La Signorina: Romanzo

Part 19

Chapter 193,802 wordsPublic domain

Al _Club_, quando gli dicono che il conte Faraggiola e il marchese Estensi non sono a Milano, si arrabbia di nuovo.

-- Che giornataccia!... C'è proprio la disdetta!

Si mette al tavolino per scrivere la famosa lettera, come ha promesso a donna Stefania, ma dopo il «carissimo amico» straccia il foglio, si alza e va via.

Non ha testa di scrivere, di pensare, di far niente.

-- Quell'Olivieri, per altro, si meriterebbe una buona lezione. Ah! Ah! Si capisce.... vorrebbe restar solo alla Casa Vecchia! Niente affatto! Io, intanto, torno a Lodignola stassera come avevo fissato, e ripartirò domani... con comodo. Sarebbe curiosa!... Per far piacere a quel caro signor avvocato, non sarò più padrone adesso di tornare a casa mia!

Ma che c'entra l'avvocato? È il dispetto contro Elena!

-- È una ragazza che scherza sempre, che scherza troppo!..... «L'avvocato è tanto buono! L'avvocato è tanto caro!» E poi... quel _tu_! L'Olivieri sempre pronto a pigliar fuoco, s'è montata la testa e adesso finge di proteggere quell'altro perchè è geloso di me, credendo di farmi rabbia! Che asino!

Quando la sera, verso le nove, riparte per Lodignola, nel montare in carrozza scorge in un angolo, insieme alla coperta, un pacco di forma quadrata: dev'essere una scatola, avvolta in carta azzurra.

-- Che cos'è?

-- L'ha portata un cameriere del caffè Cova, -- risponde il portinaio.

Il Roero guarda il pacco aggrottando le ciglia e lo fa mettere sul sedile di faccia.

La carrozza parte e il Roero, appena fuori di Milano, cerca di sdraiarsi per dormire, ma tutto gli dà noia. Anche quel pacco! Vorrebbe pigliarlo e buttarlo fuori della carrozza!

-- La bambola!..... Io le portavo la bella bambola da Milano!...

Sorride ironicamente, ma poi, a poco a poco, è proprio quella scatola che ha lì dinanzi, è proprio quella bambola che comincia a quietarlo.

-- Povera piccola! Che colpa ne ha lei se... il socialista è diventato matto e se l'Olivieri è ancora più matto di quell'altro?... Lei è sempre Lulù... Serena... buona... e cara.

Egli continua a guardare la scatola... anzi proprio la bambola che ricorda, che rivede in quella scatola. Diventa triste, poi inquieto..... Il cuore gli batte violentemente; non è più la bambola, è Lulù... È Elena, proprio Elena, la giovinetta bella e fiorente ch'egli ha dinanzi, negli occhi, nel cuore.

-- Il Nino Moro o un altro... ma verrà il giorno in cui Elena s'innamorerà.... in cui mi sarà portata via!

Ha una scossa e si rizza a sedere come spaventato:

-- Bisogna non vederla più! -- E in quel momento lo giura a sè stesso con un tremito: -- Non la vedrò più!

Ma la bambola è lì e proprio lì c'è Elena... Ed egli la rivede viva... bella... e cara!

Si volta, guarda da un'altra parte, ma invano; la notte è buia, piena di ombre nere... L'immagine della fanciulla è sempre lì, distinta, luminosa..... Chiude gli occhi quasi con ira... Elena è sempre lì... e ride!... Egli ne sente anche il riso adesso, e la voce così giovine e fresca...

-- Se tutta la vita dovessi vederla così?... Se non potessi dimenticarla mai... mai più?

Ad un tratto un'idea nuova, strana, terribile, gli balza nella mente:

-- Il padre di Lulù!... È la vendetta del povero Nespola!

Non è più Elena... è la faccia del Savoldi, che dopo tanti anni gli si para dinanzi; non è più il riso argentino di Elena, è la sghignazzata rumorosa del povero Nespola che gli percuote l'orecchio; del povero Nespola ch'egli ha lasciato ammazzare.

Attorno alla carrozza che corre via velocemente, soffia un'aria calda, pesante... La notte si fa sempre più buia; spariscono anche le ombre degli alberi, delle case, nella vasta distesa della pianura tenebrosa. Solo, di tratto in tratto, qualche lampo sinistro squarcia la nera nuvolaglia all'orizzonte lontano.

