La Signorina: Romanzo

Part 13

Chapter 133,766 wordsPublic domain

-- Bisognerebbe trovargli una moglie..... Una ragazza adattata alla circostanza... Di quelle che non capiscono niente!...

Pensa, ripensa...

-- Il conte Luardi, a proposito, deve avere una figlia ancora in collegio..... o appena uscita di collegio...

Il conte Luardi è una buona pasta d'innamorato, uso Carletto e Manòlo.

-- Ma come fare a riannodare i rapporti e l'intimità dopo tanto oblio?...

Pensa ancora un momento e ha subito un lampo:

-- San Giuseppe!

Il conte Luardi ha nome Giuseppe; fra un paio di giorni, il diciannove di marzo, è San Giuseppe... E il conte Luardi riceve da Borgoprimo, per il suo giorno onomastico, un bel ritratto di donna Stefania a cavallo, «_coi migliori auguri di un'amica affettuosa che non dimentica..._»

Il brum col Roero, che aspetta alle _Grazie_, appena salita donna Stefania, con la faccia nascosta da una fitta veletta bianca sparsa di miche lucenti, azzurrine, comincia a fare un lungo giro, che finisce poi secondo gli ordini ricevuti, nelle vicinanze della stazione, dinanzi all'_hôtel Firenze_.

Il Roero ha messo nel brum una piccola valigetta, assai leggiera, che deve calmare, come li calma in fatti, tutti gli scrupoli del locandiere.

Sono le cinque e mezzo quando escono insieme dall'albergo, sospettosi e un po' inquieti. Donna Stefania, dopo una rapida stretta di mano e un'occhiata che brucia di sotto il velo, si avvia risoluta verso il cuore di Milano, l'andatura ardita e superba, il petto sporgente, il passo rapido e franco da conquistatrice... Il Roero invece, che deve più tardi ritornare alla locanda per il conto e per la valigetta, s'inoltra a caso, passo passo, curvo, dinoccolato, imbronciato e si perde per le vie fangose ancora in fabbrica e i terreni incolti dietro alla stazione. A un tratto si ferma, guarda macchinalmente l'orologio senza nemmeno veder l'ora e dà un grosso sospiro di stanchezza e di scontento.

Il dì dopo, com'era stato convenuto con donna Stefania, va per una visita a Borgoprimo; vi ritorna alla domenica e vi si ferma due o tre giorni; poi da Borgoprimo non torna a Milano, ma va direttamente a Lodignola.

In tutto quel tempo s'era appena intrattenuto alla sfuggita con Lulù e aveva sempre cercato di schivare la signora Eugenia e l'Olivieri. Ma all'Olivieri telegrafa subito, appena a Lodignola: «Ti aspetto domattina, devo parlarti: affari urgenti». Ma poi, dopo un'ora, durante la quale rabbioso, nervoso, furioso, aveva strapazzato il fattore, il giardiniere, il cocchiere, tutti quanti, pensa che invece di parlare coll'Olivieri è meglio scrivere e spedisce subito un secondo telegramma: «Non venire domattina; parto oggi stesso: segue lettera e spiegazioni».

Trovarsi a tu per tu coll'Olivieri?... Sapeva già che cosa l'amico gli avrebbe detto. L'Olivieri avrebbe avuto tutte le ragioni, lui tutti i torti; l'Olivieri avrebbe parlato da uomo serio, di proposito, e lui avrebbe risposto... da bestia. Ma la conclusione quale sarebbe stata?... Disgustarsi, romperla, forse irreparabilmente, certo inutilmente.

E poi... un'altra ragione gli consiglia di scrivere invece di parlare: quella stessa che in quei giorni gli ha fatto sfuggire Lulù. Francesco si sente debole. Forse non è il cuore, sono i nervi; ma non vuol più vedere nè Lulù, nè tutta quella gente. Non potendo più essere come prima, gli farebbe troppo male. E poi, che male!... Tutti quegli occhi pieni di sottintesi, di rimproveri, di lamenti gli darebbero tremendamente ai nervi. È meglio finirla e cavarsela collo scrivere!... E scrive, in fatti:

Carissimo Olivieri,

Poche parole per far più presto. A quest'ora tu sai già che cos'è successo: un po' ti sarà stato riferito, il resto lo avrai immaginato!

... È proprio così; e non parliamone più.

