La Signorina: Romanzo

Part 17

Chapter 173,796 wordsPublic domain

-- Chi può mai indovinare i nuovi progetti e i quarti di luna della baronessa?

Scrive in fretta due righe alla signora Eugenia scusandosi «per dover rimandare la gita ad un altro giorno» e colla stessa carrozza già attaccata, sbuffando e brontolando, parte per Milano.

-- Rimandare la gita!... Un altro giorno! -- pensa in cuor suo. -- E se invece non potrò più ritornare a Lodignola?

Quella campagna, que' suoi luoghi non gli sono mai sembrati tanto belli e tanto cari.

IV.

Il culto delle memorie.

Il Roero trova donna Stefania che lo attende nel salottino solito, vicino alla camera da letto. Le finestre sono spalancate; c'è una gran luce, un gran caldo e un gran disordine. I mobili sono ricoperti colle federe di tela greggia; sul canapè, sulle poltrone un monte di pacchi e pacchetti, di scatole e di ceste: tutta roba da portare in campagna.

Appena entra il Roero, donna Stefania gli va incontro guardandolo con un'espressione afflitta e compunta, senza dirgli una parola, senza dargli la mano: fa un gran sospiro, leva da una borsetta appesa al braccio un fazzoletto con un grande orlo nero e si asciuga gli occhi.

Anche il Roero sospira profondamente;

-- Coraggio!... Bisogna farsi coraggio!

-- Dite, dite la verità! -- Prorompe Stefania con uno schianto di cuore. -- Chi lo avrebbe immaginato?... Oh povero Giulio! Chi lo avrebbe mai immaginato?

-- Così giovine ancora....

-- È così buono.

-- Buonissimo! Eccellente! Pure.... bisogna farsene una ragione. Da molto tempo le sue condizioni erano disperate. Consolatevi pensando che ha finito di soffrire e che voi lo avete assistito fino all'ultimo con ogni cura più affettuosa, col sacrificio di tutte le ore, in un modo mirabile, commovente.

-- Oh sì, sì! Povero Giulio! Egli ha avuto tutte le mie ore, tutta la mia vita! Questo sì. In questo almeno ho fatto il mio dovere. È un grande conforto per il mio cuore e per la mia coscienza.

Altri sospiri.... e ancora il fazzoletto.

Il Roero rimane muto, a capo chino, atteggiato a dolorosa mestizia; pure ogni sospiro della baronessa gli rialza lo spirito. Egli sente in quel momento che la catena invece di essergli ribadita comincia ad allentarsi, ed è proprio quello, per lui, il momento decisivo, il momento critico. Il suo avvenire, la sua libertà, e la sua felicità dipendono ormai da quella prima visita, da quel primo incontro... dalla prima parola che gli avrebbe detto donna Stefania rimasta vedova.

«Ci siamo!» Aveva pensato Francesco appena ricevuto il dispaccio, e durante il viaggio da Lodignola a Milano egli si era fatto forte cercando di prevedere e di prepararsi per tutti i casi possibili.... quello fra gli altri che Stefania gli buttasse le braccia al collo esclamando:

-- Ora sono tua... anche colla coscienza!

Ogni uomo ha la donna che si merita: egli avrebbe dovuto accettare e mostrarsi grato della nuova offerta.

Invece, insperatamente, la coscienza della baronessa è rimasta fedele al povero defunto. L'orario, anche per quella prima visita, indica il culto delle memorie e il dolore della vedova.

Francesco ha uno slancio: prende una mano della baronessa e gliela stringe con sincera effusione.

Ella scioglie dolcemente la mano, si scosta dal Roero, vorrebbe vincersi ed esclama con un tono di voce diverso, troppo forzato, per poter sembrare indifferente:

-- Troviamoci un posticino; sediamo, almeno un momento. Sono tanto stanca! Anche voi: aiutatemi a sbarazzare il canapè.

Il Roero le corre vicino, prende i pacchi e le ceste e intanto l'osserva alla sfuggita:

.... Sta malissimo in nero! Il biondo dei capelli è troppo giallo. È molto giù. È molto invecchiata.

-- Scusate, Francesco, tutto questo disordine. Sapeste quante cose ho avuto da fare stamattina! Adesso, aspetto la sarta e poi torno subito a Borgoprimo.

-- Allora anch'io, -- pensa il Roero, -- torno subito a Lodignola!

Ha un nuovo slancio e con un braccio cinge la vita della baronessa.