-- Ha ragione l'Olivieri. L'ho avuta da suo padre per farla felice, non per farla ricca. Se mi fossi ingannato?.... Colle ragazze non si può mai sapere, non si può mai giurar di niente... Se Elena avesse della simpatia per quel giovane? «È onesto... è intelligente... è innamorato morto...»

Adesso il Roero non vede più nemmeno la scatola, nemmeno la bambola dentro la scatola. È troppo buio, tutto buio..... La carrozza corre via sempre velocemente...

-- Mi sembrava tanto lontana Lodignola... ed invece, ecco, ci siamo già! Si arriva sempre e sempre troppo presto a questo mondo... anche alle cose che sembrano più lontane... anche alla fine... di tutto! Ebbene, se Elena lo vuole... E sia! Ella deve essere felice a qualunque costo. Per me, ormai....

-- Questa scatola, sarà da portare alla Casa Vecchia? -- Domanda Patrizio, mentre il Roero smonta di carrozza.

Il servitore ha subito indovinato che si tratta di dolci, di un regalo per la signorina.

Francesco fa un gesto di stizza.... Non avrebbe più voluto sentir parlare di quella scatola, non avrebbe più voluto averla sotto gli occhi!...

-- Stasera è troppo tardi. Basterà portarla domattina? -- Insiste Patrizio, il quale ha già capito che il signor padrone è di cattivo umore.

-- Sì! Sì! Basta domattina!

-- È arrivato un telegramma.

-- Quando?

-- Due ore fa.

Il Roero finalmente, si può sfogare!

-- E dov'è? Tante chiacchiere sempre e non mi dite quello che preme di più!

-- L'ho fatto mettere in camera sua, colla posta.

-- Andate a prenderlo, presto!

.... È un dispaccio dell'avvocato Olivieri:

«Ti auguro ciò che il tuo cuore desidera e ti abbraccio con tutta la nostra antica fida amicizia.»

VII.

La mammetta.

La giornata, tanto burrascosa a Milano per il Roero e per l'Olivieri, non era passata molto serenamente nemmeno alla Casa Vecchia. Elena era stata tutto il giorno dispettosa, di pessimo umore e per la prima volta aveva risposto male alla mammetta.

La signora Eugenia, a colazione, le aveva chiesto se si sentisse poco bene, che cosa aveva, perchè non mangiava, ed Elena a risponderle che stava benissimo, che non aveva niente e che non mangiava... perchè... non aveva fame! Poi Elena porta il piatto a Rolando... e non torna più in saletta. Va in camera sua e vi si chiude, a studiare, dice lei, a scrivere, a lavorare.

La signora Eugenia fa mille domande alla Luisa, che sa sempre tutto, ma questa volta anche la Luisa dichiara di non saper niente.

-- Chi sa? Estri!... Un cattivo quarto di luna!... Del resto è sempre stata così, e anche lei, in quanto a guastarla, ha compito l'opera! Tutti tremano dalla paura di non fare abbastanza presto a contentarla, e che cosa succede?... Quando si fissa una cosa in mente e non può ottenerla, fa i capricci!

-- Ma che cosa s'è fissata in mente?

-- Di andare stamattina a Valpiana! Il signor Francesco, invece di venire a prenderla colla carrozza, è partito per Milano, e la signorina, subito, fa il musone! Scusi sa, signora, se glielo dico, ma lei ha sempre avuto un cattivissimo sistema! L'ha troppo abituata a fare a suo modo, ad accontentarla in tutto, a seguirla in tutto!... Ci vuol altro! Provi questa volta a non badarle!

Fatta la sua brava predica, la Luisa va in cucina e studia colla Pinella ciò che può andar più a genio alla signorina per il pranzo.

Ma a pranzo siamo daccapo. Elena non mangia. La signora Eugenia diventa inquietissima: la Luisa guarda la signorina con una faccia esterrefatta e non ha più nemmeno il coraggio di brontolare.

Ricomincia l'interrogatorio della mammetta:

-- Che hai?...

-- Niente.

-- Ma perchè non mangi, se non hai niente?

-- Perchè non ho fame.

Un lungo silenzio, una grande occhiata furtiva alla Luisa, poi la signora Eugenia torna daccapo:

-- Ma perchè non hai fame?

-- Perchè di no!... Perchè non posso sempre aver fame, non posso sempre aver voglia di ridere, di parlare come una macchinetta!

Scoppia in lacrime, e corre di sopra: si chiude nella sua camera e va a letto.

Questa volta è la Luisa che, ad onta di tutte le sue prediche, ha bisogno di essere confortata dalla signora Eugenia.

