Part 2
-- A me invece è antipaticissimo con quel viso giallo-verde, sbarbato, che non sa decidersi fra il viso del prete e quello del servitore!... E poi io sarò più meno a spasso, ma lui è un giornalista più bestia di me!
-- E per questo vuoi batterti con lui?
-- Per questo non posso soffrire la sua aria d'importanza, la sua affettazione di volersi mettere in frac tutte le sere!... Vero Tony di sagrestia.
-- Ma io, ti ripeto, sono in ottimi rapporti col Bonaldi e non posso andarlo a sfidare a nome tuo, per simili... sciocchezze.
L'altro guarda il Roero e sorride.
-- Ma è lui che sfida me!... L'ho mandato a rotolare sotto i tavolini del _Caffè Manzoni_: aveva dato del cinico, del traditore a Barbabianca, perchè, pur di rimanere al potere, non esitava a spalancare alla piazza le porte del parlamento. Io gli ho dato dell'imbroglione, della canaglia, e credo anche quattro pugni.
-- Ma... il Bonaldi avrà reagito, avrà risposto?
-- Quando lo pescarono sotto i tavolini e l'ebbero rimesso in piedi, mi rispose tranquillamente, accendendo la sigaretta e senza guardarmi in faccia, -- non guarda mai in faccia quel falso baciapile!, -- che se, per caso, avessi potuto trovare due persone appena rispettabili, disposte a rappresentarmi, alle sette e mezzo al _Caffè dell'Accademia_, due suoi amici le avrebbero aspettate: in caso diverso, una querela. Io subito ho pensato al deputato Traversa. -- Scoppiando in una risata: -- Più rispettabile di un onorevole!... Sono persino sinonimi! Ma poco fa, ho saputo che il Traversa è a Roma. Allora ho pensato a te: mi dispiace di doverti far alzare domattina alle sei, ma come si fa? -- Nespola ride di nuovo e più forte. -- Il Bonaldi vuole una persona rispettabile? E io gli mando, nientemeno, che l'amante della moglie d'uno dei suoi padroni.
Francesco si ferma di colpo, lo fissa:
-- Come parli!
-- Volevo dire l'amico, il galante, il cicisbeo l'adoratore: per Dio, quanti nomi per lo stesso giuoco! Ma sì, che cosa credi? Che non si sappia? Lo dicono tutti!
-- Abbassa la voce! Dicono che cosa?
-- Dicono che Dalila è il _pot-au-feu_, ma che la moglie dell'Assessore Arcolei è la musa del commediografo, la donna romantica, il... piatto dolce! È bella, almeno? È clericale?.... Amica dell'Arcivescovo?... Farete prima il segno della croce?
-- Basta! Finiamola!
Francesco, più che irritato, offeso, si sente ferito da tali parole.
-- Sono chiacchiere, falsità, ancora più stupide che maligne. E per quanto mi chiedi, sono dolentissimo, ma devo dirti di no, assolutamente no. Prima di tutto, non ho tempo. Stasera non posso, e domani vado a Venezia. Ho poi anche molti obblighi di buona cortesia verso il signor Bonaldi. La _Difesa Lombarda_, in ogni occasione, si è sempre occupata di me e delle cose mie, con molto interesse e con molta benevolenza. In fine... -- L'ira di Francesco è sul punto di scoppiare, ma il suo tatto diplomatico riesce ancora a frenarlo: -- Infine... io voglio essere rispettato e perciò rispetto gli altri e non posso e non voglio servire da comparsa, da burattino, da marionetta ne' tuoi colpi di scena per quanto falsi e grotteschi. Addio! Buona sera!
Sono giunti in piazza del Duomo: Francesco vede passare un _brum_ e fa una corsa per fermarlo.
-- Brum! Brum!...
