Chapter 4
Emilio Lograve, diventato ricco ad un tratto, mostrò di saper godere dei suoi denari senza sciuparli e senza lasciarsene mangiare. Abbandonò l'alloggio paterno, e prese un allegro quartierino in una delle più belle case della parte più nuova ed elegante della città; lo arredò con gusto senza eccedere nello sfarzo. Si provvide di due cavalli che potevano servire da tiro e da sella, frequentò feste, conviti e teatri. Ebbe numerosi duelli nei quali diede sempre prova della sua invincibile superiorità nel trattare le armi; fu temuto e quindi rispettato in società: non ebbe amici e non ne cercò; dal cugino Cesare in fuori, sul quale conservava e anzi veniva accrescendo quell'autorità, quell'influenza che gli aveva posto addosso fin dalle prime prove del suo coraggioso sangue freddo nel pericolo e della sua abilità di armeggiatore. Una sola casa frequentava Emilio, ed era quella dei Danzàno. Al padrino erano dispiaciuti e dispiacevano i diportamenti da accattabrighe del figlioccio; e severamente aveva rimbrottato Cesare che in quasi tutti gli scontri era stato testimonio e padrino di Emilio; ma questi sapeva trovare sì speciose ragioni per difendere sè stesso e scusare il cugino, che il vecchio Danzàno finiva per tacersi, non persuaso, ma vinto.
--La natura, diceva il giovane Lograve, non ha voluto darmi nessun vantaggio nel mondo; non mi ha fatto bello, nè potente per nascita, neppur forte di muscoli; mi ha fatto per essere zimbello e vittima di tutti, se io non sapessi col coraggio e coll'ingegno difendermi. Nella vita mondana ha pur luogo una lotta nella quale colui che ha la debolezza della pecora è divorato dal lupo, che è il dileggio, il ridicolo e il disprezzo. Preferirebbe lei, caro padrino, di vedermi il bersaglio dei motti arguti dei bellimbusti, pascolo alla malignità delle signore? Quando sarà bene accertato, ben conosciuto da tutti, che un epigramma sulla mia trista figura, o sulla fama di mio nonno, o sulla vita di mio padre, frutta una buona palla di pistola, o due dita di lama in qualche parte del corpo, io sarò sicuro di poter presentare la mia brutta faccia in mezzo alle più belle signore, ai crocchî più eleganti, senza ch'essa susciti pure una smorfia... Quanto a Cesare, egli fa anzi tutto opera da buon amico e da buon parente, assistendomi, mi presta un gran servizio curando coi più delicati riguardi l'interesse del mio onore, e può inoltre, con prudenti avvisi, concorrere a rendere meno gravi le conseguenze delle sfide che mi sono fatte: perchè, badi bene, caro padrino, che, salvo casi rarissimi, sono sempre stato io lo sfidato dai miei avversarî.
Ed era il vero; ma era il vero altresì che quando Emilio Lograve voleva cimentarsi con qualcheduno, sapeva così accortamente provocarlo, tormentarlo, inasprirlo, che per finirla onorevolmente quell'altro credevasi obbligato a chiamare il suo persecutore sul terreno.
Il signor Danzàno opponeva che quei duelli erano già stati ormai tanti da bastare all'uopo che Emilio diceva; e, quanto all'intervento di Cesare, notava non apparire esso troppo efficace a rendere meno funeste le conseguenze degli scontri, perchè ognuno di essi aveva sempre procurato agli avversarî del figlioccio qualche ferita più o meno grave. Del resto un certo effetto sull'animo del severo padre di Cesare lo producevano pure la meravigliosa abilità, il valore e le continue vittorie del figlioccio, il quale presso il padrino sapeva eziandìo, in parole, apparir mite, modesto, buono.
Aveva così il vecchio Danzàno posto un po' d'affezione per quel giovane cui ricordava la povera di lui madre, morendo, aver voluto raccomandargli, a quanto gli aveva detto la monaca che aveva assistito a quell'agonìa; lo aveva compianto vittima della trascuranza, peggio, del disamore e dei vizî del padre; e si lasciava illudere dalla ipocrisia dei discorsi di quel soppiattone.
