La Signorina: Romanzo

Part 6

Chapter 63,787 wordsPublic domain

Egli vuol parlare all'amico di Stefania, per sfogarsi contro Stefania; gli vuol raccontare di una certa visitina che gli ha fatto don Giulio, e lo vuol pregare -- è questo che più preme -- di recarsi dalla baronessa col pretesto di sapere che cosa dice di lui, o inventa contro di lui, ma in realtà, nella speranza che quell'incontro fra donna Stefania e l'avvocato possa rendere inevitabile un riavvicinamento.

Egli è deciso: non vuol più andare da quella civetta insopportabile!... Ma come vorrebbe esser costretto «per forza» a ritornarci!

La mattina dopo l'avvocato è puntuale; ed anche il Roero è già pronto, sulla porta, ad aspettarlo.

-- Lulù stamattina sente il tempo! Ha fatto il diavolo a quattro! Non voleva a nessun costo lasciarmi alzare! Mi ha strappato i capelli, mi ha rintontito a furia di baci e di botte! Finalmente, stanca morta, s'è addormentata sul mio letto.

-- Ha ragione Giovanni: hai proprio trovato il tuo bel da fare!

-- Ma è strano, come dal primo giorno, fin dal primo momento, ha preso subito a volermi bene.

-- Ha subito capito che con te avrebbe potuto fare a suo modo. Le bambine, caro mio, sanno mettere il loro cuore a posto, molto meglio delle donne.

-- La signora Eugenia dove sta?

-- In fondo al corso Venezia.

-- Andiamo a piedi. C'è tempo!

Il commediografo prende a braccetto l'avvocato.

-- Discorreremo, intanto. Voglio dirti una cosa... e chiederti forse anche un favore. Ma tutto ciò, prometti, deve restar fra di noi.

L'avvocato gli dà un'occhiata, poi risponde sorridendo:

-- Ho capito!... La baronessa!... Prometto il segreto professionale.

-- Ieri mattina è stato da me don Giulio Arcolei a farmi la predica, a darmi grandi consigli a proposito di Lulù!

-- Che diamine! Perchè mai donna Stefania non te l'ha fatta lei stessa la predica, direttamente?

-- Non ho più messo i piedi in casa Arcolei -- te l'ho detto? -- da quella sera famosa, dopo il duello!

-- E allora, come mai la baronessa ha saputo di Lulù?

-- Quella gente sa sempre tutto! Ha un servizio di polizia particolare.

L'avvocato dà un'altra occhiatina all'amico:

-- Siete in collera?

-- No. Mi secco in quella casa, e non ci vado più; ecco tutto!

-- Gelosie di Zelinda... o gelosie di Lindoro?

-- Ho detto che mi secco, mi secco, mi stufo!

Il Roero quasi si arrabbia; non è più tornato dalla Fáni, verissimo, ma per certi suoi calcoli che ormai, pur troppo, comincia a riconoscere sbagliati.

«Non andandoci più io», aveva pensato, «finirà col venir lei!... Verrà lei!»

E già la rivede seduta lì, nel suo studio, proprio lì, dinanzi alla sua scrivania, e colla smania, colla febbre sente ancora quel bacio... il tremito delle labbra, quella carezza della guancia ardente, vellutata, mentre il povero Nespola urla e strepita sotto la finestra!

-- Tornerà! Tornerà! -- Invece...

Ma invece di tornar lei, ha mandato suo marito

-- E così, -- domanda l'avvocato scotendo Francesco per un braccio, -- che cosa ti ha detto quel bonomo dell'Arcolei?

-- Di non pregiudicarmi troppo leggermente, di pensare al mio avvenire, di non arrischiare la mia libertà. Il giorno, per esempio, in cui volessi prender moglie?... «Che impiccio in casa propria una figlia, non si sa di chi!» Mi ha detto, quasi mi ha imposto di mettere Lulù in collegio, in qualche istituto femminile. Figurati! una bimba che non avrà più di cinque anni! «Fatela istruire, fatela educare! Assegnatele un piccolo capitale, una dote; ma tenerla con voi? Allevarla come figlia? Diventate matto? Sarebbe un gravissimo errore! Una pazzia!» Ah! Ah! Sua moglie deve odiarla molto la povera Lulù!

L'Olivieri si ferma un momento su due piedi, poi domanda:

-- Posso parlar chiaro?

-- Quanto vuoi.

