La Signorina: Romanzo

Part 7

Chapter 73,773 wordsPublic domain

La signora Eugenia, mentre aspetta l'avvocato Olivieri e Francesco Roero, prepara il caffè colla sua macchinetta famosa. Tutto ciò che possiede la signora Eugenia è straordinario, è famoso. La sua piccola casetta, appunto perchè è tanto piccola, sta tutta dentro, nel suo cuore. Se non fosse così buona e se non sapesse di far piacere a chi la invita, rinuncerebbe subito anche ai grandi pranzi della domenica, per i desinaretti con un'ala di pollo e quattro castagne, lì al suo tavolino tutto lindo, con in mezzo, per trionfo e per compagnia, una rosetta o un garofano nel bicchiere.

Il suo bravo caffè -- pensa la signora Eugenia che n'è ghiotta -- fa piacere a tutte le ore, specialmente d'inverno. E mentre il caffè bolle nella macchinetta, va in camera a lavarsi un'altra volta le mani, a lucidarsi le unghie, poi torna nel salottino, si guarda nello specchio della caminiera e si aggiusta i capelli. Da giovane, la signora Eugenia non ci aveva mai pensato; adesso invece ci tiene ad essere una bella vecchia. Ella stessa, riflessiva come tutte le persone che vivono molto sole, s'è accorta di questo, e ne ride fra sè.

-- Meno male che comincio adesso a far la civetta e che cominciano adesso a piacermi gli uomini!

Quella mattina c'è anche di più: si tratta della visita, della presentazione di un giovine letterato alla moda, e la signora Eugenia ha sempre tenuto moltissimo ai letterati, considerandosi un po' della famiglia.

Guarda al suo precisissimo orologio di bronzo della scrivania: sono le dieci in punto.

-- Staranno poco a venire! -- Bisbiglia sottovoce.

Mette altra legna nel franklin; si guarda attorno per vedere se non l'è sfuggito un briciolo di polvere... spinge una poltroncina, ch'era un po' fuori di posto sotto la finestra... Torna dinanzi allo specchio della caminiera e raddrizza il ritratto in fotografia di Cesare Cantù, che lo stesso Cantù le ha regalato, con una dedica affettuosa.

Dopo un momento si sente suonare all'uscio:

-- Eccoli!

La signora Eugenia corre ad aprire:

-- Ho preparato il caffè! Ho pensato che con questo freddo una buona tazza di caffè si prende sempre volentieri!

-- Benissimo! Bravissima, cara signora Eugenia! -- L'Olivieri si rivolge poi al Roero:

-- Sentirai che caffè! Straordinario! Famoso!

Presenta subito l'amico alla signora, senza un attimo d'imbarazzo o di sussiego, nemmeno in quel primo incontro.

Entrano tutti e tre nel salottino, parlando, ridendo, come fossero amici già da molti anni.

La signora Eugenia si affretta presso la macchinetta del caffè, si curva, guarda, spegne con un soffio la fiamma, lo lascia deporre diventando seria per non distrarsi nel misurare il tempo dovuto, poi lo versa adagio, fumante, nelle tre tazzette di porcellana che hanno la lucidezza di un cristallo tanto sono pulite, e senza la più piccola taccherella.

-- Ecco, per tutti e tre... -- esclama l'antica maestrina, riempiendo le tazze soltanto fino all'orlo dorato. -- La sua giusta misura; così non c'è da litigare!

L'Olivieri, sorseggiando il caffè ne esalta la squisitezza con l'amico, facendogli poi ammirare, sempre per far la corte alla signora Eugenia, tutte le maraviglie del salottino.

-- Che caffè! Non te l'ho detto?... È una delle tante specialità di cui ha la privativa soltanto la signora Eugenia. E che eleganza di tazzettine!... Tutto qui, del resto, guardati attorno e vedrai, tutto è di buon gusto, tutto è bello, simpatico, elegante, cominciando dalla padrona di casa!... Non è vero?... Rispondi, adesso che finalmente puoi vederla: è bella, è simpaticissima, sì o no, la nostra signora Eugenia?