-- No, no! Non c'è da impressionarsi, Luisa, non è niente!... Forse è arrabbiata perchè il signor Francesco è andato via, senza nemmeno venirci a salutare.

-- E in questo la signorina ha ragione! Un momento... poteva lasciarsi vedere!

La mattina dopo la signora Eugenia, già vestita per partire, in cappellino e colla borsetta solita dei suoi viaggi a Milano, entra in camera di Elena e spalanca le finestre.

Elena non dorme e vedendo la signora Eugenia in cappellino, si rizza sui gomiti, domandandole stupita:

-- Dove va?

-- A Milano. Oggi è l'undici d'agosto. Prendo la diligenza al Molino Nuovo, senza andare in paese, per far più presto.

-- Torna per il pranzo?

-- Prima, prima! Spero prima! Ti ho svegliata io?

-- No, no.

-- Non volevo partire senza vederti, senza darti un bacio. Ieri... -- La signora Eugenia si china sul letto, passa un braccio attorno la vita di Elena e le dà il bacio stringendola forte contro il cuore: -- Ieri non ti si poteva parlare... eri in collera anche colla mammetta... Lasciami col cuor tranquillo; dimmi tutto, gioia cara... Che hai?

Elena bacia la signora Eugenia sui capelli, la bacia più forte sulla bocca: poi fa uno scatto, come un singulto, le butta le braccia al collo e piange.

-- Gioia! Gioia! Gioia mia! Gioia cara! Ma che hai? Che hai? -- La signora Eugenia si dispera e piange anche lei.

Elena solleva la testolina scotendola per liberarsi la faccia dai capelli che la coprono tutta e coprono anche il cuscino come un'onda nera rilucente, e guarda fissa verso la finestra dalla quale si scorge la villa Roero.

-- È partito! Non torna più!

-- Chi? -- Esclama la signora Eugenia spaventata, pensando al Nino Moro.

Elena continua a fissare la finestra e le lacrime le cadono copiose dagli occhi:

-- Non torna più, più, più!... Oh lo sento! È stata lei, di nuovo lei! Sempre lei!

La signora Eugenia si rizza attonita, osservando Elena. Finalmente comincia a capire qualche cosa.

-- Il signor Francesco?

Elena raggrotta le ciglia, i suoi occhi hanno un lampo di collera mentre continua a fissare la finestra:

-- Donna Stefania, capisce?... È stata lei!

-- Donna Stefania?... -- La signora Eugenia passa dallo stringimento di cuore alla maraviglia. -- Che cosa ne sai?... Chi ti ha detto?... -- In fatti, il nome di quella signora non era mai stato pronunziato fra loro due.

-- Gli ha telegrafato lei!... Quella là! È stata lei a chiamarlo a Milano!.. Ancora, da capo! Ancora lei! Sempre lei!

-- Ma.... come hai potuto sapere di chi era il dispaccio arrivato al signor Francesco?... Chi t'ha detto....

-- Niente! Nessuno!.... Si capisce da sè! È tanto chiaro! Vuole una prova?... La prova è questa: che non è venuto a salutarmi!... Non è venuto a salutarmi perchè il dispaccio era di donna Stefania!... Non è venuto a salutarmi perchè non torna più! -- Elena dà un grido disperato che squarcia il cuore alla povera signora Eugenia. -- Non torna più! No! No! Non torna più! -- E la povera fanciulla si scioglie con impeto dalla signora Eugenia e si butta attraverso il letto singhiozzando convulsamente.

La signora Eugenia è rimasta immota, come impietrita, fissando Elena.

Elena ama! Elena è innamorata! Innamorata del signor Francesco!

La verità si fa strada, a poco a poco, si fa chiara in lei, nel suo cuore, con una commozione profonda.

Elena è innamorata!... È innamorata del signor Francesco!