L'altro afferra Francesco per il polso: non ride più, la sua faccia è pallida, costernata:
-- Si tratta del mio onore!... Roero! Roero!.. Hai ragione!... Sono leggero, troppo impetuoso, matto, ho avuto torto; ma adesso si tratta del mio onore. È troppo tardi, ormai! Alle sette e mezzo bisogna essere al _Caffè dell'Accademia_. E adesso, a quest'ora, chi potrei trovare? Sono tornato dall'America da quindici giorni! Ancora non conosco nessuno su cui poter contare, e ho già tanti nemici! E poi un altro come te, stimato come te, dove lo trovo? E si tratta del mio onore! Si tratta del mio onore!
Francesco è già con un piede sul montatoio del _brum_, ma gli manca il coraggio di salire e di andarsene:
-- T'ho detto che non posso, che ho un impegno per stasera.
-- Non hai altro che da passare dall'_Accademia_, e ti sbrighi in un attimo. Io accetto tutte le condizioni del mio avversario: anche quella, se vuole, di battermi in frac.
L'amico Nespola è sicuro ormai che il Roero non gli scappa più e torna a ridere spensieratamente.
In fatti Francesco fa cenno al brumista di aspettare un momento e torna vicino al suo terribile seccatore: lo manda al diavolo assai cordialmente, ma pensa anche, in cuor suo, che non può abbandonarlo.
Certi amici sono come le malattie: capitano quando vogliono, e si può soltanto sperare che passino presto!
Il Roero conosce Nespola già da vari anni. Lo ha incontrato la prima volta sul palcoscenico del teatro _Manzoni_. Adesso il Roero, nel bel mondo delle _prime_ milanesi, è il giovane commediografo alla moda, dalla raffinata casistica bourgettiana: allora lo si credeva ricco soltanto di quattrini e di gusto. Non amava ancora il teatro, ma soltanto le attrici ed appunto ad una di queste, una sera, senza pensarci, avea promesso un proverbio per la beneficiata; senza quasi pensarci lo aveva scritto, lo aveva letto ai comici, agli amici, al club e in casa D'Orea; lo aveva dato a copiare e messo in prova, e soltanto alla vigilia di andare in iscena gli si erano aperti gli occhi e aveva cominciato a pensare con spavento, al pericolo e al ridicolo di fare un gran fiasco.
-- Ritirare la commedia?... Con tutto il teatro già venduto?... Che chiasso! Gli amici, gl'invidiosi, i rivali, gl'imbecilli, che già pregustano il piacere di fischiarlo e la voluttà della piccola distruzione!... Come si sarebbero vendicati!
Nespola, il già terribile seccatore, si trova appunto sul palcoscenico alla penultima prova, e scopre nella nuova commediolina ciò che agli altri era passato inosservato: il talento dell'autore e una fresca e spontanea originalità.
-- La vostra commedia, signor Roero, ha un difetto solo; è troppo lunga e troppo corta. Fatevi dare il manoscritto, andiamo a far colazione e poi lavoriamo insieme un paio d'orette. Per domani sera, scommetto e giuro, avrete un grande successo!
Nespola, in quel tempo, era pure un autore drammatico; soltanto faceva i suoi drammi colla forbice e colla gomma, tagliandoli dalle appendici del _Secolo_. Il Roero lo guarda mortificato, ma poi accetta, per disperazione. Invece di un paio d'orette, stanno insieme a fare, a disfare, a rifare e a mangiare e bere allegramente tutto il giorno, tutta la notte... ma la sera dopo il Roero ha un trionfo; il pubblico e la critica lo portano alle stelle!
Potrebbe il Roero dimenticare tutto ciò? Potrebbe il Roero rifiutarsi al povero Nespola che ricorre a lui, in nome del suo onore? No, certo; tanto più che lo scrittore _bohémien_, sempre in collera col pranzo e sempre in caccia di quattrini con chi non gli deve nulla, a lui, a Francesco Roero che invece gli deve pur qualche cosa, anzi appunto per questo, non ha mai domandato nemmeno cinque lire in prestito.
