Part 9
Quando il Roero entra nel gabinetto, vicino alla sala da pranzo, dove appunto c'è il servizio del caffè e dei liquori, gli viene incontro anche il Faraggiola che sembra più alto e più biondo nell'abito chiaro da viaggio. Carletto non profferisce parola, ma le sue labbra si schiudono rotonde segnando appena un -- _oh!_ -- di maraviglia e di piacere, mentre prendendo fra le sue la mano del Roero, la stringe con due forti scosse, in due tempi.
-- Volete parlarmi?... Venite nel mio studio o verso prima il vermouth? -- Gli domanda l'Estensi che, vestito di chiaro come il Faraggiola, sembra invece più bruno e più mingherlino.
-- No! No! Posso parlare con tutti e due! Anzi, sono felicissimo di avervi trovati qui, tutti e due. Che cosa c'è di nuovo, di vero nelle chiacchiere messe in giro?
I due amici guardano il Roero, si guardano l'un l'altro, tornano a fissare il Roero... Adesso è la bocca di tutti e due che si apre rotonda, con un muto -- _oh!_ -- di maraviglia.
-- Si racconta, si grida dappertutto che donna Stefania è fuggita con un amante! Che don Giulio, pel dispiacere, è fuggito anche lui in Egitto! Ma tutto ciò è inverosimile! È grottesco!
-- Naturalmente.
-- Ma pure in fondo, un principio di verità ci dev'essere! Che cosa è successo?
-- Ma...
-- Ciò che voi avevate preveduto.
-- Precisamente.
-- Ma io non ho preveduto niente! Io vi ripeto, vi giuro, vivaddio, che non so niente, nientissimo.
-- Scusate: non vi siete allontanato da casa Arcolei per... -- l'Estensi si ferma.
-- Per Cencino Parodi? -- Continua il Faraggiola.
-- Cencino Parodi? -- Ripete il Roero che ancora non capisce, anzi, che capisce ancor meno di prima. -- Cencino Parodi? Quel ragazzo, quel piccolo biondetto che fu raccomandato a donna Stefania, mi pare, da una zia di Genova?
-- Ecco l'uomo.
-- _Ecce homo!_
-- Quel tenentino di cavalleria? Io non l'ho quasi mai visto e non ci ho mai badato!... Lo chiamavano il puppattolo, il giuocattolo, il...
-- _El bélee_...
-- _El bel bélee!_
-- Appunto, mio caro!
-- Il _bel bélee_ è arrivato primo!
Il Roero attonito, stupefatto, sgrana tanto d'occhi:
-- Impossibile!... Quasi suo figlio!... Potrebbe essere quasi suo figlio!... E poi uno stupido chiacchierino, cretino, petulantino!...
-- Per questo, precisamente, perchè la cosa non era seria, perchè si prestava al ridicolo, don Giulio ha voluto intervenire, intempestivamente...
-- Al solito, senza alcun tatto...
-- E non ha fatto altro che attizzare il fuoco, invece di spegnerlo! Vero imbecille!
-- _Un imbécile!_
E i piedi lunghi e stretti, colle ghette bianche di Manòlo e di Carletto, mossi, agitati nervosamente, sembravano quattro piccioni che si rimbecchino imbizziti.
Il Roero rimane immobile, la faccia stralunata.
-- Don Giulio ha voluto gridare...
-- Ha voluto imporsi.... -- continuano gli altri due, sempre un po' per uno. -- Ha voluto proibire le cavalcate, le trottate, e quando finalmente anche voi siete scomparso...
-- Ma io...
-- È montato in furia, esagerando come fanno tutti i timidi, tutti i pusillanimi, che si battono i fianchi per darsi coraggio.
-- Ma io...
-- Ha imposto alla moglie di mettere alla porta Cencino Parodi...
-- Ha scritto, ha fatto scrivere al Ministero per fargli cambiar di reggimento...