Ella continua a fissare quel corpo così giovine e fiorente che si dibatte attraverso il letto nello spasimo, nella convulsione dei singhiozzi e ripensa con angoscia indicibile a sè stessa, ad un giorno ormai lontano. Lo ha amato anche lei il signor Francesco, ma lei non ha mai potuto piangere così dirottamente, non ha mai potuto abbandonarsi così francamente, così apertamente, nella bella schiettezza dell'amore e del dolore.... Oh, se anche lei avesse conosciuto a vent'anni il signor Francesco e avesse potuto disperarsi così!.... Allora sarebbe stata come Elena, nel pieno diritto di amare, nel pieno diritto di soffrire.... Ad un tratto si sente un nodo di pianto salire dal cuore alla gola..... Ha un impeto, uno slancio, una frenesia, si butta addosso ad Elena, la solleva, scosta tutti i capelli che ostinatamente gliela nascondono, e le copre la bocca, le gote, il collo, il seno di baci e di lacrime, stringendola con passione, con ardore, con violenza:

-- Ama! Ama! Ama! Creatura mia! Gioia! Tesoro! È l'amore tutta la bellezza della vita! È l'amore tutta la vita! Gioia! Tesoro! Cara! Ama! Ama! Dovesse l'amore farti versare tutte le tue lacrime, benedette le lacrime!... Ama sempre, a costo di morire! Oh meglio per una donna morire d'amore che vivere senza amore!

Elena si acqueta un po' e comincia a poter dire qualche parola balbettando:

-- Pensi... vedrò ancora la villa chiusa... tutta chiusa... Dio! Dio! Che silenzio! Che vuoto! Che angoscia!

-- Spera...

-- Che cosa posso sperare?

-- Non so.... non so dirti.... Ma oggi voglio vederlo.... a Milano.... vado a cercarlo a Milano....

Elena ha un lampo negli occhi e arrossisce con un moto istintivo di pudore.

-- No!... No!... E poi?... Ci sarà sempre _quella là_!

-- Ma ci sei tu adesso! Tu così giovine, tu così bella!

La signora Eugenia ha detto ciò con un grido di ansietà e anche di speranza. È proprio vero: _quella là_ fa paura anche a lei; ma tosto sembra rasserenarsi e una gran luce, una gran fede le illumina gli occhi.

-- La mia mamma.... m'ispirerà... Andrò prima dalla mia mamma!... Sentirò la mia mamma, e quello che mi dirà lei di fare.... farò!

La povera bimba guarda la signora Eugenia, e tutta quella bontà, quella sicurezza, diffondono anche nella sua anima un raggio di speranza.

-- La saluti anche per me, la sua bella mamma... tanto tanto! Le dia un bacio anche per me!

Si alza sul letto, si stringe con un braccio al collo della signora Eugenia e le bisbiglia in un orecchio:

-- _Quella là_... ha fatto piangere anche lei, signora Eugenia!

La signora Eugenia si scosta fissando Elena. Elena risponde accennando di sì colla bella testina rotonda:

-- Sì, Lulù.... ha sempre capito tutto!

Le due donne si abbracciano ancor più strettamente e i bei capelli bianchi e i bei capelli neri si confondono insieme, come si confondono le due anime in un solo dolore, in un solo amore.

VIII.

... Sempre Lulù.

Elena non si decideva ad alzarsi: non poteva dormire, non aveva voglia di leggere, e continuava a star a letto. Finchè la mammetta non fosse ritornata da Milano che cosa avrebbe fatto?... Niente. Alzandosi, passando vicino alla finestra, avrebbe dovuto vedere la villa tutta chiusa!

-- No! No! Resto a letto finchè non torna la signora Eugenia!

La Luisa, colla faccia costernata, era già stata due volte a chiedere che cosa volesse di colazione.

-- Niente.

Verso le dieci, eccola di nuovo, ma di corsa, allegrissima:

-- Signorina! Signorina! Un regalo che le manda il signor Francesco! -- E le presenta la famosa scatola del Cova. -- È tornato ieri sera.

Elena è in giubilo; salta dal letto e corre alla finestra:

-- Sì! Sì! Che gioia! La villa è tutta aperta!

-- Si copra; fa fresco! E adesso mi dirà, non è vero, che cosa vuole di colazione? -- La Luisa guarda la signorina con una certa faccia!... È lì lì per indovinare qualche cosa.

Anche Elena sorride vivamente.

-- Dirai alla Pinella di fare tutto ciò che piace al signor Francesco.

-- Ma il signor Francesco non viene.

Ad Elena sembra che il sole che aveva brillato torni, ad un tratto, ad oscurarsi:

-- Come, non viene?

-- Ha detto a Patrizio di avvertire le signore che passerà un momento a salutarle dopo colazione.

Elena ripete fra sè maravigliata: -- «Avvertire le signore? Passerà a salutarle.... un momento.... dopo colazione?» -- Allora è tornato per ripartir subito! -- Si sente guardata, studiata dalla Luisa, e ciò la irrita.

-- Va via, adesso! Mi alzo.