No, non lo può abbandonare! Assolutamente, no.
Una seccatura, per altro!... Una grande seccatura!... Fare da padrino a un repubblicano, lui, Francesco Roero?
Che cosa avrebbero detto al club?
Fare da padrino all'avversalo del Bonaldi?... L'anima... politica, di don Giulio Arcolei?
Il Roero dà un'alzata di spalle:
-- M'importa assai di don Giulio!...
E Stefania?.... La collera, i musetti lunghi di Stefania? Stefania clericale e così aristocratica?... Stefania che in odio alla democrazia aborre i giornalisti in generale e, all'infuori della moda e della musica, tutto ciò che è moderno?...
Il giovine innamorato, invece d'intimorirsi, ha un impeto di sdegno e di fierezza:
-- Stefania deve comprendere la mia condizione; i miei obblighi. Io non sono un insignificante damerino! Un qualunque imbecille sportista! Non deve confondermi colla folla che le riempie il salotto! Io sono uno scrittore, un commediografo, un uomo d'ingegno. Il mio mondo è più vasto del suo, io non appartengo soltanto a lei, ma anche al pubblico!
E se per vendetta non tornasse più?... Ma ricorda l'ultimo saluto, gli occhi lucenti della Fáni e sorride:
-- Verrà!... Tornerà!...
Intanto Francesco e il suo seccatore camminano sempre su e giù poco lungi dal _brum_ e dal brumista, che continua a tenerli d'occhio: Nespola ripete, con tutti gli incidenti più comici la scena successa al _Caffè Manzoni_ e conclude ancora dichiarando che avrebbe accettato tutte le condizioni imposte dall'avversario.
-- Sta bene, ma per l'altro testimonio?
-- Un tuo amico, un tuo collega, un ufficiale, così si fa più presto!...
-- Ho già trovato! Nicoletto Loreda..... Un giovine guerriero di complemento. Un eroe sempre pronto e felicissimo quando si tratta di far battere gli altri.
-- Allora, in compenso, ci pagherà da pranzo.
-- No, oggi, t'invito io.
-- Invece andremo alle _Tre Spade_, dove ho credito illimitato e dove ti farò sentire un barolo degno della circostanza.
-- Come vuoi!
Francesco chiama il brumista, fa salire l'amico in carrozza, e poi monta egli pure, gridando l'indirizzo al cocchiere:
-- Borgonuovo, 115!
Una sferzata alla rozza e il _brum_ parte di corsa, traballando.
Francesco, dopo un momento; appena la vettura ha varcato l'acciottolato e cessa il rumore assordante dei vetri e delle ruote:
-- Dimmi un po'; per presentarti al Loreda, come ti chiami? Tutti ti chiamano Nespola!... Io ti ho sempre chiamato Nespola....
Il giornalista risponde con una risata:
-- Sicuro!... Se qualche volta non ci fosse l'usciere, avrei dimenticato anch'io di chiamarmi Savoldi. Pippo Savoldi.
-- Nespola è sempre stato il tuo pseudonimo?
-- No. Prima è stato il nome di una mia cagnetta. Una piccola terrier, intelligentissima, affezionatissima! E sì che non la mantenevo sempre a bistecche, povera Nespolina!... Quand'è morta, per memoria e per gratitudine, ho preso il suo nome.
Un lungo silenzio: il viso del giornalista s'è fatto serio mentre osserva l'amico suo, che soffia lentamente dallo sportello il fumo della sigaretta, Nespola ha qualche cosa in quel momento che gli vorrebbe confidare... Il suo viso diventa più serio, con una espressione quasi di angoscia. Ad un tratto lo chiama battendogli sopra una spalla:
-- Sai?... Adesso... ho un'altra...
-- Un'altra cagnetta?
-- Sì.
-- E si chiama Nespola come la prima?