Chi non se ne lasciava ingannare era Matilde, divenuta un fior di ragazza. Bella essa era davvero e più che mediocremente: ma più ancora della bellezza poteva in lei una grazia, un incanto, un non so che, onde ne veniva ad ogni suo atto e movenza, ad ogni parola e sorriso e sguardo, tale seduzione che impossibile non rimanerne vinti. Nè questa grazia era menomamente intinta d'artificio e di civetterìa; si accompagnava colla più ingenua semplicità e modestia, e riusciva di tanto più cara ed efficace: conquideva i giovani, s'ingraziava i vecchî, vinceva persino la gelosìa e l'invidia delle donne. Una malìa speciale poi era nella voce soave, melodiosa, insinuante, che alle cose dette, sempre giuste, e ingegnose, e gentili, dava un pregio, un rilievo, un'efficacia inesprimibile.
A subire tal fascino era stato de' primi Emilio; e lo aveva provato potente fin da principio e lo sentiva crescere ogni giorno più e con sempre maggior forza. Quella stessa ripulsione che la fanciulla aveva per lui, ch'egli sentiva e cui essa non si curava molto di nascondere; quella stessa ripulsione era come una provocazione, un irritamento all'animo, al cervello, all'amor proprio, ai sensi di Emilio: il quale con rabbia si accorgeva che la imagine della sprezzante cuginetta era giorno e notte presente al suo pensiero, che ne occupava le sue fantasticaggini, che gli compariva ne' sogni, che gli aveva stampato, per così dire, nella polpa cerebrale quel suo sorrisetto così buono per altri, così malizioso, ironico per lui, sempre così affascinante. Una vera ossessione! Di pronunciare pure una parola che svelasse a Matilde i suoi sentimenti per lei, non aveva l'ardire, e nemmeno, quei sentimenti, di lasciarli apparire dal contegno, dagli sguardi; essa gl'inspirava sempre una suggezione cui non poteva vincere quando si trovava sotto il raggio di quei limpidi occhî. Ma egli era terribilmente, dolorosamente geloso di quanti accostassero la ragazza e paressero non tornarle sgraditi. Avido d'un tesoro, di cui temeva pur troppo non avrebbe potuto mai impadronirsi, non voleva, si struggeva dalla rabbia al solo pensiero che altri potesse toccarlo.
Una sera a teatro, dove egli era andato a far visita in palchetto alle Danzàno madre e figlia, Emilio s'accorse che un giovane dalla platea fissava con insistenza il suo sguardo ammiratore sulla bellezza di Matilde, la quale pareva non accorgersene affatto. Era un bel giovane di aspetto nobile e piacente, con espressione di risoluzione e di franchezza segnata in fronte--una fronte piana ed aperta da una cicatrice verso la tempia destra. Naturalmente Emilio lo trovò subito antipatico, e si pose a guardarlo a sua volta, con occhio tutt'altro che benigno; e guardandolo, s'accorse che quella non era una figura affatto sconosciuta, che l'aveva già vista altre volte; finchè a un tratto balzò nella sua memoria l'imagine di quel suo compagno di collegio, più forte degli altri, che a lui aveva dato parecchie volte le pacche, e dal quale egli s'era vendicato di poi con quella brava sassata sulla testa.
Sicuro! Era proprio quel tale; e quella cicatrice che riusciva a dare un certo interessamento alla elegante di lui fisionomia, era il segno appunto della ferita fattagli dal sasso lanciato da Emilio.
Questa scoperta rese ancora più spiacevole la figura di quel giovane al cugino di Matilde, il quale, non sapendo dissimulare il suo dispetto, colla imprudenza della gelosìa, domandò alla fanciulla in tono sprezzante:
--Conosci forse quell'imbecille laggiù che da un'ora ti sta divorando cogli occhî e col cannocchiale?
Matilde fece guizzare di traverso uno sguardo verso il giovane, e rispose freddamente:
--Non lo conosco, ma a vederlo non si direbbe un imbecille.
--Te lo dico io, soggiunse Emilio imbizzito: io che lo conosco bene, perchè è stato mio compagno di collegio.
--Oh guarda! esclamò la fanciulla sorridendo: dal collegio dov'eri tu ce n'escono degli imbecilli?
Emilio si morse le labbra.
--Già! disse poi con un sogghigno da itterico: giudicando da me non l'avresti creduto... Quello là poi era inoltre un prepotente villano, che abusava della sua forza manesca per imporsi ai compagni.
--Ah sì? disse la ragazza con intenzione e guardando bene in faccia il cugino. Allora ei non era mica un imbecille, ma un tristo che, abusando d'una sua superiorità per fare prepotenze, commetteva una cattiva azione.
