomparsa: nei suoi occhi brillava un lampo di collera.

--Ahi non mi conoscete?--proruppe.--Perchè adunque lasciate credere che io sia vostro amante?

--Io! Io!--gridò con indignazione Maria, mentre Annetta metteva i pugni chiusi sotto il naso del giovane, esclamando inviperita:

--Signore, con chi crede di parlare? Sappia che nessuno ci ha mai tolto il rispetto e se lei non gira di largo, le darò tal lezione da ricordarsi per un pezzo di me.

Gabriele rimase fermo, impassibile.

--Non mi muoverò di qui--disse--senza aver avuto una spiegazione con vostra figlia.

Il suono della sua voce, il suo contegno energico imposero alla popolana: ella amava la franchezza, il coraggio.

--Ebbene, attenda un momento che chiudo il negozio--replicò più calma--non mi piace far sapere i fatti miei a nessuno...

Maria fissava il giovane con sguardi supplichevoli, accrescendo i sospetti di lui... Invece ella lo temeva senza sapere il perchè; una disgrazia la minacciava, ne era certa.

Pochi minuti dopo, Gabriele e le due donne si trovavano nella retrobottega, illuminata da una lucerna a petrolio. Annetta aveva offerto al giovane da sedere, ma egli rimase in piedi, appoggiato alla tavola, fissando gli sguardi ardenti su Maria, che non potè sostenerli, si sentì venir meno...

--Sapete chi sono?--chiese egli lentamente...

--No, lo ripeto, non vi conosco,--rispose tremante Maria.

--Mi chiamo Gabriele Terzi.

Un grido sfuggi dalle labbra della guantaia.

--Gabriele Terzi... voi!---proruppe con accento vibrata, convulso--Signore, volete prendervi giuoco di me.

Annetta guardava impensierita i due giovani, senza nulla comprendere.

--Non ho affatto la volontà di scherzare, credetelo; vi ho detto il mio nome, che voi dovete conoscere.

--Ebbene, sì, conosco questo nome e la persona che lo porta--replicò con impeto Maria--ma voi... non so chi siete...

--Perchè mentire? Sapete bene che nessun altro all'infuori di me porta un tal nome; il marchese Diego deve avervelo detto per farvi sua complice nella trama, che doveva perdermi nell'anima della contessina Adriana...

Maria credeva diventar pazza: davanti agli occhi le passavano dei bagliori sinistri e slanciandosi verso il giovane, gli strinse il braccio con violenza, esclamando:

--Signore, cessate ve ne prego una così orribile commedia o non rispondo più di me stessa: il marchese Diego non lo conosco, ve lo giuro, mi pare bensì di averlo sentito nominare... ma non comprendo... ciò che vogliate dire...

Eravi tanta sincerità nell'accento straziante della bella guaritala, che il giovine si sentì scosso.

--Ascoltatemi--disse gravemente--non è possibile che io m'inganni così. Voi dite di conoscere Gabriele Terzi?

Il viso di Maria si fece scarlatto.

--Ebbene, sì... lo conosco, lo conosco, l'amo... egli deve essere mio marito.

Annetta a quella confessione della fanciulla, rimase dapprima come fulminata, poi la sua collera scoppiò con violenza.

--Ah! sciagurata, me l'hai sempre nascosto.

--Perdono, mamma, perdono, se tu sapessi quanto ho sofferto per ciò--rispose Maria con un accento che avrebbe commossa una pietra--sì, sono colpevole,... so che ho fatto male, ma l'amore è stato più forte di tutte le ragioni.

La popolana era vivamente impressionata, tuttavia manteneva un sembiante severo.

--Insomma chi è il tuo amante?

--Lo stesso giovane che l'ultima notte di carnevale si è qui ricoverato in costume da maschera...

--Ah! l'avrei indovinato--strillò Annetta con un'esplosione di collera.--Eppure ti avevo avvertita...

Gabriele l'interruppe: era orribilmente convulso.

--Un giovine in abito da maschera? Ah! non vi è più dubbio... è lui, proprio lui...

Maria alzò con energia la testa.

--Chi?

--Il marchese Diego Tiani, che si è approfittato del mio nome, non solo per tradirvi, povera fanciulla, ma per ingannarne un'altra, che io amavo.

Il viso di Maria si era coperto di un livido pallore, le sue manine stringevano le tempia.

--No, non è possibile: voi mentite, mentite,--balbettò con accento soffocato.

