La serpicina

Chapter 1

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SCRITTI

DI

F.-D. GUERRAZZI.

LA SERPICINA.

RACCONTO.

FIRENZE. FELICE LE MONNIER.

1847.

LA SERPICINA.

Quæ ipse vidi .... et magna pars fui. ÆNEID.

Era l'ultimo giorno di carnevale, ed io me ne stava sopra un monte altissimo, dove non saprei dire quante, ma da ore ben molte cadeva in fiocca neve fredda e copiosa quanto..... quanto un discorso accademico, o poco meno.--Ora come io segaligno e freddoloso lassù?--Noi altre povere creature, a guisa di pagliuzze in balía della procella balestrano i fati, adesso in cima ad un campanile, adesso in fondo di una cantina, senza conoscerne sovente, epperò senza poterne dire, la cagione. Per quanto aveva durato lungo quel giorno benedetto, io era andato leggendo gli Apoftegmi dei re e capitani famosi esposti dal Plutarco, sicchè gli occhi mi frizzavano forte, e la mia testa mi pareva ripiena di cotone; per la qual cosa, chiuso il libro, mi ripiegai sopra me stesso, e pensai,--commentai,--ampliai, e restrinsi quello che aveva letto, e quindi, dopo tanto vagare di cervello, d'induzione in induzione mi condussi a conchiudere: _andiamo all'osteria!_

Per li Dei immortali! ma non occorreva egli modo di passare più decentemente la serata? Oh non vi erano gentiluomini, non vi era clero lassù? Vi erano;--vi erano. Avrei potuto ridurmi a casa di certo canonico, uomo dabbene e amicissimo mio; ma, a vero dire, egli non rifiniva mai da mettere discorsi di benefizii, appuntature, prebende _et reliqua_, cosicchè me n'era venuta al cuore una grandissima sazietà.--Poteva ridurmi eziandio a visitare il vicario (che per vicario era fatto bene); ma quivi pure tanto io aveva udito favellare continuo di promozioni, pensioni, gratificazioni e simili, che me n'era venuta al cuore una grandissima sazietà.--Poteva infine avviarmi da qualche gentiluomo del paese, buona anch'essa e cappata gente, come direbbe messere Carlo Botta, ma quei dabbene gentiluomini mi riuscivano gravi più dei pesi che si pongono sopra la stadera dell'Elba, di cui la prima tacca è sul mille, e per di più così uniformi tra loro, che ritti uno accanto dell'altro mi parevano mattoni stesi su l'aia del fornaciaio. Di balli anche costassù non si pativa penuria, ma i balli si addicono ai felici;--quando il sangue giovanile concitato dai lumi, dalle musiche e dai giri violenti picchia forte nelle arterie, allora lo apparire e lo scomparire tramezzo cotesta agitazione di un capo biondo o di un capo nero, di due occhi protervamente scintillanti, o di due occhi mestamente languidi, rassembra una commozione di onde per entro un mare di voluttà;--allora lungo la mano che sente palpitare le membra della donna amata scorre una vampa elettrica che fa tremare l'anima, e i labbri anelanti prorompono fiati di fuoco; e se mai avvenga che in cotesto turbinío le guance si tocchino, corruscano faville... Oh godete, giovanetti, i vostri balli! Il tempo e la morte battono la misura di coteste vostre danze, e voi non ve ne accorgete: meglio così; e meglio ancora sarebbe se potendovene accorgere non ve ne importasse. Benedicavi la Fortuna coll'acqua lustrale dell'oblio. Appunto perchè la vita fugge, amate e godete. Io era giovane allora, ma felice non fui giammai: la felicità suona al mio pensiero come una terra sconosciuta che non avrà il suo Colombo; e poichè un senso arcano mi disse essere gentilezza astenerci dalle gioie che non possiamo partecipare, imperciocchè la sembianza trista in mezzo della lieta brigata, a modo di una stilla di latte di euforbie dentro un bicchiere di acqua, la guasta tutta, così da cotesti tripudi mi astenni sempre, e mi astengo.

