Part 5
Nel diritto pubblico, che resse l’Europa prima della rivoluzione francese, questo principio imperativo era l’onore dinastico. Un trattato era considerato come un impegno d’onore del sovrano, che l’aveva firmato. Un sovrano guerreggiava lunghi anni prima di acconsentire a scrivere il proprio nome in fondo a un foglio di carta, nel quale dichiarava di ceder ad un suo fratello questo o quel territorio. Egli sapeva che quella goccia di inchiostro era indelebile. Riconosciuto dagli altri sovrani, il trattato era un titolo indiscutibile a favore del sovrano, a cui il territorio era stato ceduto.
Ma le firme dei sovrani, che nel secolo XVIII erano il simbolo di un principio di diritto pubblico, divennero a poco a poco una formalità nei trattati del secolo XIX, quando la coscrizione e le rivoluzioni democratiche ebbero scatenato sull’Europa le guerre dei popoli. Il principio dell’onore dinastico si indebolì, e tra gli avanzi dell’antico diritto pubblico si insinuò un principio nuovo: che un trattato non può esser considerato valido in sè e per sè, ma solamente in quanto non violi certi diritti dei popoli. La Francia sostenne, dal 1871 al 1914, la prova del fuoco per il nuovo principio. In forza di questo principio la Francia ha dichiarato quasi per mezzo secolo di subire ma di non riconoscere come valido il trattato di Francoforte, perchè questo trattato violava un diritto imprescrittibile dell’Alsazia e della Lorena, di cui nessun governo poteva disporre.
Questo principio ha preso forza nell’animo e nell’immaginazione dei popoli, durante la guerra mondiale. I governi dell’Intesa — e in parte anche i governi nemici — avevano dichiarato di riconoscerlo come il fondamento dell’ordine nuovo. Ed è un principio alto e nobile, dal quale un nuovo diritto pubblico dell’Europa potrebbe nascere, ad una condizione però: che ci sia un certo accordo ed una certa lealtà nel definire questi diritti dei popoli, di cui la forza non può fare scempio, a cui anche la vittoria deve inchinarsi. Se no, che cosa accadrà? Che cosa accadrà se ogni gazzettiere o filosofo o poeta o diplomatico o uomo di stato o cavadenti sarà libero di definire a volta a volta, come gli piace, questi diritti dei popoli; se ogni popolo vorrà essere giudice inappellabile del proprio diritto e del proprio dovere? Nessun trattato avrà più alcun valore, fuorchè quello che vorrà riconoscergli il capriccio dei contraenti; ogni popolo potrà dichiarar nulla la parte di un trattato che non gli garba come lesiva di qualche diritto, che ciascuno poi definirà come meglio gli piace.
È proprio quel che accade ora. Il diritto dei popoli sta precipitando l’Europa in un caos di discordie, di odî e di guerre: castigo meritato dell’incoerenza, con cui l’Europa ha lasciato la Francia, dopo il 1870, dichiarar nullo _in aeternum_, in nome di quel diritto, uno dei trattati su cui posava la pace del mondo, senza curarsi poi di definire questi inviolabili diritti dei popoli. Il concetto nuovo del diritto dei popoli ha indebolito l’antico rispetto in cui i trattati, come cosa sacrosanta, erano tenuti; ma senza acquistare consistenza, precisione, virtù imperativa da governar esso il mondo.
Il Presidente Wilson aveva intravisto la difficoltà; ed era venuto in soccorso dell’Europa. Proponendo i famosi quattordici punti, si era assunto il compito, adempiuto con tanto splendore dal Talleyrand nel Congresso di Vienna; aveva tentato di definire i principî, con i quali giudicare i diritti che i nuovi stati e gli antichi dicevano di poter vantare sui territori disponibili. Impresa necessaria, ma difficilissima: sia perchè i famosi punti erano soltanto un abbozzo; sia perchè, per pacificare davvero l’Europa, occorreva che questi principî fossero riconosciuti sinceramente non solo dei vincitori, ma anche dai vinti, come il principio di legittimità era stato riconosciuto da tutte le potenze nel Congresso di Vienna. Ma appunto perchè l’impresa era ardua, era dovere tentarla. Quale vertigine ha travolto le classi governanti e con esse i governi dell’Italia, della Francia, dell’Inghilterra? Per quale ragione, mentre le moltitudini avevano acclamato Wilson, come il salvatore, tante forze oscure hanno cospirato a screditare come un vano sogno il primo e più urgente tra i preliminari della pace?
