Chapter 6
ATTILIO. O che crudel ricordo, ch'io viva! vuoi che resti vivo, per vedermi vivere d'un perpetuo morire? a chi non può scampar in modo alcuno, gli è assai men grave il morire. La morte è un dolce porto de' miseri, a niuno è chiuso, raccoglie tutti; e vuoi che resti in casa mia? La casa mia m'era cara per colei che ci abitava meco; ma, poiché con quella non lece piú, torrò da me stesso un perpetuo essiglio per non tornarci piú mai. Mi sarebbe la casa un vivo inferno, un perpetuo incendio ardente. O Idio, che insopportabil dolore è quel ch'io sento, o qual miseria è che pareggi la mia? o che gran meraviglia è ch'io viva! O Cleria, io ti perdo, senza ch'altri me ti toglia; e sendo in casa mia, onde niuno mi caccia, è forza che ti lasci e abbandoni. Per esser tu troppo congionta meco, è forza che da te mi disgiunga. O leggi, o costumi umani a me contrari! S'armano contro me le leggi e i costumi de gli uomini. O madre, che amara novella m'hai tu data! o quanto piú grata mi saresti, se conceputo non m'avessi o generato in questa vita, overo uccisomi nella cuna. Che obligo debbo averti della vita, che m'hai data, se con una amara nuova mi togli la vita e l'anima insiememente? Goditi, madre, la tua figliuola nuovamente acquistata, e lascia che il tuo figlio vada tapinando per il mondo, senza suspetto che tratti piú mai con la sorella.
CONSTANZA. O che disgrazia è la mia! pensava dar allegrezza alla mia casa, e sono stata istrumento e ministra di crudel ufficio. Mi pensava che scampata dalla servitú di genti barbare e ricovratami nella mia casa, avesse vissuto il restante della mia vita, felicissima. Ma sarebbe stato per me meglio, che fusse restata in man de' turchi, povera vecchia e disgraziata, e non fosse qui venuta spettatrice d'una miserabil tragedia. Ahi, che non è cosa stabile o felice sotto le stelle! Figlio, era mia intenzione darvi piacere e non disgusto.
TRINCA. Padrona, andate su e non fate penar vostro marito in aspettarvi. Ecco il compagno dell'allegrezze e de gli affanni vostri.
SCENA VI.
EROTICO, ATTILIO, TRINCA.
EROTICO. Attilio mio, che rammarichi son i tuoi? Qual sí grave accidente ti tien l'animo cosí occupato, che t'ha trafigurato il sembiante? Voi tacete? forse non è cosí grave il dolor vostro?
ATTILIO. Tal, che men grave non può trovarsi. La fortuna opra cose impossibili, ma possibili per farmi misero.
EROTICO. Deh, narratemi la cagione.
ATTILIO. Deh, lasciami accompagnato dalla mia miseria, che viva in quella, poiché cosí comanda la mia disgrazia; e non vogliate saperla.
EROTICO. Ditela, ché non è mal senza rimedio.
ATTILIO. Solo al mio male non può trovarsi rimedio. O voi, che con medicine cercate fuggir la morte, venete a scambiarla con la mia vita; ché, quanto piú chiamo la morte per rimedio de' miei mali, ella da me piú s'allontana. Che sia maladetta l'ora che nacqui, maladetto chi mi pose nella cuna, e maladetto chi mi diede il latte che bevei!
EROTICO. Siate, o amico, conforme a voi stesso nella passata vita: che animo debole è il vostro? ingannato piú tosto dal dolore che dalla ragione? Che? s'è scoverto forse, che avete ingannato vostro padre e l'avete tolto i danari?
ATTILIO. Anzi s'è confirmato che non è stato ingannato, e son stati spesi i danari in quello che proprio desiderava.
EROTICO. Forse la vostra Cleria v'è stata tolta da casa, e avete carestia della sua vista?
ATTILIO. Sta in casa, né se ne partirá piú mai, e morrò per la troppa copia.
