La Signorina: Romanzo

Part 15

Chapter 153,777 wordsPublic domain

Doveva essere un grande avvenimento quell'arrivo del signor Francesco a Lodignola! La signora Eugenia faceva già in suo onore, spese straordinarie. Aveva scritto al Beltrami, ordinandogli due paia di stivaletti. Due alla volta, nientemeno. Un lusso strepitoso! Un paio, di pelle gialla, di bulgaro, per le passeggiate, e l'altro, un magnifico paio di pelle verniciata, per la sera.

Pensandoci, aveva impeti di gioia e rideva tra sè.

-- Voglio proprio fare la mia brava figurona! E, pur troppo, l'unica cosa ormai che mi sia rimasta, come una volta... l'unico mio vanto, sono i piedi!

Le mani cominciavano a diventare un po' secche, un po' gialle. Aveva provato a usare, invece del sapone, una certa pasta inglese all'ireos, ma...

-- Ci vuol altro che pomata per ammorbidire i sessant'anni!

L'avvocato Olivieri arriva puntualmente al sabato sera, ma la signora Eugenia aspetta a parlare del Nino Moro, quando Elena è andata a letto.

La buona donna, nel raccontare la grande scoperta della Luisa, sembra disposta a compatire il povero ragazzo; ma l'Olivieri, invece, appena sente di che si tratta, monta su tutte le furie.

-- Furbo, il villano! Senza un soldo, agguantare ottantamila lire di dote, è un bel fare il socialista!

La signora Eugenia protesta altamente:

-- Lei va subito a pensar male! Subito la dote! Subito l'interesse! L'amore, secondo lei, non dovrebbe nemmeno esistere a questo mondo! Ma se non può più esistere per me, che sono vecchia, e nemmeno per lei che ha fatto ormai le sue campagne, può esistere benissimo per il signor Nino, il quale non ha che vent'anni; e la mia Elena è tanto bella e ha tante buone qualità da far colpo anche per sè stessa, senza la dote.

L'avvocato, col viso torvo, rabbioso, non bada nemmeno a quella vecchia esaltata e romantica! Lo colpisce soltanto il nome di Elena.

-- Appunto! La signorina Elena! Elena... -- Nel far la domanda, un senso d'angoscia subentra alla collera, diventa un po' pallido e cerca le parole. -- Elena... ci pensa?

-- Ancora no, per fortuna! -- Gli occhi della buona signora sfavillano di tenerezza e di contentezza. -- Ancora non pensa che a Rolando! Ma, capirà, è un momento! Basta una parola, una semplice occhiatina.

-- Sicuro! Bisogna far presto! Subito! Cacciarlo fuori dei piedi!

-- Adagio, adagio! Andiamo adagio! Cacciarlo via, perseguitarlo in qualunque modo, oltre che ingiusto, sarebbe anche imprudente. Se Elena venisse a saperlo? Caro mio, in amore come in politica, non bisogna mai fare dei martiri! Tanto più poi che, da parte sua, il signor Nino si contiene non solo prudentemente, ma nobilissimamente.

L'Olivieri alza le spalle con una risata ironica e la signora Eugenia si riscalda.

-- Nobilissimamente! Sissignore! Schiva tutte le occasioni di trovarsi con Elena e non si fa quasi più vedere nè qui, nè in paese.

L'Olivieri continua a sogghignare.

-- In nome della poesia e del romanticismo, lei, magari, sarebbe anche capace di dar Elena in moglie a quel tanghero... ad un contadino!

-- Cioè, scusi tanto, avvocato: in questo caso toccherebbe proprio a lei a dargliela in moglie, in nome della sua democrazia!

-- Ma come c'entra qui la democrazia?

