La Signorina: Romanzo

Part 10

Chapter 103,754 wordsPublic domain

-- Brava! -- E quando Lulù ha finito di recitare l'orazione, la signora Eugenia la riadagia nel letto, continuando ad accarezzarla.

-- Che cos'è che desideri? Sentiamo. Che cosa ti si deve augurare per la tua festa?

-- Un bell'ombrellino grande e il ventaglio colla capretta bianca.

-- Invece, io voglio augurarti molto di più! Auguro alla signorina Elena Maria di essere sempre così bella e sempre così buona!... Avrei dovuto dire, buona prima, e dopo bella, ma siccome la bellezza non è altro che l'espressione e il premio della bontà, così, non è vero?... Fa lo stesso!

-- Fa lo stesso.

-- ... Sempre così bella e sempre così buona...

-- Ma voglio anche l'ombrellino e il ventaglio colla capretta! Anche l'ombrellino e la capretta! -- Lulù, già colla smania in corpo di far del chiasso, salta di nuovo sul letto battendo le manine e continuando a strillare: -- L'ombrellino e la capretta!

-- Sotto, sotto! Che pigli freddo!

-- No! No! No! Prima vedere!

-- Che cosa vuoi vedere?

-- Il regalo!

Lulù diventa seria. Coi regali non si scherza e i suoi regali, per quel giorno, ella li ha già ben fissi in mente.

-- Che regalo mi ha portato?

-- Prima di tutto mi sono alzata apposta alle sei, per essere la prima a darti un bacio. Poi ti ho portato... _la Storia di Roma_!

-- Quella grande, con le figure colorate?

-- Appunto! -- La signora Eugenia, che aveva messo il libro sopra una seggiola, va a prenderlo e lo porta alla bimba.

-- C'è la lupa coi bambini?... Dov'è la lupa coi bambini?

-- Eccola qui, guarda; la lupa che allatta Romolo e Remo, i due fondatori di Roma. Ma adesso sotto, sotto, da brava, così. Non voglio più che pigli freddo!

-- Luisa! Luisa!... Vieni a vedere la lupa coi bambini!

-- La Luisa non c'è; è andata a messa, perchè oggi è domenica.

-- È domenica? -- Nuovo strillo di gioia. -- Allora andremo a prendere il biscotto colla granita.

-- Cioè, prima andremo a messa, poi, dopo, ti condurrò a prendere il biscotto colla granita.

Adesso il biscotto colla granita tiene il posto del gelato rosso da molto tempo dimenticato... e a poco a poco, naturalmente, col gelato rosso, anche «il suo papà» è quasi sparito dalla memoria e dal cuore di Lulù. Il povero Nespola è in paradiso fra gli angeli, ed è ricordato soltanto, coll'aiuto della signora Eugenia, nelle orazioni della sera e della messa.

Lulù, che intanto continua a divertirsi ammirando e commentando i re di Roma e la madre dei Gracchi, si ferma ad un tratto alzando il visino verso l'uscio... Sente avvicinarsi un passo che ha già fatto arrossire fugacemente la signora Eugenia, e dà in un altro grido di gioia:

-- _Cochi!_

Francesco, ancora in giacca da camera, caccia la testa dentro l'uscio e Lulù di nuovo salta fuori dalla coperta e corre in ginocchioni fino in fondo al letto:

-- _Cochi! Cochi! Cochi!_

-- Lei?... Già qui, -- esclama il Roero sorpreso e contento vedendo la signora Eugenia.

-- Ed io credevo di essere il primo a far gli auguri alla signorina! Invece lei è già qui: abito nero, collettino bianco, in tutto punto e tutti i giorni più bella!

Ma Lulù, ch'è scivolata dal letto, lo interrompe saltandogli al collo, baciandolo, stringendolo, soffocandolo.

-- Che cosa mi hai portato?

Lulù, presa in collo dal Roero con un solo braccio, si volta, si rivolta, per poter vedere l'altra mano ch'egli tien sempre dietro, nascosta.

-- Che cosa mi hai portato?

-- Oggi hai compiuti i sette anni! Sei ormai una signorina! Vergognati! Non sta bene correre intorno in camicia, per la camera!

Mentre fa la predica, la signora Eugenia prende Lulù, la riporta a sedere sul letto, l'avvolge fino al collo in uno scialle di seta che le annoda dietro la vita, gonfiando bene il fiocco e lasciandole libere e scoperte soltanto le braccine.

