Chapter 2
Certo giorno dal vicino villaggio mossero grida disperate:--Accorruomo! accorruomo!--E siccome gli uomini chiamati scappavano via, accorsi io, cane, non chiamato, e vidi un grossissimo lupo, il quale ghermito un fanciullo stava per isbranarlo. Mi accosto cauto, mi slancio con impeto, e come volle fortuna giungo ad azzannare il lupo dietro la nuca, lui strangolando e liberando il fanciullo. Potevo fare di più io, povero cane, per meritarmi la benevolenza di voi altri uomini? Or bene, ascolta adesso."--E il cane si atteggiava come l'araldo delle tragedie greche quando si accinge a raccontare la catastrofe.--"Il mio padrone scaricando una volta con troppa fretta lo schioppo, invece di ammazzare la lepre ferì me nel capo, e mi levò un occhio. Da quel punto in poi il crudele uomo prese ad abborrirmi come testimonianza vivente della sua incapacità: l'odio crebbe a dismisura vedendo come la gente prendesse dalla mia disgrazia materia a dileggiarlo; meditò farmi portare la pena della offesa che mi aveva recato: e voi uomini, dite, avete troppo spesso per nuocere altra ragione che quella di avere nociuto altra volta? Che più, lo dico o lo taccio? lo dirò per dimostrare la mia ragione, quantunque io me ne vergogni per voi, pensando che voi pure appartenete alla famiglia degli animali.--Un giorno io scorsi di traverso nel fitto del bosco lo efferato padrone prendermi la mira addosso per uccidermi da traditore alle spalle, e se non consumò il nequissimo fatto, e' fu perchè gli mancò fino il triste coraggio del delitto. Tornato, con un calcio mi rotolò in cantina, e mi vi chiuse dentro: colà l'aria umida e grave, il nutrimento guasto e sottile, ma soprattutto la passione (perocchè se voi sapeste, o uomini, qual cuore si abbiano i cani, preghereste Dio da mattina a sera di potere camminare con quattro gambe), mi cagionarono la schifosa malattia della quale mi trovo infermo.--Alla signora poi oggimai importava poco che i cani abbaiassero o tacessero:--alle visite tarde e notturne aveva assuefatto il marito.... quindi nè anche da lei ottenni un sospiro o una memoria. Avendo osservato un giorno socchiusa la porta della cantina, esclamai come Scipione:--ingrata casa, tu non avrai le mie ossa!--e con le zampe e col muso l'apersi intera, e fuggii; ma percorso un tratto di via mi volsi indietro a guardare le pareti inospitali, eppure a me care, per tante gioie godute,--ed anche, poichè così piacque al cielo, per tanti dolori sofferti, e tale me ne venne al cuore angosciosa stretta, che, tratto fuori un sospiro lunghissimo, per poco non tornai indietro a morire quivi di affanno... Ma risovvenendomi del villaggio ove io aveva salvata la vita al fanciullo, e la sicurezza in cui mi stava che mi avrebbero usato costà oneste e liete accoglienze, mi persuasero a proseguire. Arrivo, e mi affaccio appena alla piazza, che ecco levarsi un trambusto di urla e di fischi, e poco dopo un nuvolo di sassi. Vedi tu questa ferita nella gamba? Sai tu da qual mano mi venne? Tu fremi...?--Odilo, e fremi bene altramente poi... Ella mi venne da quel fanciullo stesso a cui aveva salvato la vita.--Ora dunque a che più indugi, o serpe? Quali dubbi accogliesti, e perchè dubitasti? Mangia vivo costui, e così tu potessi divorare insieme con esso tutta la perfida stirpe alla quale appartiene."
"Su via, presto, acconciati dell'anima facendo l'atto di contrizione," riprese la serpe: "il meno che meriti è divorarti vivo."
"Chi è che si acqueti alla sentenza di un cane, e per di più affamato? Non sentisti tu che per fame ei non vedeva lume? Io mi sento leso, e mi appello..."
"Appellati a bell'agio, ma intanto voglio eseguire la sentenza, dacchè porta esecuzione provvisoria..."
"Previa cauzione:--assicurami dunque che se hai torto in seconda istanza mi resusciterai; e poi mangiami vivo...."