-- Oh, so anch'io che qui non c'entra affatto! -- Anche la signora Eugenia sorride ironicamente. -- La democrazia ce la facciamo sempre entrare per far discendere fino a noi chi sta più su... ma quando si tratta, invece, di far salire fino a noi chi sta più giù, allora la mandiamo a spasso e si diventa magari aristocratici!... Tuttavia, giudizio per carità! Che Elena non se ne accorga e che sopratutto non abbia da compiangere il suo innamorato. Guai! Di tutti i democratici, l'amore, quando ci si mette, è il democraticone più vero e più sincero. Io non voglio certamente che Elena sposi il signor Nino. Mai, mai! L'idea sola mi spaventa. Diversità di condizione, diversità di educazione. Elena merita molto e molto di più, siamo d'accordo. Ma per questo non si deve odiare il povero ragazzo. Tutt'altro! Se si è innamorato... è una disgrazia, non è una colpa. Elena è bella, buona, affabile, un tesoro. Se anche noi, tutti, ne siamo mezzo innamorati!... Quel povero diavolo non è corrisposto, non ha una sola speranza, non osa nè parlare, nè farsi vedere. Lui, come lui, fa pietà e merita tutta la simpatia.

-- Brava! Anche la simpatia! -- Borbotta l'avvocato.

-- Sicuro! Tutta la simpatia! È nel suo diritto, se è innamorato, se ama! Ha vent'anni! Direi anzi che fa il suo dovere. Sì, perchè è a vent'anni che si deve amare! Allora l'amore è bello, allora l'amore.... è amore, anche se ci fa soffrire, anche se ci fa morire. -- La signora Eugenia è commossa e sospira. -- È quando siamo vecchi, amico mio, che diventa peccato! Quando siamo vecchi, allora no; allora non abbiamo più diritto di perder la testa; allora si diventa matti e ridicoli!

La signora Eugenia parla sempre per sè, solo per sè, tornando col pensiero indietro di dieci anni; ma quell'altro arrossisce per conto suo sotto la barba e fino alla radice dei pochi capelli che gli son rimasti. Che la signora Eugenia abbia indovinato, abbia scoperto ciò che lui stesso comincia appena, con un senso quasi di terrore e di sbigottimento, a confessare a sè stesso?

Appunto, anche quel giorno, in carrozza, in tutto il viaggio da Milano a Lodignola, egli non aveva fatto altro che sottrarre _diciotto_ da _trentotto_. Ahimè! Restava sempre quel numero terribile: _venti_. Una ventina d'anni di diversità! Aveva spinto i diciotto di Elena a diventare quasi diciannove.... Aveva tirato indietro i suoi trent'otto fin quasi ai trentasette.... Ma la differenza era sempre troppo grande. Quando Elena avrebbe avuto trent'anni, l'età del fuoco, lui ne avrebbe avuto cinquanta.... l'età della cenere!

Adesso, tutte queste cifre tornano a ballare nella testa del povero avvocato. Egli guarda inquieto la signora Eugenia: -- Che abbia inteso di fargli un rimprovero, di dargli un avvertimento? Ma si conforta subito: -- No! No! Non è donna capace di sottintesi, capace di lanciar frecciate. Mi avrebbe dato addirittura del pazzo, senza tanti complimenti. Perchè è proprio così: non sono altro che un pazzo!

L'avvocato passeggia su e giù per la saletta immusito e a capo basso.... come i cani della villa Roero.

-- Tanto arrabbiarsi contro il Nino Moro! -- Continuava a pensare tra sè. -- Ha ragione la signora Eugenia. Ed io?... sono ingiusto! Io... peggio di lui! La diversità della condizione? Ma che cosa sono le mie poche migliaia di lire messe da parte, il mio studio bene avviato, in confronto de' suoi vent'anni? La coltura? L'educazione?... L'amore fa tanti miracoli, quando si hanno vent'anni!

La signora Eugenia l'interrompe:

-- Senta, avvocato!

-- Che c'è?

