# La trovatella di Milano

## Part 1

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[Copertina]

LA TROVATELLA DI MILANO

ROMANZO STORICO

DI

CAROLINA INVERNIZIO

[Illustrazione]

MILANO CARLO BARBINI EDITORE

Via Chiaravalle, 9.

[Occhiello]

LA TROVATELLA DI MILANO

[Illustrazione]

Diego era stato colpito in mezzo al petto e cadde colla faccia riversa al suolo,...

_Pag. 79_.

[Frontespizio]

LA TROVATELLA DI MILANO

RACCONTO STORICO DI CAROLINA INVERNIZIO

MILANO

PRESSO CARLO BARBINI EDITORE Via Chiaravalle, Num. 9

1889

[Verso]

Sotto la protezione della legge 25 giugno 1865, N. 2337, essendosi adempito a quanto essa prescrive.

Milano 1889--Tip. Wilmant di G. Bonelli e C., Via Moscova, 37.

Alle Signorine

Amelia, Zaira e Pia Salani

Cinque anni fa, quando vi conobbi, eravate ancora bambine colla gonnella corta, i capelli disciolti e il grembiulino. Eppure vi mostravate già amantissime della lettura e quante volte vi sorpresi o nascoste in un angolo del vostro giardino o in una sala appartata della tipografia di vostro padre, tutte intente a divorarvi qualche libro nuovo, appena uscito dalla macchina, neppure rilegato... E davate già i vostri giudizii pronti, ingenui, spontanei, col sorriso infantile sulle labbra, gli occhi brillanti di emozione.

Oggi, fatte giovinette bellissime, piene di senno, con un delicato gusto artistico e letterario, non vi compiacete che di quei libri, i quali rispondono ai sentimenti gentili della vostra anima, vi dischiudono dinanzi l'orizzonte abbagliante, accarezzato dalla vostra giovanile fantasia, aprono il vostro cuore alle prime, soavi emozioni della vita.

Ecco perchè i miei libri hanno sempre trovato grazia presso di voi e perchè oggi vi dedico questo mio lavoretto.

Si dice che la più bella pagina di un libro sia quella, sopra cui cade una lacrima. Orbene: se la mia _Trovatella di Milano_ farà sgorgare dai vostri occhi una lacrima di commozione e di pietà, voi avrete ricompensato abbastanza il mio amor proprio di scrittrice, la mia tenerezza di amica sincera ed affezionata.

Un bacio a tutte di cuore.

Firenze, Giugno 1889.

CAROLINA INVERNIZIO.

CAPITOLO PRIMO.

La maschera misteriosa.

La mezzanotte era ribattuta a tutti gli orologi della città, quando Maria, la bella guantaia di Porta Vittoria, si decise chiudere il suo negozio. Aveva fatto così tardi, perchè era l'ultimo giorno di carnevale e gli avventori non erano mancati.

Maria appariva stanca, abbattuta. I suoi grandi occhi azzurri, lieti e brillanti, si mostravano leggermente velati; i capelli finissimi castani, le cadevano in disordine sul collo e sulla fronte; le guancie aveva pallide, la piccola bocca sorridente, un po' scolorita.

Tuttavia era sempre affascinante: un abito di panno verde con corsaletto di panno bianco ricamato in spighetta dorata, dava risalto alla grazia delle tornite spalle e faceva spiccare la vita sottile, flessibile: alla leggiadra semplicità del suo portamento, univa un'altera castità.

Messi gli sporti alle vetrine, Maria stava per ritirarsi, quando un individuo mascherato, che veniva correndo dalla parte del bastioni, si slanciò nel negozio, respingendo indietro con un urto la giovine ed esclamando con voce soffocata:

--Per pietà, nascondetemi, salvatemi.

Nel primo sbalordimento, Maria era per chiamare aiuto; ma l'individuo si era tolta la maschera e mostrava un viso così gentile, animato dal fulgore di due occhi nerissimi e da un sorriso così incantevole, che la giovine si affrettò a chiudere l'uscio e mettervi il catenaccio.

--Eccovi al sicuro--disse quindi colla sua voce fresca, armoniosa--ma non posso già tenervi qui tutta la notte.

--Nè io abuserò a lungo della vostra gentilezza; mi basta far perdere le mie traccie.