-- E allora donna Stefania, sapete com'è, per puntiglio più che per amore, ha perduto la testa e ha finito per esagerare moltissimo anche lei! Tutta colpa di don Giulio. Che imbecille!
-- _Un imbécile!_
-- Allora, dunque, è proprio vero? -- Balbetta il povero Francesco, rimasto senza fiato.
-- È proprio... scappata?
-- Scappata, no. Ha dichiarato a suo marito che lei era nata per comandare e non per ubbidire, che ormai era stucca e ristucca di passar tutta la vita a non far altro che consiglieri comunali, per sostener lui e la sua Giunta, che quando lui voleva alzar la voce era troppo buffo, le diventava antipatico, e che lei, insomma, voleva divertirsi, voleva dividersi; ed è partita per la sua villa, la villa Eichelbourg, a Borgoprimo!
-- E lui, Cencino Parodi, ha chiesto l'aspettativa ed è andato a Varese.
-- La Fáni? Proprio la Fáni? Donna Stefania? -- Mormora il Roero. -- Lei così prudente, così piena di cautele, di riguardi, di rispetti umani, che ci teneva tanto al nome, alla influenza, alla sua piccola corte?... E per chi poi? Per che cosa?
-- Per il frutto proibito!
-- Ma... in così poco tempo? Così in fretta?
-- Voi siete stato tutta una settimana senza farvi vedere, ciò ha messo in sospetto il marito, il quale mancando in questo caso dei consigli di sua moglie, non ha fatto altro che commettere un monte di spropositi.
-- Se voi, caro Roero, foste rimasto tranquillo al vostro posto, forse forse...
-- Ma io...
Manòlo e Carletto scrollando la testa vogliono interromperlo.
-- Ma io... -- ribatte l'altro più forte, -- io non ho messo più piede in casa Arcolei perchè... perchè mi son sentito offeso! Non vi ricordate come sono stato accolto, anzi come mi avete ricevuto quella sera, dopo il duello del povero Savoldi?
Carletto e Manòlo stendono la mano quasi in atto di scusarsi, e il Roero, ancora colla faccia stravolta, la stringe a tutti e due.
-- Don Giulio è proprio andato al Cairo?
-- Ma no!
-- Doveva andare a Salsomaggiore fra un paio di mesi...
-- Gli abbiamo consigliato di anticipare.
-- In questo frattempo il mondo comincerà a dimenticare, donna Stefania a ragionare, e Cencino Parodi a stancarsi... di Varese. Allora, vedremo. Per il momento siamo costretti a scappare anche noi! Continue domande, indiscrezioni, commenti, spiritosaggini...
-- Ma fra un paio di mesi, chi ci pensa più? Donna Stefania non vorrà passare tutta la sua vita a Borgoprimo!
-- E don Giulio?... Senza sua moglie sarebbe un uomo finito!
-- Gran donna, del resto!
-- Simpaticissima!
-- Una vera donna, con tutte le qualità e con tutti i difetti della donna!
-- Anche in questa circostanza ha mostrato coraggio, e in certo modo, anche carattere.
-- E poi... gran bella donna!
-- Straordinaria!
Sospirarono tutti e tre, anche il Roero.
-- Eppure, -- mormora il Faraggiola sottovoce, con grande convinzione, -- io sarei pronto a scommettere... -- E si ferma.
Il Roero lo fissa attentamente: l'Estensi approva col capo.
-- Un riscaldamento subitaneo, -- continua il Faraggiola, -- nient'altro!
-- Un colpo di testa!
-- Di testa, soltanto.
-- Passeggiate romantiche; la luna tremula, il paesaggio...
-- Discussioni artistiche e letterarie...
-- Ma poi, ripeto, son pronto a scommettere: anche Cencino Parodi... sul più bello... alto là!
-- _Retournons sur nos pas!_
Tutti sorridono a questo punto: ognuno dei tre innamorati rammenta il proprio caso particolare, quando Stefania è stata lì lì, e poi è tornata indietro. Ognuno prova un senso di sollievo, di conforto e spera; Anche il tenentino... lì lì, ma poi... alt!