-- Il signor Francesco è il solo che può metter tutto a posto. Con una scusa, con un incarico qualunque, può allontanare il giovinetto da Lodignola per tre o quattro mesi..... e il tempo e la lontananza accomodano ogni cosa. Siamo ancora, fortunatamente, affatto in principio. Una simpatia, un po' di bruciore; ma, come diceva anche la Luisa, non può essere amore disperato. Il giovine non sarebbe in tal caso, tanto prudente, tanto timido.

-- Va bene. Parlerò con Francesco. Domani sera vado a Milano; lunedì mattina andrò subito a cercarlo.

-- Ma no! Aspettiamo che venga a Lodignola.

-- Francesco a Lodignola? Se non ci vien più! Non ci pensa nemmeno!

Il bel viso, fresco e pieno, della signora Eugenia esprime un grande stupore, una dolorosa mortificazione.

-- Non vien più a Lodignola?... Allora è tornato a Borgoprimo? Il signor Arcolei è guarito?

-- Ma che Borgoprimo! Che Arcolei!... Don Giulio va sempre di male in peggio, e la moglie esemplare, l'ammirabile donna Stefania, non abbandona un solo istante la camera del marito! Francesco è a Milano! Si diverte a Milano col Faraggiola e coll'Estensi: tutti e tre a far gli scapoli! Mi dicono che frequentano i teatri di second'ordine, i caffè-concerti e si divertono colle ragazze... di buona volontà!

-- Il signor Francesco?

-- Francesco, appunto! E dovrebbe, invece, far giudizio, perchè ha due anni più di me!

L'avvocato ripete così il suo ritornello favorito; ma questa volta lo fa solo per abitudine.

Si sente vecchio quella sera, vecchio e stanco. Non vede l'ora di cacciarsi in letto.

-- Buona notte, signora Eugenia. Combineremo domani che cosa dovrò dire a Francesco.

-- Buona notte! A domani.

Anche la signora Eugenia è rimasta senza parole.

Ciascuno va in cerca della propria candela e l'accende, sopra pensiero. Si danno la mano, si augurano ancora la buona notte e poi si voltano le spalle e, senza più dire una parola, l'Olivieri attraversa il corridoio a terreno per entrare nella sua camera e la signora Eugenia sale al primo piano, dove è la sua.

-- Due anni più, due anni meno, che importa! -- Mormora l'Olivieri mentre comincia a svestirsi, e fa un sospirone così lungo, che gli vien su dal fondo dell'anima. -- I vent'anni del Nino Moro! Ecco la gioventù! Eppure anche lui, con tutta la sua gioventù, a quest'ora deve essere rabbioso come un cane!

Sospira anche la signora Eugenia, mentre rimbocca le coperte del lettuccio; sempre quello suo antico, da ragazza, che si è portato con sè da Milano.

-- Che scema! Che matta! Speravo tanto nel caso, nel tempo, che lo allontanassero da quella donna!... Perchè poi?... avrei dovuto pensare che dopo quella... ce ne sarebbe stata un'altra. Povero Nino!... Se è proprio innamorato, come dice la Luisa, deve soffrire assai!

È verissimo quanto ha riferito l'avvocato Olivieri. Il Roero non si muove da Milano, perchè a Milano si diverte a «far lo scapolo» in compagnia dell'Estensi e del Faraggiola. Sembra che sia un po' di vacanza, capitata all'improvviso a tre vecchi collegiali: appena fuori, non sanno da che parte andare. Aprono la bocca per tirare il fiato e finiscono sbadigliando.

Da tanto tempo erano ligi ai voleri di donna Stefania, sempre così rigorosa nell'orario! La sera specialmente!

Come avrebbero potuto passar la sera, lontani, fuor dal raggio di donna Stefania?

Sempre agli ordini, sempre di servizio presso la baronessa Arcolei, o nei dintorni della baronessa Arcolei, così a Milano come a Borgoprimo, così al mare come in montagna, che cosa farsene, in che modo approfittare di quella improvvisa libertà?