-- No; questa... si chiama _Lulù_! Vuoi vederla? Te la faccio vedere!... È un momento! È qui vicino!
Il Savoldi fa per aprire lo sportello: Francesco lo ferma.
-- Non faremo poi troppo tardi?
-- Hai ragione!... Anzi, meglio così!
Il viso del giornalista muta di colpo ed egli scoppia in una delle sue rumorose sghignazzate.
-- Meglio così; potrei commuovermi e diventar vile! Invece, resta inteso: se morrò infilzato come un rospo, _Lulù_ è tua. Ti rimane _Lulù_ in eredità!
Francesco ride a sua volta:
-- Va bene!
-- Qua la mano.....
-- Accettato!
I due si stringono la mano, sempre ridendo, mentre la carrozza si ferma dinanzi al numero 115 di via Borgonuovo.
Nicoletto Loreda è in casa. Appena sente dal Roero di che si tratta, rimanda il pranzo con entusiasmo.
-- Eccomi a sua disposizione, caro signor Savoldi; e con tutto il piacere! S'accomodi!... Accomodatevi!... Senza complimenti! Alla militare! Vado a mettermi il paltò e torno subito.
In fatti il Loreda va e torna in un lampo: paltò nero, guanti neri, cappello a cilindro, aspetto più che mai risoluto e marziale.
-- Dunque, abbiamo da fare col Bonaldi, della _Difesa_? Oh! Oh! L'ho visto più volte in sala di scherma. _Sacré Tonner!_ Tira benissimo di sciabola e di fioretto!
Nespola strizza l'occhio a Francesco ridendo alle spalle del giovine guerriero:
-- Tanto meglio!... Sul terreno chi più ne sa, le piglia.
III.
Lulù!... Lu...lù...
Il duello è fissato per le otto alle Cascinette, fuori di Porta Nuova, in un cortiletto del tiro al piccione, tutto chiuso da una siepe folta ed alta; ma già allo scoccar delle sette, com'eran d'accordo, Nicoletto Loreda si presenta in casa del Roero per farlo svegliare.
Al servitore che gli apre;
-- Il vostro padrone? -- E aggiunge difilato, senza aspettar risposta: -- Bisogna svegliarlo subito!... Sul momento!
-- È già alzato da un pezzo! È già vestito!
Il servitore va innanzi aprendo gli usci:
-- S'accomodi, signore: il padrone l'aspetta in camera.
-- Alzato e vestito?... Tanto meglio!
Loreda segue impettito il servitore facendo sgrigliolare le scarpe nuove sul pavimento e cantarellando sottovoce:
Suoni la tromba intrepido... Io pugnerò da forte!...
-- Buon dì, caro Francesco! Già pronto per la battaglia?... Bravo!
Francesco sta riempiendosi l'astuccio di sigarette: risponde appena, colla voce un po' rauca, senza alzare il capo:
-- Buon giorno.
-- Ti annunzio un roseo mattino. Avremo una giornata fredda, ma stupenda...
Suoni la tromba intrepido...
Fa piacere, di tanto in tanto, una buona alzata mattutina! Io ho già fatto una prima colazione: due uova col caffè. E tu?
Francesco cerca la scatoletta dei cerini, arrabbiandosi perchè non la trova subito, e non risponde.
Nicoletto l'osserva sott'occhi, lo studia:
-- Non sei di buon umore?
Il Roero continua a non rispondere e allora Nicoletto va a guardare alla finestra battendo colle dita sui vetri:
Suoni la tromba intrepido...
Il Roero prima lo guarda torvo, poi lo interrompe con impeto:
-- Sai...
L'altro si volta scattando come molla.
-- Abbiamo agito, credo, troppo leggermente.
-- Noi?... Abbiamo agito leggermente?... Noi?... Quando?
-- Ieri sera; coi padrini del Bonaldi.