-- No! No! -- Ella ha ancora uno sfogo di dolore. -- Perdonatemi, Francesco! È più forte di me. Voi avete tutto il diritto di pensare e di dire che è un'assurdità, che è una contradizione.... Eppure, che volete? È proprio così! Sto poco bene; soffro; non posso vedermi a Milano. Qui tutto mi ricorda il povero Giulio.... e il povero Giulio non c'è proprio più!... È una pazzia? Sono pazza? Dite la verità.

-- No... tutt'altro! Anzi, vi assicuro, a me pure ha fatto molto senso.... un gran senso.

-- Così buono! Così profondamente buono! È morto come un angelo, domandando perdono a tutti.... anche a me.

Il Roero, che guardava Stefania, guizza via con gli occhi e abbassa il capo: sembra umiliato e confuso, da tanta bontà.

Ella continua colla voce sommessa, dolorosa:

-- Mi sono buttata sul suo letto per confessargli tutto! Io, io sola, dovevo chiedere, implorare il suo perdono!... Oh come avrei voluto ottenere il suo perdono!

S'interrompe un istante... rivolge in alto il cuore e gli sguardi.... poi l'anima si prostra e rimane accasciata nell'angolo del canapè, mormorando, le grandi pupille fisse nel vuoto:

-- Adesso.... lo sa.

Il Roero sogguarda la baronessa colla coda dell'occhio, la studia.

-- Ma perchè mi ha fatto venire a Milano? Per assistere a' suoi rimpianti vedovili è troppo poco. Ci deve essere un altro motivo.... Quale sarà?

Egli è sempre un po' inquieto.

-- Anche nel suo testamento -- ripiglia Stefania con un lungo gemito, -- persino nelle sue ultime disposizioni mi ha dato prova di tanto affetto, di tanta fiducia e di tanta stima! Mi ha nominata sua erede universale ed ha lasciato a me anche la cura dei legati di beneficenza, dei ricordi ai parenti, agli amici.

-- Ha fatto molto bene. Bravo!

-- Tutto ciò.... capirete anche voi, impone nuovi riguardi verso la sua memoria; nuovi doveri....

Il Roero annuisce con un'aria contrita e rassegnata, ma sta sempre più attento.

-- E impone anche nuovi sacrifici. Adesso, per esempio, coi suoi parenti devo mostrarmi gentilissima.

-- Sicuro!

-- Aspetto da Novara mia cognata e mia nipote. Le ho invitate a Borgoprimo, si fermeranno un mese e forse più.

-- Tutt'e due?

-- Tutt'e due.

-- Madre e figlia?... Questo, per esempio, è un vero eroismo. Sarebbe già un bel peso.... una alla volta.

-- Curiose, pettegole, sofistiche. Dio mio! Portano sempre a spasso la loro virtù!

-- Non hanno nient'altro da portare a spasso... di bello!

La baronessa non può frenare una risatina. Le due brave signore erano sempre state il babau de' suoi amici: quando o l'una o l'altra capitava a Milano, scappavano tutti come il vento!

Ella si avvicina a Francesco più insinuante e per la prima volta, in quel giorno, gli dà del _tu_:

-- Per tante ragioni di convenienza, di delicatezza e di prudenza, capirai, appena successa la disgrazia, desidero che mia cognata e mia nipote, venendo da me, mi trovino sola.

-- È giusto, pur troppo! Giustissimo!

La baronessa guarda l'amico e lo ringrazia senza dire una parola, con un malinconico sorriso.

Ella pure è stata, fino allora, un po' inquieta; non molto, ma un po' inquieta, sì. Da lungo tempo aveva già capito, aveva già sentito che Francesco ormai le era legato soltanto per dovere di gratitudine e per forza di abitudine; tuttavia aveva temuto un po' di burrasca. Morto l'amore gli sopravvive sempre l'amor proprio.

-- Sei buono! -- E teneramente avvicina la fronte alla bocca del Roero. Questi continua a osservarla; Stefania deve aver preso troppo sole; ha la pelle ruvidetta; ha due rughe agli angoli della bocca... Non se n'era mai accorto! Due rughe lunghe, profonde!... La bacia appena sui capelli... e le stringe molto forte la mano.

-- Tutto questo, -- continua donna Stefania, appoggiando il capo sul petto di lui, -- dovevo dirtelo e ho voluto dirtelo. Scriverti? Che cosa mai avresti potuto pensare di me? Ci sono certe sensazioni, certe impressioni che si possono rivelare con una sola parola, con uno sguardo, ma che cento lettere non basterebbero a spiegare. Io a te non avrei mai potuto scrivere di non venire. Adesso, invece, sei tu stesso -- non è vero? -- che trovi ciò conveniente, necessario...

