Chapter 4
PEDANTE. Ti ho detto il prenome, nome, cognome e officio. «Tito» è il prenome, «Melio» il nome, «Strozzi» il cognome, «gimnasiarca» l'officio; e se non son grande di corpo, son grande nella dottrina e la rettorica.
TEDESCO. Non stare bene, non avere bisogne de' rottori.
PEDANTE. Datemi la mia sobole...
TEDESCO. Qua non avere né sorbole né nespole, ...
PEDANTE. ... insieme con la balia.
TEDESCO. ... né ci stare bálice né stivale.
PEDANTE. Nil aliud volo.
TEDESCO. Dicere che volo e tu stare fermo.
LARDONE. Tacete se volete, e lasciate parlare a me, corpo del mondo! parlate con gli osti come se parlaste con i scolari. Diteci, oste, avete in questa vostra osteria una donzella con una vecchia, che abbiamo lasciato qui, quando siamo tornati a dietro a portar l'altre robbe?
TEDESCO. Nelle ostelerie non stare putte, vecchie, né merdate. Andate a fare i fatti vostri.
LARDONE. Almeno dateci alloggiamento, ché a quest'ora non abbiamo dove a dar di capo.
TEDESCO. Alla fé, non capere altre gente: tutto star pieno de passaggieri.
LARDONE. Dateci almen da mangiar, per amor de Dio.
TEDESCO. Né per amor delle diable.
LARDONE. Respondete almeno.
PEDANTE. L'uscio che ci ha serrato nel volto risponde per lui.
SCENA IX.
PEDANTE, LARDONE.
PEDANTE. Questo incontro m'ave acceso una face arsibile intorno al core, perché per mio solo dedecore m'ha serrato l'uscio sul volto. Sarò propalato per infame per tutto il mondo.
LARDONE. Anzi per mio, perché mi publica per un affamato.
PEDANTE. A te pare cosí?
LARDONE. Anzi è cosí, e non mi pare; perché io son quello che resto morto di fame e di sonno.
PEDANTE. Anzi, a tutti due; e tutti due restiamo affrontati e di affronto grande: a me per le donne e a te per la fame.
LARDONE. A me non dá pena l'affronto della donna, ma perché mi muoio di fame.
PEDANTE. Il carico fatto a me è fatto al piú famoso uomo del mondo.
LARDONE. S'il carico è fatto al piú famoso, dunque è fatto a me che sono ora il piú famoso uomo del mondo e di quanti affamati fur mai.
PEDANTE. Mai dal mio nemico sidere m'accadde cosa come questa.
LARDONE. Né a me mai verrá questa notte in fantasia, che il mio stommaco non si risenta.
PEDANTE. Si dirá per tutto il mondo che Tito Melio Strozza gimnasiarca ha perduto la figlia con la balia, si scriverá per le gazzette, e i scrittori de nostri tempi lo scriveranno per l'istorie; né io potrò piú comparir fra letterati.
LARDONE. Il manco pensiero che hanno i letterati di questi tempi è di scrivere i fatti tuoi.
PEDANTE. Il tuo male con una ricetta si guarirá.
LARDONE. E quale?
PEDANTE. «Recipe due capponi, l'uno arrosto e l'altro boglito, cento ova dure, due rotuli di carne di vitella, un piatto di maccheroni; pongasi in una pignatta e boglia a sufficienza; quattro fiaschi di vino: et fiat cibus et potus».
LARDONE. Con manco di questo si guarirá il tuo male. «Recipe colla di carniccio, bianco d'un uovo, un poco di litargirio; faccisi impiastro con stoppa di cánnevo; pongasi sopra la rottura e subito consolidarassi».
PEDANTE. Da questa massima ne segue: ho perduto la figlia, ergo, igitur, è stata violata; e io ne resto disperato.
LARDONE. Disperati son quelli che l'han trovata; ché subito gli verrá in fastidio, che doppo il fatto, se avessero il pozzo appresso, ce la buttarebbono dentro, ché non è peggio mercanzia che di femine.