All'osteria! Ma notate bene, pura e vera osteria; dacchè degli altri ritrovi di moderna invenzione non sia da farne caso, e non vi s'impari nulla. All'osteria tutto si presenta svariato, cominciando dalle vesti, perchè vesti del popolo. Queste vesti raccontano sempre la storia del tempo passato, di rado del presente, talora del futuro, avvegnadio nulla nascendo nuovo sotto il sole, e tornando ad essere quello che fu, le fogge degli abiti si trovino a godere più delle altre cose di privilegio siffatto. Idee, argomenti, favella, modi, tutto insomma singolare possiedono i poveri:--essi non conoscono educazione che li tosi, rispetto che li limi, riguardo che li scorci, convenienza che li curvi, finchè resi tutti di una misura e di un garbo, impiastrati della vernice di bugiarderia, vadano sciolti fra gli uomini, come le mummie di Egitto. Io non conosco per ora cosa più sincera, nel mondo, della povertà, se non fosse la miseria.

E poi l'osteria di questo paese non è mica fatta come l'osteria degli altri paesi; mai no. Qui gli artefici principali convengono; qui il dottore fisico, e qui il cerusico; qui il dottore legale, e qui il notaio, che di faccia alla legge equivale al cerusico di faccia alla medicina; qui il nobile uomo, e qui talora io vidi far capolino anche il prete;--perchè oltre al vino, in questa osteria danno a bere una cotale acqua tinta in nero, che per amichevole convenzione tra venditore e compratori è stabilito che non abbia a chiamarsi inchiostro, ma caffè;--e le menti nate a speculare in politica vi trovano la _Gazzetta di Firenze_, e qualche volta il _Giornale_ _di Foligno_ di un mese, o tutto al più di quindici giorni indietro, per non istarcene male informati sopra le vicende del mondo.--E neppure l'oste è fatto come l'oste degli altri paesi: in lui la etimologia del suo nome si trova in fallo: oste, dicono derivare dalla parola latina _hostis_, però che l'oste si comporti come da nemico contro i suoi avventori; ma questo mio oste, in primo luogo, non mescola mai acqua nel vino; in secondo luogo, non con voce, ma con lo esempio anima gli avventori a bere; primo all'assalto, ultimo alla ritirata, a modo dei re di Sparta, spesso ei si giace vittima del nobile ardimento, onde i conti si fanno il giorno di poi, e gli avventori gli danno ragione del bevuto, e pagano con probità religiosa. Biagio si onora essere cattolico, apostolico e romano, e dice che reputa miracoli tutti i miracoli, ma accerta quello di convertire l'acqua in vino alle nozze di Cana in Galilea doversi reputare miracolo miracoloso; e quando io gli narrai avere veduto nella cattedrale di Pisa un quadro di buon pennello rappresentante San Ranieri, il quale versatosi in grembo della veste il vino annacquato fece colarne il vino e restarvi l'acqua onde chiarire il tradimento dell'oste, e intanto il Diavolo in forma di gatto se ne stava sopra una botte; egli, pensato alquanto sopra quel caso, gravemente osservò: "Non poteva fare a meno, perchè costui era il Giuda degli osti, e la sua anima era diventata proprio cosa del Diavolo, che, se la guardava, e' faceva bene."

Biagio (ed io ti prego, amico lettore, ad essermi cortese di perdono se troppo vado per le lunghe) amano, reveriscono tutti, e tengono meritamente in pregio: lui persone di ogni maniera consultano, ed egli serio ascolta, e serio risponde; e il gentiluomo, il vicario e il canonico, quando ei ragiona, sorridono, e gli porgono la scatola, dove egli tuffa disperatamente le dita, perchè bisogna dire come sia grave vizio di Biagio questa _rabies_ di tabacco; ed egli ha tentato più volte di guarirsene, ma, povero uomo! non ci è potuto proprio riuscire, perchè il naso forma una provincia a parte, e ribellata, starei per dire, come gli Stati-Uniti dalla Madre Patria, e per colpa sua egli ebbe a toccare delle sconce mortificazioni, di cui basti referire solo una.