Quand'è così, sono inutili le discussioni, anzi sono pericolosissime e io non desidero farne assolutamente. Per questo, appunto, invece di farti venire a Lodignola, ho preferito scriverti.

Tu per indurmi a cambiar strada, per ammonirmi, per rimproverarmi non potresti dirmi niente che già non mi sia detto anch'io. Ho fatto io per il primo l'esame di me stesso e del mio stato. Ascoltami bene: io non amo quella donna, non stimo quella donna, ma mi piace, ne sono geloso e ne ho paura. Sono debole di cuore e di carattere e ti riassumo la mia condizione presente e la mia vita avvenire in questo: _ho finito di fare a mio modo_.

Caro amico, nel giudicarmi vi siete tutti sbagliati: e per un momento mi sono sbagliato anch'io credendomi diverso.

Oh le mie aspirazioni alla giustizia, alle riforme, a un nuovo avvenire! Oh tutto il mio lavoro, la mia resistenza al lavoro, la mia fantasia, la mia febbrile attività. Ci siamo tutti sbagliati... ed io più di tutti. Ciò che la buona signora Eugenia, nel facile entusiasmo del suo cuore espansivo, chiamava _genio_ non era altro che una sovrabbondanza di sangue che eccitava il mio cervello. La mia stessa intelligenza, colla sua feconda esuberanza di idee... non era altro che un fatto fisiologico semplicissimo, dovuto all'economia dell'organismo, ad un risparmio anormale di forze. Oggi, cessata la causa, è cessato il fenomeno. Oggi l'esuberanza di fantasia, l'attività, il genio... -- addio, mio caro! -- Oggi sento che stenterei un'intera giornata per riuscire a scrivere una pagina, per afferrare un'idea... e che penerei un'ora per scegliere un aggettivo.

Concludendo: nessun rimpianto e, soprattutto, nessun rimprovero. Era legge _fatale_ che un giorno o l'altro io dovessi ritornare quello che sono in realtà. È per legge fatale che ogni uomo ha nella vita la donna che si merita ed io ho meritato e merito, appunto, di aver finito di fare a mio modo. Per quanto la signora Eugenia abbia decantato i miei meriti morali, per quanto mi abbia fatto benedire e ribenedire da tutti i suoi vedovi e le sue vedove, io non sono altro che uno scettico dal cuor tenero: _penso_ che il mondo gira e non cammina, e per ciò è meglio lasciarlo girare come vuole, chè, tanto, ritornerà sempre a rifare la stessa strada... e _sento_ che voglio bene ancora a troppe persone, essendomi ormai ridotto per la mia debolezza a non dover fare altro che la felicità e la volontà di una sola.

Questo è il mio testamento morale che ti affido sul punto di passare a nuova vita. Quando avremo occasione di rivederci, lo desidero e te ne prego, non parleremo altro che de' miei affari e, occorrendo, verrò io a cercarti al tuo studio.

Hai già la mia procura. Il mio ragioniere, tutta la mia gente hanno l'ordine di rivolgersi a te, di consigliarsi con te, di dipendere da te, come prima.

E a te pure rimane la tutela degli interessi di Lulù, che desidero sempre affidata alla signora Eugenia.

A Lulù ho assegnato un piccolo capitale, ottantamila lire: questo capitale è già investito in altrettanta rendita intestata al nome di Elena Maria Savoldi. Alla signora Eugenia consegnerai inoltre trecento lire al mese per tutto il mantenimento e l'educazione di Lulù. In fine, da oggi, metto a piena disposizione della signora Eugenia e di Lulù la vecchia casa di Lodignola, dove io sono nato e che fu da me abitata con mio padre, prima che mio padre fabbricasse la nostra villa.

A Lulù farà bene la vita di campagna: e la signora Eugenia diceva sempre che il suo sogno era una villetta con un piccolo giardino e un balcone dove restar seduta a contemplar le montagne. La casa ha un piccolo giardino e un frutteto. Tu vi farai fare tutte le riparazioni e le innovazioni necessarie, compreso il piccolo balcone, che adesso non c'è. E dirai alla signora Eugenia che io non regalo questa casa alla _nostra_ Lulù per due ragioni: la prima, perchè la casa paterna non si cede a nessuno; la seconda, perchè desidero che Lulù, anche lontana, resti sempre _in casa mia_.