EROTICO. V'è stato forse interdetto il poter trattare e il ragionar con lei?
ATTILIO. Anzi, piú trattar e conversar con lei senza sospetto; e sarò un nuovo Tantalo, star affamato in mezo i frutti che li pendono intorno, e assetato in mezo l'acqua.
EROTICO. S'è forse scoverto che non sia vostra sorella?
ATTILIO. Anzi, perché s'è scoverta mia sorella.
EROTICO. Di che dunque vi dolete, s'è creduto quello che con tanta diligenza avete finto?
ATTILIO. L'esser scoverta mia sorella ha rotto tutti i miei e vostri disegni.
EROTICO. Parlate troppo confuso, distinguete, troppo gran cose dite in brevi parole.
ATTILIO. Il mio male è di sí perversa sorte, che l'animo s'inorridisce di spavento e la lingua non basta manifestarlo.
EROTICO. Dillomi tu, Trinca.
TRINCA. È gionta Costanza sua madre poco fa da Turchia, e ha detto che Cleria è sua vera sorella carnale.
EROTICO. Cleria sua sorella? o mostruoso accidente, o caso inaudito!
ATTILIO. O amor iniquo, e qual peccato commisi io mai, che avessi ad innamorarmi di mia sorella? O Cleria, che mai t'avessi vista, o avendoti vista non mi fossi piaciuta tanto, né ti avessi amata con sí fervido amore! Oimè, che son fuor di cervello: non so chi sia stato, chi sia, né chi debba essere. Son dispettoso, colerico e disperato: dubito che non s'apra la terra e m'inghiottisca, né so come mi sostegna. Son odioso agli uomini e a Dio, né so se viva al mondo uomo di me piú disgraziato.
EROTICO. Il vostro miserabilissimo caso è degno di compassione e mi ha commosso l'animo; e il buon amico deve esser officioso in dar consiglio e aiuto al suo amico nella cattiva fortuna, e nol facendo ne ha da render conti alle leggi dell'amicizia. Ma io confesso che non so né che aiuto né che consiglio possa darvi. Ma che pensate di fare?
ATTILIO. Morire per far meco morire la morte mia: ogni cosa mi dispiace, eccetto la morte: però piangerò tanto, sospirerò tanto, finché essalerò lo spirito per la bocca e stillerò per gli occhi l'avanzo della mia vita.
EROTICO. Deprimete tanto caldo e tanta furia di amore.
ATTILIO. Amor quanto piú si cerca deprimere, piú si rinforza.
EROTICO. Il tempo alleggiará il dolore.
ATTILIO. Ahi, che il tempo non scancellará dal cor mio sí bella imagine, che con tanta fermezza ci fu impressa, né scancellará la memoria delle gioie passate. E che son altro quei ricordi che seminari inesausti di dolori?
EROTICO. Mirando altre bellezze di donne, ti smenticherai delle sue.
ATTILIO. Ed in qual troverò io quell'aria celeste che si vede in quel suo volto divino? in qual quelle suavi parole che parean uscire da la bocca de gli oracoli? dove quelli atti pieni di maestá? dove i tesori della sua bellezza?
EROTICO. La pacienza fa il tutto.
ATTILIO. O che debol rimedio è la pacienza!
EROTICO. Fate della necessitá volontá, e passarete bene. Ma a voi, che vi detta il pensiero?
ATTILIO. Molte cose mi vanno per la fantasia, ma una sola riuscibile: partirmi e andar disperso per il mondo.
EROTICO. Dove anderete?
ATTILIO. Dove non è via, dove non sono genti, al sole, alla neve, alle tempeste.
EROTICO. Chi vi fará compagnia?
ATTILIO. Sdegni, confusioni, spaventi, dolori, gemiti, suspiri e disperati pensieri.
EROTICO. Che commoditá portarete per i disaggi de' camini?
ATTILIO. Angoscie, amaritudini, la morte istessa.
EROTICO. Di che viverete?
ATTILIO. Della propria morte.