--Ah! se mi conosceste, non direste così: ve lo ripeto: colui che vi sedusse, si prese giuoco di me, di un'altra, è il marchese Tiani e per convincervi, vi dirò che l'ultima notte di carnevale, io stesso, aggredito da lui, a tradimento, infamemente, l'inseguii fino a questa strada, dove lo persi di vista.

Annetta cedendo alla sua natura piuttosto collerica, serrando i pugni e colla schiuma alla bocca.

--Ah! il miserabile--esclamò--lo sciagurato, E adesso dove si trova?

--Se lo sapessi, sarei qui? Egli è partito con la fanciulla che io amava ed ha sposata.

Queste parole furono la scintilla che diede il fuoco alla mina.

--È troppo, troppo--gridò Maria come pazza--ed io non sopporterò l'inganno tesomi.

--Credete che anch'io voglia subirlo in pace?--replicò Gabriele.--Egli non mi ha tolto solo ogni mia felicità, ma agli occhi della contessina Adriana sono apparso un essere spregevole: il marchese Diego non ha solo ordito un piano d'infamia, ma disonorato il mio nome. Se volete, ci uniremo insieme per vendicarci.

--Accetto!--proruppe Maria con accento selvaggio, tendendo la mano al giovane.

Annetta non poteva superare il suo furore.

--Ma intanto tu disgraziata--esclamò con impeto--rimarrai colla tua vergogna... ed io non potrò più guardarti senza arrossire di te, che ingannasti la mia fiducia, la mia tenerezza.

A queste parole, la bella guantaia sentì stringersi il cuore dall'angoscia, dal rimorso; una nebbia le calò sugli occhi e non avendo la forza di rispondere, diè un gemito e cadde svenuta fra le braccia della popolana. Questa rimase sconcertata, sentì svanire tutta la sua collera e coprendo il pallido viso della fanciulla di baci e lacrime.

--Maria... Maria, guardami--mormorò--sono tua madre... che ti ama sempre, ti perdona.

Ella aprì gli occhi e con voce debole, ansiosa:

--È proprio vero?--chiese.--Non mi discacci da te?

--No, mia cara... ma a quel cattivo arnese che ti ha disonorata, vedi, non posso perdonare.

Maria si rialzò.

--Nè io lo voglio!--disse risoluta, pensando ai mezzi iniqui, coi quali Diego si era impossessato di lei.

Gabriele si era lasciato cadere su di una seggiola, perchè le forze l'avevano tradito; ma i suoi occhi si volgevano con pietà e simpatia verso la giovane guantaia.

Egli rimase più di un'ora presso le due donne per concertarsi su quello che dovevano fare e quando si ritirò, Maria ricadde singhiozzando tra le braccia della madre...

--Oh! quanto soffro!--mormorò...

--Coraggio, Maria, coraggio; ci sono sempre io vicino a te e quand'anche tutti ti disprezzassero, io ti difenderò sempre.

Un singhiozzo straziò il petto della guantaia.

--Quanto sei generosa! Ma vedi! Se tutto ciò che mi ha rivelato quel giovane è la verità, colpirò quell'infame che ha distrutta la mia esistenza, mi ha spezzato il cuore.

L'espressione sinistra con cui furono pronunziate queste parole, spaventarono la popolana.

--Commetteresti un delitto?

--Non so nulla, ma mi ribello contro il destino al quale il miserabile mi ha condannata e se avrò da condurre una vita di sofferenze, egli la dividerà con me, te lo giuro!

CAPITOLO OTTAVO.

Rivelazioni.

Il marchese Diego Tiani e sua moglie, invece di un lungo viaggio di nozze, avevano scelto per la loro luna di miele la solitudine di una villetta presso Cernusco-Merate.

Tanto Adriana che suo marito avevano avuto uno scopo nel ritirarsi in quel luogo.

La giovane poteva abbandonarsi al suo dolore senza che sguardi indiscreti la spiassero; Diego non avrebbe mancato di fare qualche scappata a Milano, onde continuare la vita di libertinaggio fino allora condotta.

Adriana aveva seco la sua fidata cameriera, che era a parte di tutti i suoi segreti. Diego teneva un domestico dall'aria furba e intelligente, che trattava con molta famigliarità il suo padrone e si mostrava strisciante sino al ridicolo con la giovine marchesa.

I due sposi si vedevano all'ora della colazione e del pranzo. Ma anche in quei momenti si parlavano assai poco: l'uno nervoso, irritato perchè offeso nel suo orgoglio, pieno di desiderii per quella donna ammirabilmente bella, che era sua moglie e gli apparteneva così poco: l'altra sempre assorta nelle sue tristi meditazioni, sollevando appena di quando in quando i suoi occhioni, in cui la sofferenza metteva spesso delle lacrime.