Sempre in tutto punto, anche moralmente, sempre colla serietà misurata degli uomini importanti, sempre colla rigida freddezza dei grandi modelli inglesi, sempre fissi cogli occhi sulla sovrana, movendosi a' suoi cenni, respirando secondo ella batteva il tempo, largo o andantino, si guardano adesso l'un l'altro, quasi sbigottiti.

Fino a quel giorno avevano vissuto tutti e tre, in politica, con la visione delle tenebre e del precipizio, mancando oramai il provvido puntello della forca. In arte, tutto il difficile e nessuna allegria: alla _Scala_ quando si dava Wagner, al _Manzoni_ quando si dava Ibsen. In pittura, non sane e gioconde nudità scaldate al sole, ma nebulose pallidezze nordiche o magre e gelide allegorie di Botticelli londinesi. E tutto ciò... da più di dieci anni.

Appena a Milano, il Faraggiola pensò subito di ripartire per la sua villa coll'Estensi, e anche il Roero di andarsene a Lodignola. Più lontani, no, per esser pronti alla prima chiamata da Borgoprimo.

Ma quella sera? Quella prima sera? Come far venire le undici?

È d'estate; di teatri aperti non v'è che la _Commenda_: vi si rappresenta il _Paradiso_. Le _pochades_ erano proscritte e scomunicate dai gravi personaggi di casa Arcolei. Pure, in ognuno dei tre, era rimasta una reminiscenza eccitante di tutta la pornografia condannata in quella commedia... La prima donna che mostrava grandi cose...

-- Andiamo a vedere... di che si tratta!

Ci vanno col broncio, sbadigliando alle prime scene per convenienza, ma poi... -- tutto il loro mondo era lontano; il mondo elegante in Engadina; il mondo politico a Carlsbad... -- potevano anche permettersi di ridere. Ridono, in fatti, come matti, e al ritorno discutono animatamente la prima donna, come se fossero in discussione le varie parti, i diversi capitoli, del bilancio comunale.

Contentissimi della _Commenda_, risolvono di fermarsi a Milano un altro giorno, vogliono avere un'idea anche dell'_Eden_.

-- _Le coucher de Jeannette?_

-- Che roba è?

Vanno all'_Eden_, e rimandano la partenza di giorno in giorno, finchè a partire non ci pensano più. Introdotti da un senatore un po' monello e incartapecorito protettore di ragazze, salgono nel minuscolo palcoscenico, entrano nei piccoli camerini... e poi uno dopo l'altro, come congiurati, le ragazze prima, il biondo senatore dopo, col suo passetto di giovinotto galvanizzato, loro tre infine, si riuniscono in un salottino riservato, a cena...

E finiscono col divertirsi a Milano, come non si sono divertiti mai. Fanno ora i giovinotti, e anche i giovinetti: capriccetti, dispettucci, bacettini, gelosiette...

È una Milano tutta nuova, che avevano avuto lì a due passi e che non avevano mai conosciuta, così vicina e così lontana da casa Arcolei, da quell'ambiente di sonnolenza, da quello stringimento di tutti i freni! Naturalmente fingevano anche, qualche volta, di annoiarsi, di patire il caldo; si mostravano addolorati per donna Stefania e inquieti per don Giulio; brontolavano di dover restar lì a Milano, perchè Milano è vicina a Borgoprimo.

E intanto il biondino senatore annunciava loro il _Catenaccio_ alla _Commenda_ e all'_Eden_ l'arrivo della Lola Faller, nientemeno! Una maraviglia! Eccellente ragazza! Nella danza serpentina, una apparizione! Nel _Coucher d'une jeune mariée_, carina, carina, irresistibile!

-- Vi presenterò subito. Ho avuto io l'incarico di trovarle un appartamentino pieno di discrezione...

Ed è così che Francesco Roero abbandona l'idea di passare qualche giorno a Lodignola.