PEDANTE. Ti par poco essermi tolta una figlia?
LARDONE. Ti par poco esser restato io senza mangiare e senza dormire, che non sarebbe altro che sotterrarmi vivo?
PEDANTE. Perché sei un forfante che ad altro non pensi che mangiare.
LARDONE. Come si parla di mangiare e di bere, sono un forfante; come non darmi da mangiare e bere, son piú che fratello carissimo.
PEDANTE. Ti vorrei attaccar la bocca con una cannella piena di vino e lasciarti bere fin che crepassi; e dire:--Vinum sitisti, vinum bibe.
LARDONE. O che crepar dolce!
PEDANTE. Il furto della figlia a chi «_habet acetum in corde_» importa l'onore.
LARDONE. Lo star senza mangiare importa la vita, che è piú dell'onore: si può vivere senza l'onore, ma non senza mangiare. Da questo mondo non se ne ave altro se non quanto ne tiri con i denti.
PEDANTE. Ergo, igitur, absque dubio, poco importa l'onore.
LARDONE. Le leggi dell'onore son fatte per i cavalieri e prencepi, re e imperatori, e appena se ne curano; perché vuoi curartene tu?
PEDANTE. Chi son questi reggi e imperadori?
LARDONE. La regina Didone, come ho inteso da voi leggere a' scolari.
PEDANTE. Mente per la gola Virgilio, mente e rimente per guttur quante volte lo vuol dire overo l'è passato per la fantasia: ché Didone fu una regina onorata, né mai si ritrovò a solo a solo con Enea in quella spelonca; e io lo vuo' mantenere con lo filo e la punta della penna contro qualsivoglia letterato che lo voglia dire.
LARDONE. Poco importa questa disfida alla mia fame, e ad ogni parola fare una disputa.
PEDANTE. Il parlar teco troppo familiare causa il minuspretio: omnis familiaritas parit contemptum; ma sempre che parlerai meco senza licenza, vuo' cavarti un dente.
LARDONE. Vorrei piú presto perdere un diamante che un dente. Ma io merito questo e peggio. Venir da Salerno a piedi a preparare l'alloggiamento, e restar con una bocca secca come avesse mangiato presciutto!
PEDANTE. Te hai bevuto un semisestante di vino e mangiato tanto. Ti par poco onore mandarti al «_senatus populusque romanus_» a fargli intendere che viene il primo letterato di questo secolo a far reviviscere e repullular le ossa giá incenerite e far sorgere dalle tombe i Varroni, i Ciceroni, i Salusti e i Cantalici e gli altri grandi nella greca e latina lingua; e aprir un luculentissimo gimnasio? ...
LARDONE. E che sapete ben correre alla quintana.
PEDANTE. ... Sederai meco a tavola, beverai al mio bicchiero e del vino che bevo io, e seraimi compagno nello Studio: questo onor ti fará glorioso fin alla fin del mondo. ...
LARDONE. Io non ho bisogno ingrammaticarmi; e questi onori dálli ad altri che li desiderano; ché io vuo' piú tosto mangiarmi una cipolla, una radice e ber vin che senta di muffa, quando ho appetito, e a mio modo, e dormir solo in terra e trar corregge a mio modo; starei piú tosto in galea che nel tuo Studio.
PEDANTE. ... Sedendomi appresso, questa mia venerabil toga ti onorerá e ridonderá in tua gloria, che mai dall'edace tempo ti fia consumpta.
LARDONE. O Cielo, che mirabil nuovo genere di pazzia ave occupato il cervello di costui! Non è piú dolce boccone che beccarsi il suo cervello.
PEDANTE. Parli da quel che sei, cioè una bestia; e io sono una bestia, che d'un asino vogli farlo diventar cavallo. Il dedecore m'ha transverberato il core. Ma ricogliamoci in qualche luogo e dormiamo insino a giorno.
LARDONE. Or questo no.