-- Così, almeno, non piglierai freddo!

-- Che cosa mi hai portato? -- Ripete Lulù, che sa sempre vincere, con un tono flebile di preghiera. -- Fammi vedere!

Il Roero si avvicina, e lentamente pone sul letto un lungo involto.

-- L'ombrellino grande! -- Esclama subito Lulù.

-- Guarda.

È proprio l'ombrellino! Un magnifico ombrellino! Lulù ha gli occhi scintillanti, batte le manine e domanda alla signora Eugenia:

-- È mio, l'ombrellino?

-- Sì: è tuo.

-- E questo, non lo vuoi? -- Il Roero scioglie un altro piccolo involto; è il ventaglio colla caprettina bianca.

La gioia diventa troppo grande; Lulù non può contenerla tutta, ha bisogno di espanderla, di dividerla con altri, e si mette a chiamare, a strillare:

-- Luisa! Luisa! Giovanni! Venite a vedere! Ma venite a vedere! -- E di nuovo domanda alla signora Eugenia ed al Roero: -- Mio anche il ventaglio?

-- Sì, tuo anche il ventaglio. Tutto per la tua festa!

-- Ecco la Luisa ed ecco Giovanni.

Lulù siede con sussiego sotto l'ombrellino aperto, facendosi vento; ma appena entrano i due, si ferma attonita, spalancando i grandi occhioni neri:

-- Ancora?... Ancora?... Regalo?

Giovanni e la Luisa si avvicinano a' piedi del letto e le offrono una magnifica torta di cioccolatta con fiori e ghirigori di zucchero colorato, punteggiati di confettini d'argento.

-- Che cos'è?

-- Leggi.

Lulù si alza sulle ginocchia, e insieme alla signora Eugenia legge compitando:

«Evviva la signorina».

Francesco, allo spettacolo di tanta felicità, sorride di tenerezza e di compiacenza:

-- Mi vuoi bene, Lulù?

La bimba salta in piedi sul letto, e scotendo la testina per liberarsi gli occhi dalle lunghe ciocche dei capelli, con le ditine grassocce gli alza i baffi delicatamente e lo bacia forte proprio lì, sulle labbra nude.

-- Tanto bene io... a _Cochi_!

_Cochi_ è l'ostinazione di Lulù. Per quanto la signora Eugenia abbia predicato per farle dire Francesco, non c'è stato verso; sempre Cochi! Ella vuol provare anche adesso, e comincia in fatti colla severa ammonizione dei sette anni, ma resta subito interrotta da una grande scampanellata e dall'arrivo dell'avvocato Olivieri.

-- Anche tu?... Così presto? -- Esclama il Roero.

-- Ho allungato fin qui il mio solito giretto mattutino, per portare i miei auguri alla signorina Elena Maria!

La signorina Elena Maria colla faccia seria e gli occhi ridenti, sempre seduta sul letto, e tenendo alto l'ombrellino aperto, si fa vento come una gran dama.

-- Per bacco, quanti regali e che bei regali!... Te ne ho portato uno anch'io però piccolino, che adesso forse farà brutta figura.

-- Un regalo?... Ancora?

Lulù non ride più; diventa seria. L'incognita di un nuovo regalo turba quasi la sua piccola mente. Che cosa sarà? Tutti quelli che aveva immaginato, desiderato, li ha già avuti. L'Olivieri si accosta al letto e dopo averle dato un bacio, presenta a Lulù un astuccetto di velluto: lo apre: c'è un piccolo anello con due diamanti e una turchina.

Lulù lascia cadere l'ombrellino e il ventaglio, ma questa volta non dice una parola. Guarda il Roero, guarda la signora Eugenia e diventa rossa rossa... L'Olivieri le prende una mano:

-- Lasciami vedere se ti va bene... -- Le infila l'anellino nel ditino medio.

Lulù rimane immobile colla mano aperta, poi si volta di colpo stendendola verso la Luisa.

-- Che bellezza! Un anello di brillanti! -- La Luisa si mostra incantata. -- Ma adesso, dal momento che il signor avvocato ti ha già dato l'anello, gli devi promettere che quando sarai grande lo sposerai!

-- No, -- risponde subito Lulù, aggrottando le ciglia. -- Io non sposo lui... Io sposo _Cochi_!

Tutti si mettono a ridere e Francesco più di tutti:

-- Oh povera la mia Lulù!