L’Europa non sa ancora quello che ha fatto; non ha capito ancora di aver distrutto tutti i sostegni dell’ordine internazionale e quindi della pace, proprio nel momento in cui doveva restaurare nel mondo la più vasta pace che si fosse ancora fatta. Oggi i trattati non hanno più nessun punto fermo e solido a cui appoggiarsi: non la complicata e gagliarda struttura giuridica della società del secolo XVIII, non la tradizione diplomatica delle Corti e l’equilibrio delle forze del secolo XIX, non i principî del nuovo diritto pubblico, che nessuno vuol riconoscere, se non in quanto vanno d’accordo con le proprie ambizioni e cupidigie. Non resta che la forza. Ma chi sa ormai dove risiede la forza? L’Intesa ha vinto, ma insieme, e grazie alla mitraglia d’oro del nuovo mondo; chi può sapere oggi quale sia la forza di ciascuna delle potenze dell’Intesa da sola e quelle dei nuovi stati sorti dalle ruine degli antichi? Cento anni di guerra, dunque!
«Colpa del capitalismo» — dicono i socialisti. I socialisti non conoscono la storia dell’Europa meglio dei nazionalisti. Essi non sanno che la dissoluzione presente è l’ultimo effetto di un disordine intellettuale, che incomincia con il Rinascimento e con la Riforma; e di un rivolgimento militare e politico, che incomincia con la spartizione della Polonia e con la rivoluzione francese: prima che il «capitalismo» ossia la grande industria nascesse. Il male è più antico e profondo che i socialisti non credano; e il rimedio da essi proposto, la soppressione del capitalismo, non basterebbe a curarlo.
A leggere i fogli socialisti, d’Italia e di fuori, si direbbe che il trattato di Versailles è gemello del trattato di Brenno. Ma chi conosce il trattato scuote le spalle. Esso contiene, sì, alcune disposizioni che sono o troppo dure o ineseguibili accanto ad altre, che sono savie e giuste. Ma il suo vero difetto è pur troppo un altro: che tutte queste disposizioni — le giuste come le ingiuste — non riposano su principî chiari, precisi, riconosciuti dalla coscienza universale dei vinti e dei vincitori; ma su improvvisazioni e compromessi di principî opposti, spesso arbitrari, poco chiari e contradditorî. Onde tutti gli interessi lesi possono denunciare come ingiuste anche le sue clausole più giuste; e siccome ormai i trattati che non sono giusti, sono considerati come pezzi di carta, dichiararlo nullo, in tutto od in parte. Non se ne fanno scrupolo gli stessi vincitori: immaginarsi i vinti! La Germania non riconoscerà questo trattato come giusto ed impegnativo più che la Francia abbia riconosciuto il trattato di Francoforte; e non lo eseguirà che nella misura in cui sarà costretta ad adempierlo dalla forza. Impresa difficile e piena di pericoli, per un trattato che impegna almeno due generazioni e in tempi esausti dagli eccessi deliranti della nazione armata.
Non mi meraviglio punto che già la Francia e l’Inghilterra siano piene di inquietudini. L’inchiostro con cui il trattato è stato scritto non è ancora asciugato, le ratifiche non sono ancora perfette, e già da ogni parte si teme che la fatica di quest’anno sia stata quella di Sisifo. Mi meraviglio piuttosto che tanta gente si sia illusa e si illuda ancora, come se quel trattato potesse valere altrimenti, se non per la forza materiale su cui potrà fare assegnamento. E poichè le disgrazie non vengono mai sole, ecco che delle inquietitudini e della insicurezza, generate da questi trattati, a cui manca l’autorità per imporsi, approfittano i governi per tentare di ingrandire su questo immenso sfasciume di rottami, l’antico militarismo, autore e padre della rovina presente!
PARTE TERZA.
