La Tempesta

Chapter 6

Chapter 63,165 wordsPublic domain

L'ho perduta nell'ultima tempesta. Io scorgo intanto questi degni signori sì colpiti da un tale incontro che la ragion loro divorano e che i loro occhi ministri dubitan siano di verità, nè vero alito le parole loro. Ma per quanto fuor dei vostri sensi usciti siate certi ch'io son Prospero, il Duca legittimo, scacciato da Milano il quale molto stranamente in questa spiaggia ove naufragaste, prese terra e il signor ne divenne. Ma di tali cose non più, però che questa è storia di lunghi giorni e non lieve racconto da farsi a mensa e quale si convenga a questo primo incontro. O Sire, siate il benvenuto. La mia corte è questa grotta. Ho là qualche servo, nè di fuori suddito alcuno. Ve ne prego, date uno sguardo là dentro. Poi che il mio ducato mi rendeste, compensarvi io cercherò con egual cosa o al meno tal miracol mostrarvi che vi faccia lieto così come lo son del mio ducato.

Si apre la grotta e lascia vedere Ferdinando e Miranda che giocano a scacchi.

MIRANDA.

O mio dolce signor, giuocate ingannandomi.

FERDINANDO.

No, mio caro amore: non lo farei pe'l mondo intero.

MIRANDA.

Sì: ma venti regni mi disputereste ch'io pur direi che il vostro giuoco è buono.

ALONZO.

Se un'altra visione è questa della Isola, ben due volte un caro figlio ho perduto!

SEBASTIANO.

Un miracolo supremo!

FERDINANDO.

Quantunque il mare ci minacci è pure pietoso ed in van l'ho maledetto!

S'inginocchia d'innanzi ad Alonzo.

ALONZO.

Le benedizion tutte d'un padre felice, ora ti faccian grande. Sorgi in piedi e dimmi come qui venisti.

MIRANDA.

O meraviglia! Quali creature mirabili! e come è bello l'umano genere! Oh dolce nuovo mondo, pieno di un tal popolo!

PROSPERO.

È nuovo a te!

ALONZO.

Chi è dunque questa fanciulla con la quale stavi giuocando? Non può essere più antica di ben tre ore l'amicizia vostra. Forse è la Dea che ci ha salvati e tutti ci ha radunati qui?

FERDINANDO.

Sire, è mortale ma è mia per immortale provvidenza. Io la scelsi allorchè più non potevo chieder consiglio al padre mio, nè pure credea di averne ancora uno. Ella è figlia di quel ben noto duca di Milano di cui sì spesso ho udito, senza pure averlo visto prima. È da costui che ho ricevuto una seconda vita ed un secondo padre or mi procura questa signora.

ALONZO.

E sarà il suo! Ma come sembrerà strano che il perdono invochi da mio figlio!

PROSPERO.

Ora basta, Sire. È vano aggravare il ricordo con un peso già dileguato.

GONZALO.

Dentro me piangevo, se no parlato avrei di già. Volgete in giù li sguardi, o Dei! Su questa coppia una corona benedetta fate cadere dopo che la via tracciaste che ci ha condotti qui!

ALONZO.

Dico, o Gonzalo, Amen!

GONZALO.

Così Milano fu cacciato da Milano perchè la discendenza sua regnasse su Napoli! Una gioia non comune vi allieti e questo in oro sopra salde colonne trascrivete: "Trovato ha Claribella, in un viaggio, a Tunisi il marito e suo fratello Ferdinando una moglie là dove egli si era perduto; Prospero, il ducato in una povera isola e noi tutti ritrovammo noi stessi, quando ognuno di sè non era più padrone".

ALONZO.

Datemi le vostre mani. Ogni tristezza ed ogni dolore il cuor per sempre arda di quegli che non v'auguri bene.

GONZALO.

E così sia Amen!

Rientra ARIELE col PADRONE della nave seguito dal NOSTROMO e ambedue pieni di stupore.

O guarda, Sire, o guarda, Sire, ecco ancor due dei nostri. Avea pur detto che se c'era potere in terra, questi non sarebbe affogato! Ora, o Bestemmia, che lanciavi da bordo tutte quante le tue imprecazioni, non ne hai dunque più sulla spiaggia? E non hai più la bocca a terra? E cosa c'è di nuovo?

IL NOSTROMO.

Prima, e assai meglio di tutto, c'è che abbiamo trovato il nostro re salvo coi suoi. Poi che la vostra nave--quella stessa che or fa tre ore credevam perduta-- è salda e forte e sopra i flutti ondeggia come quando nel mar la prima volta noi la varammo.