Maria sussultò, guardando con maggiore curiosità lo sconosciuto. Egli indossava un ampio domino nero, che aprendosi sul dinanzi, lasciava scorgere al disotto un ricco costume di raso celeste e argento: il cappuccio del domino essendogli caduto sulle spalle, mise allo scoperto una testa bionda e ricciuta come quella di un fanciullo.

--Eravate dunque inseguito?--chiese la giovine arrossendo alquanto.

--Sì, ma spero non mi prenderete per un ladro o qualche malfattore travestito, sorpreso dalle guardie: chi mi seguiva è un mio nemico ed io avevo le mie buone ragioni per non cadere nelle sue mani.

Poi cambiando vivamente discorso:

--Mi dispiace darvi incomodo--aggiunse--voi forse stavate per recarvi al riposo.

--È vero, ma se starò alzata un'ora di più, non ne soffrirò. Abito qui sopra: dalla retrobottega, posso salire in casa.

--State sola?

--Ho con me la mamma, ma ella, povera vecchia, va a letto presto.

--Non avete paura giovane e bella come siete rimanere senza alcuno, di notte, in negozio?

Maria alzò il bel capo con alterezza, schiuse le labbra al sorriso e fissando sul giovane uno sguardo calmo e sicuro, che annunziava la perfetta quiete della sua anima.

--Paura?--esclamò--E di chi? I ladri farebbero un magro bottino e in quanto a me, se qualcuno ardisse insultarmi, saprei difendermi.

Il suo viso, l'atteggiamento, esprimevano una tale energia, che lo sconosciuto la guardò con viva ammirazione.

--Sapete a cosa penso?---disse dopo un momento di espressivo silenzio, appoggiandosi con un gomito al banco, mentre la guantaia rimetteva in ordine alcune scatole negli scaffali.

--Che volete che sappia se non me lo dite.--rispose volgendosi a riguardarlo.

--Penso che si deve essere molto felici amati da voi.

Un vivace rossore salì alle guancie di Maria: ella alzò graziosamente le spalle.

--Io non amo alcuno.--disse.

Egli scosse dolcemente il biondo capo.

--Non è possibile.

Maria ebbe un sorriso affascinante.

--Avete ragione, vi ho ingannato: amo, anzi adoro... mia madre.

Poi ritornando seria e come pigliasse un'improvvisa risoluzione.

--Temete signore--chiese--che la persona, dalla quale eravate inseguito, vi abbia veduto entrar qui?

--Spero di no, avevo molto vantaggio su di lei, tuttavia scommetto che sta perlustrando la strada...

--Se ascoltaste un mio consiglio, cangereste d'abiti.

--Potete procurarmene degli altri?

--Ve ne posso dare uno dei miei.

--Un travestimento da donna? Ebbene, perchè no? Siamo di carnevale: accetto.

--Attendete un momento: vado a prepararvi quanto può occorrervi.

Disparve nella retrobottega, lasciando solo lo sconosciuto. Allora il viso di questi subì una trasformazione: la fronte gli si corrugò come quella dì un vecchio: i suoi occhi presero un'espressione dura, quasi crudele, le sue labbra si raggrinzarono.

--Che disdetta!--mormorò--Eppure avevo sperato di raggiungere il mio intento! Ma prenderò la mia rivincita e prima che egli giunga a possedere Adriana, lo voglio morto.

Si ricompose, perchè Maria rientrava.

--Signore--diss'ella con semplicità e franchezza--andate a cambiarvi: troverete tutto pronto: io vi attendo qui.

Rimase in piedi, presso il banco, meditabonda. Non sentiva più la stanchezza, si trovava sotto il fascino di una potente emozione, senza saper spiegarsene il perchè.

Maria era usa servire degli avventori giovani, belli, eleganti; molti si recavano appositamente da lei, per avere l'occasione di ammirarla, sussurrarle qualche dolce parola, farle un po' di corte. La guantaia accettava sorridendo quegli omaggi e dichiarazioni, ma non incoraggiava alcuno; il suo cuore era rimasto fino allora tranquillo, la sua riputazione d'onestà non aveva ricevuta la più piccola macchia.

Ma in quella notte, la presenza dello sconosciuto le cagionava un insolito, involontario turbamento: il cuore le batteva a colpi precipitosi. Avrebbe voluto sapere chi egli fosse, da qual luogo era fuggito in quel costume e perchè lo perseguitavano.