-- Ebbene, mi par naturalissimo che donna Stefania voglia sbarazzar lei e te da questo impiccio. Aggiungi poi, nel caso particolare, che Lulù è anche la figlia... di Nespola! Ma come? -- esclama l'avvocato con una risatina ironica. -- La baronessa fa di tutto per nobilitarti, per renderti, almeno all'aspetto, somigliante al marchese Estensi e al conte Faraggiola, e tu continui ancora a sgusciarle di mano? Prima, incanaglisci democraticamente facendo da testimonio al padre contro il Bonaldi e adesso vorresti addossarti anche la figlia, _non si sa di chi?_... Ohibò!

-- Che cosa credi? Tu credi che donna Stefania sia la mia amante?

-- Non credo. Suppongo, immagino!

-- Ebbene, no! -- Prorompe il Roero con impeto, arrossendo di collera e anche di dispetto.

L'altro, allora, finge comicamente il massimo stupore.

-- Noo?...

-- No! Quella donna, -- e non gliene faccio un merito, -- non sarà mai l'amante di nessuno.

-- Questa poi... è un'esagerazione!... Perchè?

-- Perchè non ha cuore.

-- Che c'entra il cuore? Le donne che non hanno cuore sono quelle, anzi, che amano di più! E il cuore, precisamente, che spesso spesso impedisce di amare! Per lo meno di amarne più d'uno... alla volta!

L'ironia dell'avvocato diventa sempre più acre, pungente. Sembra ch'egli abbia una ruggine secreta colla baronessa e che abbia in odio tutti gl'innamorati. Presto però s'accorge d'essere andato troppo oltre e prende lui sotto braccio l'amico domandandogli per rabbonirlo:

-- Hai detto di volermi chiedere qualche cosa, un favore?... Che cosa vuoi?

Il Roero non risponde; ha un muso lungo un palmo.

-- Sei in collera?

-- No.

-- Che cosa vuoi, dunque? Che cosa devo fare?

-- Nel favore che volevo chiederti, c'entra appunto... donna Stefania.

È l'avvocato, questa volta, che raggrotta lo ciglia.

Il Roero continua:

-- Tuttavia, ti dirò di che si tratta. Capirai se non altro che sebbene io abbia fatto la corte a quella signora, sono rimasto... a mezza strada. E adesso mi hanno troppo seccato lei, suo marito... e compagnia! Rinuncio all'impresa! Pure, soltanto per curiosità ed anche per regolarmi all'occorrenza, vorrei sapere che cosa dicono di me, o stanno inventando sul mio conto in casa Arcolei. Il favore che pensavo di chiederti, che ti chiederei ancora, è questo: fare una visita a donna Stefania, per sentire, per capire... così, che vento spira.

-- Come?... Come?...

L'avvocato rimane attonito, e pensa tra se: -- Ma è vero? Proprio vero? Non è ancora l'amante? In fatti, se già lo fosse, non avrebbe più bisogno di mandar qualcheduno a tastar terreno! Non avrebbe più bisogno di me!... Ma allora se c'è tempo, finchè c'è tempo, bisogna salvarlo! Tentare di salvarlo! -- Si avvicina all'amico e gli parla, adesso, con un'espressione affettuosa, con un tono che diventa, a mano a mano, più confidenziale, più intimo:

-- Caro mio, questa volta... non posso proprio servirti.

-- No?

-- No. Devi sapere che anch'io, come te, non vado più dalla baronessa Stefania.

-- Oh?... -- Francesco si ferma di colpo e fissa a lungo interrogando cogli occhi l'Olivieri che lentamente, accennando col capo, risponde di sì. -- Anche tu?...

-- Anch'io.

-- Ma... se non me ne sono mai accorto?

-- È stato un baleno, un lampo, fortunatamente senza tuono, senza fulmine!... Al primo indizio del temporale mi son messo a scappare... e scappo ancora!

-- E donna Stefania?

-- Donna Stefania?... -- L'Olivieri continua a ridere, ma il suo riso diventa forzato. -- Ella non se n'è accorta, o non ha voluto accorgersene! _De minimis..._ eccetera! Ed io non sono nè un uomo alla moda, nè un uomo influente, nè un uomo celebre e nemmeno un bel giovane. E tu... tu, amico mio, se appena puoi, se sei ancora a tempo, ascolta il mio consiglio, scappa scappa a tua volta, scappa come il vento, scappa, scappa a costo di dar la testa nel muro! Meglio rompersi il naso, che rompersi il collo! Queste donne sono la rovina, sono il fallimento, mio caro, per chi ha da lavorare come noi; per chi può e deve riuscire a far qualche cosa di buono, come te! Per chi, sopra tutto, vuol pensare colla propria testa e vuol agire secondo la propria coscienza!