-- Leggermente? Nobilmente vuoi dire, coraggiosamente!..... Abbiamo accettato, senza ribatter parola, tutte le condizioni del nostro avversario! Più gentiluomini di così, vivaddio, non si poteva essere!
-- Abbiamo accettato condizioni troppo gravi.
-- Avevamo dal nostro Savoldi un mandato imperativo.
-- Appunto!.... Un mandato imperativo non dovevamo accettarlo, assolutamente. La volontà del «primo» dev'essere subordinata ai doveri indeclinabili dei padrini.
E in istrada mentre si avviano a prendere il Savoldi, che li aspetta in piazza del Duomo, al _Caffè Carini_, Francesco Roero a capo chino, sempre imbronciato borbotta ancora con un impeto sordo d'amarezza e d'ira:
-- Sì; leggermente!..... Abbiamo agito troppo leggermente: con troppa fretta.....
Ma queste parole, il Roero, più che per il suo compagno, le ripete nella propria coscienza, come un rimprovero per sè stesso.
È il suo tormento, è il suo rimorso. È perciò che non ha mai potuto chiuder occhio in tutta notte!
Quand'egli s'è trovato la sera innanzi al _Caffè dell'Accademia_, in presenza dei due rappresentanti del Bonaldi, il marchese Emanuele Estensi e il conte Carlo Faraggiola, s'è sentito preso, lì per lì, da un senso improvviso di mortificazione e di timidità.
Il commendator Bonaldi e il quasi ignoto..... Nespola! Era l'aristocrazia e la democrazia che si trovavano di fronte; e a Francesco Roero, che fin allora non ci aveva pensato, seccava assai di trovarsi all'_Accademia_ a sostenere la democrazia.
Il marchese Emanuele Estensi e il conte Carlo Faraggiola, non erano soltanto i rappresentanti del ricco e reputato giornalista moderato conservatore, con una punta di clericalismo; non erano soltanto i rappresentanti del partito politico di don Giulio Arcolei ma rappresentavano i due rivali suoi più temibili presso il cuore della Fáni; rappresentavano le idee, i pregiudizi, i gusti, i sentimenti, le raffinatezze, l'eleganza, l'ambiente, la corte della bella baronessa.
Egli sentiva che avrebbe potuto far perder la testa, far commettere qualunque scappatella alla Fáni, ma sentiva pure che presso il soglio della baronessa, egli non avrebbe mai avuta l'autorità di que' due, però li detestava e li ammirava, li metteva in ridicolo e li invidiava. Francesco Roero era ricco, era entrato ormai nel _sancta sanctorum_ della più ristretta società milanese, ma perchè suo padre, un fittabile di Lodignola, si era logorato la vita accumulando per lui. E in faccia al conte Carlo Faraggiola e al marchese Emanuele Estensi, avendo da rappresentare la repubblichetta spiantata del povero Nespola, Francesco Roero si era sentito più che mai..... il figlio di suo padre e nient'altro!
Allora, per mantenersi in credito e in sussiego, più assai preoccupato dei giudizi e dei pregiudizi della Fáni che non della pelle del povero Nespola, per l'ansia di mostrarsi lui, in tutta la sua condotta, ancor più gentiluomo di quei due campioni autentici della vecchia razza, a furia d'inchini, di sorrisi garbati e di compiacente cavalleria aveva finito per accettare tutte le condizioni e le pretese poste innanzi dagli abili avversari, con grande vantaggio del loro primo.
Il Savoldi che aspetta fuori dal _Caffè Carini_, appena scorge il Roero e il Loreda alza le braccia e le mani festosamente in segno di saluto, li raggiunge affrettando il passo e subito, per scherzare e per far ridere il Roero, domanda rivolgendosi comicamente serio a Nicoletto:
-- Come mai?... Non vi siete messo in uniforme?