"Il cane ha sbagliato... Ma via, per sentenza di cane con uno sproposito solo io mi contento:--appellati se vuoi, e' saranno passi perduti."
E cammina, cammina, eccoti un cavallo che pareva quello dell'Apocalisse, pieno di guidaleschi, con le saliere sopra gli occhi, arrembato, i fianchi sporgenti in guisa da potervi appiccare il mantello: dal ciglio di una fossa protendeva il collo lungo e magro, a modo di cicogna, verso le punte di una siepe ch'ei s'ingegnava addentare, e questa, male cedendo e spesso sfuggita alla pressione, ritornando diritta gli trafiggeva il muso, ond'ei si trovava costretto ad abbandonare la infelice pastura.
"O cavallo, dà retta:--vien qua a decidere un piato che verte tra noi."
Il cavallo li guardò in faccia, e poi si messe a ridere...--Ne dubitate voi? I cavalli di Achille non piansero, come ci racconta Omero? Ora se piansero quelli, perchè non potrò fare ridere il mio? Io ho letto perfino che il sole certa volta si messe a ridere.[5] Insomma io vi affermo che ei rise, e voi ci potete giurare.
Il cavallo, quantunque repugnante, pur mosso dalle premurose istanze, favellò: "Basta; contenti voi, contenti tutti: esponete la ragione." La espongono; e appena hanno chiuso le labbra che il cavallo annitrisce: "Su l'anima di cavallo di garbo, serpe, tu puoi divorarti l'uomo senza un rimorso al mondo."
"Possibile!" esclamò angosciosamente il montanino; "ma che diavolo ti hanno fatto gli uomini, onde tu gli odii tanto?"
"Che cosa mi hanno fatto?" tuonò ferocemente il cavallo. "Guarda, e vedi se vi ha dolore uguale al dolor mio? Spallato, piagato; e tutto questo per cui? Tempo già fu, snello e leggiadro io volava per le campagne aperte sfidando al corso i venti, empiendo le nari dell'aere vivissimo, pascendo erbe stillanti di rugiada, e prorompendo dal collo un potente nitrito scuoteva i campi e il cielo, ed esultava nel sentirmi riportati dai quattro venti della terra gli echi commossi dalla mia voce. All'improvviso mi si accosta un traditore, mi getta un laccio, mi stramazza prima, e poi mi salta addosso... Se io mi rimanessi o no stupito, lascio considerarlo a voi! Or come se la natura dava a questo traditore due gambe per fare i fatti suoi, quale strana pretensione è la sua di volersi giovare delle mie? E la conclusione di questo mio ragionamento fu un così gagliardo scrollo di groppa, che mandò il traditore a ruzzolare ben venti passi sul prato. Un turbine di nerbate per la testa, per le spalle, per tutta insomma la persona mi persuasero che il mio sillogismo doveva in qualche parte peccare, ond'io mi rassegnai portare l'uomo con buona grazia. Dimenticai da generoso la prima ingiuria, renunziai di buona fede alla libertà che è si cara, amai il mio tiranno! Mi spinsi giù per burroni, mi erpicai per pendici, valicai fiumi ov'egli non avrebbe osato avventurarsi giammai; lui trepidante trasportai in mezzo alle battaglie, e lo resi, suo malgrado, glorioso; in pace lo condussi per terre e per castelli; per me comparve orrevole, e ottenne grazia sotto il balcone della sua dama; per me di vermigli palii ebbe ornate le stanze; gli generai animosi poledri, non curai geli, soffersi ardori, fame e sete io patii: alla fine m'indebolirono gli anni, e certo giorno in cui me repugnante cacciava per un calle dirotto senza porgermi il debito sostegno, inciampai, e caddi in un fascio insieme col mio padrone. Io tacerò lo strazio bestiale di pedate, di bastonate e perfino di morsi che soffersi; bastivi questo che da un punto all'altro io mi trovai attaccato alla carretta del concio... Quell'io! quel desso che aveva veduto sorgere il sole di Osterlizza, e sentito le centomila cannonate che lo Imperatore sparò a Vagria! E' v'era da darsi la testa nel muri! La mia dignità offesa non seppe sopportare la suprema ingiuria: mi ribellai, ruppi la carretta, ferii il carrettiere: allora il pio padrone mandò per lo scortichino, e pose ogni industria per ricavarne uno scudo, mezzo scudo; e quando lo scortichino si ebbe abbottonato tutte le tasche, e risposto alla perorazione del mio signore che io non valeva la pena di essere scorticato, con un eroico calcio nella pancia cacciò me misero fuori di stalla, dicendo:--Va a guadagnarti il pane!--Oh cuore di ferro, io te lo avevo guadagnato il pane..."--E qui i singhiozzi interruppero il cavallo, e più non potè dire.