-- Bisogna sottomettersi a certi riguardi... sia pure con dispiacere.

Francesco le stringe ancora la mano, gliela accarezza e gliela bacia. La baronessa comincia ad essere più disinvolta:

-- Oltre a ciò che t'ho detto, volevo poi vederti, invece di scriverti, prima di tutto... per vederti, poi anche per chiederti un favore.

-- Finalmente! Adesso ci siamo! -- Pensa il Roero. Non la guarda, ma rimane attentissimo.

-- Tu stesso devi consigliare a Carletto e a Manòlo di non tormentarmi con lettere e con telegrammi, di lasciarmi in pace.

-- Io?

-- Sì, sì! Ti prego. Se fo' l'immenso sacrificio di non veder te, che almeno mi sia risparmiata la noia di quei due insopportabili egoisti! Figurati, hanno già incominciato a scrivermi a due e a quattro mani!... E con certe allusioni, con certi scherzi a proposito dei miei voti, del mio ritiro, della mia vita claustrale, che mi hanno molto irritata. No, no; l'_esprit_ non è proprio il loro forte! Quando era vivo il povero Giulio, pazienza! Hai visto anche tu, erano utilissimi, specialmente in campagna. Di giorno lo tenevano occupato, la sera giocavano a biliardo, senza notare che nel nostro caso in cinque, si è molto più liberi che non in tre. E poi allora c'era la politica, allora c'erano le influenze da coltivare, il Municipio... ma adesso? Tu andrai in Isvizzera, e tutto il resto.... aveva uno scopo soltanto quando c'era il povero Giulio. Io non ho più voglia di niente. Non ho più fatto uno sgorbio, non mi sono più seduta al pianoforte. Impossibile! Ti prego; è una grazia che ti domando: in compenso del grandissimo sacrificio di non vederti, salvami da Carletto e da Manòlo!

-- .... Per me, ben volentieri. Sempre.... Tutto ciò che vuoi! Ti confesso, per altro, che mi trovo in un serio imbarazzo. Come fare? Il Faraggiola e l'Estensi non sono a Milano... Andar apposta a cercarli per tener loro un simile discorso....

-- Scrivi. Non vai a Zermatt? -- Francesco risponde con un gesto che non è nè un sì nè un no, ma che Stefania crede un sì. -- Scrivi loro, appena sei a Zermatt, che ti trovi benissimo, che c'è fresco e di venire a raggiungerti.

-- Per scrivere, scrivo anche da Milano, se vuoi, oggi stesso.

-- Meglio ancora. Bravo. Potreste combinare di fare il viaggio insieme. L'agosto è il più bel mese per la montagna.

-- Tuttavia.... scusa, perchè, invece, non scriveresti francamente tu stessa?

-- Perchè andrei suscitando chissà mai quali sospetti! -- Ella torna ad avvicinare la fronte.... e finisce ad appoggiarla alla bocca del Roero. -- Penserebbero che è un tuo capriccio; che sei tu, sempre geloso a sbalzi, che mi hai imposto di non ricevere, e un bel giorno, sono sicurissima, me li vedrei a capitare, mi farebbero una cara improvvisata! Vogliono distrarmi per forza!

-- Ma io... se c'entro io, il pericolo è lo stesso, anzi è maggiore!

-- No, no. Tu devi scrivere che mi hai veduta a Milano, un momento, alla sfuggita; è la verità... Che mi hai trovata molto stanca, molto abbattuta, che ho assolutamente un grande bisogno di riposo, di quiete per rimettermi in salute... e aggiungi anche questo -- è la verità -- che sono occupatissima, sempre sossopra, per l'amministrazione, per i legati... e che anche tu non vieni più, per ora, a Borgoprimo, non volendo seccarti con mia cognata e con mia nipote che vi faranno una lunga dimora.

-- E anche questa... quasi quasi... è la verità! -- Il Roero diventa vivace e buono. Promette alla baronessa di scrivere in giornata ai due amici in modo di spaventarli.

-- Sta tranquilla! L'annunzio delle tue ospiti farà un effetto terribile!

-- Lo credi? Proprio?

-- Giuro! -- E il Roero scoppia in una grande risata.