Emilio non disse più nulla; e dopo un poco scese in platea. Quell'altro aveva pur riconosciuto l'antico condiscepolo, e appena questi comparve sulla porta, gli fu accosto sollecito, chiamandolo per nome.
--Lograve!
Emilio lo guardò freddo.
--Signore?
--Non mi riconosci? Sono Nori... Sai bene. Laggiù al collegio... Alberto Nori... Ero due corsi più innanzi di te.
--Ah! Nori?... Sì, mi ricordo, rispose colla medesima freddezza Emilio. Ci frequentavamo poco...
--Eh si... Abbiamo avuto anche qualche battibecco insieme... come, del resto, io ne ebbi con quasi tutti... Ero un po' accattabrighe.
--Un poco! esclamò con un sogghigno; mi pare anzi...
Ma l'altro, completando la frase, con allegra bonarietà:
--Che lo fossi di molto eh? Hai forse ragione. Da ragazzo ero una testa matta di prima classe; ma mi sono cambiato, sai? Son diventato il miglior pastricciano del mondo... Certo non mi lascio soffiare sotto il naso, ma del resto chi mi sa pigliare pel verso mi trova un agnellino.
E rise bonariamente come prima.
--Ah sì? disse Emilio senza dipartirsi menomamente dalla sua riserbatezza.
--Sicuro, riprese quell'altro, che aveva una gran voglia di continuare il discorso e rompere quella crosta di ghiaccio dietro cui Emilio si riparava. La disciplina militare mi ha fatto molto bene... Lo sai che sono stato militare?
--No.
--Uscito dal collegio, entrai nell'Accademia, e ne venni fuori sottotenente d'artiglieria; un anno dopo, superato felicemente l'esame, ero luogotenente...
--E ora?
--Ora non sono più nulla. Ho una vistosa eredità, e ho pensato meglio di venirmela a godere tranquillamente, libero, a casa mia... E tu che carriera hai preso?
--Ho studiato da medico; ma non faccio nulla, perchè anch'io ho avuta un'eredità, quella di mio padre, che mi permette di vivere pienamente a mio capriccio.
--Benissimo; me ne rallegro tanto... Non puoi credere il piacere che mi fa lo averti incontrato. Si ha un bel dire, ma i compagni dei primi anni conservano sempre un posto nel cuore. Mi farò un piacere d'introdurti nella società ch'io pratico...
--Grazie, ma...
--E tu mi procurerai l'onore di frequentare la tua.
--Oh! io...
--Per esempio in casa Danzàno...
Emilio ebbe un'alzata di capo che rivelava poca volontà d'acconsentire.
--Ti ho visto fin adesso in palchetto con quelle signore. So che son tue cugine. Oh, mi sono informato. È la mia buona stella, che mi ti ha fatto incontrare... Sarò schietto con te... È un mese che cerco, invoco l'occasione di essere presentato a quella famiglia...
--Per mia cugina? disse Emilio con riso più itterico che mai.
--Sì... Mi piace alla follìa. Non ho trovato mai figura di donna che mi sembrasse più degna d'amore. E... senti! La mia famiglia è onorata quanto qualsiasi altra; ho ventisette anni e venti mila lire di rendita e...
Lograve lo interruppe bruscamente.
--Cospetto, come ci vai!... Ti pare questo discorso da tenersi qui in piedi, nella platea, d'un teatro?
--Hai ragione... ma ho voluto dirti subito tutto questo, per guadagnarmi il tuo appoggio... Dovresti esser meco tanto buono da presentarmi questa sera, qui stesso...
--Impossibile! esclamò Emilio secco secco. Debbo andare subito per una certa faccenda che non posso trascurare.
--Allora, quando?
--Mah!... ci vedremo, ci parleremo.
--Dove ci vedremo? Diamoci un appuntamento domani. Potremo discorrere a bell'agio... Vuoi ch'io venga a casa tua?
--Che! Troppo tuo incomodo.
--Troviamoci al caffè Centrale. Vuoi? A che ora?
--Che so io?
--Alle dieci domattina... T'invito a colazione... Va bene?
--Va benissimo.
--Siamo intesi... Grazie!
Strinse caldamente la mano ad Emilio e andò ad appostarsi sotto il palchetto di Matilde. Emilio se ne partì con in corpo una rabbia da non dirsi, decisissimo di non recarsi al convegno dato dal Nori.