"Adattati, via," concluse la serpe volgendosi al montanaro.
E l'uomo smanioso esclamava: "Oh Dio! così non può essere! Cassazione! Cassazione!"
"Qui non usa la Cassazione."
"Se non usa, userà. Basta che sia in Francia, perchè tra poco venga anche tra noi. In questa terra ormai di proprio non sappiamo fare altro che sbadigli. Di Francia ci viene tutto bello e fatto: stivali per camminare, leggi per governare, parrucche per non infreddare, raziocinii per ragionare, e ogni cosa a buon prezzo. In Cassazione!"
"Potrei oppormi, e non voglio," rispose la serpe; "e questo per convincerti come voi altri uomini abbiate calunniato sempre la mia famiglia, da Eva in poi, quando rovesciò la sua colpa sul mio bisnonno:--come se la donna per perdersi e per perdere avesse di altra cosa bisogno che della vanità la quale le scorre le vene insieme col sangue. Ebbene, tenta se ti piace anche questo esperimento estremo."
E si rimettono in via; nè andarono gran tratto, quando parve loro vedere, e videro certo, qualche cosa che si agitava sopra un albero. Guardano una volta,.... due,... era una scimmia, che scendeva e saliva con la irrequietezza propria a questi animali, scegliendo i frutti maturi, e facendoli sparire in bocca, come il giuocoliere costuma con le sue pallottole.
"O scimmia!"
E quella..... dura.
"O scimmia!"
Ed ella: "Lasciatemi pensare." E preso un fico annebbiato lo tira diritto nel naso al montanaro.--Mal principio era questo; pure il povero uomo con voce sbaldanzita espone il piato, e la supplica a decidere, terminando questa volta, siccome il cuore gli detta, con un poco di perorazione ove toccava della moglie e dei figliuoli che lo aspettano a casa, e che del lungo aspettare si disperano, e si fanno di tratto in tratto a capo della strada per vedere s'ei giunga: cose tutte che mossero la serpe ad un grosso sbadiglio, e poi, come sicura del fatto suo, esclamò: "Aspetteranno un pezzo!"
La scimmia, poichè ebbe porto ascolto a ogni cosa, meditò alquanto, e poi colse un fico, e poi un altro,--e un altro ancora, sicchè la serpe corrucciata la riprese: "Oh insomma, che cosa armeggi? Decidi o non decidi?"
E la scimmia di rimando: "Taci là! credi che io non sappia esercitare il mio ufficio? Pensi tu essere cosa insolita la magistratura in casa mia? Se tu avessi letto il nostro Esopo, tu sapresti come la scimmia giudicasse la gran lite tra la volpe e il lupo, ove dette torto a tutti e due. Qui bisogna meditarvi sopra:" e mangiò un fico:--"conciossiacosachè ci abbia insegnato Loysel: _bien juge qui tard juge_;--_et de fol juge briève sentence_;--_et qui veut bien juger écoute partie_."--Onde prima di sentenziare in merito, parmi bene che ci abbiamo a condurre sopra la faccia del luogo per vedere appuntino come la bisogna cammini.