Del resto egli non avrebbe mai supposto nè immaginato gli effetti prodotti alla Casa Vecchia dalla sua permanenza in città.

-- Ci siamo! -- Dice una mattina la Luisa, sempre colla sua aria di gran mistero, alla signora Eugenia.

-- Come ci siamo?

-- La signorina ci casca.

-- Ci casca?

-- Sicuro. C'è un grande cambiamento. Ma non se n'è accorta anche lei, signora Eugenia?

-- Elena?...

-- Da qualche giorno non canta più, è meno allegra.

-- È vero.

-- Non salta, non grida, non corre. Fa invece delle lunghe passeggiate solitarie.

-- È vero.

-- Continua a mangiare con buon appetito, questo sì; ma rimane indifferente a tutte le mie improvvisate, e non si occupa più del povero Rolando.

-- Ma pure... il signor Nino, qui, non ci viene quasi più. Non si vedono mai.

-- Che si vedano o non si vedano, io non so. Un cambiamento c'è; questo è sicuro. Ci stia attenta anche lei.

Poco dopo, Elena entra silenziosa nella saletta, a passo lento, coll'aria svogliata; ha una lettera in mano.

La signora Eugenia le aveva detto di scrivere al signor Francesco, pregandolo di voler venire a Lodignola, come aveva promesso tempo addietro anche all'avvocato Olivieri, per assistere alle feste del saggio scolastico.

-- Hai scritto. Elena? -- La signora Eugenia si mette a fissare la giovinetta con uno sguardo più inquieto che scrutatore.

-- Sì. Vuol leggere? -- E fa per darle la lettera.

-- No! No! Figurati! Sono certa che gli avrai scritto una bellissima letterina, con tutto il tuo cuore. Devi voler molto bene al signor Francesco... E ricordati, per il tuo avvenire e per la tua felicità, devi promettere a te stessa di fare in modo di obbedirlo sempre, in tutto, e di amarlo sempre... più di tutti.

La fanciulla alza i suoi occhioni interrogativi in faccia alla signora Eugenia... poi commossa le butta le braccia al collo, la bacia, la stringe, muta, con espressione profonda di mestizia, e se ne va lasciando la povera donna ancora più inquieta.

-- Oh Dio! Dio! Se la Luisa avesse proprio indovinato! Se incominciasse anche lei ad innamorarsi del Nino!

Elena porta ella stessa la lettera per il Roero alla posta vicina.

... No, non gli ha scritto con tutto il suo cuore! Il suo cuore, lo ha fatto tacere... Gli ha scritto due paginette stupidissime. Prima di tutto, scrivergli di venire per il saggio, era già una cosa sciocca per sè stessa... e poi sentiva di essere irritata, di essere molto in collera contro il signor Francesco. No! Egli non le voleva più bene! Come l'aveva dimenticata! Adesso quella signora cattiva non ci entrava più... Adesso era lui, proprio lui, soltanto lui, che non pensava nemmeno di venirla a vedere. Era lui, adesso, il cattivo che non le voleva più bene, il cattivo che l'aveva dimenticata!

Guarda la lettera, scrollando il capo, mentre la lascia cadere nella cassetta:

-- Va! Va! Va pure a Milano anche tu, lettera stupida! Sei la lettera che egli si merita, nè più, nè meno.

Ritornando alla Casa Vecchia, fa un'altra strada e passa dinanzi alla scuola per vedere se son cominciati gli addobbi per la festa del saggio. Trova tutti in grandi faccende e il signor Nino che dirige il lavoro.

-- Povero Nino! -- Pensa fra sè, vedendolo. -- Se mi ama davvero, deve soffrire anche lui!

Gli si avvicina gentile, domandandogli molti particolari, e lodando tutto quanto egli ha fatto. Non per civetteria, ma per bontà... per pietà.