ARIELE

a Prospero.

Tutto questo, o mio signore, ho fatto da che son partito.

PROSPERO

ad Ariele.

Spirito industre!

ALONZO.

Questi avvenimenti non sono naturali e d'ora in ora divengono più strani. Dite come veniste qui?

IL QUARTIERMASTRO.

Sire, se mai credessi di essere sveglio, cercherei di dirlo. Morti eravam di sonno e tutti quanti distesi sotto i boccaporti, senza pur saper come, quando con rumori strani e diversi, come grida e rugghi e batter di catene ed urla ed altri varî frastuoni fummo risvegliati e per di più liberi tutti e il nostro, bravo, forte e regal vascello abbiamo in ordine trovato ed il padrone che saltava di gioia nel vederlo. In un battibaleno e, non vi spiaccia, sempre sognando forse, siamo stati di là tratti e condotti qui che ancora ci fregavamo gli occhi.

ARIELE

a Prospero.

Ho fatto bene?

PROSPERO

ad Ariele.

Bene, o mio diligente, e tu sarai libero!

ALONZO.

Ecco il più strano labirinto che un uomo abbia percorso. In tutto questo v'è più grande potere che non abbia la natura. Bisogna che la nostra scienza un qualche oracolo corregga.

PROSPERO.

O Sire e mio Sovrano, il tuo pensiero non faticare sopra la stranezza di questi fatti. Quando avremo il tempo e fra breve sarà--saprò spiegarti in secreto ogni cosa ed ogni cosa ti sembrerà probabile. Ma in tanto siate felici e di ciascun evento pensate bene.

Ad Ariele.

O spirito, vien qua. Libera Calibano e i suoi compagni e disciogli l'incanto.

Exit Ariele.

O grazioso mio Sire, come va? Vi sono alcuni vostri vecchi compagni che perdeste e che non ricordate.

Rientra ARIELE, trascinandosi dietro STEFANO, TRINCULO e CALIBANO con le vesti rubate.

STEFANO.

Che ognuno fatichi per tutti gli altri e che nessuno si preoccupi di sè stesso perchè qua giù non c'è che il caso.

_Coraggio_, bravo mostro, _coraggio!_

TRINCULO.

Se quelle che porto in testa sono buone spie, ecco un meraviglioso spettacolo!

CALIBANO.

O Setebos! Questi son bravi spiriti davvero e come è bello il mio padrone! Io temo ch'egli non mi castighi!

SEBASTIANO.

Ah, ah, che cose sono mai queste, o mio messer Antonio, e si potean comprare?

ANTONIO.

Certamente: uno è un semplice pesce e senza dubbio commerciabile.

PROSPERO.

I lor cenci guardate, o miei signori, e poi dite se sono onesti! Quel deforme farabutto è figlio di una strega che fu tanto forte, da controllar la luna e il flusso ed il riflusso regolare e senza il suo poter la sfera comandarne. Tutti e tre mi hanno derubato e questo mezzo demonio--perchè è pur bastardo-- per togliermi la vita ha congiurato con loro. Due di questi voi dovete riconoscere come vostri ed io questa cosa di tenebre per mia riconosco.

CALIBANO.

Sarò pinzato a morte!

ALONZO.

Ma non è questo, Stefano il mio servo ubriacone?

SEBASTIANO.

È ubriaco anche adesso. Ma dove ha trovato il vino?

ALONZO.

E Trinculo che in piedi non può reggersi più? Dove han trovato il gran Liquor che gli ha dorati in questo modo? E come ti sei messo in tal salsa?

TRINCULO.

Mi son messo in questa salsa dall'ultima volta che vi ho veduto, e ho paura che non m'esca più dalle ossa. Non avrò più timore delle punture delle mosche.

SEBASTIANO.

E bene, Stefano, cosa c'è?

STEFANO.

Oh non mi toccate! io non sono più Stefano, son un crampo.

PROSPERO.

Volevate essere re dell'isola, eh? birbante!

STEFANO.

Vi assicuro che in questo caso sarei stato un re pieno di benevolenza.

ALONZO.

indicando Calibano.

La più bizzarra cosa che ho mai visto!

PROSPERO.

Egli è nella figura e nei suoi modi egualmente deforme. Va', messere, nella mia grotta e reca teco i tuoi compagni. Per avere il mio perdono ordinatela a modo.

CALIBANO.

Certamente che lo farò, voglio esser d'ora innanzi sottomesso ed avere il tuo perdono. Ah tre volte imbecille fui, prendendo per Dio questo ubriaco ed adorando quest'altro pazzo ignobile!

PROSPERO.