-- Volete, caro Francesco? -- L'Estensi gli offre il cognac. -- Verso anche a voi un bicchierino?
-- Mezzo soltanto, grazie.
L'antipatia, la diffidenza reciproca, il sussiego svaniscono naturalmente. Quando il Roero fa salire in carrozza Carletto e Manòlo, diretti alla stazione, tutti e tre si danno del tu.
Il Roero, che non vuol arrabbiarsi, ride nervosamente.
-- Ah! Ah! Poveri diavoli! Costretti a scappare col cuore ferito e la paura del ridicolo! Io invece... l'ho piantata io, per il primo! Ha ragione l'Olivieri.
Dopo tanti giorni che tratta l'avvocato freddamente, che cerca di scansarlo, sente un improvviso bisogno di rivederlo subito, di stringergli la mano.
-- Bravo Olivieri! Un vero amico!
Sa che l'avvocato pranza al _caffè Martini_, e va difilato a cercarlo.
-- Pranzeremo insieme, e rideremo. Gli racconterò tutto. Anche la fuga di Emanuele secondo e di Carlo terzo!
Al _Martini_ l'avvocato non c'è. Non è a Milano; è andato a Roma per una causa.
Il Roero non si arrabbia, perchè assolutamente non vuol arrabbiarsi. Ride e scherza colla padrona del caffè, involandole un mazzolino di mughetti ch'era sul banco fra una scatola di mostarda e il piatto del formaggio. Tracanna d'un sorso un doppio bitter con doppio cognac per mettersi appetito, poi va un momento al _Cova_ per vedere chi c'è.
Il gran salone è affollato. Scorge un tavolino d'amici, ci va, e sempre parlando forte, sghignazzando per mostrarsi allegrissimo, siede ed ordina il pranzo.
-- Ostriche, prima di tutto! Due dozzine! Ho un appetito fenomenale!
Non vuol più pranzare a casa. È molto più divertente pranzare al caffè, cogli amici che si possono cambiare tutti i giorni. È di buonissimo umore, sta benone, ma fuori di casa. L'idea di trovarsi solo nel suo quartiere, in camera sua, gli fa quasi spavento! È allegrissimo, ma per stare allegro ha bisogno di luce, di gran luce, di tutto quel mare di luce. Ha bisogno di trovarsi lì, sempre lì, in mezzo al moto, al frastuono, alla gente.
Dopo ingoiate le ostriche, ordina i piatti più straordinari, li assaggia appena, trova la cucina pessima, strapazza il cameriere, il direttore, e continua a bere. Dopo il _Capri_ colle ostriche, una bottiglia di Gattinara.
-- Ma come mai, -- continua intanto a pensare, -- fra tanta gente, non salta fuori il nome di donna Stefania e del suo _bel belée_? Mi credono addolorato, in lutto? Ma se invece sono felicissimo! Sono pieno di riconoscenza per il Parodi! Lo abbraccierei anch'io... quel _bel belée_!
Il Roero avrebbe abbracciato il Parodi, l'Estensi, il Faraggiola, tutti quanti! Uno solo avrebbe invece voluto strozzare: il marito; don Giulio.
-- Che bestia! non è permesso di essere così bestia!
I commensali non hanno mai visto il Roero di un'allegria così rumorosa. Si mettono in sospetto, si guardano l'un l'altro ammiccandosi, e prudentemente nessuno parla del grande scandalo del giorno.
-- Beviamo, una bottiglia di _Champagne_? -- propone il Roero alla fine del pranzo.
-- Volentieri, se offri! Faremo un brindisi all'_Arianna_!