Il giovine è diventato pallido. Il pallore, in quella faccia bruna, dà l'impressione di una sofferenza più acuta. E nel rispondere alla fanciulla, il suo sguardo è dubbioso, la sua voce trema... Povero Nino!

Ella partendo gli stringe la mano, e quando è di nuovo sola, nel viottolo ombroso che sale alla Casa Vecchia, cammina lenta, pensierosa. L'anima le trema, come presa da uno scoramento ignoto, profondo, indefinito...

-- Se proprio mi vuol bene... quanto deve soffrire anche lui!

III.

La villa Roero.

Elena si agita nel sonno, si scote, si sveglia: sente giù in istrada lo scalpitìo, il nitrito di un cavallo, sente dal balcone la voce della signora Eugenia...

Si rizza a sedere sul letto e tende l'orecchio:

-- La mammetta?... Con chi parla?... Chi è arrivato?

La signora Eugenia continua, sempre dal balcone:

-- Che bravo! Finalmente!... Ormai avevamo perduta anche la speranza!

-- Sono partito da Milano ieri sera, dopo pranzo, per schivare il caldo!

Alla voce nuova, a quella voce d'uomo Elena trasalisce e spalanca gli occhi nel buio.

La signora Eugenia ricomincia i complimenti:

-- Era tanto aspettato a Lodignola per le feste del saggio scolastico!

-- Non ho potuto!

-- Anche Elena le aveva scritto, pregandolo di venire!

-- È proprio lui! È lui! È lui! -- Elena balza dal letto e a pie' nudi corre ad ascoltare alla finestra, allungandosi per poter vedere il signor Francesco traverso le stecche delle persiane. -- Sì! Sì! Eccolo! Eccolo! È proprio lui!

In quegli anni Francesco Roero non è che diventato più magro e più pallido. Sempre elegantissimo, coi baffetti castagni chiari rivolti in su, fa caracollare il cavallo, sotto il balcone, con sicurezza e con grazia, mentre risponde alla signora Eugenia:

-- Non ho scritto a Lulù sapendo di dover venire a Lodignola... -- Il cavallo s'impenna: Francesco s'interrompe un istante, battendogli colla mano sul collo per quetarlo, poi ripiglia: -- E Lulù come sta?... Io, già, la chiamerò sempre Lulù!

-- Benissimo!... Dorme ancora!... È quella lì la sua camera!... Le finestre sono ancora chiuse!... Dorme sempre sin tardi!

Ad Elena, ritta dietro le persiane, batte il cuore con violenza. Ella vede il Roero fissare cogli occhi sorridenti la sua finestra, mentre domanda alla signora Eugenia:

-- È sempre così carina?

-- S'è fatta mollo bella! Una bellezza!... Anzi ho da parlarle anch'io... per un certo discorso che le ha fatto l'Olivieri!

-- Oh! Oh!... Ancora novità?... -- E il Roero dà in una risatina, accarezzando la testa del cavallo.

Elena aggrotta le ciglia. Quel riso le fa dispetto: ha un lampo di collera, non contro il Roero, ma contro il Nino Moro.

-- Novità, proprio, no!... -- È sempre la voce della signora Eugenia, -- ma ho da parlarle!

-- Va bene! Verrò verso le tre!

-- Venga a far colazione qui!... Le preparerò io una certa costoletta alla scatola, squisita...

-- Grazie, ma non posso! Ho molto da fare! Sono venuto anche per il vostro famoso tram... Stasera parto!

-- Così subito? Riparte? -- Esclama la signora Eugenia vivamente.

Anche Elena ha una stretta al cuore e rimane immobile, assorta, trattenendo il respiro.

-- Ho appena una settimana disponibile, avendo molti impegni a Milano, e voglio andare a Zermatt e al Gornergrat.