PEDANTE. Lasciami dire.
LARDONE. Non voglio ascoltare.
PEDANTE. Nil melius sobrietate.
LARDONE. Nil peius affamatione.
PEDANTE. Io non intendo questa tua grammatica.
LARDONE. Né io la tua.
PEDANTE. Dimmelo in volgare.
LARDONE. Non si trovano parole per dichiararlo.
PEDANTE. Se vuoi rispondere ad ogni cosa, non finiremo questa notte. Ma sta' di buona voglia.
LARDONE. Come posso, morendo di fame, star di buona voglia?
SCENA X.
LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO.
LIMOFORO. Sento lamenti.
LARDONE. È segno ch'hai orecchie.
LIMOFORO. È segno d'uomo sconsolato. O uomo da bene!
LARDONE. Questo nome di uomo da bene non fu mai in casa mia, e io sono il primo di questo nome.
LIMOFORO. Consòlati.
LARDONE. Come può consolarsi chi non ha niuna speranza di consòli?
LIMOFORO. È troppo gran miseria viver senza speranza di consòlo.
LARDONE. Però son discontento e ne disgrazio tutti i consòli.
LIMOFORO. Non pianger dunque.
LARDONE. Piango per sfogar la mia disgrazia e per morire.
LIMOFORO. Meglio è che ti consoli da te stesso che esser consolato da altri: abbi pazienza.
LARDONE. La pazienza non è rimedio da far passar la fame.
ANTIFILO. (La fame? non sará altri che Lardone). O Lardone!
LARDONE. Mai fui manco Lardone che ora: è scolato il grasso e ci è rimasta a pena la cotica.
ANTIFILO. Se non sei Lardone, sarai lo spirito suo.
LARDONE. E il spirito è quello che ti risponde, ché il corpo è giá morto.
ANTIFILO. Che cosa è del maestro?
LARDONE. Eccolo qui in carne e ossa.
ANTIFILO. Sète qui voi, o mio caro maestro?
PEDANTE. Ille ego, qui quondam... .
ANTIFILO. E voi sète il mio maestro?
PEDANTE. Ipse ego, ipsissimus sum: io son quello che voi volete, absumpto nel pelago delle miserie.
ANTIFILO. Oh quanto ho desiderato di servirvi! Come a questa ora di notte vi veggio in questa disgrazia?
PEDANTE. Anzi per mia grazia disgraziato, o optatissimo Antifilo.
LIMOFORO. Non vi disperate; ché mai viene disgrazia che non trovi la porta aperta per la grazia che segue.
PEDANTE. Mi son partito da Salerno con sinisterrimo auspicio Romam versus, per far quivi stupir il mondo della prestanza della latina e greca lingua. ...
LARDONE. Val piú un bicchiero di vin latino o greco che tutta la tua dottrina.
PEDANTE. ... E da Cicerone in qua non è stato maggior uomo che sono io. Oh quanto perde Roma e l'Italia tutta, se si perde un par mio.
ANTIFILO. Maestro, potete venir a dormir e cenar meco.
PEDANTE. Obsecro te dalla base del cuore venerabondo, e revoluto a' tuoi piedi, accetto la grazia che la necessitá me la fa accettare, e me ne congratulo.
LARDONE. Io per dubito di non aver a restar senza cena e senza sonno, ero quasi morto.
PEDANTE. Tu non hai mangiato e bevuto tanto questa mattina?
LARDONE. Quello è giá digesto.
LIMOFORO. Perché andar disperso a quest'ora?
PEDANTE. Lo saprete a bell'aggio in casa, ch'or sto «_in cimbalis male sonantibus_», che per disperazione volea buttarmi in un sarcofago.
LIMOFORO. Entriamo, ché la porta è aperta.