-- Abbasso l'Arianna e tutte le donne dell'arte moderna! Sono più stupide e più oche di una tedesca gonfiata di caffè e latte! Ah! Ah! Il romanzo! Il teatro naturalista! È la vetrina di un figurinaio!... Il verismo? Il documento? Ma se la verità vera, di ogni giorno, è tutto ciò che vi ha di più innaturale, di più illogico, di più inverosimile, di più fantastico, di più maraviglioso! I mariti, per esempio! Chi mai da Aristofane a Shakespeare, a Molière, dal Boccaccio all'Ariosto, a Cervantes ha mai saputo creare nell'arte uno di questi nostri mariti vivi, in carne ed ossa, così epicamente grotteschi e così buffonescamente tragici?
Fedora, la fioraia, una russa di Porta Ticinese, si avvicina al tavolino. Il Roero di solito molto serio e riguardoso, prorompe questa volta in grandi esclamazioni ammirative, stringendola con un braccio per la vita, regalando fiori a tutti gli amici, fissando a mezza voce un appuntamento. Quando Fedora se ne va, nel salutarla, le mette in mano un biglietto da cento lire.
-- Siccome ho fatto l'esperienza che tutte le donne sono eguali in faccia alla morale e al sentimento, così, per me, io prendo sempre quelle colle quali si fa più presto! Dite la verità: mi avete mai veduto ad assediar fortezze _décolletées_ difese colla polvere di cipria? Signore... mai! Perchè viaggiare in diligenza quando si può andare a vapore? Il paesaggio è il medesimo!
E continua a insistere, sperando che qualcuno lo interrompa, almeno con un'esclamazione, con un colpetto di tosse ironica... Invece, niente. Tutti bevono lo _Champagne_, rosicchiano dolciumi, ridono e approvano.
Il Roero non può più resistere; quel silenzio è troppo eloquente, offende troppo il suo amor proprio. Allora, per costringerli a parlare, dopo aver rotto un bicchiere a calice, battendolo con forza sul tavolino, si fa coraggio ed entra lui stesso nell'argomento.
-- E i nostri buoni amici? Il Faraggiola e l'Estensi?... Partiti per Montecarlo!... Sicuro; li ho imbarcati io stesso, prima di pranzo...
Silenzio. Il discorso non attacca e il Roero non può spingersi più in là...
Ha bisogno di muoversi, di respirare. Al _Cova_ si soffoca; passa un momento alla _Scala_. Subito, appena entrato nella barcaccia, si mette a parlar forte, a far chiasso... lo fischiano; egli risponde con ingiurie e se ne va brontolando e bestemmiando.
-- Voglio andare al _Dal Verme_, al circo Guillaume. Almeno là si vedono le bestie vere!
Ma anche al _Dal Verme_, per poco, non attacca lite con un _clown_, per certi suoi scherzi fatti alla donna tigrata.
Ha sempre sete, e ha sempre bisogno di sfogarsi con qualcuno. Al Club, continua a bere cognac, giuoca, vince, vuol contradire a ogni cosa, cerca d'attaccar lite, ma non gli riesce.
Nessuno rimbecca, gli danno tutti ragione e lo guardano in un certo modo...
-- Che musi stupidi! Hanno quasi l'aria di compassionarmi!
Ride ancora più forte, torna a fischiettare la _Carmen_, a decantare la bellezza di Fedora e tutte le sue perfezioni anche morali.
-- È una buonissima ragazza, sincerissima in tutto, dal colore dei capelli... all'orario. Perchè anche Fedora ha un orario; tutte le donne hanno un orario...
Verso le quattro del mattino, solo solo, a piedi, perchè non trova più un _brum_, si avvia verso casa. È stanco, spossato. Ha il paltò aperto, tratto tratto si leva anche il cappello, non sente il freddo acuto, frizzante. A poco a poco cessa anche l'orgasmo, il ronzìo delle orecchie, il turbinio confuso della testa e comincia a rientrare in sè con un senso di sgomento.
-- Che cosa ho fatto? Che cosa ho detto?... Che cosa avrò mai detto?
Pensa, ripensa, si sforza, ma non può, non si ricorda più niente!