Va' via!

ALONZO.

Via di qui! E rimettete quelli oggetti dove gli avete trovati.

SEBASTIANO.

O meglio rubati.

Exeunt Calibano, Trinculo e Stefano.

PROSPERO.

Sire, invito l'altezza vostra e tutta la corte nella mia povera cella dove potrete riposarvi questa notte. Ma in parte impiegheremo il tempo in discorsi cotali che veloce ve lo farà trascorrere: la storia della mia vita e di quel che mi accadde fino dal primo giorno in cui son giunto in quest'isola. E all'alba al vostro legno vi condurrò che a Napoli vi porti, dove spero veder solennizzato il rito nuzial di questi due amanti e quindi nella mia Milano ritornerò, dove su tre pensieri uno alla tomba mia sarà rivolto.

ALONZO.

La storia della vostra vita ho fretta di udire: certo deve stranamente prender l'udito.

PROSPERO.

Liberi vi rendo tutti! Ed a voi prometto calmi venti, onde propizie ed un viaggio tanto celere che possiate giunger presto la regal flotta.

Ad Ariele.

O mio Ariele, avanti! questo è incarico tuo: poi fa ritorno agli elementi e sii libero. Addio! Ed or di grazia fatevi da presso.

Exeunt.

EPILOGO

detto da Prospero.

Qui ho deposto ogni magia e quel che ho di forza è mia: non è molto e sta in potere vostro farmi rimanere o mandarmi per incanto verso Napoli. Soltanto poi che il mio vecchio ducato io mi son riconquistato ed ho reso il mio favore all'indegno traditore, via da questi regni vani col favor di vostre mani mi traete e col fedele vostro soffio le mie vele sì gonfiate che altrimenti sono i miei divisamenti --ch'eran solo a voi piacere-- tutti quanti per cadere. Ora ho d'uopo al tempo stesso d'arte e genii e vi confesso che la mia sorte è assai nera se non fosse la preghiera che a traverso ogni aspro assalto sa raggiungere nell'alto la divina grazia e rende puri di tutte le mende. Dunque come voi volete il perdono, concedete l'indulgenza che dovrà rimandarmi in libertà.

FINE.

NOTE.

NOTE DEL TRADUTTORE

ALLA

TEMPESTA, DI SHAKESPEARE

ATTO PRIMO.

SCENA II.--A pag. 26. _Calibano_. Con questo personaggio, l'autore ha voluto senza dubbio personificare uno di quelli indigeni--di razza rossa--che nei viaggi a cui si accenna nella prefazione assumevano tanti e tanto fantastici aspetti. Il Farmer osserva poi come _Caliban_ sia metatesi di _Canibal_ e l'osservazione è tanto più giusta in quanto gli anagrammi e i giuochi di parole erano di moda in quell'epoca.

A pag. 34. _A ben cinque braccia nel mare...._ Questa canzone e l'altra del quarto atto: _là dove sugge l'ape_, ecc.... furono musicate da Robert Johnson e pubblicate a Oxford nel 1660 dal Dr. Wilson, in una raccolta intitolata _Court Ayres or Ballads_.

A pag. 38. _Sei tu vergine o no_, ecc. Questa esclamazione di Ferdinando si è prestata a molti comenti dovuti anche alle diverse interpretazioni del testo. Secondo la maggior parte delle edizioni inglesi il testo direbbe:

_O you wonder! If you be made or no!_

a cui Miranda risponde:

_No wonder, sir; But certaily a maid._

giuocando sul doppio significato di made-creatura, cosa creata, e maid-vergine come aveva frainteso la figlia di Prospero. Ma secondo il Malone, questo gioco di parole non doveva esistere nel testo originale tanto più che le prime copie leggono _if you be maid or no_. Del resto, l'interpretazione che ha suscitato grandi dispute fra i comentatori ha valore relativo e secondo noi è bene concludere con le parole del Mason il quale osserva giustamente che tutta la questione si riduce a sapere se i lettori vorranno adottare un'espressione semplice e naturale che non ha bisogno di comenti o meglio un'altra che l'ingenuità di molti comentatori ha interpretato imperfettamente.

ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.--A pag. 49. _Temperanza era infatti una delicata donzella...._ I puritani dell'epoca di Guglielmo Shakespeare usavano di battezzare le loro figlie con nomi di virtù morali e religiose. Così il Taylor nella descrizione di una meretrice, ha questi due versi:

_Though bad they be, they will not bate an ace To be call'd Prudence, Temperance, Faith and Grace._

A pag. 52. _Vedova Didone, avete detto_, ecc....