Fu scossa nel vederlo ricomparire: le sue guancie si infiammarono ed un sorriso, un po' tremulo, inarcò le sue rosee labbra.

Vestito da donna, egli sembrava ancora più carino, civettuolo. Se due piccolissimi baffetti biondi non gli avessero ombreggiata la bocca, si sarebbe davvero potuto prendere per una leggiadra ragazza. Non mostrava alcun impaccio sotto quegli abiti femminili, anzi il suo elegante personale, pareva aver acquistato maggiore sveltezza ed elasticità.

--Come vi sembra che stia?

--A meraviglia, nessuno vi riconoscerà, specialmente se abbasserete il velo del cappello.

--Volevo guardarvi ancora una volta.

Per nascondere il suo rossore e la sua confusione, Maria si affrettò a rivolgersi ed a togliere il catenaccio dalla porta.

--Fermatevi--esclamò con vivacità lo sconosciuto--voglio dirvi che domani vi rimanderò i vostri abiti e pregarvi a non serbare di me una triste impressione, a perdonarmi.

Maria invece di rispondere, dischiuse la porta e dopo aver guardato al di fuori, rivolse il viso, ritornato pallido ed alquanto serio, verso il giovane.

--La via è libera--disse--potete uscire, signore.

Lo sconosciuto con un moto pronto al pari dell'idea, afferrò con ambe le mani la bella testa della guantaia, depose sulle labbra di lei un bacio infuocato, poi slanciandosi in istrada, scomparve.

A Maria le parve che con quel bacio, egli le avesse portata via l'anima, tanto fu scossa sino in fondo al suo essere.

Rimase un istante come svenuta, con gli occhi umidi, le labbra frementi...

Poi sembrò respingere dentro di sè quell'impressione e il suo viso riprese l'abituale serenità.

Rinchiuso accuratamente l'uscio, spense il lume e passata nella retrobottega, senza osservare gli abiti lasciati dal giovane, prese una lucernetta ad olio e per una scaletta di legno, salì alla camera da letto, l'unica stanza di quel magazzino.

Era addobbata modestamente, ma di una pulitezza che incantava. Il suolo si mostrava lucidissimo, le pareti parevano colorite di fresco.

Due letticcioli di ottone, separati da un tavolino da notte, un armadio di noce, quattro seggiole intarsiate, un divano di cuoio, uno specchio con cornice di rame dorato, un porta-abiti di ferro verniciato, compivano il mobiglio della camera.

Maria entrò in punta di piedi e facendo con una mano riparo alla fiamma della lucerna, si avvicinò ad uno dei letti e si pose a contemplare il viso soave, sebbene appassito dagli anni, di una donna, che dormiva profondamente, appoggiando il capo all'alto del capezzale, sul braccio ripiegato.

Sul vago sembiante di Maria apparve un'espressione di tenerezza, di contento.

Quel sonno calmo, quella respirazione dolce e misurata, L'atteggiamento stesso tutto pace, rassicurarono la bella guantaia. Sua madre nulla aveva sentito: ella poteva nasconderle la strana avventura di quella notte.

Si ritrasse pian piano e deponendo la lucerna in un angolo, si dispose a coricarsi.

CAPITOLO SECONDO.

Cuore di popolana.

Nel 1848, diciotto anni prima della scena raccontata, allorchè il popolo milanese si sentì l'animo di scuotere il giogo austriaco, nelle gloriose cinque giornate, anche le donne presero parte alla sollevazione, mostrando come l'amore della libertà possa rendere anche i più deboli, audaci ed invitti.

Fra quelle che più si distinsero, vi fu la Luigia Battistotti maritata Sassi, la quale deposti gli abiti femminili, sotto le spoglie di fuciliere, corse nelle vie a cercare il pericolo, incoraggiando ovunque, colla sua presenza, i combattenti; la Giuseppina Lazzeroni, una bella giovinetta che seguì a Ponte Vetero il fratello e combattè intrepidamente al suo fianco, comunicando il suo ardore agli altri, facendo prodigi di valore; infine Annetta Durini, che fu compagna al marito nelle barricate di porta Tosa, ora Vittoria, dove il coraggioso popolano trovò la morte.

La moglie che se lo vide cadere ai piedi, non si abbandonò ad atti di dolore, di disperazione: inginocchiatasi, baciò con rispetto quella fronte crivellata di palle, tolse dal collo del morto una sciarpa inzuppata di sangue, che nascose in seno, poi sorse animosa, ricominciando a combattere.