Passò un mese.

Una mattina che Adriana si trovava più pallida e più triste del solito, Diego dopo averla a lungo osservata con mal repressa ira, disse in tono sardonico.

--Sembra che non possiate dimenticare le memorie del passato, nè chi si è preso giuoco di voi.

Ella ebbe una contrazione nelle sopraciglia ed alzando la testa con aria indignata.

--E quando fosse!--esclamò alteramente--Credetemi, fareste meglio non farmi troppo pensare ad un simile avvenimento. Mi sono spiegata abbastanza prima del mio matrimonio: mi avete voluta lo stesso. Con qual diritto adunque mi rimproverate adesso, cercate scrutare i miei pensieri?...

--Dimenticate che sono vostro marito... e se conoscete la legge...

Adriana l'interruppe con un gesto imperioso.

--La legge non può impedirmi di riflettere a mio piacere: i miei doveri di moglie li conosco meglio di voi, che trascorrete le notti non si sa dove nè con chi.

--Se non mi sfuggiste come fate, se non mi mostraste in tutti i modi il vostro disprezzo, state certa che non mi allontanerei un solo istante dal vostro fianco. No non mi sarei aspettato tanta crudeltà da voi: eppure che vi feci... se non che adorarvi, quanto la stessa divinità, cercare tutti i mezzi per rendervi felice?

La sua voce si elevava a poco a poco: la sua passione scoppiava con violenza inusitata.

Adriana rimaneva fredda, insensibile.

Egli le si avvicinò e fissandola con occhi in cui passavano dei luccicori terribili.

--Badatevi--disse con voce sorda--in questo momento sono ancora lo schiavo che supplica; ma domani sarò il padrone che comanda.

Ella sostenne coraggiosamente quegli sguardi: c'era in lei qualche cosa che si ribellava contro la brutalità di quelle parole.

--Non potrete giammai costringermi ad amarvi--disse--perchè sarebbe una cosa superiore alla mia volontà. Mi spezzerete, ma senza giungere a piegarmi... e se mi aveste ben conosciuta, forse non avreste tentati tutti i mezzi per divenire mio marito.

Si alzò per andare nella sua camera, lasciando Diego furibondo, umiliato.

Appena fu sola, cadde su di una poltrona scoppiando in singhiozzi convulsi. Come si sentiva oppressa, infelice! Dunque la sua esistenza sarebbe sempre trascorsa così, vicino ad un marito che odiava, per il quale provava una repugnanza invincibile, qualche cosa che non avrebbe saputo spiegare a sè stessa... e col pensiero sempre fisso nell'altro, che l'aveva tradita, eppure amava sempre, come forse non l'aveva amato mai!

Una disperazione spaventosa assaliva la sua anima, il suo cuore sanguinava. Era stanca di vivere: uno scoraggiamento orribile l'accasciava.

La sua fidata cameriera la sorprese, mentre si dibatteva in una crisi violenta di nervi, lasciandosi sfuggire parole insensate, che mostravano il turbamento del suo cervello, lo spasimo del suo cuore.

--Signora, signora, per carità si calmi,--disse la cameriera con accento supplichevole, inginocchiandosi sul tappeto, vicino a lei.

--Ah! soffro tanto... non ne posso più, vorrei morire.

--Non dica così... ah! se potessi trovare un mezzo per consolarla... ma non so che volerle bene... offrirle la mia povera vita...

--Buona Clarina, sei sempre tu quella che mi rende la forza che sta per mancarmi: che Dio ti benedica.

Discorsero a lungo e quando la cameriera la lasciò, Adriana sembrava più calma. Ma era di una pallidezza cadaverica, i suoi occhi brillavano nelle orbite affossate, i capelli le cadevano in disordine sulle spalle.

Passò il giorno chiusa in camera. Suo marito si era allontanato dalla villa col suo domestico.

Scese la notte. Una soave tranquillità regnava nella natura: migliaia di stelle scintillavano nel cielo, i zeffiri scherzavano dolcemente tra le piante asportandone i profumi.

Adriana discese in giardino, e andò a sedersi sopra una rustica panchetta, seminascosta da un cespuglio di rose. Respirava più liberamente, i suoi pensieri avevano subito una trasformazione: erano meno amari, eccitanti, dolorosi. La calma di quella notte serena, passava nella sua anima.

Ad un tratto sentì stridere la ghiaia del giardino: sembrava che qualcuno si avanzasse con precauzione.