La serpe si oppone, allegando la indagine del fatto essere estranea all'ufficio della Cassazione; ma la scimmia insiste con queste parole:
"Distinguo: nella specie la quistione di fatto è _assorbente_ quella del diritto, _per questo perchè_ il fatto è _pedissequo_ del diritto, e il diritto è _pedissequo_ del fatto; e _intanto_ nel concreto caso bisogna conoscere il fatto _inquantochè_ altrimenti non si potrebbe applicare il diritto; o, _in altri termini_, il diritto sta _dirimpetto_ al fatto come il fatto sta _dirimpetto_ al diritto. Per questi motivi, i quali d'altronde trovano appoggio in tutta l'antica e la moderna giurisprudenza e negli scrittori più schiariti alla materia, è di evidenza intuitiva, come due e due fanno quindici, che in Cassazione possono e devono effettuarsi verificazioni di fatto _tuttavoltachè_ appariscano collegate, vincolate e strettamente _pedisseque_ al diritto: e quindi facendo ragione alla domanda del montanaro, dobbiamo ordinare, conforme ordiniamo, l'accesso sopra i luoghi."
La scimmia scende dal fico, e insieme uniti si riducono al punto ove il caso avvenne. Allora la scimmia favellando piacevolmente alla serpe, la interroga:
"Carina mia, or dunque dimmi: quando il montanino ti rinvenne intirizzita, stavi proprio qui?"
"Qui traverso."
"Bene; ed egli ti prese per la coda, e ti portò quaggiù?"
"Precisamente."
"E qui gli ordinavi ti mettesse nel buco?"
"Qui appunto."
"O dove si trova egli questo benedetto buco?"
"Eccolo."
"E come ti riusciva a ripiegartici dentro? Vediamo un po', via."
"Adesso i' non ci capisco."
"Provati, carina."
"Mi sforzerò..." E la serpe assottigliandosi poco per volta, comecchè a stento, vi si ficca dentro, e sopra a lei la scimmia getta allora copia di fieno, interrogando con modi ingenui:
"E così ti ricoperse schermendoti dal freddo?"
"Così."
Allora la scimmia, svelta e leggiera, presa una grossa pietra la sovrappone all'orlo del buco, e grida: "Ora che ci sei, stacci; e a rivederci a quaresima."
Poi voltasi all'uomo, tra beffarda e severa gli disse queste parole: "Non è già che il cane e il cavallo difettassero di ragione: la tua razza malvagia meriterebbe essere cancellata dalla vita: _homo sortitus est anima mala_. Quale animale senza necessità di fame o di difesa uccide le creature di Dio? Nessuno tranne l'uomo, che per vaghezza o per ozio fa strage delle anime viventi, e dalle voglie omicide ricava argomento di trionfo. Quale animale come l'uomo ha fatto della distruzione un mestiere? Sopra ogni studio, per cui diventa simile a Dio la vostra mente, voi avete nobilitato questo mestiere, e col soccorso delle scienze più sublimi vi siete ingegnati sciogliere il problema di sterminare la maggiore quantità possibile dei proprii simili nel minor tempo possibile. Fu cane o gatto l'inventore della polvere, delle artiglierie, dei razzi alla Congrève, delle mine e simili? Sono eglino bovi e cavalli Paixhans e gli altri che trovarono il modo di distruggere in minuti un vascello, e la polvere-cotone? Chi può come voi adoperare il riso per dissimulare il pianto, e il pianto per dissimulare il riso? Chi di noi seppe tradire il suo Maestro con un bacio? Chi di noi si avvisò nella espansione dell'amore adattare un laccio al collo alla femmina già amata, e strangolarla? La parola vi tiene luogo di arnese per dare ad intendere il contrario di quello che il cuor vostro pensa. La vostra ragione come un faro infame vi precipita tra lo errore e il delitto. Così poco costumate amarvi e beneficarvi, che al più leggiero benefizio ecco accendete le luminarie e i falò, suonate le campane a distesa, date fiato alle trombe da scoppiarne le gote, sudano i torchii, se ne appiccano i cedoloni su pei muri.--Noi altri di una stessa razza non ci facciamo mai male:--noi non conosciamo quella tanto onorevole accompagnatura dei sette peccati mortali...