-- Che cosa ho detto? Ma che cosa ho detto?
Ha paura di aver commesso qualche indelicatezza, ha paura che gli sia sfuggito un qualche nome.
-- Mi sentivo male, volevo stordirmi, ho bevuto... Tutto quel chiasso... Ho parlato, ho parlato... Ma che cosa ho detto?..... Se ho pronunciato il suo nome, se mi son fatto capire, sono un vigliacco!
Ad un tratto, appena da via Principe Umberto gli si affaccia via Principe Amedeo, si arresta sorpreso:
-- Che cosa c'è?
In quel buio di tutta la casa, di tutte le case, si vede una delle sue finestre illuminata dietro le persiane chiuse.
-- Che cosa c'è?
Inquieto affretta il passo, apre il portone, attraversa l'atrio, fa i pochi gradini d'un salto, e spalanca l'uscio del suo quartierino:
-- Che cosa c'è... Chi è?
Subito non capisce, non ricorda, non vede bene chi gli viene incontro nel salotto...
-- Sono io, signor Francesco.
È la signora Eugenia, fresca e rosea, in tutto punto nell'abito nero.
-- La piccina, dopo la passeggiata, è stata poco bene e mi sono un po' spaventata. Le ho messo il termometro, aveva già la febbre altissima: voleva lei; chiamava il suo papà: «No, più dopodomani! Subito, il mio papà!» Ma presto s'è calmata; è venuto il dottore, ha preso il chinino. Adesso sta meglio, la febbre sembra scomparsa, dorme da due ore; è un angelo, povera Lulù!
-- E lei?...
-- Non mi sono fidata della Luisa; è troppo giovine; sono rimasta qui.
-- Sarà..... sarà adesso molto stanca, povera signora?
-- Oh no!..... Per una notte sola? -- La signora Eugenia sorride, ma i suoi occhi hanno una leggera nube di mestizia. -- Il dottore mi ha promesso di venir prestissimo; aspetto il dottore, e dopo la visita, se non c'è niente di nuovo, torno a casa. Lei, invece, non faccia complimenti. Vada subito a dormire. Io mi siedo lì, tranquillamente, a leggere. -- E indica una poltrona, presso un tavolino, sul quale, accanto alla lucerna, c'è un libro ancora aperto.
Il Roero bisbiglia qualche parola, butta via il cappello, e senza levarsi il paltò si lascia cadere sul canapè.
Lulù, la signora Eugenia e tutto il resto, aveva tutto dimenticato.
-- Vada a dormire, vada subito a letto! -- Ripete la signora Eugenia. -- Non c'è da inquietarsi, glielo assicuro. Dev'essere stata, come ha detto anche il dottore, una febbre effimera. Sono così frequenti nei bambini!... Sono stata un po' inquieta anche per colpa sua, non vedendola comparire, ma Giovanni m'ha subito tranquillata. M'ha detto che lo fa tante volte, di ordinare il pranzo, e poi di non tornare a casa!... Adesso, da bravo, vada a letto subito subito! Ha la cera così stanca!...
La signora Eugenia si avvicina di più, lo fissa attentamente, gli tocca i polsi, la fronte...
-- Vada a letto, subito, subito!
La voce della signora Eugenia è carezzevole, penetrante; è una mamma col suo figliuolo.
-- Già sicuro... -- balbetta l'altro pallido, sfatto, i capelli ritti, guardandosi attorno trasognato. -- Già, sicuro... Sono stato a cercare l'Olivieri... Non l'ho trovato... son rimasto fuori... ho pranzato al _Cova_.
-- Il signor avvocato è andato a Roma e resterà a Roma per un paio di settimane.
-- Ah!... Un paio di settimane?... A Roma?
-- Ha una causa importantissima. Così mi ha detto ieri sera, quando è stato a salutarmi.
-- A salutarla? C'è stato!... Poteva ben venire a salutare anche me!
-- Sì... voleva farlo; ma poi non ha osato.