Il Roero risponde affermando con entusiasmo e la signora Eugenia ride di gusto. Comprende benissimo che l'Olivieri le fa tutti quei complimenti per farle piacere e sapendo di farle piacere; ma non importa, se li gode lo stesso.

Ripete solo, di tanto in tanto:

-- Signor avvocato! Signor avvocato! Non scherziamo troppo! Un po' di rispetto alla vecchiaia!

-- Guarda quando ride, che denti mostra quella... vecchiaia! -- E l'Olivieri indica a Francesco la bocca ancora fresca e bella colle due file di denti intatti, bianchi e lucenti come le tazzette di porcellana.

-- Basta! Basta!... Io permetto che mi si faccia la corte soltanto la domenica sera, quando vado nel gran mondo! Una volta la settimana e basta. Se no, ci si fa l'abitudine e non c'è più divertimento! Dunque stia zitto e mi dia invece una delle sue sigarette da ricco signore!

-- Subito, sul momento! L'Olivieri caccia la mano in tasca e leva l'astuccio delle sigarette che le offre già aperto: -- A lei.

-- Da bravo! Una sigaretta anche pel suo amico: dò io il cattivo esempio e ne' miei saloni è permesso fumare.

Il Roero, prima di prendere la sigaretta, accende un cerino e lo presenta alla signora Eugenia.

-- Grazie! Però, -- riprende questa dopo le prime boccate di fumo, -- l'avverto per l'avvenire: la sigaretta è un vizio che mi fo mantenere e soddisfare dai miei amici.

-- Non è vero, sai, Roero! Tante volte le ho offerto una scatoletta di _Tocos_, non l'ha mai voluta accettare!

-- Tutta una scatola è già un regalo. Io non accetto regali.

-- E questa, scusi, finisce per essere in lei quasi un'affettazione.

-- Un'esagerazione, via! -- corregge il Roero.

-- No, no, no! I regali si possono accettare e fanno piacere soltanto quando si possono rendere, e siccome colle mie sostanze questo piacere non posso permettermelo, così, dacchè sono al mondo, legge draconiana e uguale per tutti: regali, niente! Ma, invece, la tassa di una sigaretta ogni volta che incontro un amico, questo sì, e non si scappa! E badiamo ve'! Anche incontrandomi per la strada! Me la porto a casa e adesso che sono milionaria me la fumo deliziosamente dopo la mia brava colazione o dopo il mio pranzetto! Si ricordi, signor Roero: d'ora in avanti resta tassato anche lei!

-- Ben felice, felicissimo...

-- E per lei la tassa finirà con l'essere molto gravosa! -- La signora Eugenia sorride sempre, ma adesso con una espressione più dolce, con un'affabilità che diventa quasi affettuosa. -- Il signor Olivieri mi ha detto che avrò la fortuna di vederla spessissimo; ch'ella avrebbe l'intenzione d'associarmi ad un'opera bella, santa... che le fa molto onore. Bravo! Bravo! -- Gli occhi della signora Eugenia hanno un lampo improvviso di commozione. -- Che Dio la benedica!

Il Roero resta colpito, e a sua volta si sente commosso dalla bontà, dalla sincerità di quelle parole. Egli ha dimenticato in quella improvvisa e nuova intimità, così cordiale, tutto il lungo colloquio avuto prima con l'Olivieri.

La signora Eugenia ha vuotata la sua tazza; l'avvocato e il Roero si alzano insieme per levargliela di mano. Il Roero arriva primo e presa la tazza, la pone sul cabarè di lacca rossa, in mezzo al tavolino.

L'Olivieri torna a sedersi, accanto alla signora Eugenia:

-- Si ricorda, quella sera in casa Rossi? Mi diceva ch'ella si sentiva malinconica e che soffriva di nostalgia non vedendo più i suoi bambini, ed io ho pensato subito a lei... per Lulù.