Sulle prime ride anche la signora Eugenia, ma poi osserva:

-- Quando Lulù sarà grande, da marito, il signor Francesco sarà ancora un giovinotto... quasi.

-- Quasi, signora Eugenia! _Quasi!_ Con vent'anni di differenza! Auguriamo qualche cosa di meglio alla povera Lulù per la sua festa!

Poi Francesco si volta verso l'Olivieri cambiando tono:

-- Ho scritto una lettera che mi preme di leggerti. Voglio leggerla anche a lei, signora Eugenia. Venite nel mio studio, un momento. Intanto Lulù farà la sua toletta colla Luisa.

Lulù, ch'era di nuovo rotolata in mezzo a' suoi regali, alza il visino verso il Roero e ripete cantando:

-- Io sposo _Cochi_!

-- Brava, vedremo se sarai di parola! -- Esclama il Roero, e prima di uscire le torna vicino per salutarla.

Lulù lo fissa, poi ridendo allegra, con un fremito di gioia, abbassa la testina, solleva i capelli e riceve il piccolo bacio sul collo.

II.

La vita nuova.

In due anni Francesco Roero ha cambiato abitudini e vita: ha cambiato quasi sè stesso. Rotto così brutalmente il fascino della Fáni e il giogo della baronessa Stefania, egli ha bisogno di nuovi affetti, di nuove commozioni ed anche di nuove distrazioni. Egli si attacca ancor più strettamente a Lulù e rende più viva, più intima l'amicizia e più frequenti i rapporti colla signora Eugenia. L'influenza su di lui perduta da Stefania è acquistata dall'Olivieri, al quale ha ormai interamente affidata anche la cura de' suoi beni.

In questo mutamento entra in gran parte il dispetto e il rimorso di aver sacrificato per tanto tempo le sue opinioni e i suoi gusti, nella politica come nell'arte, al catechismo angusto e un po' settario di casa Arcolei. La passione, la servitù amorosa gli hanno fatto tollerare fino allora quella gente e quelle idee, ma finalmente... basta! Si sente libero e forte, torna a pensare e ad operare colla propria testa e col proprio cuore.

È pieno di idee e lavora. Lavora con un ardore, con una alacrità prodigiosa. Tutte le sue energie, i suoi entusiasmi, il suo sangue, sono per il lavoro. Stefania colla sua perfidia gli ha lasciato troppo disgusto e colla sua bellezza troppo desiderio di sè. Aborre ogni donna perchè Stefania è donna, ed ogni donna gli è indifferente perchè nessuna donna... è Stefania! E questa vita così austera, casta, raddoppia l'intensità creatrice del suo cervello, la sua attività, la sua resistenza. È al tavolino che egli si eccita e che si stanca, è al tavolino che i suoi nervi vibrano e spasimano e che si calmano insieme, che la sua giovinezza sana e vigorosa trova le ansie e le gioie, le voluttà e insieme tutto lo sfogo nel pensiero che spossa la mente, ma che produce e crea.

Subito distrugge l'_Arianna_; ma non volendo aver l'aria di una abdicazione artistica, nè in certo modo, di rinnegare l'opera propria, serba il titolo e invece che ad una solita per quanto arguta anatomia dell'amore ispira la commedia al concetto della donna depressa ed oppressa dai pregiudizi sociali. Poi scrive -- _Vae Victis!_ -- dramma di pensiero in cui svolge tra i primi in Italia la formula delle aspirazioni ancora latenti e incomposte delle masse.

Il successo di questi due lavori è incerto nel teatro dove la vecchia platea si sente perplessa e turbata dall'audacia della nuova arte; ma le discussioni accanite dei giornali e il pregio vero delle due opere danno ben altra importanza e ben altro valore al giovine commediografo del bel mondo che però, in breve, abbandona risolutamente il teatro, ormai troppo ristretto e troppo insidioso per la sua fantasia che bolle, che trabocca, e che ha bisogno di spazio e di libertà. Pensa un romanzo, ma finisce collo scrivere, più che un romanzo, un libro strano, originale, che risente de' suoi entusiasmi per Tolstoi e per gli umanitari del nuovo Cristianesimo. Gli scritti del giovine sociologo appaiono a intermittenze: sono frammenti, sono capitoli, primizie dell'opera concesse di tempo in tempo a riviste, a giornali; e sono accolte, chieste, richieste, lette avidamente, discusse, portate alle stelle, combattute con accanimento, ma con rispetto.