E lo scapigliato e rumoroso giornalista, continua per tutta la strada e anche sul terreno, durante tutti i preparativi per lo scontro, a scherzare, a ridere, a dir spiritosaggini e buffonate alle spalle di Nicoletto Loreda che fa «l'omeno d'arme» con una disinvoltura e un'animazione straordinaria e alle spalle persino del suo stesso avversario, il Bonaldi, ch'egli chiama sottovoce don Torquemada, per la testa calva ossuta ergentesi sull'alta e rigida persona, per la faccia pallida marmorea, dall'occhio nero obliquo, dal naso adunco, dall'espressione impassibile e impenetrabile.
Nespola s'è accorto che il Roero «ha la luna»; pensa di averlo seccato col farlo alzar troppo presto e tutti i suoi sforzi sono appunto per metterlo di buon umore, ma non ci riesce.
E nemmeno il Roero, per quanto si sforzi, riesce a vincersi: la stessa limpida serenità di quella fredda mattina di gennaio, gli penetra nel sangue, nelle ossa con un brividore sinistro che gli agghiaccia l'anima e che lo prostra.
Quanto la sera innanzi è stato garbato, deferente, remissivo, altrettanto adesso è ostinato, cavilloso, risoluto, perfino aspro nel difendere, nel tutelare i diritti del suo primo.
A momenti sembra quasi ch'egli stesso cerchi una questione coll'Estensi e col Faraggiola. Strapazza Nicoletto Loreda che sembra a nozze e quando vede in un angolo del cortile il giovine chirurgo dalla barba ispida e dalla folta capigliatura arruffata preparare i ferri, le filacce, le bende, è preso da un tremito convulso.
..... Eppure s'era battuto lui stesso più d'una volta, coraggiosamente. Ma allora si trattava della sua pelle! Era padrone lui, lui solo, della sua propria pelle!
È con terrore che vede avvicinarsi il momento in cui i duellanti saranno di fronte: e il momento si avvicina.
A mano a mano, nel dare le ultime disposizioni, la sua voce si fa bassa, roca, il suo occhio incerto e smarrito.
E il freddo, il freddo di quella mattina scialba, sinistra, maledetta che gli fa battere i denti, e piegar le ginocchia.....
E il momento, il terribile momento si avvicina rapido, preciso, incalzante!... È un lampo!... Come sarebbe felice il Roero se potesse battersi lui..... se dovesse anche pigliarle lui invece di quell'altro!
-- Sarà colpa mia, se accadrà una disgrazia!...
La sera innanzi, al _Caffè dell'Accademia_, durante le trattative, nel fissare le condizioni di quello scontro era ubriaco, era pazzo, cos'era successo?...
Non aveva preveduto nulla, pensato a nulla!...
-- No! No! Non dovevo aderire, dovevo oppormi alle generose ingiunzioni del mio primo!... Non dovevo accettare così, ad occhi chiusi, in fretta, leggermente tutte le condizioni dell'avversario! Leggero! Leggero! Sono stato leggero, persino sleale! Sono colpevole! Sono un vigliacco!
Si estrae a sorte la scelta del terreno: il favorito è il Bonaldi.
A questo primo scacco della fortuna il cuore del Roero ha un'altra stretta più forte.
La sorte è pure in favore degli avversari assegnando al conte Faraggiola la direzione del combattimento.....
-- Se fossa toccato a me -- pensa il Roero -- mi sarebbe mancata la forza!.....
I due avversari, ai lati opposti del cortile, si levano in fretta la giacca, il panciotto, la camicia; a petto nudo, sono posti l'uno in faccia all'altro. Che cosa fanno?... Che cosa fa?... Il Roero non lo sa nemmeno: agisce meccanicamente, automaticamente.
Nicoletto Loreda gli dà una sciabola:
-- Com'è pesante!...
Il Faraggiola, alto, biondo, compassato come un diplomatico inglese, è in mezzo agli avversari e prende con ambe le mani, per misurare la distanza, le punte delle due lame.