Il Malone suggerisce che questa insistenza sul nome di _Dido_ in assonanza con la parola _Widow_--vedova--possa essere stata dettata dal ricordo di una iscrizione copiata da Anserio e riportata tradotta nei poemi di Davison:

_O nost unhappy Dido unhappy wife and mor unhappy widow!_

Ma forse più giustamente altri comentatori rammentano una ballata _Queen Dido_ popolarissima ai tempi di Shakespeare e cantata in tutte le taverne e in tutte le strade di Londra.

A pag. 57.

_S'io mi fossi il Re cosa farei?_

Tutto questo passaggio, nel quale taluno potrebbe vedere un'acuta satira del socialismo, fu ispirato dagli _Essais_ di Montaigne che erano stati tradotti dal Florio e pubblicati in Inghilterra nel 1603. Si può dire che l'intiero brano non sia che una traduzione del capitolo in cui si parla della Francia Antartica, allora recentemente scoperta.

Il lettore potrà confrontare gli Essais al capitolo XXX del libro I: _Des Cannibales_.

SCENA II.--A pag. 74. _Trinculo_. Il nome di Trinculo deve essere stato suggerito a Guglielmo Shakespeare da qualche canzone di marinaio napoletano. Benedetto Croce mi faceva osservare, infatti, un vecchio ritornello dialettale che suonava così:

_Tríncule, míncule spilli e spillone...._

A pag. 75. _Non darebbe un centesimo per soccorrere un povero storpio, ma ne sborserebbe dieci per vedere un indiano morto._

Verso la fine del secolo XVI era tornato dal Catay dove aveva compiuto un avventuroso viaggio il Frobisher, e aveva portato con sè alcuni indigeni di quel regno lontano, i quali destavano una grande curiosità fra gli abitanti di Londra: ma per un raffreddore preso sulla nave che li conduceva in Europa morirono quasi subito appena furono sbarcati in Inghilterra. La relazione di quel viaggio e la descrizione di quelli indiani con relativa storia della loro morte fu pubblicata in un volume in-4° dal Frobisher, nel 1578.

ATTO TERZO.

SCENA II.--A pag. 95. _Sarebbe davvero un bel mostro se avesse gli occhi nella coda...._

È un'allusione a una pubblicazione fatta ai tempi di Shakespeare a proposito di una balena trovata morta sulla spiaggia di Ramsgate. In questa pubblicazione era detto fra l'altro «si tratta dunque di un pesce mostruoso, ma non così mostruoso come è stato detto, perchè ha gli occhi nella testa e non sul di dietro». Vedi _Summary_, 1575.

A pag. 101

_... rammenta d'impossessarti dei suoi libri...._

Il Malone osserva che questo episodio è una probabile rimembranza dell'incanto che Angelica fece sull'incantatore Malagigi, con l'aiuto di Argalia. L'_Orlando furioso_ era stato pubblicato in Inghilterra nella traduzione del Harrington l'anno 1591.

A pag. 104. _È l'aria della nostra canzone suonata dal ritratto di Nessuno._

Allusione a una commedia anonima pubblicata in quei giorni: _at the signe of No-Body_.

SCENA III.--A pag. 109,

_Che in Arabia vi è un albero per Trono della Fenice...._

La favola della Fenice è raccontata da Plinio, dove Guglielmo Shakespeare deve averla letta nella traduzione dell'Holland, pubblicata appunto verso quell'epoca.

A pag. 111.

_Che ci fosser montanari, con un grugno di toro,_ ecc,...

Questi _montanari_ sono i gozzuti della Val d'Aosta di cui si aveva avuto in Inghilterra notizia fino dal 1503 in un volume di Wincken de Wynck intitolato: _Maundeville's Travels_.

A pag. 111.

_... Miracoli che pure potrebbe garantirci oggi un qualunque viaggiatore assicurato al cinque per uno...._

Era costume, all'epoca di Shakespeare, che ciascun viaggiatore il quale partisse per una lunga spedizione, assicurasse la propria vita, depositando una data somma di denaro che gli veniva restituita aumentata da forti interessi quando fosse di ritorno.

ATTO QUARTO.--UNA RAPPRESENTAZIONE.

A pag. 121.

_Le rive che l'aprile umido, al tuo comando di gigli e di peonie fiorisce...._ ecc.