--Omero, Virgilio e gli altri vostri poeti antichi assomigliano qualche uomo micidiale a tigre, a lione, a pantera e simili: ben per loro che sono morti, altrimenti capiterebbero male; e se i poeti romantici hanno smesso questo mal vezzo, nol fecero già perchè queste similitudini sembrassero loro o troppo classiche o troppo viete, ma per avere saputo che questi miei fratelli di bestialità, perduta alfine la pazienza, si erano risoluti ad accusarli criminalmente d'ingiurie. La ferocia umana non trova ferocia che la superi e nemmeno che la uguagli. Come i Romani dicevano di Cartagine, la umanità _delenda est_. Non date il Santo ai cani;--e ogni albero che non fruttifica o fruttifica male va reciso e gettato sul fuoco;--colui che soccorre ai tristi sperpera la sostanza dei buoni, e quando il bisogno li stringe, manca in coloro che li dovrebbero giovare la volontà o la facoltà per levarli di pena.--Nè questo è tutto: il malvagio che invece di vedersi vilipeso e punito si vede tenuto in pregio e premiato, indura nella nequizia e raduna forze per continuare nella flagellazione delle creature dabbene. _Le serpi non si raccolgono, ma si calpestano_.--Però siccome conosco a prova amore di figli che cosa sia, e mi sento viscere di carità, mi trovai commossa al pensiero del lutto della tua famiglia in sapendoti divorato vivo; e poi il tuo sembiante mi parve di uomo giusto diverso affatto da quello dei tuoi fratelli, ed ho voluto salvarti. Vatti dunque con Dio, e continua a camminare nella via della carità, perchè quantunque tu possa incontrare qualche cosa che ti riesca molesta, all'ultimo ne avrai rimerito dagli altri, e in ogni caso dalla tua coscienza, suprema premiatrice dei buoni; e forse a rivederci nell'altro mondo, perocchè il sapientissimo re Salomone che cosa abbia detto:--Chi sa se lo spirito delle bestie vada in su od in giù?[6]--Questo noi vedremo dopo..."
Ciò detto, la scimmia con salti smisurati fece ritorno alle amate fronde e più agli amati frutti del fico.
E l'oste, che non poteva capire nella pelle al fine delle sue parole, esclamò: "Oh Lazzaro, cervel balzano da tutti i quattro piè; tu hai voluto provare una cosa e ti è riuscito concludere con un'altra: co' fatti sempre ti contradici e co' detti. Perchè nel passato anno, quando la neve seppellì le case, tu primo andasti a spararla e a sovvenire i poverelli di Dio?"
"Per darmi moto..."
"E perchè rivestisti la matta? E tutti giorni le dai pane e fuoco?"
"Perchè se muore non mi farà più ridere."
"E il tuo nipote?"
"Se quel becca-l'aglio del Villebiforce, invece di perseguitare la tratta dei neri, si fosse, come doveva, sbracciato a favorire la tratta dei bianchi, a questa ora, vedi... per me lo avrei venduto per venti lire."
"Or dunque via, Lazzaro, da bravo: poichè cotesta tua creatura ti pesa tanto; la mia ragazza ed egli si vogliono bene: io lo riparerò qui in casa mia, lo terrò in parte di figliuolo, e tu non ne avrai più molestia..."
"Come? come?" interruppe Lazzaro con voce tremante. "I miei nipoti hanno a stare con me. O che ti pensi, Biagio, che in casa mia per la tua ragazza non ci sia luogo?--Avrà la sua cameretta linda e polita, e il capoletto con gli specchi e la coperta di cataluffo giallo... che fu già della mia povera defunta...--Senti, Biagio, e sentimi da senno:" e Lazzaro alzandosi mi parve allora sublime: "in tutta la mia vita io ho badato ad una cosa sola, a morir bene. Nell'ora del viaggio eterno io ho contato di avere le mie nelle mani dei nepoti, e un crocifisso sul petto, e andarmene in pace... Ah! ora tu vorresti che stringessi l'aria? Tu vuoi rubarmi il nepote... bermi il sangue... farmi morire di dolore?"
In questa ecco aprirsi la porta della osteria, ed entrare un bellissimo garzone con una lanterna di carta unta in mano. Alle sembianze, ma più assai al colore dello indaco di cui portava tinte e mani e volto, mi si fece manifesto per nepote di Lazzaro. E Lazzaro mutato in sembianza, con parola acerba lo interrogava:
"Donde vieni? Che cosa vuoi? Chi cerchi? Me no certo?"