-- Certo!... Sicuro!... Hai ragione!

Il Roero è sbalordito, confuso. Anche l'Olivieri c'è cascato... e anche l'Olivieri ha fatto fiasco!

-- Si, certo, è una civetta insopportabile che bisogna fuggire. -- Ma intanto, per quella stessa confessione così straordinaria la Fáni diventa più viva che mai, più viva e più bella e, dal profondo del cuore, sfugge a Francesco un lungo sospiro di desiderio, di rimpianto.

L'avvocato osserva il Roero:

-- Coraggio! Strapparsi una bella donna dal cuore è doloroso come farsi strappare un dente, ma il giorno dopo che liberazione! Coraggio! Coraggio, poeta! -- Gli batte colla mano amichevolmente sopra una spalla e ormai, sbandita ogni ombra di amarezza, si mette a ridere di cuore: -- Veniamo alla conclusione?

-- Bisogna guardarsi dalle donne?

-- Dalle donne... che amano ad occhi aperti.

L'Olivieri continua a ridere, sperando di far ridere anche l'amico. -- Non hai osservato, tu che scrivi commedie? Tutte queste donne serie e savie per le quali l'amore è un mezzo per governare, per trionfare, per fare della politica, per preparare le elezioni, per avere in mano il Municipio, amano tutte ad occhi aperti! Anche nell'estasi dell'abbandono, esse non chiudono gli occhi, non li socchiudono nemmeno: la loro pupilla è sempre lì, fissa su di te, vigile, diffidente, scrutatrice. Persino il bacio! Ti danno anche il primo bacio cogli occhi spalancati: vogliono vedere fino a che punto ti fanno tremare e impallidire! Oh queste donne sono brave! Si divertono, ma con giudizio, studiando e imparando dall'esperienza e così potendo a buon diritto esclamare anche dopo la resa: tutto è perduto, tranne l'onore!

Francesco sorride appena scrollando il capo.

-- No? Tu dici di no? Guarda... donna Stefania! Ti serva di esempio, appunto, la nostra carissima donna Stefania! Studiando, osservando essa ha imparato che il mondo perdona tutto facilmente a chi sa farlo ridere alle spalle di qualcheduno, ed essa riesce a mantenersi a galla in mezzo alla pubblica stima, facendolo ridere alle spalle de' suoi... diremo, amici! Sai come ti chiama il pubblico, cioè quelle cinquecento persone che costituiscono «il gran pubblico» dei club, dei teatri, dei salotti?

Il Roero fissa inquieto l'Olivieri.

-- Non capisco! Mi chiameranno, spero, col mio nome?

-- No! Ti chiamano Francesco primo.

-- Francesco primo? Perchè Francesco primo?

-- Per la stessa ragione per la quale chiamano il marchese Estensi, Emanuele secondo, e il Faraggiola, Carlo terzo. Siete uno dopo l'altro e tutti insieme, i tre re, regnanti!

-- Per Dio!... Potrei dare una lezione...

-- A chi? A cinquecento persone che diventano mille, che diventano _tutti_, come, quando le cerchi, possono anche diventare... nessuno?

Il Roero si arriccia, si morde i baffi, vorrebbe ribellarsi, attaccar lite, rispondere all'Olivieri, che parla così per dispetto, per rabbia, perchè... ha fatto fiasco... Ma pure in tanta esagerazione c'è, pur troppo, anche qualche cosa di vero!

-- E questa signora Eugenia, -- esclama a un tratto, pieno di stizza, -- dov'è cacciata?... In capo al mondo?

-- A porta Venezia; te l'ho detto. Attraversiamo i giardini; ci siamo subito.