Ed ora una stretta di mano e un abbraccio.

... Ricordi le tue profezie di due anni fa?... In un punto solo hai sbagliato: tu non hai perduto un amico....

E nello scrivere l'indirizzo: «all'avvocato Olivieri, Milano», gli occhi del Roero erano pieni di lacrime.

PARTE QUARTA

LA SIGNORINA

I.

La casa vecchia.

La vecchia casa del babbo Roero spicca tutta bianca sull'alto della collina e al primo raggio di sole, pei vetri del piccolo balcone, riscintilla fra i glicini rampicanti e i vasi di garofani rossi e sorride fresca intima e semplice al cospetto dell'altra villa Roero, ampia nuova sontuosa, che si adagia laggiù in mezzo al piano verde del parco.

Le finestre della casetta sono sempre tutte aperte, quelle della villa sempre tutte chiuse. Nella villa, nel parco immenso passeggia soltanto qualche volta il custode, oppure lavora il giardiniere co' suoi uomini, ma per lo più tutto il recinto rimane silenzioso, disabitato: non vi gironzano altro che due grossi cagnacci col pelo rossiccio che fanno la guardia muovendosi lentamente, col testone basso, colla coda bassa, immusiti e brontoloni come due vecchi gottosi. Invece il piccolo giardino e il _brolo_ della casetta sono pieni di vita e di moto; si vede correre, saltare, cantare, ridere una bella fanciulla in cui sbocciano come rose i diciott'anni irrequieti e chiassosi. E ridendo e scherzando e giocando e cantando e cogliendo fiori nel giardino e divorando frutti nel brolo, ella chiama «mamma, mammina, mammetta,» o «signora Eugenia, cara cara» una vecchia signora coi capelli tutti riflessi d'argento, alta e ancora elegante e piacente per la calma serena degli occhi intelligenti e indulgenti e per tutto ciò che è rimasto in lei e che spira da lei di fresco, d'intatto, di giovanile. La bella vecchia, vestita di nero, col solino di una candidezza immacolata, stretto alla gola, è sempre affaccendata attorno alla bella giovinetta o la tien d'occhio dal balcone; ride e scherza con lei e le dà queste terribili strapazzate:

-- Elena! Elena! Gioia! Basta adesso! Fa troppo caldo! C'è troppo sole! Ti farà male! Vieni un po' in casa! Vieni un po' su con me!

-- Mammina, mammetta, _mammuzzoli_, adesso non vengo!

-- Ma, Elena, gioia, basta mangiar frutta! Basta! Non avrai più fame a colazione!

-- Anzi, tutt'altro!... Le frutta mi mettono appetito!

-- Insomma, basta! Vieni subito in casa o vado in collera!

-- Eccomi! Eccomi, signora Eugenia! -- Cantando, la giovinetta attraversa il giardino, imbocca l'uscio, piglia di corsa le scale e si precipita addosso alla vecchia signora con una pioggia di baci impetuosi, che la soffocano e la stordiscono.

-- Basta!... Basta anche coi baci!... Auf! Che tormento! -- E così dicendo la signora Eugenia ride mostrando tutta la sua compiacenza e ancora tutti i bei denti bianchi. -- Sei diventata grande... ma sei rimasta sempre Lulù: anzi sei diventata più Lulù di prima.

La signora Eugenia ha ragione: adesso la signorina Savoldi la chiamano Elena.... ma è rimasta Lulù; più che mai Lulù; buona, cara e ancora un pochino capricciosa. A diciott'anni, non è diventata molto alta, anzi è un po' piccoletta, tarchiatella. È sana e forte, bianca e rossa e ben proporzionata. Ha i capelli nerissimi che si ravvolgono in una massa ondulata e indisciplinata sulla testolina rotonda; ha gli occhi nerissimi e fulgidi. Per la signora Eugenia non c'è al mondo una ragazza più bella; la Luisa l'ammira incantata, tutti le vogliono bene.

Appena è in casa e quando è ora di studiare o di lavorare, la signorina Elena si calma e diventa seria e più che la figliuola o l'allieva, appare ormai la compagna e l'amica della signora Eugenia. Leggono insieme, studiano insieme, lavorano insieme, e hanno molto da leggere, da studiare e da fare.