Sebbene la giovine donna non conoscesse la paura, di un balzo fu in piedi. Era forse suo marito che tornava? Ma non aveva sentito lo strepito del calesse, lo scrocchiare della frusta.

Stette in attese, pronta a nascondersi se qualcuno si fosse avvicinato. Non tardò a vedere un'ombra scivolare in mezzo alle piante e quando fu a pochi passi da lei, poco mancò che Adriana non gettasse un grido. Era una donna.

--Che venite a cercar qui?--chiese mostrandosi.

L'altra invece di rispondere, esclamò con una specie di trasporto...

--Voi... voi signora! Ah! come ringrazio Dio, che mi permette di parlarvi, prima di punire quel miserabile.

Ai primo suono di quella voce, Adriana trasalì, poi avendo potuto osservar meglio i lineamenti della donna che le parlava, indietreggiò con disgusto ed orrore...

--Maria la guantaia!

--Sì, Maria, una povera vittima come voi signora, di un uomo senza cuore, senza coscienza...

--Che intendete dire? Forse il vostro amante vi ha abbandonata e venite a lamentarvene con me?

Scoppiò in una risata stridente, convulsa, che parve uno schianto del cuore...

--Non giudicatemi così male, signora: Gabriele Terzi, l'uomo da voi amato, non è mai stato mio amante, ve lo giuro: un altro aveva preso il suo nome per sedurmi, mentre ingannava voi stessa: degnatevi ascoltarmi e vedrete a quale infernale seduzione abbiamo dovuto entrambe soccombere.

Adriana era divenuta pallidissima: la sua testa si smarriva. Afferrato un braccio di Maria, chiese con voce ansante, oppressa:

--L'infame, il miserabile è stato mio marito, eh?

--Sì...

--Ah! venite... ditemi tutto,--aggiunse traendo la bella guantaia sulla panchetta, dove poco prima si era abbandonata a soavi fantasticherie.

Maria le disse tutta la sua triste storia, le rivelò la scoperta fatta, riversò tutte le angoscie del suo cuore, nel cuore straziato di Adriana.

Entrambe erano in preda ad una violente emozione. Eppure in mezzo al suo atroce dolore, la contessina provava qualche cosa d'indefinibile, di stranamente dolce.

Gabriele era innocente, sempre degno di lei, del suo amore!

Ah! in quel momento comprendeva perchè non le era riuscita vincere il suo disgusto, il suo odio per Diego; capiva perchè al contatto di lui, tutto il suo essere si ribellava.

--Mi giurate Maria che quanto mi avete detto è la verità?

--Ve lo giuro e il signor Terzi potrà confermarvi che non ho mentito...

Adriana non si era ancora riavuta dallo sbalordimento cagionatele da queste parole, che Gabriele era ai suoi piedi...

Maria si alzò, ritirandosi di qualche passo per lasciar liberi i due giovani di spiegarsi. Ma nè l'uno, nè l'altra fu in grado per qualche momento di pronunziare parola...

Si tenevano stretti stretti per la mano, si guardavano muti, sospesi in un'onnipossente ebbrezza, dimenticando le sofferenze passate, l'infame tranello stato loro teso.

Un sospiro profondo della bella guantaia li strappò a quell'estasi.

--Credi tu adesso alla mia innocenza Adriana?--sussurrò Gabriele, fissandola con uno sguardo pieno d'amore.

Gli occhi della giovine donna ebbero un luccicore straordinario...

--Si, vi credo--esclamò--ma voglio che quel miserabile stesso confessi; ah! vedi quando avrò strappata dalla sua bocca la verità, dal suo viso quella maschera d'ipocrisia, ti giuro che lascierò tosto questa casa per raggiungerti... Ma ora, se mi ami, devi ripartire, tornare a Milano ad attendermi, per non dare alcun pretesto a quel vile di mancarmi di rispetto... Se ti trovasse qui, essendo egli di fronte alla legge mio marito, noi soli saremmo i colpevoli e le vittime.

La voce le mancava: un'emozione dolorosa l'assalse, le velò gli occhi di lacrime.

Gabriele le cinse con le braccia la vita e traendola dolcemente a sè, le disse con voce tenue come un sospiro:

--Adriana non piangere, non affannarti: io sono tuo per amarti, ed obbedirti: ripartirò...

--Grazie, amico mio... grazie.

Si scambiarono uno di quei baci lunghi, soavi, che sembrano voler assorbire la vita; poi il giovane balzò in piedi.