Certo giorno un fattore dal contado di Perugia venne alla fiera del paese, e trasse di tasca la scatola piena stivata di tabacco, detto di Chiaravalle, sottilissimo e grato, offerendone a Biagio. Biagio, che già la guardava con occhio feroce, non se lo fece dire due volte: ed ecco avventa le dita come artiglio di aquila; ma tanto si presentava compressa la polvere, che appena gli veniva fatto sfiorarne la superficie. Allora per acquistare tempo e far lavoro, il subdolo Biagio prese a interrogare il fattore come stesse la moglie, e se i figli fossero costumati, e i bovi grassi,--e poi come si chiamasse suo padre, e se vivesse, e quanti anni correvano che il dabbene uomo aveva detto addio ai campi;--e intanto minava la scatola. Il fattore, come colui che di Biagio non era punto meno arguto, con un tal suo garbo romanesco gli disse:--"Compare, o che volete vedere s'io lo abbia sotterrato qui dentro?"--Biagio diventò rosso fino alla radice dei capelli, e tanta vergogna lo prese, che fece voto starsene tutta la sua vita senza tabacco:--e l'osservò per due ore.--Povero Biagio!

Ma che io vi abbia detto dell'oste è poca cosa, però che adesso mi faccia mestieri tenervi discorso di Lazzaro il tintore. Lazzaro è segaligno; e sembra composto di stinchi: porta calze turchine, turchini i calzoni; la veste, la sottoveste, la camicia turchine; turchine le mani, ed anche la faccia turchina: anzi dentro le crepature della pelle così tenace vi prese dominio per diritto di prescrizione il turchino, che sarebbe opera perduta e illegale volernelo spossessare, e credo che ei non lo tenti nemmeno. Insomma un droghiere potrebbe appiccare Lazzaro allo sporto della sua bottega per mostra d'indaco. Veramente la sua faccia qua e là comparisce chiazzata di vermiglio; ma siccome anche l'indaco presenta in parte rossa la sua superficie, così il paragone piuttosto che venire meno, rinforza. Io mi ricordo come se fosse adesso, che incontrando talora Lazzaro per la via, sul fare del vespro, imbacuccato fino agli occhi, col solo naso infuocato e cremesino fuori la pistagna del pastrano, io tra me e me pensava che tale aveva ad essere la spada fiammeggiante del Cherubino posto a guardia del paradiso terrestre.

In cotesto paese bevono tutti largamente,--lungamente,--e lealmente. E sembra ancora che la Provvidenza abbia decretato così, perchè da una parte gli ha donato il migliore vino che le viti piangano nel mondo, e dall'altra gli negò le fontane, onde è forza usare le acque di cisterna, a cagione del suolo o per altro accidente, di sapore amare. Ho detto poi che bevono lealmente, avvegnadio gli antichi Statuti di questo Comune difendano tenere consiglio _post prandium_ e se ne adduce il perchè senza mistero, con quel candore che distingue i galantuomini veri: _propter vinum_.[1]

Lazzaro è di eloquenza naturale un fiume: egli ha tinto e bevuto moltissimo, ma ha letto anche molto: però le sue parole stanno in lite perpetua con le sue azioni. Rimase vedovo, e dice sempre: per la grazia di Dio;--e poi tutte le sere nell'ora dei morti egli va in chiesa a recitare il _De profundis_ per l'anima della sua povera defunta; nè mai gli avviene di sentire rammentare Lucrezia sua moglie senza che gli occhi gli si empiano di lacrime. Lazzaro ha due nepoti, uno maschio e una femmina, a cui vuole più bene che a se stesso, e li raccolse orfani, con supremo amore tenne loro le veci di padre, e con esquisita delicatezza quasi ancora le veci di madre, ma non vuole sentirne parlare. Secondo lui, era meglio farne concio: se gli ammirano la vigoria dei giovani, ed ei burbero:--"la mala erba cresce presto."--Se lui per la egregia indole dei ragazzi predicano beato, egli esclama:--"Li tolsi per bastoni della vecchiaia; se mi staranno in mano o mi cadranno sopra le spalle, vedremo poi."--Insomma egli è un cervello balzano, ha il capo pieno di girandole, abbaca sempre co' suoi ghiribizzi, e parla per via di parabole con motti arguti, e mordente che fa proprio gusto a sentirlo.