I TRATTATI
_Questa terza parte si compone di articoli pubblicati dal Secolo nel 1920 e nel 1921, che sono qui ristampati con qualche ritocco, dopo essere stati legati in un insieme coerente. La data posta sotto il titolo indica il giorno in cui l’articolo fu pubblicato nel giornale. L’ultimo scritto_, La politica realistica, _è inedito: breve nota che ho ritrovato tra i miei appunti del 1920._
_Questi articoli riuniti sono uno studio sulla pace, fatto circa un anno dopo la conclusione dei trattati, e quindi maturato nella meditazione e alla luce dell’esperienza. Le impressioni, i presentimenti, le intuizioni, ancora oscillanti e confuse, che avevo fissate sulla carta durante il Congresso della pace, si precisano e si confermano in alcune conclusioni definitive sulla natura, gli effetti, i difetti della pace, le quali si appuntano e si riassumono in una conclusione generale: un trattato o un corpo di trattati non poter reggersi che o per la forza o per il consenso o per l’uno o l’altra; ai recenti trattati di pace far troppo spesso difetto così la forza come il consenso. Onde una specie di protettorato del mondo impotente, scritto sulla carta, e ragione di malcontento universale, di insicurezza persistente e di oscuri pericoli._
I.
L’America e i mari (27 novembre 1920)
I trattati, che dovevano ripristinare la pace in Europa, sono stati sottoscritti da più di un anno, ratificati tutti, sia pure a denti stretti, fuorchè il trattato di Sèvres; e in parte applicati. A mano a mano che ci allontaniamo dal Congresso, la «tragedia della pace», osservata durante il Congresso nei singoli episodi staccati, si allinea innanzi al mio sguardo, come un insieme ed una unità. Tragedia meno vistosa e clamorosa che la guerra, perchè quasi clandestina. Non l’hanno capita neppure gli attori da strapazzo, che l’hanno recitata. Ma se meno vistosa, è forse più terribile che la guerra. Una catastrofe, i cui effetti colpiranno le generazioni, è accaduta in poche settimane, all’insaputa di tutti, senza che alcuno se ne accorgesse, nei conciliaboli segreti di pochi uomini, che un destino cieco aveva scelti a caso, a cui aveva conferito il potere quasi divino di disporre dei destini del mondo, e che se ne sono serviti senza sapere quello che facevano.
Il principio della catastrofe fu così semplice, che nessuno se ne accorse. Chi ricorda ancora come la cosa avvenne? Sul finire del 1918 Clemenceau pronunciò alla Camera francese un grande discorso, per esporre le viste e i propositi del Governo francese intorno alla pace. In quel discorso il Clemenceau lasciò chiaramente capire che non credeva alla Lega delle Nazioni; che rimaneva fedele alla vecchia scuola delle alleanze e degli equilibrî, e che vagheggiava una alleanza tra l’Italia, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti per imporre la pace al mondo. Aggiunse avergli Lloyd George chiesto se a parer suo senza l’armata inglese la guerra sarebbe stata vinta; come egli avesse risposto che no; e si fosse accordato con il primo ministro inglese di opporsi insieme nel Congresso a tutte le proposte, che diminuissero o limitassero la potenza di quella armata. La Francia e l’Inghilterra si dichiaravano avverse alla libertà dei mari, chiesta dall’America; e rifiutavano di discutere al Congresso un nuovo statuto delle acque, meno barbaro di quello che oggi impera sui mari.
Nessuno, in Europa, badò allora a questo annuncio. Eppure in quel rifiuto era già contenuto, come la pianta nel seme, così il fallimento della Lega delle Nazioni disegnata dal Wilson, come il fallimento delle alleanze vagheggiate dal Clemenceau; così il riaccendersi delle dispute e delle discordie che già avevano minacciato di distruggere la civiltà occidentale, come il fallimento di tutto il Congresso. Per quale ragione? Il velo del destino oggi si squarcia.