Lì per lì, scoppia a ridere allegramente anche donna Stefania, ma subito se n'avvede e torna seria. Tuttavia non è più il caso di mostrarsi gemebonda; si mostra invece gelosa:

-- Adesso mi dirà poi, caro signore, che cosa ha fatto in tutto questo tempo... sempre a Lodignola.

Il Roero, prima di rispondere, cerca una sigaretta:

-- Ho fatto molte cose. Anch'io ho voluto dare un'occhiata alla mia amministrazione; ho sistemato un po' le mie faccende.

-- E a proposito, la pupilla? La cara orfanella? Sentiamo un po': vi vedevate spesso?

Francesco sembra distratto: si diverte a spingere più in alto il fumo della sigaretta.

-- Mi sono informata, a suo tempo: non dubitare! -- Donna Stefania stringe le labbra con una smorfietta sprezzante. -- So, so; mi hanno detto: è diventata una nanerottola qualunque. È per questo che ti ho lasciato tranquillo a Lodignola.

Donna Stefania dà una languida occhiata al Roero appoggiandosi al canapè, allungandosi, stirandosi con stanca mollezza e agitando i piedini agili, nervosi che spuntano tra le sottane come i pistilli tra le foglie d'un fiore. Cerca la mano del Roero che non si muove, ma ad un tratto le sue pupille si fermano attente fissando l'uscio: ha un lampo, e una ruga le incide la fronte. Ella ha sentito camminare nell'altra stanza... Il passo si avvicina, e sulla soglia si presenta un giovinotto pallido in viso, gli occhi torvi. Donna Stefania s'è già alzata di scatto, allo schiudersi dei battenti.

-- Ebbene, signor Enrico? Ha trovata la sarta? L'ha accompagnata come le ho ordinato? -- La baronessa si frena a stento, il suo tono è aspro, imperioso.

-- È di là, -- risponde il giovinotto, esso pure con voce alterata e lanciando verso la baronessa uno sguardo di collera e di gelosia.

Il Roero non vede niente; pensa solo ad andarsene. Va a prendere, con aria diplomatica, il cappello, il bastone e ringrazia in cuor suo il nuovo arrivato che gli rende più facile il peggior passo... che nel suo caso è proprio quello dell'uscio.

-- Baronessa, coraggio e... non dimenticate troppo gli amici.

-- Come? Andate già? Così presto?...

-- Sento che avete da fare: c'è la sarta.

-- La sarta può aspettare. Guardate un po', Francesco, questo bel signorino! -- La baronessa fa l'atto di presentarglielo. -- Non lo riconoscete più?

Francesco saluta con un lieve sorriso, e guarda il giovine per la prima volta: è un bel ragazzo, piuttosto, ma dall'aspetto un po' volgare.

-- No, proprio. -- Il Roero s'inchina e si volta alla baronessa scrollando il capo: -- Non ricordo di aver mai avuto il piacere...

-- Ma... Enrichetto!... Il nostro Enrichetto! -- esclama donna Stefania gridando e ridendo con foga esagerata. -- Il figlio del signor Franzini!... Del nostro ragioniere!

-- Ah!... -- Il Roero si espande: strette di mano e complimenti; ma la scoperta non lo ha punto commosso. -- Sia il benvenuto anche il signor Enrichetto! Io, intanto, saluto e me la batto! -- Questo pensa in cuor suo e questo gli preme: nient'altro!

-- È stato in Germania, fin'ora; a Francoforte. -- La baronessa continua le cerimonie della presentazione.

-- Benissimo!

-- Alla scuola di commercio, dove s'è fatto onore.

-- Bravo! Molto bravo!

-- Adesso è nello studio col suo babbo; è di aiuto al suo babbo, e qualche volta, quando vengo a Milano, mi fa da cavaliere.

Donna Stefania sorride, rivolgendosi al giovinotto, con tutta la graziosa compostezza di una gran dama, sempre amabilissima, pur conservando le debite distanze.

-- Poveretto! Deve aver messa a ben dura prova la sua pazienza!... Dica la verità? L'ho fatto correre su e giù tutta la mattina, abusando in modo indegno del suo tempo e della sua gentilezza!

Il signor Enrichetto si mostra pochissimo disinvolto. Resta lì duro, impalato; non risponde e non si muove. La baronessa e il Roero devono salutarsi dinanzi a quel tanghero che non capisce nemmeno di dover voltarsi un momento... a guardare i quadri.

-- Donna Stefania, fate buon viaggio, e abbiate cura di non strapazzarvi troppo. Oggi stesso, scriverò a Carletto e a Manòlo.