-- Non ha osato? Come non ha osato?
-- «Francesco,» il signor avvocato ha detto proprio così, «non è più lo stesso con me! Adesso non ha più nessuna confidenza; mi sono accorto che cerca anche di schivarmi.» Gli occhi della signora Eugenia continuano a sorridere, ma argutamente, con un po' di malizia.
In quegli occhi, in quello sguardo sembra al Roero di leggere un nome, il nome di Stefania; si alza torvo, minaccioso:
-- Ma lei..... anche lei, che cosa crede?..... Vivaddio, che cosa crede?
E tutta la rabbia, la gelosia, le angosce che lo soffocano, che gli strozzano la gola, prorompono finalmente in uno sfogo di collera e di dolore.
-- Perchè ride?... Sì, ride, ride, ha riso!... Ride di me come l'Olivieri, come tutto il mondo, perchè anche lei mi crede uno stupido, un vigliacco!
-- Signor Francesco! Per amor di Dio! Non gridi così forte!... Lulù... di là... dorme! -- La signora Eugenia fa presto a chiudere gli usci e a calare le portiere, perchè la bimba non abbia a svegliarsi, e perchè la Luisa non possa udire e ascoltare.
Ma l'altro è ormai fuori di sè, cammina su e giù, dà calci alle sedie, a tutto ciò che gli capita tra piedi.
-- Voglio gridare! Sono padrone di gridare! Sono in casa mia! Sono padrone io! E voglio sapere da lei, signora, subito, voglio sapere perchè ride, voglio sapere che cosa crede e che cosa le ha raccontato l'Olivieri. È stato sincero, almeno? È stato proprio sincero? Le ha raccontato che anche lui è stato innamorato pazzo di quella donna?... Sì, sì! Pazzo, pazzo! Anche lui, pazzo come me, innamorato come me, perchè non sono io solo il ridicolo, lo stupido, e il vile... -- Uno scoppio di lacrime gli rompe la voce e la parola e si butta disteso, bocconi sul canapè, continuando a piangere dirottamente.
-- Mio Dio! Mio Dio! Povero signor Francesco! Signor Francesco! -- Esclama la signora Eugenia, pallida a sua volta, tutta tremante, correndogli vicino per calmarlo, per reggergli la testa, per levarlo su diritto sul canapè.
-- No, no, signor Francesco... Signor Francesco! Mi ascolti, la prego, la scongiuro, non faccia così, non si disperi così!
Il Roero continua ancora un pezzo a piangere, a singhiozzare, poi la signora Eugenia, a poco a poco, riesce a sollevarlo, a farlo sedere sul canapè. Allora egli la guarda cogli occhi ancor pieni di lacrime nel viso molle, ammaccato. Non può parlare: le prende e le stringe una mano come per domandarle perdono.
-- Pianga pure, signor Francesco. Pianga, finchè si sente di piangere. Si sfoghi con me, liberamente. Può essere sicuro del mio cuore, della mia amicizia e della mia segretezza. Faccia con me come con una sorella... con una mamma. Vede? -- E passa la piccola mano sui capelli, -- potrei proprio essere la sua mamma!
Il giovine le stringe ancora l'altra mano che teneva sempre fra le sue, poi si china e gliela bacia.
-- Grazie, signora Eugenia. Adesso... passerà. Creda pure, passerà. Soltanto mi dica, la prego, che cosa le ha detto l'Olivieri? Mi dica tutto.
-- Mi ha detto soltanto del dispiacere per la sua freddezza, per il suo mutamento. Il resto... io lo sapevo già dagli altri.
-- E... gli altri che cosa le hanno raccontato?
-- Niente che le faccia torto. Se lei ha amato, se ama fortemente, con tutta la sua passione, ciò non fa torto a lei; farà torto invece... a quella persona che non ha saputo comprenderla e apprezzarla.