-- E per la colazione, dunque? Che cosa ordino?

-- Quello che vuoi! Quello che c'è. Va via e chiudi!

Elena aspetta che la Luisa se ne sia andata, poi salta di nuovo dal letto e lei stessa richiude l'uscio a chiave.

-- Certo è tornato per ripartir subito.

Le viene in mente che nel pacco ci possa essere una lettera, un bigliettino che spieghi qualche cosa; lo apre in fretta, nervosamente e subito le cade sott'occhio ciò che Francesco aveva scritto sulla scatola:

«_Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa._»

Elena apre la scatola e trova la bambola. Corruga la fronte e diventa pallidissima.

-- Ancora una bambola!... Per lui... sono sempre Lulù!

Quel regalo, il non venire a colazione, quelle parole «avvertire le signore che passerà un momento a salutarle» tutto ciò non le lascia alcun dubbio.

-- È venuto a Lodignola a prendere la sua roba, e torna via subito. Va in Isvizzera, con _quella là_.

Elena si veste lentamente, ma non guarda più dalla finestra. Scende a colazione, mangia qualche cosa, seccata dagli sguardi della Luisa, poi come di solito prepara il piatto per Rolando e glielo porta nel brolo, sempre pallidissima, cogli occhi torvi, colla fronte contratta.

E non si rasserena nemmeno quando Francesco si presenta sull'uscio della saletta, proprio coll'aria di fare una visita.

-- Come?... La signora Eugenia non c'è?

-- È andata a Milano.

-- Proprio oggi! Che disdetta! Avrei tanto desiderato di salutare anche la signora Eugenia!

La Luisa, dopo un momento, esce dalla saletta in punta di piedi: Francesco ed Elena restano soli senza nemmeno accorgersene. Elena è seduta accanto alla finestra, sulla piccola poltroncina della signora Eugenia; dall'altra parte siede Francesco. In mezzo al tavolino è stata posta la «Signora di Milano» che sorride immobile colle braccine aperte.

-- Grazie... della sua bellissima bambola.

Elena è imbronciata; ha la voce bassa e cupa.

Il Roero è pure molto pallido.

-- È stato uno scherzo. Volevo portarti dei dolci, ma ho visto questa confettiera e l'ho presa per scherzare. Perdonami; non essere in collera. Vado via: sono venuto a salutarti.

Elena ha negli occhi un tremolìo di lacrime.

-- È proprio molto contento di andar via, se anche nel salutarmi ha tanta volontà di scherzare!...

Il Roero è colpito da quelle parole, da quell'accento di dolore così schietto, così sincero, così espansivo: fissa la fanciulla e il cuore gli batte con grande violenza.

-- No, no, sai..... Non sono contento, cara Lulù... ma...

-- Mi dica Elena! -- La bella fronte candida e luminosa si corruga di nuovo, crucciata. -- Almeno oggi, mi dica Elena.

-- No Lulù, sempre Lulù. Così avrò più coraggio per dirti... ciò che ti devo dire. Lo vedo anch'io che ti sei fatta grande, che ormai sei diventata proprio una signorina. E guarda che cosa ti ho nascosto appunto qui, sotto la bambola che ti ha fatto andare in collera, qui, in mezzo ai dolci.

Francesco alza il coperchio della confettiera, prende l'astuccio, lo apre, e le mostra l'anello.

La fanciulla diventa rossa rossa: s'inganna sull'intenzione del Roero e perciò anche a lei, adesso, batte il cuore violentemente.

Nelle parole, nel pallore del Roero, c'è un'espressione di mestizia profonda, dolorosa.

-- Ascoltami, cara... cara la mia figliuola: ti sei fatta grande... sei diventata una signorina... presto sarai una signora... Ma io voglio sempre essere... il tuo papà.

-- No, -- risponde Elena seccamente, respingendo l'anello. -- Io non voglio... Io non diventerò mai una signora, come intende lei. L'ho già dichiarato alla signora Eugenia. Voglio fare come la signora Eugenia, resterò sempre... sola!

Elena dice questa parola «sola» con fierezza e con sdegno.

È la risposta a quell'altra parola detta da Francesco, e che l'ha ferita: «papà».

Francesco sorride dolcemente, ma incredulo.

-- Oh, figliuola mia, figliuola cara!... Che proponimenti a diciott'anni!

-- Diciannove... e anche più.

Francesco parla con lentezza quasi solenne, fissando Elena attentamente.