LARDONE. Questo incontro a un par mio? Quando io sperava questa notte empirmi lo stomaco a scorpacciate da taverna e scacciarmi la sete a salassate de bótti, mi trovo martorizzato dalla fame e abbrugiato dalla sete. Ah, Giacomino e Cappio, cosí m'avete tradito? M'avete talmente guasto lo stomaco che non basteranno quanti impiastri e medicine ha una speziaria a ristorarmelo; ma io non sarò tanto goffo che mi lasci morir di fame dentro un forno di pane né di sete in un magazzino di vino. Scoprirò il fatto ad Antifilo; e la gelosia l'infiammerá talmente alla vendetta che vedrò fulminar le spade su gli occhi e i pugnali su le gole fra loro. Scommodando gli amori di Giacomino, accommodarò il mio stomaco. Devo io osservar fede a chi mi manca di fede? Io intanto apparecchiarò le scuse e le gambe per sfrattar la campagna, e al peggio le spalle alle bastonate. Vuo' piú tosto morir satollo e da forfante che morirmi di fame e da uomo da bene.
ATTO IV.
SCENA I.
GIACOMINO, CAPPIO.
GIACOMINO. O Cielo, che soave dolcezza, che ineffabile armonia può trovarsi in questa vita che due cori congionti in un sol core, due vite in una vita e due alme in un'alma d'un reciproco amor congionte, dopo tante pene, lacrime e tormenti, giongere a quel da loro tanto bramato bene? O diletto indicibile, o soavitá eroica, o piacere che supera e avanza ogni altro piacere e diletto! Deh, ch'io non posso trovar parole con le quali possa esprimere cotanta gioia! O veramente felici e ben avventurati coloro che giongono a tanta altezza di gioia! Misero me, che avendo gustato tanta dolcezza e accesomi in tanto incendio intorno al core, come potrò mai vivere senza lei? ché essendo d'un cor congionti insieme, d'un'alma e d'una fede, tanto sarebbe separar l'un dall'altra quanto l'uno e l'altra viver senza la vita. Disporrò quanto posso mio padre; e vedendolo ostinato a non voler compiacermi, alfin farò a mio modo. Doppo l'effetto mi disse piangendo:--Vi raccomando l'onor mio!--O che mirabile effetto è quello che fan le lacrime delle donne ne' cuori degli amanti. Gli risposi:--E come posso io compensar tanta liberalitá con tanto onore, con che voi stessa concessa m'avete e la persona e l'onor vostro, se non con l'atto del matrimonio?--Veramente la natura delle donne è tanto dolce che, per duro che sia un cuore, lo fa subito tenero e liquefare in lacrime. Ma par che mi senta un messo nel cuore, mandatomi dal mio continuo pensiero, che dice che speri bene.
CAPPIO. Padrone, vorrei lasciaste cotesto prologo, e pensiamo allo scandolo che sia per avvenirne quando saprá il pedante che Altilia sia stata trafugata e toltole l'onor suo; e sapete che Antifilo, vostro contrario, non sta con le mani a cintola, ché una ne pensa l'oste e l'altra il pellegrino. L'aiuterá per la gelosia che lo rode.
GIACOMINO. Ma io con che occhio potrò mirar mio padre, quando egli mirando negli occhi miei vedrá scolpita la mia disobedienza e che della sua casa io n'abbi fatto taverna, fattolo aggirar per le strade dal servitore? che gastigo aguaglierá la mia forfantaria? Amor mi sollecita, il timor del padre mi spaventa e la ragion vuoi ch'io l'ami. Cappio, non so che farmi, son rovinato del tutto.
CAPPIO. Non siamo rovinati mentre siam vivi e vogliamo aiutarci.
GIACOMINO. Io non so se son vivo o morto, né dove mi sia: son tanto attuffato nel mar delle delizie ch'io non so che mi faccia. Pensa tu, Cappio, che sei fuora di passione.