-- No, no! O all'uno o all'altro! Una lettera sola... per tutti e due!

-- Da buoni fratelli!

-- E ricordatevi, questo poi mi preme di più. Voglio conoscere minutamente i vostri progetti di viaggio. La Svizzera, sta bene; ma andrete proprio a Zermatt?

-- Probabilissimo.

-- Dovete scrivermi ancora prima di partire, e poi subito appena arrivato.

Si stringono la mano: la baronessa segue il Roero fin sull'uscio, bisbigliandogli qualche paroletta nel modo più confidenziale, più intimo, più affettuoso... e prima di lasciarsi si stringono un'altra volta, due o tre altre volte, la mano.

Il signor Enrichetto diventa prima rosso, poi pallidissimo.

V.

Il Nino Moro.

Il Roero, appena uscito con pie' leggero dal palazzo Arcolei, guarda l'orologio e fissa subito il suo piano:

-- È appena il tócco; alle tre si parte e per le otto sono a pranzo a Lodignola.

Tutti gli altri pensieri vengono dopo, a poco a poco.

-- Proprio così!... Chi me lo avrebbe detto! Il giorno in cui mi credevo legato più che mai, riacquisto invece la libertà! Perchè, non c'è dubbio: Stefania ha tutta l'intenzione di lasciarmi libero!

Egli accende una sigaretta: è la prima, quel giorno. Si sente sollevato: anzi, ormai, si sente affatto libero.

-- Tanti saluti, signora baronessa!

Dopo la morte del povero Arcolei, egli aveva il dovere... di mettersi a sua disposizione e questo dovere lo aveva compiuto. È la baronessa che, invece di trattenerlo, lo manda in Isvizzera, al fresco, ed egli ormai si sente nel pieno diritto di pigliare il largo per sempre.

-- Tanti saluti, signora baronessa!

Egli ripensa al loro colloquio di quella mattina, ai sospiri, alle lacrime, ai rimorsi e agli scrupoli così delicati della vedova sensibilissima... E ripensa anche alla lettera che deve scrivere al Faraggiola e all'Estensi.

-- Tutti e tre! Ha proprio l'intenzione, almeno per il momento, di farci pigliare il volo a tutti e tre!

Torna a sorridere con un po' di malizia.

-- Che ce ne sia un quarto?... Impossibile!... Eppure, il solo culto delle memorie mi pare un po' pochino per il suo fervore... In ogni modo, se un altro c'è, arriva tardi allo spettacolo: quando si comincia a spegnere i lumi!

E così, dopo aver tanto amato e tanto sofferto per quella donna, dopo averle tanto sacrificato della sua vita, de' suoi sogni di gloria, delle sue idee e anche della sua coscienza, ormai, sul punto di staccarsene per sempre, egli non trova per lei, in fondo al cuore, nè un rimpianto, nè un ricordo: soltanto un frizzo e una risata!

-- E adesso passiamo un momento dall'Olivieri. Se c'è qualche seccatura, la si sbriga presto, e così, per un pezzo, non torno più a Milano!

Accende un'altra sigaretta e la sua faccia s'illumina a un tratto. Sembra diventi più giovine.

-- E Lulù?... La piccola Lulù?!... Bisogna comperarle un regalino!... Nanerottola!... Ah! Ah! -- Francesco ride allegramente. -- Vorreste avere la sua freschezza, cara baronessa e i suoi occhi! Pensiamo che cosa si deve prendere per fare un'improvvisata alla piccola Lulù. Dolci, intanto, canditi e cioccolattini, perchè è golosissima. Poi si può cercare dal Confalonieri se ci fosse una spilletta, un gingillo qualunque. Andiamo a vedere!

Affretta il passo verso la galleria, dov'è la bottega dell'orefice, e rimane un pezzo di fuori, a guardare nella vetrina.

-- Ecco! Quello è carino! -- Sono tre cerchietti uniti, uno di piccoli smeraldi, uno di rubini, uno di diamanti, che formano un solo anello. -- È carino e le piacerà certo. L'altro, che le ha regalato l'Olivieri, è diventato troppo stretto.

Prende l'anello e va dal Cova per i dolci. Vede una confettiera che è anche una magnifica bambola e sceglie subito quella mettendosi a ridere.

-- Alla prepotentissima signorina Lulù si porta da Milano... una bambola!

Fa nascondere l'astuccio dell'anellino in mezzo ai dolci e continuando a sorridere scrive sulla scatola di cartone: _Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa_. Sorveglia finchè la scatola è ben involta nella carta e ben legata e raccomanda che gliela mandino subito a casa.