L'idea di vendicare quel prode, che ella avea tanto amato, accrebbe la sua energia, la fece comparire come trasfigurata. Annetta Durini aveva oltrepassati i quarant'anni; ma la freschezza della carnagione, gli occhi scintillanti, i denti bianchissimi, i capelli folti e neri, la facevano apparire assai più giovine.

Indossava un abito corto, stretto ai fianchi opulenti, un corsaletto le cingeva il busto scultorio; portava il cappello all'italiana; al collo teneva un fazzoletto di seta negligentemente annodato, in mano la carabina, alla cintura un pugnale ed una pistola.

A Porta Tosa, ebbe il cappello portato via dalle palle nemiche, per aver difesa una famiglia, che stava per cadere in mano ai Croati; più tardi, mentre confortava un moribondo, fu ferita alla nuca. Tuttavia non si scompose e malgrado il sangue che le pioveva sul collo e sulle mani, continuò il suo pietoso ufficio.

Durante le cinque giornate, Annetta non posò mai le armi; ma allorquando gli Austriaci ebbero provato invano il ferro ed il fuoco contro la città protetta da un santo diritto; quando tanto peso di forza brutale, dovette cedere alla generosa audacia, all'eroismo dei prodi milanesi, che con tanto sangue pagavano la loro libertà; la coraggiosa popolana, affranta dalle fatiche, spossata da lungo digiuno, si ritrasse alla sua abitazione, in una di quelle poche case di Porta Tosa, che non erano state completamente devastate dalle fiamme e dal saccheggio. Per la prima volta, dopo tanti giorni di lotta, di energia, Annetta nell'entrare in quella casa fu assalita dallo scoraggiamento, da una muta disperazione.

Ormai ella avrebbe cercato invano nelle sue stanze il volto adorato del marito: non avrebbe più intesa la voce di lui, nè si sarebbero potuto rallegrare insieme della vittoria ottenuta. Di più non aveva un figlio che le ricordasse quelle care sembianze, un figlio in cui trasfondere tutto l'amore che aveva portato all'eroico defunto. Rimaneva sola al mondo.

Salì le scale a stento, sentendosi piegare le gambe, cogli occhi velati dalle lacrime. Ma ad un tratto ristette come sbalordita. Era giunta sul pianerottolo e dinanzi al suo uscio, stesa nel vano, eravi una bambina di forse due anni o poco più, di una bellezza angelica, vestita di bianco, ma tutta bruttata di sangue, immobile, cogli occhi chiusi, come se fosse morta.

Chi era? L'avevano uccisa su quella soglia? Vinto il primo moto di raccapriccio, Annetta sollevò la fanciullina nelle sue braccia, accostò il suo orecchio al cuore di lei e con un fremito di gioja indescrivibile, si accorse che batteva ancora.

--Vive, la salverò!--disse la popolana con mirabile espressione di entusiasmo, di risolutezza, dimenticando i proprii dolori in quella nuova opera di carità.

Annetta portò la fanciullina sul letto e si mise a svestirla delicatamente, per riscontrare se aveva qualche ferita sul tenero corpicino. Intanto non potè a meno di rimarcare la biancheria finissima, l'eleganza degli stivaletti, le calze di seta a trafori e sopratutto la colpì un bizzarro medaglione d'oro, che raffigurava una testa da morto, appeso ad una microscopica catenella pure d'oro.

La popolana mise tutto da parte e constatato con piacere che su quel corpicino di una bianchezza nivea, non eravi la minima scalfittura, si adoperò a tutta possa per far rinvenire la bambina. Difatti questa non tardò ad agitarsi, ad aprire gli occhi, balbettando:

--Mamma, mamma.

Annetta fu assalita da una commozione straordinaria a quella vocina dolce, carezzante.

Si chinò a baciare la bambina, che sorrise ripetendo:

--Mamma.

--Non sono io la tua mamma, cara, ma sento già di amarti come tale. Dimmi chi sei, come ti chiami.

La bambina la fissava con due begli occhi di un azzurro profondo, dallo sguardo un po' trasognato, smarrito. Balbettò alcune parole incomprensibili, poi si mise a piangere.

Alla popolana sorse l'idea che la fanciulletta potesse aver fame. Corse ad una madia, dove trovò ancora un pane assai duro, ne inzuppò alcune fette in un bicchiere di vino e gliele portò.