EROTICO. Deh, caro amico, non lasciarti cosí trasportar dal dolore! E quel legame d'amicizia, che insieme ne stringe, mi astringe che non ti lasci partire.
ATTILIO. A dio, caro amico. Quando ti ricorderai del mio pietoso caso, vengati pietá di me; non ho mancato dalla mia parte a far che Sulpizia fusse la tua. Trinca, resta felice, e Dio ti facci servir piú fortunato padrone di me: mi dispiace non poterti dar condegno premio de' tuoi fideli serviggi, ché mai nacque piú degno servo di te sotto le stelle: abbi compassion di me, che non posso sodisfarti, che, se gli oblighi restassero nell'anima dopo la morte, ti resterei obligato in eterno.
EROTICO. Dimmi, caro fratello, come Cleria saprá il principio della tua partita, non sará il fin della sua vita? che sai che deliberazione ará ella fatta, e desia fartene consapevole? Onde, se non bastano i miei prieghi, per quel nome di Cleria, che ti fu sí caro un tempo, che vi fermiate per questa notte sola in casa mia. Consigliamoci fra noi, che dobbiam fare. Non è gran tempo questo che vi domando. Inviamo Trinca, intanto, in casa vostra, e sappiamo che dica o faccia Cleria, perché io ti vo' far compagnia.
ATTILIO. Quel nome di Cleria, che fu prima lo spirito della mia vita, or è morte della mia vita; però, se m'amate, non me la nominate piú. Amor prima ci giunse, or crudel fortuna ci disgiunge; né ho altra speranza, che sol morte ne congionga. Io vo' andarmene solo; ché come il mio dolore è solo e senza pari, cosí solo e senza compagno vo' andar tapinando; e non m'uccidete piú con l'aver pietá di me. Ahi, che mi voglio partire, e non posso, ché tutti i spiriti miei son occupati da un mortale dolore! Trinca, or che vai in sua casa, dille che il suo fratello va a morire, che pianga la mia morte, che non mi potrá avvenir cosa piú cara, che veder le mie essequie onorate dalle sue lacrime.
TRINCA. (Erotico caro, or che sta cosí addolorato, forsennato e inesorabile, tiriamolo in casa vostra, ché gli innamorati si assordano a' consigli che li son dati; ch'io andrò in casa fra tanto).
EROTICO. Attilio fratello, perdonami, si t'uso violenza in strascinarti in casa mia.
ATTILIO. Oimè, chi mi tira? dove sono? deh, perché, amico, non m'aiuti?
SCENA VII.
PARDO, GULONE.
PARDO. (E pur mi capita innanzi questo ghiottonaccio).
GULONE. (Ecco questo vecchio di Caronte, spavento di cimiteri: non posso fuggirlo). Signor Pardo, Idio vi dia il buon giorno.
PARDO. E a te dia Dio il malanno e la mala pasqua.
GULONE. Par che siate adirato meco.
PARDO. Toglimiti dinanzi, che mi vien voglia farti cader da bocca cotesti tuoi denti.
GULONE. Poca offesa t'han fatto sempre i denti miei.
PARDO. Me l'ha fatta la tua lingua.
GULONE. La mia lingua v'ha sempre lodato.
PARDO. Le lodi ch'escono dalla lingua di un par tuo, son vergogne degli uomini da bene.
GULONE. La mia lingua mai offese alcuno.
PARDO. Hai la lingua doppia come quella delle serpi, che punge e avvelena; però sparisci via, assassin, furfante.
GULONE. Avete potestá dirmi quel che volete, perché vi son schiavo. Morrei piú tosto che restar di non mangiar teco, e ci mangiarò oggi a vostro dispetto.
PARDO. T'ho detto che sei un furfante.
GULONE. Ed io vi dico che sète uomo da bene. Avemo detto una bugia per uno.
PARDO. Fa' che tu non accosti piú alla tavola mia.
GULONE. Che diavolo stimi, che se non ho la tavola con mesal bianco, ornato di frondi e di fiori, e di salvietti fatti a torrioni, che non sappia mangiare? buon vino e buona carne fa l'effetto.