E il nepote senza punto peritarsi, mostrando come quelle asprezze non gli tornassero paurose, rispose speditamente:
"Anzi voi: la Caterina ha apparecchiato da un'ora, e non vi vedendo arrivare ha detto:--Marco, fa una cosa; la neve cade come Dio la manda, la notte è buia, scoscesa la strada; prendi la lanterna, e va per lo zio, chè non gli accada la malaventura..."
"La cara citta! Ma tu non sei venuto per me? lo giureresti? Va, falso, tristo e bugiardo, tu se' venuto per la ragazza di Biagio."
"A dire la verità, quando prima mossi da casa pensava a voi solo, mio buono zio, a voi solo, e niente a Rosa: a mezza strada ho cominciato a pensare anche un poco alla ragazza; nello entrare qui mi parve pensare tanto alla ragazza quanto a voi a parti uguali... E a voi, zio, io credo che penserò sempre anche quando avrò figliuoli..."
"Davvero?"
E il giovane portando aperta la sua mano sul petto, e comprimendovela forte dalla parte del cuore, con voce ferma e religiosa soggiunse:
"Davvero..."
"Sii benedetto nei tuoi figliuoli..." mormorò Lazzaro fra i denti; e poi riprese in suono più distinto piegandosi verso l'oste:--"Or via, Biagio,... dunque ti pare che questi ragazzi si vogliano proprio bene?"--E senza attendere risposta continuava: "Fa una cosa; chiama la tua figliuola, e vieni a cena meco, chè vedremo di aggiustare la faccenda per dopo quaresima."
"Con tutto il cuore, Lazzaro... Avviati, chè io ti tengo dietro."
E Lazzaro gettandosi il pastrano sopra le spalle favellò:--"Anche questa è fatta,--disse colui che infornò la moglie mentre si asciugava il sudore.--Buona notte, compari..."
Ed io tornandomene a casa pensava tra me come avessi imparato più e meglio all'osteria che leggendo gli apoftegmi di Plutarco, e senza che gli occhi mi frizzassero, e il cranio mi paresse pieno di cotone sodo.
NOTE.
_Pag._ 76.--(1) È verità storica. Lo statuto, scritto in latino, vieta mettere a partito le proposizioni dopo pranzo nel Consiglio dei Priori, _propter vinum_.
_Pag._ 78.--(2) Singolarissima cosa! Santo Agostino concorda in questo con Hobbes. Ambedue dichiarano nascere l'uomo inclinato al male; e il Santo non dubita affermare che l'uomo persevererebbe perdutamente in quello, dove gl'insegnamenti della religione, la virtù delle preghiere, lo esercizio delle opere pietose, e sopra tutto poi la grazia divina, non lo ritraessero dal sentiero della iniquità avviandolo sul cammino del Paradiso. Ma sentiamo favellare il Santo:--«Io rubava varie sorte di cose di casa e dalla mensa paterna, o per soddisfare la intemperanza dei miei appetiti, o per comprare dai giovanetti il sollazzo di giuocare con loro. E sovente giuocando adoperava l'astuzia e la frode per uscirne vincitore, tanto mi talentava la vanità di superarli. Ed all'opposto quando essi si avvisavano ingannare me, davo in escandescenze e li vituperava con ogni maniera d'ingiurie. Ed è questa la pretesa innocenza dei fanciulli? Essi non ne hanno, o Signore: essi non ne hanno, mio Dio. Questa prima corruzione dell'anima contamina la rimanente lor vita. Ciò che furono contro i precettori e i maestri, diventano poi contro i re e i magistrati: dopo avere commesso lievi ingiustizie per acquistare noci o palle, o uccellini, ne commettono molto maggiori per accumulare tesoro, possedere case, mantenere numerosa famiglia di fanti e servitori. Così, mio Dio e mio re, allorquando nello Evangelio diceste appartenere il regno dei cieli a coloro che si assomigliano ai fanciulli, voi non proponeste già per modello di virtù la innocenza del loro spirito, ma soltanto la piccolezza dei loro corpi come immagine di umiltà.--_Confessioni_, l. I, cap. 19.