I primi studi, la signorina Elena li ha cominciati a Milano, e allora a Lodignola, non venivano, lei e la signora Eugenia, altro che alle vacanze; ma poi la naturale inclinazione, le attrattive della campagna, della libertà, della bella casetta tutta per loro due sole, dell'aria, della luce, dei prati, dei fiori, le avevano indotte ben presto a stabilirsi a Lodignola.

-- Io potrò insegnarti tutto quel pochissimo che so, -- disse la signora Eugenia alla sua allieva, -- e il resto lo studieremo insieme.

In fatti, adesso, studiano insieme le lingue, -- meno il francese, che già lo parlano tutt'e due benissimo, -- e imparano a conoscere sui libri, il mondo e gli uomini.

E con quanta passione, con quanto spirito di emulazione! Però la signorina Elena è la più pronta e la più brava, e la stessa signora Eugenia, orgogliosa, lo dichiara per la prima.

A diciott'anni la signorina Elena è benissimo educata, senza affettazioni, senza smancerie; è coltissima, senz'essere pretenziosa e pedante. E non suona il pianoforte.

-- Oh, questo no! Il pianoforte no! -- Aveva detto l'Olivieri, sempre consultato sull'istruzione della giovinetta. -- Il pianoforte no! È uno dei primi fattori dell'odierno decrescere dei matrimoni, perchè fa odiare le ragazze da lontano!

Invece tutti vogliono bene alla signorina Elena, anche quando vanno in furia contro di lei e la chiamano Lulù!

-- Sei sempre Lulù!.... Diventi ogni giorno..... più Lulù!

Tutti adorano la signorina Elena-Lulù..... e qualcheduno, più d'uno, comincia anche ad amarla, proprio d'amore.

Ma di questo Lulù ne ride e la signorina Elena non ci pensa.

Il suo cuore, il suo essere, sono già presi e occupati, fino dai tempi più remoti.

Quando cominciò a susurrare in lei il primo canto della bella poesia della vita?... Ella non ricorda, non sa. Forse per lei si schiusero insieme la vita e l'amore.

Saper voler bene non è da tutti; anzi, è rarissima dote: e la signorina Elena sa voler bene. Ella ricambia la grande tenerezza, l'adorazione della signora Eugenia; sente amicizia, affetto, gratitudine per l'avvocato Olivieri, ma il suo bene per il signor Francesco è tutt'altra cosa: è poesia. La poesia che trasfonde luce e colore in chi è amato, che lo esalta, che lo innalza su su, fino al settimo cielo.

Non lo vedeva mai! Erano anni ch'ella non vedeva più il signor Francesco Roero e però la sola immagine che rimaneva sempre fissa in lei era quella del signore elegante, di dieci anni addietro; egli restava sempre anche per la signorina Elena il «_Cochi_ bello» di Lulù!

E quante volte la mattina, appena alzata e aperta la finestra, ella rimane ritta, immobile appoggiata al davanzale, cogli occhi fissi laggiù, in mezzo al piano verde del parco dove si adagia la villa Roero, tutta chiusa, abbandonata dal suo padrone.... E quante volte interrompe quella sua contemplazione con un sospiro e un fremito, e passandovi adagio la mano sotto i capelli, sulla nuca, risente ancora la carezza morbida dei baffi odorosi e il calore del bacio. E come rimane in lei ancora evidente, viva l'ultima impressione, quella dell'_hôtel de la Ville_! _Cochi_, il suo «_Cochi_ bello», le era stato portato via da quella cattiva signora alta e bionda.... la nemica sua. Sì, adesso aveva saputo tutto, un po' dalla mammetta, un po' dall'avvocato.

La nemica sua, perchè anche la baronessa Arcolei era di quella gente contro la quale il suo povero papà si era scagliato in battaglia e aveva persa la vita!

A questo pensiero, mentre Elena fissa la villa abbandonata, e dove soli i due grossi cani rossicci gironzolano lenti, dinoccolati, col muso basso, il suo cuore si stringe dolorosamente, e i suoi occhi si riempiono di lacrime. È malinconico l'aspetto di quella villa.... e deve essere ben malinconico anche il suo padrone! Tutta così chiusa, quella villa le sembra una prigione e lei pensa che anche il signor Francesco, il suo _Cochi_, è prigioniero, schiavo di quella donna cattiva, alta e bionda. No, no, _lui_ non poteva essere felice! Era lontano dalla sua felicità; soltanto lì con loro, lì, in mezzo a loro, adorato da tutti loro e amato da lei, soltanto lì, egli sarebbe stato felice! Ed Elena, ripensando ai tempi in cui era Lulù, ripeteva sorridendo come Lulù:

-- Io ti sposo!