PARDO. Non te n'è mancato in casa mia.
GULONE. Sí, carne di asino, di quelli che portano le pietre per le fabriche, tutti pieni di cancheri e di guidaleschi: e se pur qualche pollo, senza testa, senza piedi e senza ali, e senza fegadelli e ventricelli, che te ne servivi per l'insalate, ti veniva tronco a tavola, che parea che fosse stato alla rotta di Ravenna. Bisognan pollastroni e galli d'India intieri intieri, ogni cosa a tavola alla tedesca, i catini pieni, e ogni un piglia quel che vuole.
PARDO. Creanza de pari tuoi! dopo aver diluviato e tracannato a tuo modo, vai dicendo il contrario.
GULONE. Minestre fredde e vin caldo, che bisognava tormi da tavola piú morto di fame, che quando ci venni.
PARDO. Mi dispiace l'onor che ti ho fatto; ma tu non pratticherai piú meco.
GULONE. Ed a che mi può servir la tua vecchiezza? a darmi consiglio? Io non ho bisogno di consiglio, né fo mai cosa con consiglio.
PARDO. Se non vai via, chiamerò alcun di casa, che ti spezzi l'ossa.
GULONE. Chiama Mazzafrusto o Sgraffagnino che mi prendano.
PARDO. Vo' entrarmene in casa, per tormi questa bestia dinanzi.
GULONE. A tuo dispetto, or vo ad un banchetto in casa d'un amico.
SCENA VIII.
SULPIZIA, EROTICO.
SULPIZIA. (Ecco il turbator della mia pace; e pur ardisce alzar gli occhi su le mie fenestre!).
EROTICO. (Se l'imaginazione non mi rappresenta il falso, mi par che un chiaro splendore del mio sole venghi a ferirmi gli occhi: ella è pur dessa. Vo' salutarla). Io vi saluterei, signora, se non facessi il contrario, perché ogni salute e ben ch'io spero, non può venirmi altronde, se non da lei. Ma faccivi Idio cosí lieta e contenta, come v'ha fatto la piú bella e graziosa dell'universo.
SULPIZIA. Rendati Idio cosí infelice e disgraziato, come tu hai me reso infelice e disgraziata.
EROTICO. Oimè, che è quel che sento? sète voi dessa, over io son un altro? e che parole son quelle che odo?
SULPIZIA. Quelle che mi detta il dolore, partorite da giusto sdegno, e quelle di che la tua infedeltá me ne dá cagione.
EROTICO. E da quella bocca di perle e di oro posson uscir parole tanto odiose? Di grazia, se lo fate da scherzo, non le dite da vero. E che altro è dirmi questo, che scannarmi con le man vostre?
SULPIZIA. Toglitime dinanzi, brutto cane.
EROTICO. O anima mia, se da te mi scacci, a chi devo ricorrer io? dove mi scacci, se le tue bellezze mi tengono legato con troppo saldi legami, e la luce de tuoi begli occhi m'è sí cara, che come nuova farfalla corro ad accendermi e morire in sí bel foco?
SULPIZIA. Le tante cortesie, ricevute da me, non meritavano tal guiderdone.
EROTICO. Ho conosciuto veramente tanta gran cortesia non meritarla; ma la vostra gentilezza me ne ha fatto degno.
SULPIZIA. Queste paroline melate usi tu per ingannar le povere semplicelle, per giongere a quel termine che desiate, e poi lasciarle. Ingannevoli volpi, che non desiate di noi se non la pelle. Sei forse ritornato per farmi alcuna nuova offesa?
EROTICO. E che offesa vi feci mai, o mia generosa signora? E se pur vi sentite offesa da me, fate che lo sappia, che la confessarò e mi sottoporrò ad ogni penitenza; e da quella sarete forzata confessare che non vi ho offeso.