Perchè l’America dichiarò la guerra alla Germania? Perchè la Germania voleva chiudere a suo arbitrio le vie del mare al commercio tra l’America e i suoi nemici. L’America non volle riconoscere il monopolio e la padronanza degli Oceani, che la Germania si arrogava. Ma non la Germania sola: chè l’America ebbe, sin dal principio della guerra, fiere dispute anche con l’Inghilterra intorno al blocco, al contrabbando e ai diritti che anche l’Inghilterra si arrogava sul commercio tra le potenze neutre e i suoi nemici. Scoppiata la guerra europea, gli Stati Uniti hanno ad un tratto trovato sul mare, di cui essi si erano serviti sino allora liberamente, come della grande via comune del genere umano, due potenze nemiche tra loro, ma concordi nell’affermare che quella via era invece loro proprietà e monopolio, e che esse avevano il diritto di chiuderla a tutti, quando i propri interessi lo richiedevano. L’America ha allora affermato, sotto nome di libertà dei mari, i diritti generali di tutto il genere umano sulla via comune delle acque; ma non potendo sostener questi diritti contro le due potenze ad un tempo, si è unita alla più arrendevole e conciliante, contro la più fiera e intransigente.
Senonchè l’America si impegnava nella guerra mondiale, in parte almeno, come nemica della sua alleata e come alleata della sua nemica. Nell’ardore del combattere, sinchè la guerra durò, il mondo, e la stessa America, non si accorsero della contraddizione; ma la contraddizione si fece manifesta, appena la guerra finì. Vinta in terra e sul mare, catturata la flotta con cui aveva atterrito gli Oceani, la Germania si univa subito all’America per chiedere la libertà dei mari; ossia si mutava in alleata. A sua volta l’America non poteva più chiedere il premio della sua vittoria alla nemica, perchè la Germania, catturata la flotta, non la minacciava più sui mari; doveva chiederlo all’alleata, all’Inghilterra, che, distrutta la flotta tedesca, restava più potente e prepotente di prima sui mari. L’alleata prendeva dunque, nei negoziati, il posto della nemica; e lo prendeva così pienamente, che rifiutava di pagar essa all’America, al posto della Germania, il premio della vittoria. Lo statuto dei mari doveva restare barbaro e confuso come prima della guerra; nessuna soddisfazione doveva essere data ai popoli, che reclamavano il mare come via comune del genere umano.
Questo diceva, a chi avesse orecchie per intendere, il rifiuto dell’Inghilterra, annunciato dal Clemenceau alla Camera francese, sul finire del 1918, come un fatto che si intendeva di per sè. Quel rifiuto era la prima catastrofe della vittoria. L’America fu defraudata del giusto premio e doppiamente delusa; perchè ebbe danno, e grave, dalla vittoria. Annientando la flotta tedesca l’America ha accresciuto il pericolo inglese sul mare; tanto è vero che oggi è costretta a far sui mari le veci della Germania, varando una immensa armata, per bilanciare la forza inglese. Ma il rifiuto non colpì solo direttamente l’America; colpì anche di rimbalzo l’Europa. L’Europa non potè più, dopo quel rifiuto, chiedere all’America che partecipasse o alla Lega delle Nazioni o a qualsiasi alleanza europea.
Durante tutto il Congresso della pace il Presidente Wilson e il Clemenceau hanno voluto salvare il mondo, ma ciascuno a modo suo e meglio dell’altro; l’uno con la Lega delle Nazioni, l’altro con la vagheggiata alleanza tra l’Europa e l’America. Alla fine, dopo molto combattere, si sono accordati di salvarlo due volte, con la Lega delle Nazioni e con l’alleanza della Francia, dell’Inghilterra e dell’America. Nè l’uno nè l’altro sembrano aver neppur sospettato che ormai, dopochè l’Inghilterra aveva rifiutato di venire a patti sugli Oceani, ambedue i disegni non erano più che utopie; perchè l’America non poteva prender parte nè alla Lega delle Nazioni nè ad un’alleanza europea, di cui l’Inghilterra facesse parte.
Eppure è così. Che cosa era comune alla Lega delle Nazioni imaginata dal Wilson e alla alleanza proposta dal Clemenceau? Lo scopo: mettere al sicuro tutte le potenze che ne facessero parte, anche l’Inghilterra, da una egemonia continentale in Europa. Ma si poteva chiedere all’America di impegnarsi a difendere l’Inghilterra sul continente europeo e contro i suoi futuri dominatori, quando l’Inghilterra rifiutava di darle alcuna garanzia contro i pericoli di una egemonia degli Oceani? Ormai il pericolo per l’America era in Inghilterra, non in Germania: e si voleva che si alleasse all’Inghilterra contro la Germania? Quando mai s’è vista un’alleanza od una lega, che addossa tutti gli oneri ad una parte e riconosce tutti i vantaggi all’altra?