La bambina si mise a mangiare avidamente. Annetta l'imitò. Il sole brillava nella stanza riempiendola di calore, di allegrezza. Un senso di benessere infinito invadeva il cuore della popolana. Ebbe per un istante il pensiero di nascondere gelosamente quella piccina, conservarla per sè sola. Come avrebbe rallegrata la sua solitudine, riempito il suo cuore! Quanti baci, carezze, cure infinite, avrebbe avute per lei!

Ma quasi tosto provò un brivido di rimorso; quella creaturina doveva avere una madre, che forse in quell'istante la piangeva, la chiamava con grida disperate.

La popolana non poteva mentire al suo cuore: non pensò più alla propria felicità, ma grande d'abnegazione, consolandosi all'idea della gioja che avrebbe procurata a quella madre, si mise tosto a farne ricerca. Ma per quanto s'informasse, mettesse in moto vicini ed amici, non potè trovare alcuna traccia dei parenti di quella fanciullina, nè giunse mai a sapere da chi fosse stata posta sulla soglia del suo uscio e da chi provenisse quel sangue, dal quale aveva aspersi i candidi abitini.

La bambina non era in grado di dare spiegazioni: l'unica parola che uscisse chiara dai suoi rosei labbruzzi era quella di «mamma»

Annetta non ebbe allora più scrupoli di tenerla con sè e in memoria del suo Mario, l'adorato marito, la chiamò Maria, Gli anni passarono senza portare maggior luce sul mistero della trovatella e la popolana finì col non pensarci più e considerarla come una sua vera figlia.

Annetta aveva da parte un buon gruzzolo, perchè il mestiere d'armaiuolo esercitato dal marito gli aveva dati molti guadagni e permesso delle economie.

La popolana spese una parte di quel denaro per far istruire la fanciulla e quando Maria compì il quattordicesimo anno, secondo i calcoli fatti da Annetta, la mise presso una sua amica, una buona vedova, che aveva un negozio da guantaja, assai rinomato, sul Corso di Porta Vittoria, onde l'iniziasse al suo mestiere.

E l'anno dopo, essendo la vedova improvvisamente morta, Annetta rilevò dagli eredi il negozio, pagando tutto a pronti contanti e andando a stabilitisi definitivamente con Maria.

La giovinetta si faceva ogni giorno più bella e bisognava vedere con quanta grazia e sveltezza sapeva servire gli avventori e come teneva in ordine i libri di negozio.

La popolana, un po' indebolita di forze, per una malattia alle gambe, sedeva abitualmente dietro al banco, contemplando come in estasi quella bella creatura, che aveva il potere di rianimarla, farla sorridere, sviare dalla sua mente un cumulo di tristi memorie.

Annetta aveva nascosto a Maria in qual modo era divenuta sua figlia, perchè l'avvenuto era svanito come un sogno dalla mente della fanciulla. Questa credeva la popolana sua madre ed i vincoli d'affetto che univano quelle due buone creature, si facevano ogni giorno più saldi.

A vent'anni, Maria si mostrava in tutto il pieno sviluppo della sua bellezza affascinante. Aveva avute parecchie richieste di matrimonio, che sempre rifiutò, dicendo di trovarsi troppo felice al fianco di sua madre per desiderare altra sorte. Non aveva ancora amato. Eppure nelle sue vene scorreva un sangue caldo, impetuoso, aveva la fantasia vivacissima e l'avventura di quella notte colla maschera misteriosa, la gettò bruscamente in un mondo d'idee nuove per lei e perciò appunto più pericolose.

Invano la bella guantaja cercò dormire: nell'ombra della stanza, vedeva sempre l'immagine dello sconosciuto, sentiva ancora sulle sue labbra il tocco bruciante delle labbra di lui.

L'alba la sorprese cogli occhioni spalancati, il viso pallido, abbattuto, le labbra frementi, che mormoravano quasi inconscie:

--Chi sarà mai? Lo rivedrò io ancora?

CAPITOLO TERZO.

Il segreto di un milionario.

Erano le cinque di sera. In un salottino appartato, caldo, elegantissimo di uno dei più sontuosi palazzi di Milano, sdraiato su di una poltrona, stava un uomo di una sessantina d'anni, dal sembiante triste e corrucciato.