E tutto ciò che il Roero medita e pensa egli lo confida all'Olivieri, tutto ciò che scrive, lo legge la sera, nel suo studio, all'Olivieri ed alla signora Eugenia, la quale viene sempre, all'ora del caffè, per «mettere a nanna» Lulù e per dare poi il pretesto di una passeggiata al letterato fattosi certosino, che dopo sonate le undici, presa una tazza di thè, l'accompagna a casa, sempre laggiù, a porta Venezia.

Sono intime, care serate che danno al Roero i vivi godimenti e le soddisfazioni del trionfo, e nelle quali si riscalda e ritrae nuovo fervore per cacciarsi, per tuffarsi tutto, ancor più dentro nel lavoro.

Ed anche per la signora Eugenia, come sono care quelle ore, come lusingano il suo amor proprio! Ci ripensa poi tutto il giorno; inquieta talvolta e agitata. Quelle letture suscitano in lei a primo tratto entusiasmo e ammirazione, ma poi... anche un senso quasi di sbigottimento.

L'antica maestrina ristretta alla vecchia morale ubbidiente e ossequente; la direttrice delle scuole di San Celso, rigida osservante di tutti gli statuti governativi e municipali; l'ospite della domenica alle mense della ricca società milanese, quando sente affermare, di colpo, certe teorie che sconvolgono tutte le sue vecchie idee di doveri, di sommissione, di rassegnazione cristiana e politica, si turba, dà dei piccoli balzi sulla poltrona, guarda or l'uno or l'altro incerta, quasi spaventata... Ma vede l'Olivieri approvare lentamente col capo; scorge nel Roero tanta sincerità, tanta sicurezza!... E quella voce?.... Oh la voce del giovine lettore così calda, insinuante irresistibile! La signora Eugenia, a poco a poco, torna a calmarsi, a lasciarsi vincere e convincere e commossa, accesa in volto, le pupille sfavillanti, s'alza di colpo e corre dal Roero a stringergli la mano:

-- Bravo!.... Bravo!.... Oh, come adesso mi fa capire che io non sono mai stata altro che una donnetta! Nient'altro che una piccola donnetta!... -- E in questa spontanea, in quest'umile confessione della propria inferiorità, è tutta la devozione e anche tutta la viva e profonda tenerezza del suo cuore. Più tardi, quando ritorna a casa accompagnata dal Roero, che rimane quasi sempre silenzioso perchè ripensa a ciò che ha letto ed alle discussioni coll'Olivieri, la signora Eugenia alza gli occhi, di tanto in tanto, a quel volto che il gran dolore della passione tradita ha fatto così serio e così grave. Lo guarda fisso traendo un sospiro dall'anima, timidamente, con rispetto quasi religioso, non osando dire una parola, temendo di rompere il filo dei pensieri alti, nobili e generosi.

-- Buona notte!... A domani, presto! -- Le dice il Roero.

-- Buona notte, -- risponde la signora Eugenia, e poi soggiunge mentre sulla porta si stringono la mano: -- Le raccomando; non si stanchi troppo!

Francesco Roero, appena è entrato nello studio ed ha liberata da un mucchio di giornali la solita poltroncina, sulla quale va a sedersi la signora Eugenia, si rivolge all'Olivieri:

-- Sai di che si tratta, non è vero? Quel poco che è comparso del mio romanzo ha dato, forse, qualche illusione sul mio _io_, a molta gente che non mi conosce bene. Mi s'invita, -- continua guardando anche la signora Eugenia -- ad assumere tutti gli obblighi e i doveri di una grande organizzazione di classe che si va formando in Milano e ch'io sono certissimo, fra non molto, avrà soverchiato e spazzato via tutte le antiche società e confederazioni operaie, così come le ferrovie, «il bello e orribile mostro,» hanno mandato al diavolo berline e diligenze! Orbene, vi confesso, a tutta prima l'offerta mi ha sedotto: creare in piccolo, in Lombardia, ciò che... non saprei, Lassalle e Marx sono riusciti a fare in Germania, può dare un po' alla testa. E anche dopo aver meditato io non penso di tirarmi indietro, nè per poltronaggine, nè per paura. Niente affatto! Penso, invece, che bisogna prima metterci ben d'accordo con un patto di ferro fra me e coloro che dicono di aver fiducia in me. E il patto da parte mia è qui, in ciò che ho meditato in questi giorni e che ho scritto in questa lettera. Senti un po', ma rifletti bene; e ascolti anche lei, signora Eugenia. È il mio programma politico, perchè quello che mi si offre e mi si domanda è assai più grave di una candidatura... della deputazione! E tutto me stesso, è la mia anima e la mia mente da consacrare ad una grande causa, non soltanto ad un piccolo partito.