Il giorno in cui l’Inghilterra rifiutò di discutere quella che gli americani avevano chiamata «la libertà dei mari», _gli Stati Uniti erano esclusi dagli affari europei_. Non riconoscendo l’Europa il solo interesse, che avrebbe potuto spingere l’America a garantire in parte l’ordine e la pace dell’Europa, non restava agli Stati Uniti che ritornarsene a casa loro. Le poche persone, che non sognavano ad occhi aperti, come i bevitori di _haschisch_, non si sono meravigliate punto che, non ostante i generosi sforzi del Presidente Wilson, il popolo americano abbia, nelle elezioni recenti, con un gesto risoluto, buttato dalla finestra tutti i protocolli di Parigi: Lega delle Nazioni e alleanze. Il solo miracolo che si ripete a giorno fisso è quello di San Gennaro.
II.
Le garanzie (15 dicembre 1920)
Mentre l’Inghilterra rifiutava di riconoscere nel Congresso della pace la libertà dei mari, la Francia chiedeva garanzie e riparazioni. Richiesta non indiscreta, ma che pur troppo era in contraddizione con le ambizioni oceaniche dell’Inghilterra. Prendendo per sè i mari, l’Inghilterra toglieva alla Francia e agli altri alleati così le garanzie come le riparazioni. Il Congresso non se n’è accorto; e perciò ha perduto sei mesi per sciogliere un nodo insolubile.
Cerchiamo di chiarir questo nesso un po’ nascosto tra i mari e la terra. Da che pericolo voleva essere garantita la Francia? Dalla forza della Germania. In che sta questa forza? Nel numero. Tra le ragioni per cui la guerra mondiale è scoppiata, non bisogna dimenticare lo sbilancio della popolazione tra Francia e Germania. La guerra non sarebbe scoppiata, se ci fossero stati dieci milioni di francesi di più o dieci milioni di tedeschi di meno. Ma questo sbilancio non è stato livellato dalla guerra mondiale. Oggi la Germania non soltanto è più popolata che la Francia; ma, caduta la Russia e smembrata l’Austria, è il primo Stato di Europa per il numero degli uomini, e resterà tale sinchè la Russia non risusciti. È chiaro che, finchè la Germania potrà opporre tre tedeschi a due francesi, la Francia sarà in pericolo; e l’Europa tutta in bilico e malsicura. La Francia chiedeva dunque garanzia, che i tedeschi non potessero approfittare a suo danno dell’essere in più.
La richiesta, pur essendo giusta, non era semplice e facile. Ma non poteva essere soddisfatta che o per imposizione o per accordo. Per imposizione, se, come Napoleone dopo aver vinto a Jena la Prussia, l’Intesa avesse approfittato della presente prostrazione della Germania per imporle una limitazione unilaterale degli armamenti. Per accordo, se, sotto nome di Lega o Società delle Nazioni, le grandi potenze europee avessero conchiuso una tregua alla gara degli armamenti e alla lotta per le alleanze; e se in forza di questa tregua la Germania si fosse impegnata a limitare i suoi armamenti in modo da non minacciare più la Francia. La Lega delle Nazioni sarebbe stata allora simile alla Santa Alleanza, che fu per l’appunto una tregua.