-- Subito, -- ripete ancora nell'uscire. -- Riparto oggi stesso.

E contento e soddisfatto si avvia verso lo studio dell'Olivieri.

-- _Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa!_

Gli par di sentire il riso allegro, schietto, argentino della bella giovinetta.

Piccolissima Lulù, prepotentissima!

In quello stesso giorno, mentre il Roero faceva la sua visita a donna Stefania, l'Olivieri vedeva capitarsi nello studio, improvvisamente, il Nino Moro di Lodignola.

-- Come... Lei qui?

-- Sissignore. In due parole mi sbrigo. Vengo ad avvertirla che mi sono diviso da mio padre e che perciò non sono più al servizio del signor Roero.

-- Va bene. -- L'Olivieri, dopo aver squadrato il giovinotto con un'occhiata scrutatrice, lo licenzia con un cenno del capo e fa per avviarsi alla scrivania; ma poi si ferma di botto, con un gesto di collera, e si volta: -- S'è inteso con suo padre? S'è messo d'accordo con suo padre? Sì?... Allora va benissimo! S'accomodi! Era affatto inutile ch'ella venisse qui da me con tanta importanza e con tanta superbia, a dare le sue dimissioni. Per il signor Francesco e per me, chi deve rispondere di tutto a Lodignola è suo padre. In quanto a lei può andare, stare, è indifferente. Sono affari interni di famiglia che non mi riguardano. A me basta che a Lodignola non manchi il personale.

-- Oh no! Anzi!.... Ce n'è fin troppo del personale a Lodignola! -- Il Nino Moro sghignazza ironicamente e un lampo d'odio gli passa negli occhi. -- C'è troppa gente a Lodignola e dà fastidio. Tanto è vero questo, che il signor Francesco mi ha mandato _ipso facto_ a Casalpò a sorvegliare... quando fa la luna!

L'Olivieri nella determinazione presa dal giovinotto, nel suo contegno, nella sua arroganza, in quella sua specie di rivolta, non vede altro che l'amore per Elena, e lo scopo di far colpo sulla ragazza, di far breccia nel suo cuore, cosicchè diventa più aspro, quasi brutale.

-- Se il padrone l'ha mandato a Casalpò, vuol dire che avrà avuto i suoi buoni motivi e in quanto a lei, caro signore, il suo dovere è quello di obbedire senza permettersi tante osservazioni.

-- Finchè uno ha «un padrone», come dice lei, tutto questo va benissimo, ma io pianto appunto mio padre e il signor Roero, perchè «padroni» non ne voglio avere.

-- Se avesse cuore, -- ribatte l'avvocato, il quale sente d'essersi lasciato trasportare e che per questo, invece di frenarsi, s'irrita sempre di più, -- s'ella avesse cuore, penserebbe a suo padre, alla sua famiglia... e anche alla sua condizione.

Il Nino Moro vede che l'altro è un po' giù di strada e perciò prosegue più sicuro:

-- Come l'ho dichiarato in casa mia, lo dico anche a lei: ho bisogno di lavorare, ma non sono nato per servire. Le ho portato la chiave del mio scrittoio: registri, note, conti, troverà tutto in regola. Occorrendole, al caso, qualche schiarimento, mi mandi a chiamare. Verrò subito qui, al suo studio. Il mio indirizzo è via Lentasio, 37. Ormai non torno più a Lodignola. Sto a Milano, a lavorare... perchè a Milano c'è molto da lavorare per tutti e in tutti i modi. Servitor suo.

Egli fa per andarsene, ma l'altro lo trattiene per un braccio, guardandolo bene in faccia. Il giovinotto vuol tener duro... ma dopo un momento si confonde e abbassa gli occhi.

L'avvocato gli lascia andare il braccio, va a richiuder l'uscio, torna alla scrivania e siede.

-- Permetta una parola prima di andarsene così.... S'accomodi.

Il Nino Moro, diritto in piedi dinanzi alla scrivania, rigira fra le dita nervose la larga tesa del cappello a cencio.

-- Si accomodi.

Il giovine siede, accavallando una gamba sull'altra, per mostrarsi indifferente e sicuro.

-- Mi dica un po' che cosa vuol fare e in che modo intende di lavorare?

-- Scusi.... I conti che io devo rendere a lei, gliel'ho detto: sono a Lodignola, nello scrittoio, e le ho data la chiave.