SULPIZIA. Dimmi, traditore, ch'offesa ti feci io mai, se non l'averti amato piú del dovere? quanto tempo son stata nemica di me stessa per amar te? ché ti diedi l'imperio d'ogni mia volontá e comprai il tuo amore a costo dell'onor mio. All'ultimo, per guiderdone, spenta la vergogna, la giustizia e l'onestá, tradesti l'amore, la sposa e la fede; e mi lasci beffeggiata, schernita e rifiutata.
EROTICO. Io schernir voi? e quando fu altro desiderio in me, che di servirvi e onorarvi e spender la vita per l'onor vostro? se non come voi meritevole, almeno come le deboli forze mie. Ed è possibile--o amarissimo nodrimento della mia vita!--che da miei suspiri, e dalle lacrime ardenti che spargono gli occhi miei, non sia scaldato quell'agghiacciato gelo del vostro cuore, e non vi faccino piena fede della mia innocenza? E le tante esperienze fatte dell'amor mio non v'hanno giá fatta chiara quanto io v'ami? Qual iniquo destino ha turbata la serenitá de' nostri cuori, quella suavitá, quella dolcezza di due anime congionte insieme, come son state sí gran tempo le nostre? dove è quella fede che fu sí sincera fra noi?
SULPIZIA. Toltoti sia quel cuore fallace e disleale da quel petto, nido dove non si covano mai se non inganni e tradimenti; e quella lingua traditrice e bugiarda, la qual usi se non per ingannar coloro che si fidano in quelle tue parole. E come io sperava fede da un cuore, ove non ce ne fu mai?
EROTICO. Io non posso altro rispondervi che, come signora e reina che mi sète, v'è lecito fare e dirmi ogni ingiuria che volete. Ma non son questi i frutti, che sperava dalla vostra gentilezza e dalla nobiltá dell'animo suo, che per ragion di mondo e per giustizia sète obligata di rendermi.
SULPIZIA. Or che lo sdegno m'ha tolto quel velo dagli occhi, che cieca mi rendeva, e conosciuti i tuoi tradimenti, ti vo' fare ammazzare, e poi ammazzarmi io ancora; e mi consolarò nella mia morte con la tua morte. Ti publicarò per quello assassin che sei, che ancor dopo la morte resti l'infamia tua; farò che non goderai di questo tuo nuovo amore, ché, scoverte le tue furfantarie, ti abbi il mondo per quel che sei. Spu, spu!
EROTICO. Ahi, che la tigre non è cosí fiera, e non è fera tanto efferata come la donna bella; e una bella si dee fuggir come una fera. Voi volete farmi ammazzare? fermatevi, signora, e vi priego, se pur v'è rimasta qualche reliquia viva del primo amore, che vi degnate di esser spettatrice di questo ultimo segno, che posso darvi dell'infinito amor che v'ho portato e che vi porto, perché dinanzi a gli occhi vostri, come a mio idolo terreno, vo' trafiggermi con questa spada, e consegrarmi vittima vostra. Misero me, che sdegno è questo? che donna sdegnata è peggio che tigre. Dubito che alcuno non l'abbi dato qualche falsa informazione di me, e me le abbi figurato per disleale e discortese. O forse che le donne sono volubili: e come la luna fa una volta il mese, elle si voltano cinquanta volte il giorno; o forse quando la luna è scema di lume, a lor le si scema il cervello. Sono come fanciulli, che vogliono e non vogliono, e non san star in un proposito, o sono mobili come il vento--e chi s'impregna di vento, partorisce aria;--o perché sono vogliose e desiderano sempre cose nuove; o forse è lor costume peculiare di dar sempre dispiaceri e tormenti a coloro da' quali si conoscono essere amate e riverite. Né si contentano della signoria de nostri corpi, se non sono tiranne dell'anima ancora; e vogliono che commettiamo idolatria in amar loro, come si fussero dèe. E quando il diavolo per lor mezo fece peccar l'uomo, ci lasciò quella maladetta diabolica ambizione d'esser adorate come lui; né lasciano di tormentarci mai, se non vedono che sono adorate. O maladetti piaceri, che si gustano in amore; ché, se pur alcun se ne gusta, vien sempre mescolato con la paura di aver a finir fra poco tempo; anzi, quanto piú ti vedi amar fuor di misura, piú dá certo presaggio d'aver piú tosto a finire. E la fortuna, per esser femina, è sempre instabile e inconstante. Sperava questa sera sposarla: ecco la nostra favola ha mutato faccia. Ella è cosí meco sdegnata, che non sia per rappacificarsi piú giamai. Almen incontrasse la balia, ché m'informasse da lei, che ingiuria è quella che dice aver da me ricevuta. Ma eccola che vien.--Balia, tu sia la ben trovata.