-- Sentiamo! Esclama vivamente l'Olivieri.

La signora Eugenia, gli occhi intenti sulla lettera, non fiata nemmeno.

Milano, 29 aprile 1883.

Amici carissimi;

Grazie d'aver pensato a me. Voi lavorate per ottenere quel benessere materiale cui avete diritto e nel quale potrete giungere al miglioramento morale di cui avete il dovere.

Su questa via io posso e voglio essere tutto con voi; lo sarei se un giorno aveste bisogno anche del mio braccio e del mio sangue. Ma intendiamoci chiaramente: io non credo che nella prosperità e neppure nella libertà si riassuma tutto il bene verso cui l'uomo procede.

Prosperità e libertà sono talvolta una parte di quel vero bene che si chiama giustizia, e talvolta sono i mezzi per raggiungerlo.

È soltanto a questo ideale di giustizia ch'io sento di poter interamente votarmi, perchè nella giustizia è l'essenza d'ogni sociale equilibrio, perchè un giorno solo d'ingiustizia ci risospinge di secoli verso l'errore, la violenza e la barbarie.

Ora le organizzazioni politiche, i partiti, come suol dirsi, per necessità di vita, per tattica di guerra, per opportunità di propaganda, talvolta inconsciamente, tal'altra di proposito, sacrificano il concetto ed anche la pratica della giustizia.

Se io, dunque, fossi adesso con voi, potrei essere un giorno contro di voi, milite di quella altissima fede. Nell'idea, dunque, e nel lavoro, ma fuori del partito, così quale sono, mente e cuore, operoso, ma libero, se mi volete, son qui. Comunque, a voi la certezza di una parola franca, a me l'orgoglio di aver avuto l'occasione di poterle dire, ed anche la soddisfazione di non aver esitato nel dirla.

FRANCESCO ROERO.

-- E così?... Dunque?... Che cosa te ne pare? -- Questa volta il Roero dimentica affatto la signora Eugenia, più che mai in estasi, e si avvicina inquieto all'avvocato. -- Dimmi francamente: Non ti persuade? Non ti va?

-- Non mi persuade, ma va benissimo! -- Risponde ridendo l'Olivieri. -- Bella la lettera e bellissime le verità che vi sono espresse con tanta franchezza. Ma sono cose un po' campate in aria, che non cavano un ragno dal buco. Anche per conquistare la giustizia ideale bisogna sgombrare le vie della libertà pratica, se no, si resta al di qua del fosso, colle mani e coi piedi inceppati, a fissare il punto dove invece bisognerebbe arrivare col salto. Ma son cose che non si discutono. Tu hai scritto quello che senti. Copia dunque la tua lettera, mandala e tira diritto per la tua via, come la coscienza ti detta. Noi, intanto, andiamo a far la corte alla signorina Lulù.

Ma invece di raggiungere la bimba, quando sono in salotto l'Olivieri ferma la signora Eugenia, toccandola sul braccio:

-- Sa che cosa c'è di nuovo?..... Don Giulio Arcolei s'è riconciliato colla moglie. Cioè, per esser più esatti, donna Stefania s'è riconciliata con suo marito.

-- Possibile?...

-- Altro che possibile! Sicurissimo!... L'ho saputo ieri sera, al caffè Martini, dall'assessore Corbolani, un collega dell'Arcolei, nientemeno! Mi ha raccontato il grande avvenimento con tutti i più curiosi particolari! E s'intende, pigliando le parti della baronessa. Anzi il marito, in tutto questo tempo, fu a mala pena tollerato in Municipio, nella certezza che si sarebbe riunito alla moglie, il solo, il vero valore della casa.

La signora Eugenia si mostra sempre più stupefatta.

-- Ma come?... Adesso?... Si riconciliano adesso, dopo due anni di... Dopo due anni passati in campagna?

-- È in viaggio col giovine tenentino: dal _glacier du Rhóne_ alle Piramidi! Ma lei crede forse, o maliziosa e pettegola signora Eugenia, che donna Stefania al verde, sui ghiacci o sotto il sole, abbia mai commesso il più piccolo strappo alla virtù? Nemmeno per ombra! Tutte cattiverie, goffaggini delle borghesucce piene di rabbia e di livore contro le nostre grandi dame!