Quando entrai nella osteria si strinsero su la panca, ed io mi vi posi a sedere davanti al fuoco, e reiterate le oneste accoglienze, Lazzaro a cui la mia comparsa aveva tronco il filo del ragionamento, continuò in queste parole:

--"... dunque non fare mai bene se non vuoi avere del male: e questo è detto antico; ma, come sapete tutti, la verità ha i capelli bianchi e lunghi, perchè gli uomini la maltrattano per modo che la poveretta non si trova mai tanto da pagare il barbiere che glieli tagli."

"Ma voi non parlate la verità," riprese Biagio: "io, per me, mi sento rinascere quando mi trovo secondo le mie forze ad avere fatto un pocolino di bene."

"Perchè voi siete un presuntuoso," soggiunse Lazzaro; "e quando avrete dato un soldo, o due rosicchi di pane avanzato da tre giorni, vi sarà parso di mettere i consoli in palazzo: non vi pare egli un bel che proteggere a così buon mercato? Non vi empite di vento a farla da Mecenate? Oh ella è pure la bella cosa comprare un padrone lustrissimo con due rosicchi di pane? La vanità contratta con l'avvilimento, e la miseria e l'avarizia fanno da mezzane.--Non lo prendete a male, Biagio; ma voi quando date un soldo compiacete a voi stesso, e non vi muove la carità del prossimo."

"Io per me non ho mai pensato a cotesto."

"Non importa. Sapete perchè non ci avete pensato? perchè noi nasciamo così tristi, che ci riesce essere cattivi senza pure pensarci. E voi mi potete credere, che io l'ho letto nel magno dottore di santa madre Chiesa, Santo Agostino, là dove racconta che andava da ragazzo a rubare le pere, non già per mangiarle, ma per vaghezza di fare del male.[2] Il diluvio venne una volta, e adesso non verrà più, non mica perchè noi siamo diventati buoni, ma perchè fu detto: tanto vale lavare la testa al moro;--e la immaginativa dell'uomo è volta alla cattiveria fino _ab inizio_. Volete voi sentire una novella in proposito? Io ve la racconterò così come so e posso: _alias_ mi tacerò, e sarà meglio; tanto fiato risparmiato."

Lascio considerare a chi legge se noi potevamo ricusare una novella in una serata d'inverno quando la neve fiocca, standoci seduti al canto del fuoco?

Allora Lazzaro incominciò così:--Un montanino verso questi mesi scese per certe sue faccende in Maremma. Baciata e ribaciata la famiglia, mette un pane in sacca, chè dell'acqua da ogni parte se ne trova, e vassi con Dio. Giunto come sarebbe a mezza strada, ecco una vocina fioca percuoterlo all'improvviso, che in doloroso guaio diceva:--"Eccellenza! oh Eccellenza! per quanto amore porta ai suoi figliuoli, guardi di non pestarmi."--Il montanino giusto in quel punto pensava ai suoi figliuoli, onde tutto sentendosi rimescolare dentro, rispose tosto:--"Chi mi chiama? Che cosa volete da me?"--E la vocina fioca continua:--"Deh Eccellenza! abbassi gli occhi, e consideri una povera serpicina a qual misero stato si trova ridotta!"--E il montanaro dechinato lo sguardo vede una serpicina intirizzita dal freddo, che tirava l'anima co' denti e non aveva balía di muoversi.--"In carità," riprende la bestia," la mi prenda per la códa e mi getti nella fossa lungo la via, chè qui corro pericolo ad ogni momento di trovarmi dimezzata dai piedi dei villani che passano: io gliene farei supplica in carta bollata, ma in queste parti rozze, dove non si sa che cosa civiltà sia, non ci è chi la venda; e poi non essendo mai andata all'asilo infantile, non so leggere nè scrivere, onde la mi tenga per iscusata; però, Eccellenza, attesto il cielo della mia eterna gratitudine..."--"Eh! tu mi hai concio con questa Eccellenza; qui non fa mestieri suppliche,"--interrompe il montanaro; e detto fatto, prende la serpe per la coda. Allora la serpicina soggiunge:--"Di grazia, poichè si tolse tanto incomodo, mi vorrebbe ella mettere dentro il buco che si trova in quel masso là a destra della strada?"--"Eccoti nel buco. Vuoi tu altro da me?"--"Deh! non le sia per comando, e San Giuliano[3] lo conduca a salvamento: vorrebbe porre il colmo alla sua cortesia gittandomi addosso una manciatina di fieno per ripararmi da questo freddo crudele?"--E il dabbene uomo fascia la serpicina di fieno, e le domanda:--"Adesso stai tu bene?"--"Io sto d'incanto; gran mercè, e Dio vi mandi il buon giorno e il buono anno."--"Felice permanenza."--E il montanino si rimette la via per le gambe.--Arrivato in Maremma assestava le sue bisogne; e poichè vi rinvenne l'aria migliorata di assai, prese la terzana solamente, e poi deliberò tornarsene a casa.