Gigli e peonie erano simboli della castità. Così il Lyte nel suo _Herbal_ ci fa sapere che «un genere di peonie è da qualcuno chiamato _maiden or virgin peonie_». Se poi si vuol osservare che i gigli e le peonie non crescono contemporaneamente, si risponderà che di queste inesattezze botaniche molte se ne trovano nell'opera di Guglielmo Shakespeare, come i «garofani che Aprile apporta» nella canzone del _Measure for Measure_, i «gigli d'ogni qualità» che descrive nel _Winter's tale_ come figli della primavera, contemporanei alle giunchiglie, alle primole e alle violette, ed altre fantasie poetiche del genere. Si aggiunga che alcuni comentatori antichi invece di _lilied brims_ leggono _twilled brims_, cioè _margini ricamati o trapuntati di peonie_.

A pag. 126.

_Non altrimenti gli edifici senza base di questa visione...._

Tutto l'intiero brano, che è proverbiale nella letteratura inglese, non sarebbe originale secondo lo Steevens, il quale lo fa derivare da una scena della _Tragedy of Darius_ di Lord Sterline, tragedia che sarebbe stata pubblicata l'anno della morte della Regina Elisabetta (1603).

A pag. 130.

_.... si è condotto con noi come un Fuoco fatuo._

L'originale ha _has played the Jack with us_. «Jack of lantern» è il nome popolare del fuoco fatuo che secondo la tradizione faceva deviare i viaggiatori dalla via retta per precipitarli nei pantani su cui ondeggiava.

A pag. 134.

_.... sarem tutti guanti cambiati in paperi...._

Il testo ha barnacles che secondo lo Skinner sarebbe l'_Anser Scoticus_. Voleva la tradizione d'allora quest'anitra nascesse da un albero i cui frutti giunti a maturità si aprivano lasciando cadere l'anitroccolo sull'acqua. Il Collins ci fa sapere che «Esistono in alcune parti della Scozia settentrionale certi alberi su cui crescono frutti a forma di conchiglia i quali cadendo sull'acqua si trasformano in anatre e sono chiamate _barnacles_». L'errore, del resto, era accettato dai più celebri naturalisti del tempo, così che non solo si trova riprodotto nella _Cosmografia_ di Sebastiano Münster, ma anche il nostro dottissimo Aldrovandi lo accoglie nella sua ornitologia, dando per fino il disegno dell'albero portentoso!

A pag. 135. _Si ode il rumore di una caccia._

Era credenza comune che una muta di cani spettrali seguita da uno sconosciuto cacciatore, scorrazzasse la terra seguendo qualche dannato peccatore. Così ritroviamo la caccia selvaggia nel canto XIII dell'_Inferno_ dantesco e nella novella di Nastagio degli Onesti del Decamerone. Così venne accettata dagli scrittori di magìa come si può vedere del _Treatise of spectres_ di Pietro de Loier, tradotto dal francese e pubblicato in Inghilterra nel 1605.

ATTO QUINTO.

A pag. 139. _O voi elfi dei colli...._

Il Warburton fa notare che questa invocazione si trova nell'invocazione ovidiana di _Medea_.

_Auraeque et venti, montesque, amnesque, lacusque Diique omnes nemorum diisque omnes noctis adeste._

Egli l'aveva letta nella traduzione del Goldnig e il Malone osserva che in alcuni punti ha trascritto letteralmente l'espressione del traduttore inglese.

A pag. 145. _Ancor gustate qualche leccornia_, ecc.

Il testo ha:

_do you yet taste sone subtilties._

Il vocabolo _subtiltie_, annota lo Steevens, è parola che si trova nell'antica arte culinaria e significa uno di quei piatti che raffiguravano cose diverse dalla loro sostanza, come castelli, alberi, dragoni, ecc., fatti di pasta e di zucchero.

A pag. 155.--_Coraggio, bravo mostro, coraggio!_ La parola Coraggio è in italiano nell'originale.

A pag. 157.--_Il gran Liquor che gli ha dorati_, ecc. Il Warburton crede che lo Shakespeare avesse scritto _Il grande Elisir_, perchè è evidente dalle parole che seguono--_che gli ha dorati tutti_--che egli allude all'_Aurum potabile_ di cui in quei tempi era gran parlare.

EPILOGO.

A pag. 161. _.... la mia sorte è assai nera...._

Allude alla fine disperata dei negromanti, tratti nell'inferno dagli spiriti maligni e salvi solo dalla preghiera dovuta a un sincero pentimento.

PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: Due Lire.

TEATRO

DI

GUGLIELMO SHAKESPEARE

NUOVA TRADUZIONE DI DIEGO ANGELI

_A questo 1.° volume __La Tempesta__ succederanno immediatamente le seguenti opere di cui la traduzione è già compita:_

Giulio Cesare.

Coriolano.

Come vi piace.

Il sogno di una notte di mezza estate.

Macbeth.

Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori in Milano.