-- La piccina si chiama Lulù?

-- Sì, e quando fa i capricci, Lulù sola, le assicuro, dà più da fare di cento bambini.

-- Tutto sta a poterle andar a genio, -- osserva la signora Eugenia; -- trovare il modo di riuscirle subito simpatica, la prima volta!

-- Ma lei, si figuri, la conquisterà di colpo!

-- Certissimo! -- Soggiunge il Roero con convinzione. -- Lulù farà con lei, come con me: le vorrà subito molto bene.

-- Sì?... Lo spero anch'io del resto; mi han sempre voluto bene tutti i miei bambini; e anche adesso, molte e molti, che son diventate mamme, che son diventati papà, non mi hanno dimenticata e mi vogliono bene ancora!... C'è tanta bontà nei bambini! E il nostro studio deve consistere appunto nel conservarla, nel coltivarla, nell'aumentare questa bontà, per quando sono grandi!... Del resto ce n'è tanta della bontà anche nel mondo! Più assai che non si creda! Basta saperla cercare, perchè è timida e molte volte si nasconde.

A questo punto la signora Eugenia interrompe il proprio entusiasmo. Si avvicina col viso al Roero per meglio fissarlo negli occhi e gli domanda, con un sorrisetto, pieno di arguzia:

-- Dica un po': confesso la mia colpa. Ancora, non ho avuto la fortuna di sentire una sua commedia e non ho letto niente di suo. Sarebbe mai uno scrittore di quelli che adoperano l'inchiostro nero?... Un naturalista, un pessimista? No! No! Per carità! Che orrore! Tanto più, poi, che, in questo caso, ella mancherebbe di sincerità!

-- Perchè?

-- Perchè lei ha troppo cuore, e il cuore è una forza che illumina l'arte, la riscalda, v'ispira la pietà e il perdono. Il cuore è la gioia, l'entusiasmo, la ricerca ansiosa di tutto ciò che è bellezza, nella forma e nell'anima, nella creatura e nelle cose!... Dio, Dio! Senza accorgermene, mi son messa a far la predica! Sarà stato il mio caffè troppo forte!... Del resto, bisogna compatirmi. Sono vecchia e naturalmente le mie predilezioni sono per la vecchia scuola, un po' romantica, un po' sentimentale, ma che, per questo, ha fatto del bene. Ahi! Ahi! L'avvocato ride e il commediografo sorride! Lasciamola lì, e torniamo... a Lulù!

Parlano a lungo della bambina, de' suoi capricci, delle sue simpatie e delle sue antipatie, della sua prontezza d'ingegno, della sua grazia infantile, della sua facilità ad apprendere e ad affezionarsi.

Combinano insieme che la signora Eugenia sarebbe andata quel giorno stessa a vederla, verso le quattro.

E a questo punto, è naturale, salta fuori la maestra col suo metodo, e il suo programma. La signora Eugenia parla di religione e di grammatica, dei verbi e della divisione, di libri di testo e di penne da scrivere, poi finalmente ritorna alla visita che avrebbe fatto quel giorno alla piccina e conclude:

-- Bisogna che si abitui gradatamente alla mia faccia, alla mia voce: insomma deve imparare a conoscermi. Se me la faccio condur qui subito, vedendo un viso nuovo e trovandosi in una casa nuova, resta in sospetto e invece di prendermi in simpatia mi prende in avversione.

L'avvocato si alza: è quasi ora di andarsene. Ma prima offre un'altra sigaretta alla signora Eugenia, scherza, ride, ricomincia a farle la corte.

Il Roero, invece, sfoglia i libri, guarda i ninnoli, i gingilli, i ritratti del salottino. Molti ne riconosce, ma uno lo colpisce singolarmente. È una piccola miniatura, certo di molto pregio. La testina e il collo soltanto: una signora bellissima, bionda, delicata.