Essendo capitato sopra la faccia del luogo dove trovò prima la serpicina, un grido minaccioso gli comanda:--"Olà! fermati, villano."--E il montanino subito pensò tra se: quando in questo luogo udii altra volta chiamarmi Eccellenza, potevo dubitare che dicessero a me; ma ora poi mi accorgo che vogliono proprio me; ond'egli fermatosi, gira attorno sbigottito lo sguardo, quando ecco sollevarsi dal masso una testa immanissima di serpe, la quale comecchè cresciuta fuori di misura, dalla fisonomia riconobbe tosto per la serpicina.--"Ohe, buona pasqua, comare! Che Dio vi salvi; come vi siete fatta fiera!"--disse il buono uomo, sforzandosi mostrare buon viso, quantunque dentro il cuore gli tremasse come foglia.--"Chi sei? chi ti conosce? quali dimestichezze sono elleno queste?"--"Diacine! sareste diventata signora? avete messo carrozza, per essere salita in tanta superbia? Peggio per voi...!"--E la serpe sbucando intera fuori dal nascondiglio, arricciate le creste, stralunati gli occhi, avventando in molto terribile maniera la lingua biforcuta, gli attraversa la via e fischia queste parole:--"Fa l'atto di contrizione, che io voglio mangiarti vivo."--"Mangiarmi vivo! Pensateci due volte, che io sono più di tre bocconi senza contare gli ossi: paionvi queste cose da serpenti garbati? Non vi si rizzano i capelli sul capo a favellarne soltanto?"--"Io non ho capelli."--"Non vi spaventa il bargello?"--"Le leggi non si occupano di serpenti."--"E l'inferno?"--"È casa mia..."--"Ma insomma in questi paesi non costuma mangiare gli uomini vivi:--tosarli un po', strizzarli,--pazienza! ma divorarli poi..."--"La metterò io questa usanza."--"Ma non ricordi come io ti campassi la vita? come intirizzita dal mezzo della strada ti ritraessi, nel buco ti accomodassi, di fieno ti ricuoprissi?..."--"Appunto perchè io me ne rammento bisogna che ti mangi vivo."--"Questa è una atrocità! questa è una ingiustizia!"--"Atrocità può darsi; ingiustizia no: e se tu fossi andato a studio, i dottori ti avrebbero insegnato come somma giustizia corrisponda a somma ingiuria."--"Ed io protesto d'ingiustizia."--"Ed io controprotesto che sbagli; e poichè sono una serpe onorata e gentildonna che scendo in linea retta da Cadmo, e i soprusi non mi piacciono, così mi offro pronta a farla giudicare."--"Ebbene sia: ma chi chiameremo noi per giudice?"--"Per me tanto io confido nella bontà della mia causa che te ne lascio la scelta."--"Andiamo oltre, che qualcheduno ci si parerà dinanzi capace a giudicare la lite."--"Andiamo, e _Deus provvidebit_, come disse Abramo ad Isacco."