Oh che gioia se avesse potuto vedere per un sol giorno aperte, spalancate le finestre di quella villa! L'opprimevano quelle finestre sbarrate, quel silenzio dell'abbandono!

Non aveva più veduto il signor Francesco da due o tre anni. Prima, a Milano lo vedeva, qualche volta, ma assai di rado.

Ella però gli scriveva a Natale, al suo giorno, due o tre volte nell'anno. Ma che lettere insipide! Ciò che ella gli avrebbe voluto dire: «venga» o «vieni», «torna» o «torni», non glielo poteva scrivere dunque.... Dunque non erano lettere! Faceva un bel componimento, col suo più bel caratterino, da sottoporre all'approvazione della signora Eugenia, ed all'ammirazione dell'avvocato Olivieri.

-- Eh! eh! -- La signorina Elena ride con una certa furbizia quando pensa fra sè: -- Anche la mammetta ha un gran debole per il signor Francesco!... Ogni volta che ne parla, si riscalda, si entusiasma, le vengono le vampe alla faccia! Sembra che ritorni più giovine e più bella! E come anche la mia mammetta detesta quella donna Stefania! Stefania?... Che nome.... da vecchia! La mia mammetta non la nomina mai quella Stefania, nemmeno per isbaglio.... ma se parlan di lei, istintivamente aggrotta le ciglia! Cara! Cara! La mia mammetta cara!

-- Ma però dev'essere molto astuta quella Stefania! Che arte deve avere!... Come si potrà mai fare per poter diventare così padrona di un uomo?... Del più bello... del più simpatico... del più degno di essere amato!... -- Ed Elena dimentica Stefania e pensa solo a Francesco; non odia più, torna solo ad amare.

-- È molto più bello anche dell'Olivieri! Molto più bello, molto più elegante, molto più giovine, molto più _chic_! Povero signor Olivieri! -- La giovinetta sorride come prima con una certa malizietta... ma con una punta d'ironia più acuta, più spietata.

-- Continua a vantarsi con me di essere più giovine di due anni del signor Francesco!... Povero avvocato!... Gli faccio una grande impressione. Ma... impossibile! È buono, quasi come la signora Eugenia, gli devo molta riconoscenza e gli voglio molto bene... potrà fare il paio per me colla mammetta. Ecco, sarà per me _un signor Eugenio_, ma niente di più!... Che begli occhi ha il signor Francesco, profondi, dolcissimi... Quando guardano accarezzano come un velluto! Come sta bene in cilindro e in stiffelius! E che belle mani!... Mi piacciono gli uomini forti che hanno le mani bianche e delicate come una signora! Le mani dell'avvocato, poveretto, come invece sono grosse e corte! Bruttissime mani!... Povero avvocato!... Da qualche tempo fa sforzi inauditi di eleganza, ma non ci riesce! E come gli secca proprio per me, di diventar calvo! È tanto buono, povero Olivieri!... Ma pure deve accontentarsi di essere buono, senza voler anche diventar bello! Io per altro... Io sì; faccio colpo! E ho fatto colpo anche al signor Francesco!

Elena alza, stende le braccia e sorride a questo pensiero, deliziosamente. Ella si sente forte: è la giovinezza che le martella nel sangue, che tutto rischiara e illumina d'intorno a lei e che corre in lei con un gorgoglio fremente di gaudi e di promesse.

Sì, l'ultima volta che si sono incontrati a Milano, nello studio dell'avvocato Olivieri, il signor Francesco è rimasto colpito.

-- Come sei diventata bella! Sei diventata molto bella! -- Glielo ha proprio detto!... E l'ha fatta ridere. Ma poi, ha continuato a guardarla senza più dirle niente e l'ha fatta arrossire.

-- Bella, molto bella! -- Ripete Elena di sovente quando è sola in camera sua, e pensa: -- Allora avevo quindici anni, appena; ne sono passati altri tre! E adesso?... Bella o brutta?

Si affaccia allo specchio, si guarda... Alza, stende le braccia... e la giovinezza canta, in un sorriso, il suo trionfo.