-- Scusi, signora Eugenia, non è un ritratto, questa piccola miniatura? È un lavoro di fantasia? È disegnato con una finezza squisita... Quanta soavità!... Quanta dolcezza!

-- È un ritratto! -- Risponde la signora Eugenia vivamente.

-- Un ritratto?... Davvero? Di chi?

-- È la mamma! -- E mentre arrossisce con gli occhi sfavillanti dal piacere, stende la mano al Roero, e gli dà una forte stretta piena di affetto, di riconoscenza:

-- Sapesse! Non poteva farmi un piacere più grande! È tanto bella vero?... È proprio la mia mamma!

Strano!... Quella signora dai capelli tutti bianchi aveva detto «la mia mamma» con l'istessa espressione con la quale Lulù diceva certe volte «il mio papà!»

III.

La contessa.

-- È simpatica, non è vero? -- Domanda l'Olivieri all'amico, ancora sulle scale, appena usciti dal salottino della signora Eugenia.

-- Simpaticissima! E per la retribuzione, per l'onorario, come si fa?... Vuol dire che ci penserai tu; combinerai tu, a mio nome.

-- Ci sarà poco da pensare e da combinare. La signora Eugenia, con me, ha già parlato chiaro. «Sono contentissima di poter fare anch'io un po' di bene, di poter essere un po' di mamma per questa bambina così sola; ma intendiamoci; nient'altro che questo! Ormai sono milionaria: non fò più la maestra.»

Il Roero scrolla il capo:

-- Allora... è un impiccio, una seccatura! Quella signora non vuol accettar regali perchè non può ricambiarli, e pretenderebbe che io quasi scroccassi da lei il suo tempo e le sue lezioni!

-- Non inquietarti; potremo mettere d'accordo la sua fierezza e la tua. Io la chiamo, scherzando, la calamita dei vedovi! Ha sempre d'intorno un paio di vedove o di vedovi di famiglie decadute, disgraziatissimi, ammalatissimi, con numerosissima prole tutta piccolissima, pieni d'appetito e di pudibonda timidezza: ebbene, fisserai, le darai una sommetta mensile per i suoi vedovi. Essa capirà, accetterà lo stesso, e li spenderà tutti, te lo assicuro!

-- Va bene; farò così. Ma... e Lulù? Se Lulù, contro tutte le nostre previsioni, non volesse saperne di quella _cignora_?

-- La signora Eugenia ha tanta pratica; ha tanto tatto! Speriamo. E poi, adesso l'hai vista; puoi giudicare tu stesso.

-- Che bella faccia, attraente!

-- Quelle son le donne!... Le vere donne!... La provvidenza!

-- Quelle, sì; come la signora Eugenia, non come la Fáni! -- Mormora Francesco tra sè.

Il pensiero della Fáni, che è stato per un momento sotto gli altri, ma che è sempre vivo e dominante nel suo cuore, è spinto a galla da un grande sospiro. Egli continua a camminare silenzioso per un lungo tratto di strada, poi d'improvviso, e toccando nel gomito il compagno, gli dice a mezza voce:

-- Sai che cosa farò?

-- A proposito della signora Eugenia o di Lulù?

-- No; a proposito della baronessa Stefania.

-- Ah?... -- L'avvocato cambia subito d'espressione, sogghigna, ritorna ironico.

-- Non voglio più mettere i piedi in casa Arcolei; ma ho l'obbligo di salvare almeno certe apparenze.

-- Naturalmente!