Tutti sanno che il Congresso di Parigi ha preferito di imitare il grossolano empirismo di Napoleone, anzichè prendere esempio dal Congresso di Vienna. Nè è dubbio che in parte questa scelta deve essere imputata ai popoli, perchè nei sei mesi seguìti all’armistizio nessuno dei vincitori, in Europa, ha voluto sentir parlare sul serio di una tregua o di una lega per la pace, che imponesse dei doveri ai vincitori. Ma anche se i popoli fossero stati meno pazzi, se avessero desiderato davvero di conchiudere una tregua, non avrebbero potuto, dopo che l’Inghilterra aveva chiuso i mari al Congresso. In una tregua universale, simile a quella conchiusa un secolo fa a Vienna, che cosa poteva chiedere la Germania all’Europa, che cosa poteva offrire l’Europa alla Germania in cambio della sua rinuncia al primato del numero sul continente e ai suoi vantaggi? Una sola cosa: una rinunzia equivalente dell’Inghilterra al primato navale e ai suoi vantaggi. Messa in disparte la questione dei mari non si poteva più stringere una lega volontaria per la pace e una tregua universale, perchè tutto il beneficio sarebbe stato per l’Inghilterra, tutto il peso per la Germania. L’Europa avrebbe chiesto alla Germania di spogliarsi della sua forza sulla terra in cambio di nulla, così come aveva chiesto all’America di entrare gratuitamente, con doveri soltanto e senza diritti, in un’alleanza permanente a favore delle potenze dell’Intesa!
Nei primi mesi dell’armistizio le ambizioni oceaniche dell’Inghilterra si sono trovate d’accordo con la pazzia dei popoli vittoriosi, per strangolare nella culla quella tregua fra le grandi potenze europee, che sola poteva salvarle tutte. Esclusa la tregua e l’accordo, era necessità ricorrere all’imposizione; accettare il disarmo coattivo e unilaterale, che già aveva fallito a Napoleone, sebbene la Prussia del 1806 fosse più debole che la Germania moderna e la Francia potesse allora contare sull’alleanza della Russia. Questo famoso fallimento avrebbe dovuto indurre il Congresso e l’Europa a chiedersi un po’ seriamente, se era il caso di ritentare la prova, senza la Russia anzi con la Russia nemica. Non solo invece nessuno ha dubitato; ma anche oggi uomini di Stato e di penna, diplomatici e soldati, stentano a capire quel che pure i fatti dimostrano ogni giorno a chi ha occhi e sa vedere: la garanzia esser diventata uno spavento. Una garanzia, se è davvero una garanzia, rassicura e tranquilla: questa invece inquieta, spaventa, toglie il sonno anche a chi, per ora almeno, potrebbe dormire tranquillo.
Poichè questo è il tragico nodo della politica continentale. La Francia, che per il momento è sicura, si crede in pericolo, perchè le hanno dato questa garanzia di sicurezza!
Che un nuovo 1813 minacci, ora o tra poco, non pare verosimile. Il paragone non regge. L’Intesa, se non ha saputo fare la pace, non ha abusato della vittoria come Napoleone. La Germania è spossata e ha bisogno di riposo. Lo stato presente dell’Europa è dunque per la Francia una seria garanzia. Ma questo disarmo imposto e accompagnato da tanti controlli offende e umilia la Germania, perchè la sottopone al protettorato dei vincitori. Nessuno sembra essersi accorto ancora che il trattato di Versailles contiene in potenza il protettorato della Germania. Chi può supporre che il popolo, ieri ancora più potente del mondo, ieri ancora ammirato, a torto o a ragione, come il _leader_ della civiltà occidentale, si rassegni da un giorno all’altro a esser trattato come il Marocco? Subirà l’imposizione, ingoierà l’umiliazione, sinchè abbia sul collo la mano del nemico più forte, ma protestando che è ingiusta, maledicendo quella mano, anche se non possa sperare in una pronta riscossa.
Ed ecco voltarsi in veleno tutte le garanzie con cui la Francia potrebbe e dovrebbe rassicurarsi. Che tranquillità possono darle alcune migliaia di cannoni distrutti o gli effettivi ridotti, quando sa che la Germania è piena di odio, e che, se la vendetta si offrisse, non esiterebbe? La garanzia vera non è negli strumenti ma nell’_animo_. Il numero e le armi senza l’_animus nocendi_ non inquieterebbero la Francia. Il numero e l’_animus_, anche con poche armi, la spaventano. Quali garanzie imaginare contro l’odio di un popolo, e contro le occasioni che le vicende dei tempi possono offrirgli? Anche disarmata la Germania, con la sua popolazione soverchiante e con il terrore che risveglia il ricordo di quello che osò e seppe fare, apparirà sempre un pericolo ai vicini che essa odia. E a rinfocolare il suo odio provvede appunto ed egregiamente il disarmo obbligatorio, dato dal Congresso alla Francia come garanzia!