-- Questo ti volevo dire... per oggi, per domani, per sempre. Abbi fiducia in me, riponi in me tutta la tua confidenza. E se un giorno... quando il tuo cuore... -- la voce di Francesco è alterata, egli diventa ancora più pallido, -- quando avrai una simpatia, dimmelo subito.

-- No.

-- Come no?

-- No! -- Ribatte Elena con maggior impeto.

Francesco la guarda maravigliato:

-- Vorresti impedire al tuo cuore anche... una simpatia?

-- L'avrò, ma a lei non lo dirò.

-- Perchè?

-- Perchè di no.

Francesco si alza di colpo: fissa la fanciulla, cerca di capirla.

Elena lo fissa a sua volta, e continua a rispondere:

-- No, no, no.

Il Roero si sente le fiamme alla testa: s'inganna, sogna, diventa matto... o è proprio la verità?

-- Elena, ascoltami, -- le dice sottovoce, con tono grave. -- Ascoltami bene: sai che c'è un giovine innamorato di te... che ti ama seriamente, onestamente?

-- Lo so; ma io non lo amo.

-- Giuralo! -- Esclama Francesco avvicinandosi ad Elena istintivamente, con un lampo di gelosia negli occhi.

-- Non lo amo, -- risponde semplicemente la fanciulla, guardandolo sicura, serena.

Francesco le prende una mano: rimane muto, ma sembra supplicarla.

Elena gli legge negli occhi, sente il calor febbrile di quella mano e non s'inganna più. Allora anche lei gli si avvicina col viso pallido, anche lei supplichevole:

-- Non vada via... resti con me... sempre con me!

Gli accarezza la mano con la gota calda, umida e gli si abbandona inerte sul petto.

Francesco la stringe come pazzo tra le braccia con un grido soffocato:

-- Elena... Elena!

Elena tace un istante, poi senza scostarsi da lui alza il viso e lo guarda con un lampo di amore, di felicità e di sicurezza che le passa negli occhi rilucenti:

-- Adesso sì, ancora Lulù, mi dica pure Lulù... Lulù che starà sempre qui, così, con lei...

Francesco trema come un ragazzo, accarezza la testolina rotonda di Elena, la preme contro il suo petto:

-- Figliuola mia.... Lulù.... Cara.... Non ingannarti..... È un inganno il tuo. Tu mi vuoi bene, ma non puoi amarmi, non potrai mai amarmi! Lasciami andar via...

-- No!

-- Ma pensa che cosa sarebbe di me, dopo... se tu adesso ti ingannassi...

-- No... non vada via... resti con me... sempre con me... -- ripete la bimba, ma questa volta la sua voce è una carezza, ed ella preme la testina contro la spalla di lui, si stringe tutta contro il petto di lui, come a farsi sentire dal cuore.

-- Ma io devo dirti tante cose prima... Io non sono degno di te... ti sembra di volermi bene, ma per bontà, per gratitudine. Ebbene, sappilo... tu non mi devi nulla. Quello che ho fatto per te, io dovevo farlo; era un preciso dovere di coscienza!... Ti spiegherò... Tu a me non devi nulla!

-- Le devo questo, di volerle bene... ed è questo solo che mi rende felice!

Egli è ancora tremante; la sua voce si è fatta più bassa; egli le parla nascondendo quasi la faccia negli odorosi, morbidi capelli:

-- Sì, ti amo, Elena, ti amo: e l'ho capito ieri; è per questo... non per altro, che volevo partire, che volevo fuggire...

Elena sussulta sul petto del Roero, con un fremito di gioia.

-- Io volevo fuggire da Lodignola, da te, da tutto il mondo, pieno di gelosia disperata. Sì, tu sei penetrata nel mio cuore, ormai ne sei la padrona: ma devi anche guardare nella mia coscienza e giudicarmi. Ascoltami... Per dieci anni io sono stato di un'altra donna...

-- Lo so...

-- Era un amore ben diverso da quello che sento per te, perchè a lei non dovevo nulla, perchè non la stimavo nemmeno... Ma pure le ho dato la mia gioventù, la mia vita, il mio onore quasi...

-- Lo so...

-- Sono stato debole e vile con lei. Io ero nato per lavorare, per lottare, per vincere. Vedevo d'intorno a me le miserie, le ingiustizie e volevo dedicarmi al bene... Per lei, invece, mi sono chiuso nell'egoismo di una passione, di un'abitudine... peggio ancora... tu non capisci... ma io sì... Io sento che adesso è troppo tardi!