-- Oggi, sarebbe il suo giorno di ricevimento; ma invece oggi non c'è, perchè è di turno all'ospedale. È nella Commissione delle dame visitatrici. Io, per altro, non sono obbligato a saperlo: vado, non la trovo e lascio il mio biglietto. Un altro giorno, invece dell'ospedale, ci sarà la visita a qualche asilo, oppure seduta al Consiglio direttivo delle Piccole Suore, o la conferenza di monsignor Flamberti al Sacro Cuore: torno, e le lascio un altro biglietto. Andrò qualche sera, quando sono ben sicuro che è a teatro, e appena mi fosse possibile di affidare Lulù alla signora Eugenia, vado a finire l'_Arianna_ a Bordighera o a Mentone. Va bene così?

-- Va benissimo; ma, per altro, fa tutto ciò che vuoi fare, senza pensarci troppo. E adesso?... Io devo andare in tribunale, e tu?

-- A casa, a far colazione. Ma prima vieni con me a prendere una bambola. _Titi_ ormai è tutta rotta, sudicia. E pensa che certe volte mi tocca anche di baciarla! Sai dove si vendono le bambole, quelle proprio belle, ben vestite?

-- Dalla Bellotti, sotto la Galleria. Ne ho presa una a Natale per una mia nipotina; ha fatto furori!

Il Roero compera una bambola magnifica; la più bella che ha la Bellotti. È una bambola elegantissima, vestita color celeste, con un gran cappellone celeste, abbigliata, pettinata, messa in tutto punto, proprio come una vera signora. Il Roero l'ha scelta apposta con gli occhi nerissimi, coi capelli nerissimi e con la piccola testina rotonda come Lulù.

Somiglia a Lulù!

-- Così, -- dice sorridendo all'Olivieri, -- farò felice quel demonietto! Lulù, per oggi almeno, sarà tutto il giorno occupata colla sua bambola, mi lascierà in pace e si metterà di buon umore per quando verrà la signora Eugenia.

Francesco Roero, quando torna a casa, trova Lulù seduta sotto il pianoforte, nel salotto, in istrettissimo colloquio con _Titi_.

-- Dove sei?

La bimba si curva e rimane tutta raggomitolata per nascondersi e per farsi cercare.

-- Che cosa fai li sotto?... Ti vedo!... Vieni fuori!...

Lulù non risponde, ma alza il capo, spinge innanzi il visino e lo fissa con gli occhi ridenti.

-- Vieni qui! Vieni fuori!

-- Più Lulù!... Lulù andata a _cagia_.

-- Ma no che non è andata a casa!... Se la vedo! Guardala lì!

-- _Titi_, andata a _cagia_! -- Esclama Lulù con un piccolo grido di allegrezza, come un uccellino che trilla sbattendo le ali.

-- Ha fatto benissimo, perchè non si lavava mai la faccia.

-- Brutta, _Titi_!

-- Da brava! Da brava! Vieni qui, presto! Vieni a darmi un bacio.

La bimba continua a fissarlo sorridendo... si strascica carponi, poi si rizza di colpo e corre precipitandosi contro le gambe del Roero.

-- Un bacio!... Non mi dai nemmeno un bacino?

Ella fa cenno di no, stringendo gli occhi... ma subito con un nuovo grido di allegrezza, abbassa la testina, solleva i capelli, e riceve il piccolo bacio sul collo. Poi lo guarda tenendosi colle mani aggrappata alle sue gambe:

-- Sei venuto in _carroccia_?... Perchè?

-- Oh bella! -- Francesco è maravigliato. -- Come hai fatto a capire che sono venuto a casa in carrozza?

La bimba invece di rispondere ripete la domanda:

-- Sei venuto in _carroccia_?... Perchè?

-- Perchè... non ero solo. Ero con... con una signora!

Lulù si ferma, ritta su due piedi, aggrottando le ciglia.

-- Una bellissima signora! Che rassomiglia a Lulù! -- Soggiunse in fretta, il Roero.

In quel punto si ode una grande scampanellata, e Giovanni sollevando la portiera si presenta sull'uscio serio serio, coll'aria di annunziare una visita d'importanza:

-- C'è di là una signora... francese; una signora contessa appena arrivata da Parigi. Ha domandato se qui ci sta una certa signorina Lulù, e vorrebbe farle una visita. La faccio entrare?