SCENA IX.
BALIA, EROTICO.
BALIA. Io non vo' dirti il mal trovato. Ma mi meraviglio come non ti vergogni di comparirmi dinanzi.
EROTICO. A me questo?
BALIA. A te questo.
EROTICO. E dici da vero?
BALIA. E ti par che in un tale accidente non si parli da vero?
EROTICO. Tutte due se sono accordate contro me. Ed è possibile che non possa conoscere donde proceda questo sdegno? che non apro la bocca per dimandare, che mi saltano adosso infuriate, che non mi lasciano dir le mie ragioni?
BALIA. Pensava che i piaceri, che ti fussero stati fatti, ti avessero posto in obligo da non sciortene giamai; ma tutto è stato fatto al vento, malvaggio, ingrataccio, che tu sei.
EROTICO. È possibile che le donne abbino a pigliar tutte le cose per la punta, né vogliono ascoltar cosa, se non quelle che si confanno alla natura loro?
BALIA. Cosa da gentiluomo! dopo cavate le voglie, van le povere donne per le lingue del volgo e per le bocche degli uominacci, e raccontate per essempio d'infelici.
EROTICO. Ascoltami due parole, per amor de Dio.
BALIA. Non bisognan piú belle parole né lacrime, instrumenti da ingannar le povere donnecciuole. L'amore è converso in odio, e il piangere accresce lo sdegno.
EROTICO. Ed è possibile che non vogli lasciar l'ira per un poco e ascoltar le mie ragioni?
BALIA. M'incolerisco di sorte, che se mai mi dispiacque d'esser donna, mi dispiace ora; ché si fussi uomo come te, ti caverei quelle intestine dal corpo. Ma, se non me ti togli dinanzi, cosí donna come sono, ti caverò cotesti occhi con i diti, e ti strapparò il naso dalla faccia con i denti; e me ne insanguinarei insino all'unghie, cane ingrato e disconoscente.
EROTICO. O che tu sei fuora di te o che ti sogni? che diavol t'ho fatto io, che non puoi temprar la lingua dall'ingiurie e narrarmi il fatto come passi?
BALIA. Non posso piú patire l'importunitá e la mala creanza di costui.
EROTICO. Meglio sará entrarmene ad Attilio e tormi dinanzi l'occasione di qualche nuovo errore.
BALIA. Veggio Orgio, e m'ha vista ragionar con Erotico, disgraziata me!
SCENA X.
ORGIO, BALIA.
ORGIO. A dio, buona donna.
BALIA. Sí, che son buona donna, e se nol credi, te ne giurerò!
ORGIO. Ti ho colta sul fatto, non puoi piú negarlo. Giá m'hai chiarito di quanto ne stava suspetto.
BALIA. Che gran cosa che m'abbiate visto parlar con un giovane?
ORGIO. Che parlavi di cose di stato, di astrologia o di filosofia?
BALIA. Non si può dunque parlar d'altre cose?
ORGIO. Le baliaccie, che han figliane da marito, parlando con i giovani, non puon dar buon odor di loro. Né fu mai figlia puttana, che la madre o la balia non le sia stata ruffiana.
BALIA. Non vi potete doler di me, padron mio.
ORGIO. Se tu m'avesti stimato padrone, e non una bestia, non mi aresti trattato nel modo che m'hai trattato.