Indossava una veste da camera di grosso drappo scarlatto, guernita di passamani d'oro: la testa portava nuda, perchè i capelli erano ancora foltissimi, tagliati a spazzola, grigiastri sulle tempia, le cui vene prominenti si gonfiavano alla minima emozione. Il viso di una bianchezza cerea spiccava ancora più sotto la lunghissima barba di un nero d'ebano; i suoi occhi bigi avevano uno sguardo duro, imperioso; il sorriso ironico delle sfingi increspava le sue labbra sottili.

Quell'uomo era il conte Ercole Patta, da pochi anni dimorante a Milano, sebbene dicesse di esservi nato e parlasse difatti il più puro dialetto lombardo.

Un profondo mistero avvolgeva la sua vita passata: era noto solo, che veniva da Vienna, dove eragli morta la moglie, lasciandogli una figlia, Adriana, che all'epoca del nostro racconto, compiva sedici anni ed era l'unica erede di colossali ricchezze; un tipo perfetto dell'avvenenza tedesca ed alle cui fisiche doti stavano al pari quelle morali.

La casa del conte Patta era il soggiorno della più schietta ospitalità; in essa vi convenivano i più ragguardevoli uomini politici, il fiore della cittadinanza. Il conte riceveva tutti con affabilità e confidenza, ma quanto più si mostrava in società espansivo, buon parlatore, allegro compagnone, altrettanto in privato era burbero, taciturno, glaciale.

Con sua figlia andava poco d'accordo, giacchè egli voleva darle in isposo un certo marchese Diego Tiani, un orfano che alloggiava nello stesso palazzo, perchè il conte diceva essergli stato raccomandato dal padre morente, e faceva la vita del gran signore. Ma sebbene Diego possedesse un sembiante incantevole, uno spirito inesauribile e contasse grandi ed innumerevoli trionfi colle dame, Adriana gli preferiva Gabriele Terzi, il figlio di un onesto commerciante, un giovane di alti intendimenti, con un cuore d'oro, una fisonomia dolcissima, aperta, leale.

Si erano incontrati ad una stazione balnearia, si amarono al primo sguardo scambiato fra loro e non era trascorso un mese, che se lo confessarono a voce bassa; giurandosi fedeltà eterna.

Gabriele giunto a Milano fece chiedere dal padre la mano dell'adorata giovinetta: il conte Patta rifiutò decisamente. Ma gl'innamorati non perdono giammai la speranza.

Gabriele si sentiva amato ed era quasi convinto che un giorno o l'altro, il conte si sarebbe piegato alle sue preghiere ed a quelle della figlia. Ed intanto andava ovunque trovavasi Adriana per ammirarne i vezzi, averne i sorrisi, raccogliere i fiori, che ella non mancava mai di lasciare cadere sul suo cammino. Diego sapeva tutto ciò ed esecrava il suo rivale e vedendo di non riuscire in alcun modo togliere l'immagine di lui dal cuore di Adriana, determinò di provocare il giovane. Ma questi rispose all'attacco con tal dignità, che il giovane marchese ne uscì sconfitto, umiliato. Allora la sua rabbia non ebbe più freno e l'ultima notte di carnevale, avendo sorpreso Gabriele sotto le finestre di Adriana, l'assalì a tradimento. Ma il giovane si difese con tale impeto, che disarmò l'assalitore, il quale dovette cercare uno scampo nella fuga, soddisfatto ancora di non essere stato riconosciuto.

Il giorno seguente, Diego si ebbe un lungo e segreto colloquio col conte. Allorchè il giovane lasciò il gabinetto, il gentiluomo apparve fortemente turbato e durò fatica a calmarsi.

Finalmente suonato con violenza il campanello, ordinò al cameriere accorso di far avvertire la contessina Adriana, che il padre desiderava parlarle.

E si sdraiò sulla poltrona ad attenderla. La giovinetta non tardò a comparire. Era adorabile nel suo semplice abito di flanella bianca, stretto alla cintura da un nastro di raso celeste. Un nodo di egual colore, le fermava le treccie biondissime, cadenti sulle spalle. Il suo viso di un ovale perfetto, era impareggiabile per nobiltà ed attrattive; la bocca aveva piccola e porporina, il naso diritto, colle narici lievemente dilatate, il colorito soave, gli occhi azzurri, grandi, vivacissimi.

Entrando, aveva un dolce sorriso sulle labbra.