-- Signori, in guardia!
Tutto il piccolo cortiletto, avvolto in una luce che il freddo rende cristallina, gira lentamente dinanzi agli occhi del Roero, colle figure nere simmetricamente disposte dei testimoni e del medico, il petto ignudo dei duellanti, le loro sciabole diritte che luccicano.....
Il Faraggiola lascia libere le punte delle due lame e si scosta di alcuni passi, retrocedendo:
-- A loro!
Il Roero trasalisce, spalanca gli occhi esterrefatti. Un momento di sosta, di ansia.....
Un uccellino, di volo, si ferma dondolando sopra una lunga frasca della siepe: osserva un istante, poi fugge via battendo l'ali, squittendo impaurito.
È il Savoldi che si slancia contro l'avversario attaccando per il primo....
-- Alt!
I padrini credono che il Bonaldi sia rimasto ferito al braccio. Il medico osserva: la lama ha appena sfiorato.
Un'altra sosta, poi un nuovo assalto, ancora del Savoldi, fulmineo; ma nell'impeto si getta contro la sciabola dell'avversario: la punta gli attraversa la gola.
-- Alt!
-- Alt!
Il Bonaldi abbassando la sciabola, si ferma irrigidito, mentre il Roero si precipita raccogliendo fra le braccia il Savoldi che barcolla, che stramazza addosso a lui coprendolo di sangue.
-- Per dio! Per dio! Dottore! Dottore!
Accorre il medico..... Accorrono tutti attorno al ferito. Nespola fissa in volto al Roero due pupille dilatate, disperate, gridandogli un nome:
-- Lulù!... Lu... lù...
Straluna gli occhi: un altro fiotto di sangue che gli sgorga dalla gola, dalla bocca, gli spegne la parola e la vita.
Un grido, un nuovo orribile grido di Roero:
-- È morto!
IV.
?.....
Francesco Roero dopo il duello si chiude in casa, senza ricevere, senza farsi più veder da nessuno. Ha sempre fissi dinanzi a sè, gli occhi stravolti del morente, la macchia rossa che si allarga, sente sempre l'odor del sangue. D'ora in ora, la solitudine, l'abbattimento, la stanchezza, lo rendono sempre più nervoso e più inquieto. È un'inquietudine, è un terrore quasi fantastico del reale, del presente..... e dell'al di là! È il terrore di quel sangue, di quegli occhi, dell'anima stessa, del fantasma di quel morto; e lo turba, lo agita pure il pensiero di un processo, di una condanna... Forse la prigione!
-- È stato ammazzato un uomo! Abbiamo ammazzato un uomo!
E Stefania? Com'è lontana oramai! E ieri, soltanto ieri era lì, proprio lì, seduta dinnanzi alla scrivania!
L'idea della notte, di passar tutta la notte così solo, colla visione di quel duello, di quel sangue, di quegli occhi, lo spaventa.
Suona, chiama Giovanni, il servitore:
-- Va subito in cerca dell'avvocato Olivieri; adesso lo troverai facilmente alla _Patriottica_; e del dottor Sellero. Non mi sento bene. Fa presto!
Il dottor Sellero è pure il dottore di casa Arcolei: gli chiederà un calmante per la notte e indirettamente anche le notizie di Stefania.
-- Non una parola, nulla, in tutto il giorno!
L'Olivieri è un giovine avvocato, molto amico del Roero.
-- Mi farà un po' compagnia e intanto mi consiglierò; sentirò che cosa devo fare. È stato ammazzato un uomo!... Abbiamo ammazzato un uomo!
Ma il dottore si è recato a Vigevano per un consulto, e l'Olivieri è impegnato in una seduta. Quando l'avvocato arriva più tardi, trova il Roero già a letto:
-- Vuoi dormire, o ti senti poco bene?
-- Non sto bene. Ho fatto chiamare il medico, ma è a Vigevano.
-- Hai pranzato?