Il domani, all'ora appunto in cui Alberto Nori stava aspettando al caffè il suo antico condiscepolo e s'arrabbiava maledettamente di non vederlo comparire, Emilio si presentava in casa Danzàno e domandava di parlare a quattr'occhî al padre di Matilde. Senza preamboli gli disse di essere pazzamente innamorato della cugina e di chiedergliela in consorte. Molto si meravigliò il signor Danzàno, che non s'aspettava mai più una simile domanda; e poco disposto come si sentì subito ad accoglierla, cercò delle scappatoje per non dare lì su due piedi una risposta decisiva. Disse che la ragazza era ancor troppo giovane per pensare ad accasarla, che Emilio stesso a soli venticinque anni, colle abitudini che aveva e la vita che menava, non appariva il più atto ad essere un padre di famiglia, e siccome il giovane insisteva affermando ch'ei si sarebbe affatto emendato e ripeteva tutti i vantaggi che presentava il suo partito, lui ricco, solo, indipendente, il padrino finì per dire che, ad ogni modo, in affare che così da vicino la riguardava, egli avrebbe ritenuto per voto decisivo il volere di Matilde e che dunque a lei si sarebbe domandato il tenore della risposta.
Emilio stette un poco a pensarci, e poi disse:
--È giusto... Sia pure... Ma le domando il favore di parlare io con Matilde e di udire io stesso dalla sua bocca la mia sentenza.
Matilde acconsentì, anzi disse che le piaceva meglio esprimere essa stessa, faccia a faccia, i suoi sentimenti al cugino Lograve.
--Possibile, esclamò essa quando ebbe luogo il colloquio, o possibile che ti sia venuta l'assurda idea di sposarci noi due?... Ma non vedi che tutto ci separa, che siamo a due poli opposti per carattere, per umore, per gusti, per idee, per tutto? Sarebbe un disaccordo continuo da impiacevolire veramente la vita comune. Io già non vorrei cedere a' tuoi modi: cederesti tu a' miei?
--Sì, rispose Emilio, a cui la emozione rendeva più pallide le guancie, tremanti le labbra, incerti lo sguardo e la voce. Sì, io sarò tutto quello che vorrai tu.
--Sul principio, finchè dureranno i primi ardori: e quanto dureranno?
--Sempre, te lo giuro. L'amore che ho per te sento che sarà il solo e l'inestinguibile nella mia vita.
--A queste affermazioni, a questi giuramenti non può credere nemmeno chi li fa. È così variabile il cuore umano! Forse tu stesso non tarderesti a pentirti, quando, svanito il prestigio della illusione trovassi nella tua compagna ben altra donna che quella che credevi...
--Oh no!... Oh! ti conosco abbastanza... E poi, senti, t'amo tanto, mi sento a te attratto e incatenato da una tal forza che, qualunque tu fossi, anche, lasciami dire, la più triste donna, io ti vorrei mia del pari.
--Grazie tante! Ma codesto, signor mio, non è un vero amore: è un capriccio, è una follìa.
--È una passione! gridò con forza Emilio, è qualche cosa di potente, di prepotente, che supera tutto, che domina tutto... Oh credimi, nessuno ti amerà mai come t'amo io, come seguiterò io ad amarti.
E le prese ambe le mani traendola a sè.
Matilde se ne svincolò con qualche asprezza.
--Lasciami! disse. Codesto tuo affetto mi spaventa più che mi commova. Non sono tali frenesìe che procurano la felicità in un matrimonio, ma un ragionato amore, fondato sulla conoscenza dei reciproci caratteri, una reciproca stima. Non si riesce a comune felicità quando l'amore, per quanto grande, è tutto da una parte sola.
Emilio ebbe una penosa contrazione nei lineamenti del volto e un maligno sguardo negli occhî.
--Tu dunque non hai di me nessuna stima?
La fanciulla fece debolmente un atto di protesta.
--Tu dunque sai che non potresti avere per me neppure un briciolo di amore?... Tu vuoi che sia così, e te ne compiaci?...
--Puoi tu credere che in questo la volontà ci abbia qualche effetto? Avviene quello che ha decretato il destino, la natura delle cose. Due si incontrano, che non si sono mai visti e si sentono attratti a vicenda: si scoprono d'un comune sentire, s'accordano perfettamente, mentre altri, stati insieme anche degli anni, sono dai loro temperamenti, dai difetti, anche dalle qualità, affatto disgiunti.
--Tu ami qualcheduno! proruppe Emilio con voce vibrante di collera.