E la signora Eugenia, così severa e scrupolosa con sè stessa, si lascia trasportare e dimentica il povero don Giulio e la morale, per condannare in cuor suo la baronessa Stefania che non ha saputo apprezzare ed amare quel bel giovine così innamorato che si dispera per lei.
Il Roero per il bisogno di giustificarsi o di sfogarsi comincia a parlare, a raccontare, ma soltanto di sè, del suo accecamento, delle sue follie, delle sue speranze, dei suoi disinganni, accennando appena a «quella persona» con molto riserbo e con molta delicatezza, riuscendo così ad interessare e a commuovere più vivamente la signora Eugenia che attenta, ansiosa, più che ascoltare, assiste, per la prima volta in sua vita, allo svolgersi di una scena d'amore vera, viva, palpitante.
Eppure... Eppure com'è bello l'amore anche visto fra le lacrime!
La signora Eugenia ascolta, ascolta, e sospira a sua volta e anche le sue pupille luccicano tremolanti... forse non solo di pietà verso il giovine infelice; forse anche per un intimo, inconsapevole rimpianto...
Albeggia... Il Roero continua a parlare, a parlare, a raccontare, a ripetersi, ma sempre ascoltato intensamente, ansiosamente.
-- Si faccia coraggio, si consoli, -- gli dice la signora Eugenia. -- Il dolore ha pure la sua bellezza; ha in sè un gran fascino. Ritempra, fa del bene. Una vita trascorsa senza soffrire, come lei soffre in questo momento, è una vita inutile e vuota. E nel dolore che vibrano più forti tutte le nostre fibre. Oh, benedette le lacrime, benedette queste sue lacrime!... Sono come la pioggia che rende il sole benefico e più sfolgorante. Coraggio, coraggio e vedrà! Ritornerà presto a lavorare, a scrivere e con che lena, con che ardore!... Quante nuove forze troverà in sè! Quanta nuova e dolce poesia!... Quanta indulgenza per gli altri; quanta bontà! Vedrà, dopo aver sofferto, come la sua intelligenza si farà più pura e più sensibile, come il suo occhio penetrerà più acuto nell'anima e nella vita. L'ingegno si nutrisce di dolore; i felici non hanno mai fatto niente di grande!
La signora Eugenia si sente vincere, quasi soffocare, da un orgasmo, da una commozione nuova, strana. Esita un istante, ha un tremito, una piccola scossa nervosa, poi ripiglia con impeto:
-- Perchè no?... Ormai, alla mia età, posso dir tutto; posso confessarmi anch'io... Ebbene, sa? Questo suo dolore, invece di rattristarmi, di sbigottirmi, suscita in me l'amarezza, il rimpianto di non aver anch'io sofferto... così; di aver trascorsa tutta la mia esistenza, di esser diventata vecchia da vera stupida, senza... senza aver amato.
E al chiarore della lucerna, che ormai illanguidisce confondendosi con quello del giorno, il Roero vede il bel volto arrossire, farsi di fuoco, fin sulla fronte limpida, senza una ruga, fino alla radice dei bei capelli bianchi.
PARTE TERZA
IL SECONDO IMPERO
I.
La festa di Lulù.
È il 29 di aprile, è il compleanno di Lulù: la signora Eugenia entra in camera della piccina prestissimo, non sono ancora le sette e mezzo, e la sveglia spalancando la finestra:
-- Auguri e auguri alla signorina Elena Maria!
Lulù rimane un attimo trasognata; poi, vista la signora Eugenia, dà un salto sul letto, col visetto ridente, allungando le braccine.
La signora Eugenia corre a prenderla, la solleva, se la stringe al petto e baciandola, accarezzandola colla guancia, sembra aspirare la fragranza di quel bel fiore così fresco e roseo, ancora stillante di tepida rugiada.
-- Cara!...
-- Che cosa mi ha portato?...
-- Prima si fa il segno della croce, così!; adesso l'Avemaria: _Ave, Maria, gratia plena, Dominus teco..._
-- _Tecum!..._