-- Ma lui è lontano, sempre lontano! Non lo vedo più! Oh se venisse a Lodignola! Se si fermasse per qualche giorno a Lodignola!... Allora, allora sì!

Elena, oltre ad una grande tenerezza, ha riposto una assoluta confidenza nella signora Eugenia: non ha segreti per lei... tranne uno. Non le ha mai detto che tutto quanto era rimasto di Lulù nella signorina Elena, era la volontà di sposare il suo _Cochi_!

Molte volte è stata tentata, ma non ha mai osato domandarle se fosse proprio vero che le bionde piacessero agli uomini molto più delle brune.

Era questa la sua inquietudine e la sua preoccupazione.

Se fosse stato vero, guai! Lei, così nera, avrebbe finito col fargli ribrezzo!

Si guardava, si guardava, e la leggerissima peluria vicina alle tempie la tormentava, e quella più fitta, che imbruniva la nuca, sotto i capelli, era il suo spavento!

Dio! Dio! Se proprio non gli piacevano che le bionde, ella gli avrebbe fatto orrore!

Ma se non parla mai del «_Cochi_ di Lulù», se non fa mai nessuna domanda a proposito delle bionde, per altro, del signor Francesco parla anche lei e sarebbe impossibile farne a meno perchè a Lodignola ne parlano tutti, e lì, nella casa vecchia, è sempre lui l'argomento dei discorsi più importanti.

Francesco Roero, anche non andandovi mai, è amato a Lodignola e vi è diventato popolare; un po' per merito suo, molto per merito della signora Eugenia e dell'Olivieri.

A Milano, il Roero ha finito per accettare la carica di consigliere comunale, secondo le intenzioni di casa Arcolei. Il suo seggio è quindi fra quelli della maggioranza conservatrice, ma verso sinistra... tutto quanto gli è stato possibile. L'antico autore di _Vae Victis_ è rimasto _frondeur_ e qualche volta diserta o rompe le file... Ma troppe altre volte subisce l'ambiente sino al punto di rassegnarsi, quasi inconsapevole, alla parte di correttore della prosa ufficiale di palazzo Marino, di estensore di aulica retorica da manifesti e da indirizzi e -- chi mai glielo avrebbe detto! -- persino di anonimo polemista.

Per sottrarsi, fin dove gli riesce, alla politica militante, che non è la sua, si consacra più volentieri alla beneficenza cittadina. Ma, ahimè! quale abisso fra i suoi audaci ideali di previdenza e di solidarietà umana e la gelida e burocratica funzione elemosiniera che gli è permesso di compiere, usata ora come un freno, ora come un correttivo, più di sovente sfruttata come una imposizione, come una moneta spicciola di supremazia di casta!... De' suoi ideali, il Roero non parla, non scrive più, non si occupa più, non osa più guardar loro in viso, neppure nell'intimo suo, ma in compenso gran parte de' suoi redditi finisce a Lodignola fra le mani intraprendenti e sapienti dell'avvocato Olivieri e della signora Eugenia, che colle ricchezze del neo-commendatore, caro ai difensori della proprietà e dell'ordine, vanno applicando e svolgendo in nome suo tutto un programma di socialismo pratico ed umanitario, fra quella buona gente di campagna.

Così, ed è anche giustizia, tutto il bene fatto dall'Olivieri e dalla signora Eugenia, tutto ciò che riescono a creare, a fondare, a istituire, è attribuito all'iniziativa di Francesco Roero, è messo sotto il patrocinio di Francesco Roero, porta il nome di Francesco Roero.

L'Olivieri e la signora Eugenia hanno trovato nelle tenute del Roero le consuetudini pressochè feudali dell'epoca spagnolesca... le consuetudini che, pur troppo, sussistono tuttora in gran parte della Lombardia, e un po' dappertutto. I coloni sono giorno per giorno sfruttati dai fittabili o dai fattori che, pur condannandoli a fatiche improbe, rubano sul loro meschino salario anche più di quel che poi rubino sugli utili al proprietario e li fanno vivere abbrutiti, in case inabitabili, senza aria e senza istruzione, ignoranti perciò e superstiziosi, schiacciati moralmente e fisicamente.

Essi assistono, insomma, al trionfo inveterato di una grande e continua iniquità, che non è neppur compresa da chi la compie e accascia in un sordo livore i disgraziati che la subiscono.