L'Olivieri vede bene di aver fatto andare in collera l'amico senza essere riuscito ancora a persuaderlo, a convincerlo e perciò, affrettando il passo, ripiglia con più calore, con più forza:

-- E oltre le beffe, il danno! Queste donne prudenti, che riflettono, che calcolano, che sanno dominarsi per poter dominare, vogliono tutto, ti prendono tutto, come sei, intelligenza coscienza e cuore, e ti cambiano, ti mutano, ti trasformano a loro talento! Ma non hai notato come gli amanti, gli amici di queste signore in voga, finiscono per rassomigliarsi tutti, il marito compreso? Il loro seno è un gran crogiuolo nel quale entrano per fondersi insieme e prendere la stessa anima e quasi anche la stessa faccia, l'uomo di talento e l'imbecille! Sei ancora a tempo? -- L'Olivieri obbliga il Roero a voltarsi, ad alzare il capo, a guardarlo. -- Sei ancora a tempo? In tal caso via, via di corsa; salvati perchè il pericolo è imminente!... Hai già il taglio dei capelli e del paltò; hai già le cravatte come Emanuele secondo e Carlo terzo! E bada, Francesco mio, se non ti salvi, il ridicolo non peserà soltanto su di te, ma anche, e più, sulla tua arte. La sera in cui si darà l'_Arianna_, il pubblico non verrà a teatro per sentire la tua commedia, ma la commedia di Francesco primo. Ne' tuoi personaggi, nelle tue scene, cercherà soltanto di scoprire i tuoi casi e i tuoi rivali e tu non sarai preso sul serio, avessi anche scritto un capolavoro! E questo ancora... poco male! L'opera non è meno bella anche se l'autore è sfortunato, ma finirai col non prenderti sul serio tu stesso e resterai tutta la vita il commediografo elegante per uso delle signore! Non ho ragione?... Ho ragione sì o no?

L'altro non risponde; le mani ficcate nelle tasche del paltò, continua a rodersi i baffi e le labbra nervosamente.

L'Olivieri gli mette una mano sulla spalla, per tirarselo più vicino, quasi volesse abbracciarlo:

-- Tu vuoi, tu devi, tu diventerai _qualcheduno_, ma ad un patto, uscire dal «gran mondo» di donna Stefania, che non è poi altro che la solita baracca dei soliti burattini dove si recita sempre la stessa decrepita commedia, per entrare nella folla, per studiare il cuore, l'anima, la vita della folla nelle sue angosce e nelle sue speranze. Questa è l'arte che io voglio da te, che io aspetto da te; ma per far questo bisogna essere semplicemente quello che sei, Francesco Roero, il figlio di tuo padre, del campagnuolo umile, gran lavoratore, al quale devi la tua bella, ingenua onestà, così piena di scrupoli... borghesi, come deve, invece, la baronessa Stefania, la sua smania d'intrighi e di prepotenze, alle sue matrone del Regno Italico e a' suoi ciambellani di Casa d'Austria. Le rivoluzioni son rimaste alla superfice, e poi non sono state fatte per distruggere gli stemmi, ma per darne a chi ne desidera. I pregiudizi sono sempre gli stessi; le due razze, rivali, sono sempre di fronte: quella della baronessa col sentimento dell'impero, la tua, con quello della sudditanza! Ti arriderà assai facilmente la vittoria, ma la conquista sarà dall'altra parte. Donna Stefania, resterà sempre lei, sempre come sua nonna, ma tu, invece, dovrai cessare d'essere il figlio di tuo padre, per diventare un mezzo gentiluomo. Sudditanza e sommissione! Hai visto le ire sorde a proposito del duello del povero Nespola?... Le prime avvisaglie contro Lulù? Abbasso l'indipendenza, caro mio! Il cuore alla moglie e il voto al marito!

Erano giunti alla casa della signora Eugenia: l'avvocato si ferma indicando la porta all'amico.

-- Sta qui. Ed ora che ho parlato tanto, dimmi la verità, il parlare, colla speranza di poter convincere, è anche questo un vecchio pregiudizio rimasto agli avvocati?

Il Roero è buono, è giovine. A tanto calore, a tanta effusione è rimasto scosso, commosso:

-- Hai ragione. Fuggire come il vento!

-- Pensando sempre, per non perdere la paura, che se donna Stefania ti raggiunge e _vuole_, essa, con tutte le mie chiacchiere, non avrà perduto niente e sarò io, invece, che avrò perduto un amico!

L'avvocato continua a ridere, ma poi ripensa all'idea buttata lì, quasi per ischerzo, e a poco a poco finisce col sospirare a sua volta mormorando:

-- Chi sa?... Quando io pure ho avuto quel baleno, quel lampo?... Chi sa?... Chi mai potrà sapere se sono stato proprio io a fuggire, o se, invece, non è stata lei stessa, donna Stefania, ad aprir le mani per lasciarmi andare?

II.