Matilde sostenne fermamente col suo limpido sguardo quello fieramente torbido del cubino.
--Niente affatto, rispose tranquillamente; ma di certo non isposerò che l'uomo il quale riuscirà a farsi amare.
--E io non potrò mai esser quello?
La fanciulla tacque.
--Senti! riprese Emilio dopo un poco, mite e supplichevole più che seppe. Tuo padre mi diceva che siamo ambedue troppo giovani per accasarci. Forse ha ragione. Che cosa conosci tu del mondo e degli uomini? Qualche anno che passi può persuaderti che è una introvabile chimera quell'ideale che tu vagheggi. Io farò di tutto per accostarmi al modello da te pensato: e se tu m'ajuti, chi sa che non ci riesca. Intanto il tempo, coll'opera della volontà che in me è tenace, varrà a togliere dal mio carattere certe asprezze che ti dispiacciono... Sì, credilo, Matilde, tu puoi fare di me un altro uomo... Lasciami solamente un po' di speranza: lasciamela, se non per altro, per compassione. Se pure è vero che hai il cuore libero, concedimi un tempo di prova.
Matilde, imbarazzata, malvogliosa, teneva gli occhî a terra, ma nella sua aperta fisionomia lasciava apparire la sua disapprovazione.
--Ti chiedo un anno solo. Promettimi che per un anno tu non darai ad altri il tuo cuore e la tua mano...
Essa lo interruppe con vivacità impaziente.
--È la mia libertà che mi vuoi togliere, la franchigia del mio destino. E con qual diritto? Non comprendi che la tua pretesa è tirannica, e che la mia promessa sarebbe assurda?
Emilio, assalito da un accesso di rabbia, strinse i pugni.
--Non vuoi dunque far nulla per me?... disse coi denti serrati. A un povero che incontri per via dai il borsellino, e il raggio di sole di un tuo sorriso; e a me che soffro, a cui il tuo diniego farà soffrire tormenti indicibili, rifiuti l'elemosina d'una speranza.
--Elemosina più crudele del rifiuto, quando la speranza avesse ad essere fallace.
--Tu ami già qualcheduno, proruppe con nuovo impeto il giovane. Dimmelo francamente, tu ami qualcheduno?
--Ti ho già detto di no: rispose con dignitosa freddezza Matilde; e non so mentire.
--Guai se ciò fosse! Credi tu che io potrei vederti appartenere ad un altro? Ah no, per Dio!
L'aspetto, lo sguardo, la voce di Matilde presero un'espressione di fiera risolutezza.
--Sei in un grande errore, Emilio, diss'ella, se credi che colle minaccie potresti ottenere quello che non puoi altrimenti. Io mi sento tanto coraggio da sfidare il tuo maltalento, e l'uomo che mi amasse, ch'io scegliessi, confido che sarebbe pur tale da affrontare i tuoi sdegni.
Emilio era diventato livido affatto.
--La vedremo! disse con voce soffocata dalla collera. È questa l'ultima tua parola?
--Posso esprimerti il mio rincrescimento; ti auguro di cuore che tu possa più felicemente collocare il tuo affetto; ma d'altro, in verità, non saprei proprio più che cosa dirti.
--E sia!... Chi sa che un giorno tu non abbia a pentirtene! Sarai tu stessa che l'avrai voluto. Non ti darò più fastidio... Aspetto la mia rivincita dall'avvenire... Addio!
E se ne partì col cuore in tempesta, colla febbre nel sangue per la rabbia, per la vergogna, pel desiderio della vendetta.
IX.
Il fratello di Matilde, che era solito vedere ogni giorno il cugino, e passare con lui gran parte del suo tempo, si stupì quando vide passata una settimana senza ch'egli comparisse in casa Danzàno, nè si lasciasse trovare ai soliti convegni.
I genitori di Matilde, i quali avevano approvato quanto essa aveva detto ad Emilio, e Matilde medesima avevano pensato meglio di tacere quell'incidente a Cesare, cervellino un po' leggiero e dominato dalla volontà più robusta di Lograve, onde, non sapendo a qual causa attribuire quella scomparsa del cugino, fuorchè a una malattìa, Cesare, otto giorni dopo, si recò al quartiere d'Emilio.
Trovò il giovane chiuso nella sua camera, terreo in faccia, collo sguardo spento, cupo, accasciato, rispondendo a mala pena e di cattiva grazia.
--Tu se' stato ammalato, caro Emilio?