BALIA. Di che vi dolete di me?
ORGIO. Chi ha portate e riportate l'ambasciate fra quel giovane e Sulpizia? o ridotti i loro amori nel termine dove or sono?
BALIA. Volete dunque dir che vostra nipote sia una puttana, e io una ruffiana?
ORGIO. Sotto sí onorata maestra non potea imparar altre opre di quelle ch'ave imparate.
BALIA. Questo guadagno dopo la servitú di trent'anni in casa vostra?
ORGIO. Questo guadagno io con te, dopo averti amata e onorata trent'anni in casa mia, che al fin avesti a svergognarmi la nipote?
BALIA. Mai la casa vostra è stata cosí onorata e riverita, come mentre ci son stata io.
ORGIO. Mi doglio ritrovarmi qui nella strada publica, che non vorrei far i vicini consapevoli de fatti miei, ché per risposta ti vorrei far cader questi pochi denti che ti sono restati in bocca, e trarti quei pochi capelli che ti ha lasciati il mal francese; ma faremo i nostri conti in casa, quando manco ci pensarai.
BALIA. In casa vostra non entrerò piú mai, poiché in tal stima ci son tenuta.
ORGIO. Tu ci entrerai per tuo dispetto, se non di buona voglia.
BALIA. Io per forza?
ORGIO. Tu sí, e ti strascinerò per li capelli.
BALIA. Oimè, oimè, vicini, aiuto, aiuto!
ORGIO. Ci bisognano uomini e non asini, a governar queste bestie.
ATTO V.
SCENA I.
BALIA sola.
BALIA. A questo modo, eh? come l'infame e le cattive? Per ogni minimo disdegnuccio, subito sbalza di casa, e delle buon'opre di tanti anni non ce ne ricordiamo; né basta il caricarci di male parole, ma di bastonate ancora. Le bastonate dunque sono il prezzo della servitú di trent'anni? E come le vecchie sien cagion de tutti i mali: «Caccia la vecchia, uccidi la vecchia, impicca la vecchia e squarta la vecchia». Ma appiccata e squartata sia da dovero, s'io non me ne vendico: se non posso vendicarmene con le mani, me ne vendicarò come posso: ne farò tal vendetta, che non ti vanterai di avermi fatto ingiuria. Me ne andrò alla casa di Pardo; e li manifesterò un fatto, che li farò sborsar molte migliaia di scudi; e so che cavandosegli quei scudi di mano, li fará peggio che se li cavasse il fegato, il polmone e il core. Forse che gli rincresce, all'assassino, del mal fatto? o viene a darmi qualche buona parola per sodisfazione e acchetarmi? Mira in che stima mi tiene! Ma perché piú perdo tempo in lamentarmi, e non batto la porta di Pardo? _Toc_.
SCENA II.
PARDO, BALIA.
PARDO. Che buona nuova, balia mia?
BALIA. Vengo con buona intenzione di farvi bene.
PARDO. Ed io vi ricevo con miglior volontá.
BALIA. Vi priego per l'antica amicizia che è stata fra noi, per la vicinanza e per l'etá vostra veneranda, che piacciavi darmi udienza per poco tempo.
PARDO. Balia mia, ho gran piacere che me si porga occasione d'impiegarmi ne' tuoi comandi, per aver tanto tempo conversato fra noi domesticamente, come buoni vicini.
BALIA. Vengo a scoprirvi alcuni secreti di Orgio, che v'importano, poiché egli per i suoi mali trattamenti non mi dá cagione che gli abbia a nascondere.
PARDO. Mala cosa è porsi fra dua che son stati gran tempo amici; che, raffreddatosi quell'impeto della colera, si riconciliano insieme e restano poi nemici i mezani.
BALIA. Non ci è luogo di riconciliazione piú, né che speri mai piú entrar in casa sua, poiché egli mi ha dato delle bastonate cosí sconciamente.
PARDO. Se ben v'ha trattato male per ira, giá non ne morrai per questo.