Cammina, cammina, ecco farsi incontra a loro un cane che veniva via a scavezzacollo per quanto lo potevano portare tre gambe, che la quarta teneva attratta, come se storpio e' si fosse. Come venne più vicino, conobbero essere privo di un occhio, e tanto guasto dalla tigna da disgradarne San Lazzero.--"Fermati, cane, gli dissero, e vieni a sentire il nostro piato."--Il cane non li badava, e con la coda e gli orecchi bassi continuava la corsa, senonchè sentendosi un'altra volta chiamare, volse alcun poco il muso con sospetto, e sbirciandoli coll'occhio sano, rispose:--"Lasciatemi andare pei fatti miei; io non do fastidio a nessuno."--"No, sosta; noi non vogliamo farti male; vogliamo che tu decida una nostra lite."--"Voi mi date la baia: da quando in qua ci sono giudici cani?"--"Anche di fico si fecero i Numi;[4] perchè da un cane non può ricavarsene un giudice? Or su via, ad ogni modo tu hai da sedere giudice tra noi."--"O signore, come volete voi che io vi giudichi, se la fame mi toglie il vedere?"--"Noi ti pagheremo la sportula, e tu ti sazierai."--"Allora dite, e presto."

Qui l'uomo, esposta sua ragione con discorso brevissimo, concludeva: la serpe dalla sua istanza si rigettasse, e come litigante temeraria nelle spese giudiciali e stragiudiciali si condannasse.

La serpe, replicando, diceva: avere il montanaro esposto il punto di fatto con ammirabile lucidità; la sua ragione non abbisognare di troppi argomenti; essere d'_intuitiva evidenza_ l'uomo nella sua qualità di uomo meritarsi la morte; _per questo perchè_ avendo questa creatura proclamato il diritto di potere mangiare tutti, ognun sentiva che i divorandi nei _congrui casi di ragione_ avevano diritto a mangiare lui; _in altri termini_, deve o no applicarglisi la pena del taglione? Dubitarne sarebbe assurdo, sarebbe un fare oltraggio a tutti i sillogismi _in barbara_ che si costumano nel Foro. Qualunque altra condanna _non raggiungerebbe lo scopo_: quindi insistere _a che_ la sua istanza si accogliesse, e l'uomo nelle spese del giudizio si condannasse, _redazione_, spedizione e notificazione della sentenza non comprese.

Il cane di posta cominciò ad abbaiare:--Deliberò deliberando: "In sequela della domanda presentata dalla serpe, condanno l'uomo ad essere mangiato vivo,--con sentenza eseguibile provvisoriamente,--previa cauzione,--e lo condanno nelle spese, che tasso e liquido in tutte le sue ossa, le quali mi aggiudico a rosicare per mia sportula ed onorario."

Il montanino non giacque morto e non rimase vivo; e risensato alquanto, in suono di lamento richiede:--"I motivi! i motivi!"

--"I motivi! ah i motivi!"--riprese il cane;--"presumi forse che io mi trovi imbarazzato a farteli: tieni, prendi i motivi.--Quando io m'era fanciullino, un animale della tua razza venne, e trovatemi le orecchie lunghe e il pelo fino, mi svelse dalle poppe materne. Qual fosse il dolor mio ditelo voi tutti, o cani sensibili, così a forza allontanati dalle dolci sembianze e dalle carezze di una madre!--Però l'uomo ebbe di me diligentissima cura; la credei affetto, ed era interesse; ma nella mia ingenuità non me ne accorsi allora; quindi gli posi amore, e se io m'ingegnassi piacergli, Dio te lo dica per me. Condotto a caccia, non incontravo fratta o siepe ove io anche con pericolo di restarne graffiato non mettessi il muso per farne sbucare lepre o pernice; nel cuore del verno animoso io mi tuffai per laghi e per riviere in traccia di germani o di arzavole; senza temere pollini mi avventurava su paduli per inseguire le folaghe; mi precipitai contro il cignale, e con offesa spesso, con pericolo sempre, io lo trattenni ai facili colpi del padrone: tornato poi a casa mi facevano entrare nella ruota a girare l'arrosto; finalmente accucciato sotto la tavola io mi recava a ventura rodere gli ossi degli animali vinti dal mio coraggio o dalla mia sagacità. Non basta: la notte io vigilava intorno casa, dove studiando piacere così al padrone come alla padrona, metteva in pratica lo insegnamento di quel mio confratello più di me fortunato:

Latrai ai ladri ed agli amanti tacqui: Così al padrone e alla padrona piacqui.