--No.
--Che cos'hai dunque? Perchè non ti lasci più vedere? Perchè sei così abbattuto? Ti è capitata qualche disgrazia? A me dovresti dirlo.
Emilio piantò negli occhî di Cesare uno sguardo penetrante per leggergli nell'anima.
--Non ho nulla: rispose bruscamente. Non mi è capitata nessuna disgrazia. Che cosa mi avrebbe ad essere capitato?
--Mah! disse ingenuamente il cugino: io non saprei; però mi pare che non per nulla tu dovresti avere quella ciera da mortorio.
Emilio si persuase che a Cesare non era stato detto nulla della scena avvenuta con Matilde.
--Ebbene, sì, sono malato: riprese, malato di nervi. Ho una melanconìa che mi consuma; lo _spleen_ degli inglesi che mi fa dare al diavolo.
--Eh! bisogna mandar lui al diavolo; bisogna cacciarlo ad ogni costo. Scuotiti, esci, vedi della gente, cerca svaghi.
Emilio crollò le spalle.
--Gli è trovarne degli svaghi che mi par difficile... Nulla mi diverte.
--Eh via! Tu parli come un uomo esaurito, di cinquant'anni... Vieni stasera in casa X... e vedrai che ne sarai contento. C'è una raccolta sempre più ricca di belle signorine e di stupende signore, un'allegrìa di buon gusto, l'insuperabile gentilezza dei padroni di casa, del thè, dei vini, dei pasticcini e dei _sandwiches_ squisiti. Se tu ci fossi venuto queste sere addietro, non saresti cascato in sì brutta melanconìa: ci siamo divertiti un mezzo mondo. S'è fatto un po' di tutto; mormorazioni, giuochi di società, sciarade in azione, musica, danza, danza sopratutto. C'è venuto un nuovo ballerino, un bel giovane di spirito, simpatico, amenissimo, un certo Nori.
Emilio si riscosse vivamente.
--Ah!
--Lo conosci?
Emilio esitò un momento e poi rispose risoluto:
--Sì... E Matilde è stata lei in casa X... queste sere scorse?
--Sicuro.
--E quel Nori le s'è fatto presentare?
--A Matilde?... Sì, certo; ed ha ballato quasi sempre con lei.
--Sì, lo conosco quel Nori, soggiunse Emilio con accento di acrimonia, troppo bene lo conosco per dolermi ch'egli venga intorno a tua sorella.
--Come! Non sarebbe un giovane per bene?
--È uno fatto apposta per compromettere la virtù in persona; uno di coloro che si cacciano intorno a una donna, zitella o maritata, e la sanno circuire in modo che, anche non riuscendo a conquistarla, danno al mondo tutte le mostre d'esserci riusciti. È uno sfacciato millantatore, che, a sentirlo, tutte le donne cascano innamorate morte di lui: insomma tale che bisogna ben guardarsi dal lasciarlo penetrare in una famiglia e bazzicare per casa.
--Oh, guarda! esclamò Cesare tutto meravigliato. E dire che m'apparve tutt'altra cosa: e non soltanto a me, ma anche al babbo e alla mamma; allegro, vivace, un buon figliuolo.
--Un volpone... Farai bene a stare in guardia per Matilde.
--Diamine! diamine!... È un fatto ch'egli le è sempre intorno... Per questa sera hanno già insieme impegnato non so quanti ballabili.
--Questa sera? In casa X...?
--Sì.
--C'è ballo?
--In tutta regola... Come fare a levarlo d'attorno a Matilde?... Avviserò lei che stia in contegno; ma non basta.
--No, non basta.
--Ci verrai tu?
--Non so... Forse!... Se sarò di umore meno rabbioso.
--Vieni, vieni: mi ajuterai a tener lontano il Nori.
--Va bene... Ah, senti! Parlando con tua sorella di colui, non dirle che le informazioni le hai avute da me.
--No?... Perchè?...
--Perchè Matilde mi ha in uggia talmente, che le basterebbe sapere ch'io ho detto nero per veder bianco.
Ma questa cauta raccomandazione doveva sortire poco effetto. Quando Cesare venne ripetendo a Matilde le brutte cose dette da Emilio del Nori, la fanciulla, ficcando il suo limpido sguardo in quello del fratello, e con una vivacità che dimostrava quanto tale argomento l'interessasse, domandò:
--Chi ti ha rivelato tutto codesto?
--Una persona che lo conosce molto bene.