-- Certamente! Certamente! Non bisogna far aspettare le... le contesse di Parigi! -- Il Roero osserva con un po' di inquietudine Lulù, rimasta immobile con gli occhi sempre fissi verso l'uscio e le ciglia aggrottate.

Giovanni, uscito appena fatta l'ambasciata, rientra subito con la Luisa tenendo ciascuno la bambola per una mano e facendola avanzare a piccoli passettini.

-- Ecco la signora contessa di Parigi.

-- Guarda, Lulù, che bella signora!

-- Ha i capelli neri come i tuoi! Ha gli occhi, guarda, come i tuoi! Ti rassomiglia! -- Continua a ripetere il Roero, mentre Luisa e Giovanni fanno saltellare la bambola dinanzi a Lulù.

-- È una gran dama, venuta apposta da Parigi per far visita alla signorina Lulù! Una contessa, nientemeno!

Ma Lulù indietreggia sempre finchè urta e si ferma con le spalle contro una poltrona: allora quando ha la bambola vicina, la respinge con un moto di dispetto, mentre con un braccio si nasconde gli occhi per non vederla.

-- No! Non voglio _conteccia_!... Via! Va via! -- E la bimba, pestando i piedi, strillando, prorompe in un pianto dirotto.

Padrone, servitore e bambinaia si guardano maravigliati e quasi mortificati da quel mal esito inaspettato.

-- Forse la crede proprio un'altra bambina come lei, ed è gelosa!... -- Osserva la Luisa.

Ma il Roero comincia a sbuffare e a perder la pazienza.

-- Guarda! È una bambola!... Una bambola come la _Titi_! L'ho presa apposta per te!... È tua!... Prendila! È tua!

Non c'è verso! Lulù non vuol guardar la bambola e continua invece a respingerla furiosamente, a battere i piedi per terra, a strillare sempre più forte.

-- Finiscila, vivaddio! Finiscila o ti mando subito dalla signora Carlotta!

Oh sì! La bimba si mette a strillare ancora più di lena.

-- Cattiva! Peste! Sei una peste! -- Grida il Roero addirittura furibondo. -- Lasciamola qui sola, finchè si è sfogata! Finchè ha perduto il fiato! Andiamo, Giovanni, presto!... La mia colazione.

Ma appena rimasta sola con la Luisa, Lulù si calma come per incanto e il suo visino e i suoi occhi non hanno quasi più traccia di tanta collera, di tanto dolore, nè di tante lacrime sparse. Ella guarda la bambola che Giovanni, prima di uscire, ha messo in piedi in un angolo del canapè, poi guarda la Luisa:

-- Brutta... _conteccia_!

-- Ma no, invece, che è bella, molto bella!... Guardala bene! Non hai voluto nemmeno guardarla!

Lulù lentamente si avvicina al canapè fissando, divorando la bambola con gli occhi. Ma è ancora adirata contro la bella signora di Parigi capitata in carrozza col suo amico, perchè mentre l'osserva attentamente si dà l'aria, come per farle dispetto, di disprezzare tutto ciò che più l'ha colpita e la colpisce nella sua sfarzosa toletta.

-- Brutto... cappellino!

-- È molto bello invece! Guarda che bella piuma! Proprio all'ultima moda!

-- Brutte... scarpine.

-- Ma no!... Sono scarpine verniciate! Nientemeno! E che belle calzettine di seta!

-- Brutte... calzettine!

-- Ma tu, dimmi, -- le domanda la Luisa, accarezzandola, dandole un bacio, mentre Lulù appoggiata in piedi al canapè, fissa sempre la bambola, -- dimmi la verità, tu, appena l'hai vista, l'hai creduta una bambina, proprio una bambina vera, viva, come te?... Invece no, guardala bene: non vedi che non si muove?.. È un regalo che ti ha portato il signor padrone!