La signora Eugenia.

La signora Eugenia, alta e ben composta della persona, è sempre di un'eleganza assai caratteristica e signorile nella modesta semplicità del suo abito tutto nero, col solino ritto, di una candidezza inappuntabile, stretto alla gola. Ormai ha già varcata la cinquantina, eppure, dicono i suoi amici, la signora Eugenia non è mai stata tanto bella! Ha incominciato prestissimo a incanutire e ciò, invece di nuocere, le ha giovato: a trent'anni pareva si fosse incipriata per sembrar più giovine; adesso i suoi magnifici capelli bianchi, raccolti sul capo in una massa ondulata dai riflessi della seta e dell'avorio, fanno maggiormente risaltare la freschezza del suo piccolo viso, liscio e roseo, dalle linee delicate come un cammeo, e gli occhi nerissimi in cui la bontà sorride con un lampo d'arguzia.

-- Oh, sono vecchia, sapete, molto vecchia! -- Ripete sovente la signora Eugenia alle signorine che le fanno dei complimenti e ai giovinotti che, magari, le fanno anche un po' di corte. -- Sono vecchia, molto vecchia!... -- Ma, così dicendo, accarezza, sollevandoli, i bei capelli bianchissimi che le ricascano sulla fronte e giù dalla nuca, quasi sulle spalle e mostra, compiacendosene, le sue mani lunghe e morbide, senza anelli, ma colle unghie a mandorla, che brillano lucentissime. I suoi capelli, le sue mani e il piedino, ecco tutte le vanità della signora Eugenia. Un paio di stivaletti del Beltrami che le dura un anno, la biancheria sempre di bucato, e un pezzo di sapone finissimo, ecco tutto il suo lusso! Ma oltre alle sue vanità, oltre al bisogno dei suoi piccoli lussi, la signora Eugenia sente pure un nobile orgoglio, una giusta fierezza: quella di dover tutto soltanto a sè stessa.

Oh, se la sua vita è trascorsa serena e illibata, non è stata facile, tutt'altro! Nata ricca, da una famiglia di buoni patriotti impoveritasi nelle vicende politiche, e rimasta ancora giovanissima, orfana e sola, la signorina Eugenia ha dovuto cominciare ben presto a guadagnarsi il suo pane, non sempre freschissimo, e il suo pezzetto di sapone inglese, gli stivaletti del Beltrami e il _canfino_ della misera lucernetta che finiva col bruciarle anche gli occhi!

Molte buonissime case di Milano erano state in intima relazione colla sua; con talune c'era anche un po' di lontana parentela, ma la signora Eugenia, conservandosi tuttavia nei rapporti della migliore amicizia, non ha mai voluto ricevere la carità di nessuno, per quanto larvata dalla gentilezza e dalla simpatia, e non ha mai cercato aiuti nè protezioni.

Diceva sempre ridendo:

-- Italia libera e indipendente! I miei hanno tutto sofferto per la libertà, ed io, per ciò, ho l'obbligo di conservare e di difendere la mia!

Si comincia col darle della matta, della presuntuosa, della donna emancipata e col circondarla di ridicolo e di diffidenza, ma poi, a poco a poco, quando ognuno deve convincersi che in quella bella, in quella coraggiosa fanciulla non c'è superbia nè alterigia, ma fierezza d'animo e dignità di vita, che il suo non è capriccio, non è leggerezza, ma invece un vero, un continuo sacrificio, un eroismo, quasi, per la signorina abituata prima alla ricchezza, agli agi, si finisce col renderle giustizia, si finisce ad ammirarla e ad averla più cara.

Benvoluta e ricercata, ella riceve continui inviti: inviti a pranzo, a festicciuole, inviti al teatro, ma di proposito ella non accetta altro che alla domenica e le sue amiche vanno a gara, disputandosela una settimana coll'altra.

Nè la giovinetta porta in giro il fardello delle sue pene, nè porta il broncio per la propria virtù, per la vita che s'è imposta; tutt'altro! La sua cameretta sola vede qualche lacrima -- per la mamma, per la sua povera mamma specialmente, -- ma fuori ella è sempre piena di gaiezza, di brio, di chiacchiere, di risatine squillanti. È l'allodoletta che vola libera, cantando in faccia al sole.

E la signora Eugenia ha sempre una risposta pronta per chi l'ammira coll'idea di volerla compiangere:

-- No! no! Quando si è giovani e si è sani non è una disgrazia l'esser poveri! Anzi.... è un'occupazione e una distrazione.