-- Ma... però...

-- Che ma! Che però! Se c'è una colpa, è solo di quella bestia di suo marito che, appunto, per essere uno scempio, vede sempre tutto doppio! Ha voluto fare il geloso, il furioso, il prepotente, e la baronessa, adirata e offesa, l'ha piantato come un cavolo e si è ritirata a Borgoprimo, a casa sua, a leggere, a dipingere, a divertirsi.

-- Ma però quel... quell'altro?

-- Quell'altro? Chi quell'altro? -- L'avvocato deve sentir ancora un po' di bruciore perchè si riscalda troppo. Forse vuol riferirsi al tenentino Parodi?..... Uno sbarbatello qualunque, inconcludente!... Ancora un ragazzetto!... Mi maraviglio che lei possa pensare, solo per un momento, una cosa simile! Ma come?... Donna Stefania colla sua intelligenza e abilità, donna Stefania che aveva tutta una corte a' suoi piedi, un Faraggiola, un Estensi, un Francesco Roero, andarsi a perdere con quell'insulso tenentino?..... Col _bel belée_? Del resto, vuole una prova chiara e lampante dell'innocenza di donna Stefania?..... È lei stessa che oggi dà moglie al Parodi.

L'Olivieri scoppia in una grande risata sardonica, mentre la signora Eugenia continua a ripetere senza aver ben capito:

-- Gli dà moglie?... Che moglie?

-- Sicuro! È così! -- L'Olivieri non ride più, cambia tono; diventa serissimo e pallido. -- Queste donne... di giudizio, quando sono sazie di un amante, per sopprimerlo, gli danno moglie!

-- Prende moglie? Il Parodi?

-- Donna Stefania gli dà in isposa nientemeno che una sua cugina, la Luardi.

-- La contessina Luardi?... Ersilia?... Ma se è ancora, quasi, una bambina?

-- Diciott'anni. L'età necessaria per poter lasciar credere di non capire... certi intrighi. Mezzo milione di dote: un fiore di grazia e di bellezza. Per Dio! Se il premio corrisponde ai meriti, il tenentino deve vantarne molti!

-- Ma il conte Luardi?... Il padre della ragazza?

-- È un vecchio adoratore che è stato sempre tenuto dalla baronessa al regime dell'amor platonico e che quindi, anche per orgoglio, giura e spergiura sostenendo l'innocenza di lei. Anzi, per attestarle pubblicamente la propria stima ed il proprio rispetto e smentire così le infami calunnie della gente bassa, le nozze verranno celebrate a Borgoprimo, in casa della baronessa, sotto gli auspici della baronessa!

-- E lei crede che la baronessa Arcolei... tornerà ancora a Milano?

La signora Eugenia, oltrechè stupita, sembra anche un po' inquieta.

-- Certissimo! Dopo il matrimonio di sua cugina andrà un po' al mare e un po' in montagna per riposare, per dipingere, per rimettersi al corrente colla lettura del _Pungolo_ e della _Perseveranza_, poi tornerà a Borgoprimo, dove si daranno feste, cacce, pranzi, grandi ricevimenti, e quando tutti rientreranno a Milano vi rientrerà solennemente anche la baronessa... con tutti gli altri.

-- Ma e... e il signor Francesco? -- La signora Eugenia parla sottovoce. -- Chi sa che cosa dirà il signor Francesco, a udire tutte queste notizie!

-- Sicuro! Passerà di maraviglia in maraviglia, perchè Francesco, a dispetto di tutto il suo gran talento, conosce molto bene gli uomini e molto male le donne. Del resto non c'è fretta. Egli vive ormai fuori del mondo; saprà tutte queste notizie con comodo, a suo tempo. Intanto lasciamolo lavorare in santa pace!

La signora Eugenia, rimasta pensierosa, approva col capo e sospira:

-- Eppure, sarà tutto vero, signor avvocato, ma che vuole?... Ancora stento a crederlo.

-- Perchè lei è una donna piena di cattiveria! Ma badi a ciò che fa: continuando a persistere nell'errore ed a volersi schierare contro la baronessa Stefania, finirà male. Nessuno la inviterà più a pranzo la domenica, e il conte Faraggiola e il marchese Estensi proclameranno la sua decadenza dal _bon ton_!

-- Il Faraggiola e l'Estensi?.... Anche loro?..... Tornano daccapo?