CAPPIO. Né io son libero di passione, che sapendo il padrone ch'io son stato l'inventore ed essecutore del tutto, non lascierá crudeltá che non voglia esperimentar contro di me. Per ora non so pensar altro modo che condur Altilia al Cerriglio e pregar il tedesco che dica al pedante che, dall'ora che Altilia e la balia son state menate da lui nell'osteria, l'hanno aspettato tutta la notte e anco senza cibo e senza sonno; e che sappino ben fingere questa bugia.
GIACOMINO. A prieghi aggiongeró qualche scudo, ché dica quella bugia: ché se delle bugie se ne dicono le migliaia senza pagamento, quante se ne diranno per denari? I danari son l'unguento de tutti i mali. Io vo a chiamar le donne.
CAPPIO. Presto, ch'ogni tardanza ci potrebbe apportar danno. (Questi giovanetti doppo conseguito il lor desiderio non pensano piú allo scandolo che ne può succedere. Io temo che de loro piaceri io n'abbi a patir la pena).
SCENA II.
GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO.
GIACOMINO. Anima mia, quanto la fortuna ci è stata favorevole in avervi condotta a casa mia, tanto poi voltandoci le spalle n'è stata disfavorevole, facendo venir mio padre da Posilipo e trovar la sua casa fatta taberna, e venir poi lo spagnolo, poi venir vostro padre. Giá avete visto il contrasto col mio padre. Noi per ovviare a questo disordine avemo concertato condurvi al Cerriglio; e faremo che l'oste dica che voi tutta la notte avete aspettato il suo ritorno.
ALTILIA. Vita mia, potrete commandarmi e dispor di me come di cosa vostra; solo vi priego m'adempiate quella promessa che per vostra buona grazia m'avete fatta con quella volontá e prontezza con la quale ho adempita la mia, e considerate quanto mal stanno insieme amore e ingratitudine.
GIACOMINO. Sappiate, signora, che voi sola sète l'oggetto d'ogni mio pensiero, e che il vostro cuore è nel petto mio come il mio nel vostro; e son fatto tanto suo che non spero esser mai piú mio, né possedendo voi, curo di posseder piú cosa al mondo. E pensando che ho da star questo poco di tempo senza voi, mi sento svellere il cuore dalle piú interne viscere del mio petto. Sia per me maledetta quell'ora e quel ponto che, stando senza voi, mai pensi ad altro che a voi.
ALTILIA. Vi ricordo che l'amor de' giovani ha per fine il diletto de' loro amori, e che conseguito l'effetto svanisce l'affetto.
GIACOMINO. Altilia, vita dell'anima mia, se ben ho avuto sempre l'anima e gli occhi invaghiti della sua nobile sembianza, ho sempre riverita l'onestá, i costumi e le rare sue qualitadi, e considerato che nell'amore non è piú stretto ligame che la conformitá de' costumi. Or queste qualitá fanno che conseguito l'effetto, piú vien sempre a crescere l'affetto.
ALTILIA. Io non merito d'essere amata né per bellezza né per raritá di costumi, che in me non sono, ma perché v'ho amato con tutta la tenerezza dell'anima mia: perché non son tanto ignorante che amandovi tanto non meriti di esser riamata; ma essendo l'amor mio straordinariamente grande, dubito che non mi abbiate fatto qualche malia.
GIACOMINO. La malia che l'ho fatta, mia reina, è che l'ho amata con quella schiettezza di amore e lontana da ogni simulazione, che si convenia; e saprá bene che il ricompenso d'amore è lontano da ogni spezie di pagamento, ché l'amor si paga con amore.
ALTILIA. Ahi, che il timor m'uccide!
GIACOMINO. E di che temete, anima mia?
ALTILIA. Che non può esser grand'amore ove non è gran téma, gran sollecitudine e gran sospetto di quel che si deve e non deve temere.
GIACOMINO. Questo dovrei temer io, che sapendo la natura delle donne esser fragile, dolce e tenera e pronta alla mutazione, dubito che lontano dagli occhi vostri non mi sepelliate nell'oblio; ché non è cosa che nell'assenza piú si raffreddi che l'amore, e col nuovo successore non si marcisca.