E non domanda mai niente, nemmeno a Domeniddio; soltanto, di conservarle la salute che le ha già dato.... E la signora Eugenia, benedetta nella sua forza, nel suo coraggio, nella sua costanza ha lavorato tutta la vita, senza mai buttarsi malata, nemmeno un giorno!

Sapendosi sempre contentare di poco, dopo le difficoltà dei primi anni più difficili ha finito poi col trovarsi davvero soddisfatta e felice del proprio stato. Apprezza tutte le più piccole cose, perchè le guadagna da sè.... e perciò le costano molto.

Oh, la felicità di un paio di guanti nuovi, e di una piccola boccettina di acqua di Colonia! Oh, il primo vaso di garofani, -- veramente magnifico! -- che potè comperarsi dinanzi alla chiesa di San Giuseppe!... Quanto le fu caro! Per esso ebbe tutte le cure che avrebbe avute per un giardino!

In principio non fece che cucire in bianco, ricamare, tutta la sera e parte della notte, per guadagnarsi da vivere; e il giorno studiava per poter fare la maestra. Era questa la sua idea, il suo sogno, ciò che sentiva di poter far meglio: la maestra ai bambini e alle bambine. E fu contentissima quando, per la prima volta, potè entrare in una piccola scuola privata; ma il giorno in cui vinse il concorso per un posto di maestra comunale le sembrò addirittura di essere nominata regina!

Adesso, dopo più di trent'anni di lavoro, dopo aver percorsa tutta la sua scala, gradino per gradino, dopo esser diventata vice-direttrice e direttrice delle scuole di San Celso, s'è ritirata non tanto per riposare quanto per lasciar posto agli altri, con una piccola pensioncella. E adesso, colle sue tre stanzette, colla sua donna di servizio, per un paio d'ore tutte le mattine, colla sua buona zuppa di vero brodo, la sua aletta di pollo, le sue quattro castagne d'inverno, le sue quattro ciliege l'estate, la sua tazza di squisito caffè e il balconcino pieno di garofani e di girani, la signora Eugenia dichiara di essere diventata una milionaria. In fatti, non solo non ha un debito -- non ne ha avuti mai! -- ma accumula tesori tali, che le permettono l'acquisto di un libro o di un corpetto di lana per qualche povero scolaretto e di farsi onore, colle sue brave mance, a Natale e al Ferragosto.

I fiori, per la tomba della povera mamma li ha sempre comperati, anche quando pativa la fame.

Eppure, dopo diventata milionaria, la signora Eugenia si sente forse meno felice. Le è rimasto un gran vuoto nella vita e nel cuore: non ha più d'intorno la sua folla di bambini! E ciò essa ha confidato appunto all'avvocato Olivieri, una sera, trovandosi insieme in una casa d'amici.

Oh, quel gran stanzone della scuola così pieno di visetti vispi e ridenti, che gran rimpianto per il suo cuore! E che angosce, che struggimenti, per tante miserie che la circondavano!

Certe mattine, d'inverno, il levarsi presto presto, ancora col buio, nella fredda cameruccia, il dover «far toletta» coll'acqua ghiacciata della brocca era un vero supplizio; era un supplizio la lunga strada fangosa, deserta col vento che soffiava frizzante, che gelava il naso e tagliava le labbra, ma poi arrivata là in mezzo alla scuola, quanta vita subito e quanto frastuono, quanta letizia, quanta luce di primavera e di sole, anche se fuori dai finestroni si addensava la nebbia o cadeva fitta la neve!

Ed era poi convinta e orgogliosa della grande importanza, della gravità della sua missione.

La signora Eugenia pensava e diceva:

-- Sono le mamme è vero, che fanno i bambini... ma gli uomini li facciamo noi, colle nostre prime cure, coi nostri insegnamenti; siamo noi, povere maestrine, che formiamo la loro coscienza e il loro cuore. I bambini nascono tutti buoni, ed è colpa nostra se diventano uomini cattivi, perchè non abbiamo insegnato loro, non abbiamo dato loro la forza per diventar felici.

Oh, fra quei piccoli uomini mandati alla scuola, quanti che ingiustamente soffrivano!... E a questi la signora Eugenia si sforzava di insegnare non soltanto la calma e la bontà, ma altresì l'energia per farsi un po' di posto in quel mondo che il buon Dio aveva creato per tutti.