-- Va via! Torna via! Vuol tornar via! -- Ripete Elena tra sè, con un senso di dolore, di disperazione; poi, più per istinto che per ragionamento, così quale si trova, le braccia nude, i bei capelli sciolti, la camicia che le casca dalle spalle, spalanca d'improvviso le imposte in pieno sole, come saltasse in quel punto dal letto, guarda il Roero, dà un piccolo grido e si tira indietro vivamente, si caccia ancora in letto ravvoltolandosi nelle lenzuola, confusa, inquieta... arrossendo ed anche ridendo.

Il Roero a quell'apparizione dà una spronata al cavallo e si fa sotto la finestra di Elena.

-- Lulù! Lulù! -- Continua a chiamare, -- Lulù!

Elena non si fa più vedere. È la Luisa, invece, che viene alla finestra a fare i suoi complimenti.

-- E Lulù? Dov'è scappata Lulù?

-- Sta vestendosi, e scende subito a salutarla.

-- No! No! Ci vuol troppo tempo! Ditele, Luisa, di tornare un momento alla finestra!

La Luisa rientra e poco dopo Elena si affaccia di nuovo, ma imbacuccata in uno scialle grande a righe rosse e nere. Non è la stessa cosa, ma è molto carina anche così.

-- Brava Lulù! Ti fò paura adesso?... Ti fò scappare?

Elena, rossa, confusa, balbetta appena qualche parola.

Il cavallo continua a scalpitare, a sbuffare, a impennarsi... Il Roero non può più tenerlo, saluta ridendo e via di carriera.

Elena, spaventata, dà un grido e la signora Eugenia ripete più forte:

-- Arrivederci a colazione! L'aspettiamo! Si ricordi!

Il Roero è venuto a Lodignola dopo i funerali di don Giulio Arcolei, morto quasi improvvisamente per l'aggravarsi del suo vecchio male.

Durante otto o dieci giorni almeno, non sarebbe stato conveniente nè per lui nè per gli altri due, insomma per i tre amici più intimi del compianto Arcolei, il farsi vedere al caffè a mangiare di buon appetito e tanto meno a divertirsi all'_Eden_ e alla _Commenda_. Stare in casa o al club, ritirati, tutto il giorno, tutta la sera?...

L'Estensi e il Faraggiola prendono subito il primo treno e vanno insieme in campagna, come già avevano fissato. Il Roero si ferma ancora un giorno a Milano e poi parte anche lui per Lodignola. Egli ha dovuto aspettare un dispaccio, un ordine di donna Stefania. Francesco Roero deve sempre ricordare, e in quel momento sopratutto, di aver obblighi e doveri maggiori degli altri due. In fatti donna Stefania gli ordina Lodignola o la Svizzera. Ella desidera la solitudine: vuol tutta consacrarsi alla devozione delle memorie. Rispetti, sentimenti e scrupoli le impongono, per alcuni giorni, che il Roero, più di ogni altro, rimanga lontano da Borgoprimo; ed il Roero approva, in cor suo, pienamente, quel delicato riserbo, quel breve periodo di ritiro, di austerità e di penitenza imposto a sè stessa dalla vedova modello.

Egli parte, abbastanza di buon umore; ma tutto quel viaggio in carrozza è troppo lungo, troppo pesante.

-- Auf! Che caldo! Che afa, anche di sera!... Bisogna cercare un luogo più fresco!

Quella campagna, quella pianura monotona lo hanno già annoiato; la vista di que' suoi luoghi sotto la tenue luce del crepuscolo e tra le ombre della notte lo rattrista.

-- Si diventa vecchi!... In tutti questi anni son diventato vecchio... e nient'altro!... Auf! Che caldo! Sarà meglio andare un po' in Isvizzera. A Zermatt e al Gornergrat.

Ma l'apparizione di Elena ha dissipato ad un tratto il tedio improvviso della campagna, l'impressione uggiosa, triste di Lodignola.

-- Che bella mattina limpida, fresca!... E, per Dio, che bella ragazza!