ALTILIA. Se voi miraste nel centro dell'anima mia, vedreste veramente ch'io in me muoio per vivere in voi; e la donazion che ho fatta di me stessa a voi, è irrevocabile tra vivi, e ve ne ho dato giá il pacifico possesso.
LIMA. Signor Giacomino, se l'amor vostro nella lingua non è lontano dal core, e se voi desiderate corrispondere al suo desiderio com'ella ha corrisposto con i fatti ad ogni vostro desio, acciò l'essempio della sua disonestá overo della troppa violenza d'amore non passi nell'altre donne, ora m'assalta una improvisa astuzia di far che Altilia sia vostra per sempre, né basterá uomo del mondo trarvela di mano.
GIACOMINO. Io con questo bagio che stampo nelle gote della mia reina, ratifico quella promessa che l'ho fatta d'esser mia sposa e le ne do la fede; e giuro per la sua, piú cara che la mia propria vita, che non lascierò far cosa, per impossibil che sia, per conseguir lei, ché solo l'amor non conosce difficoltá.
LIMA. Ecco, v'apro il modo che non può ritrovarsi il migliore. Sappiate ch'essendo assediata Napoli da' francesi sotto il general monsieur de Leutrecche, una crudelissima peste assaltò il suo essercito, Napoli e quasi tutto il Regno. I signori del governo, per remediare alla commune ruina, strassinavano gli appestati su un carro dalle proprie case ad un lazzaretto a San Gennaro, poco lontano da Napoli, dove si governavano, e morendo si seppellivano in una grotta quivi appresso. Ritrovandosi impestato Limoforo suo padre e Cleria sua madre e Antifilo suo fratello, furo anch'essi come gli altri portati in quel loco. Rimasi io sola con questa bambina in casa; io per non incorrere nella medesima sciagura, la portai meco a Salerno, patria mia. Era la mia casa appresso a quella del mastro di scola, il qual veggendo la fanciulla bella e di spirito vivace e che portava nel fronte scolpiti i suoi natali, le prese tanta affezione che se la prese in casa insieme con me che l'allevasse--veggendo che la mia povertá non bastava a sopplire,--dove l'ha nodrita e allevata sin al dí d'oggi.
GIACOMINO. Balia, io t'ho ascoltato fin ora con molta attenzione, né posso imaginarmi dove sei per riuscire.
LIMA. Ecco l'inganno. Ritrovate un amico confidente, informatelo di quanto v'ho detto, e fate che s'incontri col maestro. Dichi chiamarsi Limoforo, sua moglie Cleria, suo figlio Antifilo; mostrar i segni, i tempi, l'istoria; e all'ultimo per testimonio chiamar me che confermerò il tutto: che vuol che se gli restituisca la figlia. Egli la restituirá, anzi l'ará a caro, liberandosi di averla a dotare e condurla seco a Roma, e liberandosi da me, ché non ha molto a caro la conversazion delle donne. Con questa finzione inorpellata di veritá l'arete nelle mani; ed egli è uomo che crede la metá piú di quello che se gli dice.
GIACOMINO. O che sottilissima invenzione, e mi par proprio venutami dal Cielo, né si potrebbe mai altra imaginarsi migliore. Le mano all'opere.
CAPPIO. Che sapete voi se Limoforo fosse morto dalla peste?
LIMA. Rotto il campo, venni in Napoli; né per sovraumana diligenza che vi oprassi, potei mai averne contezza di lui che, per esser dottore e ricco, era in Napoli riconosciutissimo.
GIACOMINO. O vita mia, se ti ho amata figlia d'un maestro di scola, quanto or debbo amarti figlia d'un gentiluomo! E veramente i costumi non m'hanno ingannato, che di gran lunga avanzano ogni nobiltade.
CAPPIO. Non si perda piú tempo: andiamo al Cerriglio e cerchiamo questo futuro nuovo Limoforo.
LIMA. Giacomino mio, vi raccomando la mia figlia.