-- Cattivo... _quello là_!

-- Ma si dice _quello là_, al signor Francesco? -- La Luisa non può tenersi dal ridere.

-- Brutta _conteccia_! -- Continua a bisbigliare la bambina, ma adesso l'espressione del viso non corrisponde più alle parole. La guarda cogli occhi incantati, si arrischia, comincia a toccarla... le tocca, le tira un ricciolo di capelli. -- Sono proprio capelli veri! Allora Lulù va in estasi; salta sul canapè, prende in braccio la bambola e vuol levarle subito il cappellino.

-- Mia... _conteccia_!

-- Sì; è tua.

-- Porto _cagia mia_.

-- Sì, puoi portarla a casa tua, puoi portarla dove vuoi!

Lulù si stringe la bambola contro il petto e le imprime un gran bacio sulla faccettina di _biscuit_ in segno di riconciliazione e di amicizia, ma più ancora in segno di conquista, di possesso, e subito scivola giù del canapè, sempre colla sua puppattola ben stretta fra le braccia, attraversa trotterellando il salottino e corre nello studio a cacciarsi sotto la scrivania dove ha la sua seggiolina e c'è il lettino, il carrettino di _Titi_, dove ha _la cagia sua_ e dove la signora Eugenia quando viene verso le quattro, come ha promesso, la trova ancora tutta intenta e occupata colla sua _conteccia_.

La signora Eugenia, appena entra nello studio accompagnata dal Roero, va direttamente verso la scrivania, e curvandosi per avvicinarsi a Lulù e sorridendo, si mette subito a discorrere come se già si fossero conosciute da un pezzo.

-- Son venuta per vedere se quella signorina lì, -- e indica la puppattola, -- sa ben contenersi, se è savia, oppure se fa capricci.

Lulù seduta sul panchettino colla sua bambola in grembo che adesso dorme, stanca di visite e di ricevimenti, caccia innanzi la testina sotto la scrivania e cogli occhioni neri lucenti, guarda fisso quella signora che le parla con tanta naturalezza, con tanta confidenza, senza volerla subito abbracciare, nè voler darle subito dei baci.

Il lungo esame è riuscito certo favorevole alla signora Eugenia. Lulù, quando ha finito di guardarla, le indica la bambola e le impone silenzio col ditino:

-- Dorme.

-- Allora zitti, tutti zitti! Bisogna far pianino pianino! -- Bisbiglia la signora Eugenia, sommessamente.

-- Dorme, -- ripete Lulù, contentissima di essere secondata in quell'idea, e così il primo incontro passa tranquillo e sereno, come nessuno avrebbe mai osato sperare.

Il Roero è soddisfattissimo:

-- Brava! Molto brava! È certo anche la sua voce così dolce, così armoniosa, che fa subito colpo sui bambini e che li persuade.

-- Oramai il passo più difficile è andato bene! -- Risponde sottovoce la signora Eugenia, rizzandosi sorridendo.

Ella è un po' rossa, accesa in viso e il suo occhio sempre così calmo e sicuro sfugge, adesso, quello del Roero. Il trovarsi a un tratto e con tanta intimità nello studio del giovine letterato, le fa una forte impressione che non può del tutto nascondere. Guarda in giro curiosa ed estatica, osservando ed ammirando.

-- Segantini e Favretto? -- Esclama vivamente indicando i due quadri famosi.

-- Sì.

La signora Eugenia continua a guardarli a guardarli, ma non aggiunge altro. Il suo entusiasmo si esprime tutto cogli occhi in un sentimento quasi di devozione... e non ha parole.

Come scotendosi da quell'estasi, soggiunge soltanto:

-- Ella deve scrivere delle gran belle cose in questo studio, in questo.... ambiente. -- E torna subito vicino a Lulù, curvandosi vivamente per vederla sotto la scrivania.

-- Dorme ancora?

-- _Ci_; ma adesso si sveglia.