GIACOMINO. Non bisogna raccomandare a me le cose mie né l'anima al suo corpo. Cappio, batti la porta.
SCENA III.
TEDESCO, CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, BALIA.
TEDESCO. Chi stare quelle grande asine che battere le porte delle mie ostellerie con tanta furia?
CAPPIO. Son io; apri.
TEDESCO. Avere detto bene che stare un grande asene.
CAPPIO. E tu arciasino ad aprire.
TEDESCO. Mi patrone, che comandare Vostre Signorie?
GIACOMINO. Tedesco mio, m'hai da fare un piacere di che non ti pentirai.
TEDESCO. Eccomi a vostre piacere.
GIACOMINO. Vien questa gentildonna con la sua balia ad alloggiar nella vostra osteria; vorrei che ti fosse raccomandata come la mia propria vita.
TEDESCO. Cheste stare poche servizie.
GIACOMINO. Poi quando verrá suo padre a dimandarla, dirai che dall'ora che l'ha lasciata in quest'osteria, hanno aspettato tutta la notte senza cena e senza sonno.
TEDESCO. Sue padre esser state cheste notte a mie ostellerie, e mi aver risposto che non stare alogiate in case mie.
GIACOMINO. E questo è quel piacere che ricerco da te, che dichi una bugia per amor mio; e per questo piacere togli questo scudo e, riuscendo bene il negozio, da questo principio conoscerai se saprò remunerar bene il fine.
TEDESCO. De cheste bugie noi avere grande abbondanzie e le vendemo a bon mercato, anzi per nulla. Noi altre tedesche avere gran privilege fare quanto piacere a nui, poi dire che stare imbriache.
CAPPIO. Bisognarebbe, padrone, che fusse bene informato di quel che è passato con l'altro tedesco, acciò le risposte fossero conforme alle domande.
GIACOMINO. Dici bene, però rèstati con queste signore e avvisa di tutto quello che passò nella nostra taberna; e io andrò a trovar un amico che finga Limoforo. Son vostro, anima mia.
ALTILIA. Cor mio, non fate che, lontana dagli occhi, resti sepolta nell'oblivione.
GIACOMINO. Voi sète piú viva nell'anima mia che non ci è l'anima istessa. Sparito è il mio sole, il mondo è in tenebre: come andrò dove debbo, senza occhi e senza luce?
SCENA IV.
LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO.
LIMOFORO. Dimmi, Lardone, minutamente e veramente il fatto come è andato, ch'esser non può che tu non abbi tenuto le mani in questa pasta.
ANTIFILO. Comincia a narrar il fatto per lo filo.
LARDONE. Se mi perdonate un fallo che ho commesso in questo fatto, strassinato dalla gola, vi spianarò il tutto in due parole.
LIMOFORO. Se dici il vero, ti sará perdonato.
LARDONE. E che sicurtá me ne date?
ANTIFILO. Io sarò il tuo mallevadore.
PEDANTE. Ed io il tuo fideiussore.
LARDONE. Se bene il gastigo che merito saria molto, pur perché non è altro che una burla, merito piú liberamente il perdono. Giacomino, mentre studiò leggi in Salerno, amò saldamente e onestissimamente Altilia sua figliuola, desiderandola piú tosto per sua sposa che per amore; e volendo andare il mio padrone in Roma, quando passava per Napoli, mi commandò che io n'andassi al Cerriglio per preparargli l'alloggiamento; e per mia mala sorte venendo qui, m'incontrai con Cappio. ...
LIMOFORO. Chi è questo Cappio?
LARDONE. Il servo di Giacomino, l'inventore e l'essecutore di tutte le forfanterie, un che fa veder la luna nel pozzo; e gli fu posto nome Cappio dalla cuna, che durerá finché finirá con un cappio su la forca. ... Tanto fe' che mi persuase che conducessi Altilia in casa sua; che essendo gito il padre a Posilipo, arebbe trasformata la sua casa in taberna. ...