La Seconda e Terza Guerra Punica Tratto da un codice dell'Ambrosiana
Part 5
Io non v'andarò contando nè divisando l'onore della vittoria che fu fatto a Scipio, e la festa e la letizia che per sua tornata fu mostrata; s'io ciò volessi contiare, troppo avarei a fare, e però mi tacerò a questa fiata. Ma appresso a tutta la gioia che li fu fatta a Roma, sì deliberaro di nuovo e senatori e consoli di Roma, che Scipio passasse in Affrica per conquistare Cartaggine e distruggiarla; e mentre che lo re Anibal era ancora in Sicilia e in Calavria, Scipio s'apparecchiò molto riccamente, e sì si partì di Roma con sì grande gente e con sì gran ricchezza come per acquistare Cartaggine e tutto lo regno d'Affrica; e quando ebbe preso commiato da' senatori di Roma e da' prossimani amici e parenti, elli andò tanto che gionse al mare, ove il navilio era bello e ricco. Lenio e Manlio, che l'oste guidavano, amendue valenti principi di Roma, fecero le navi caricare di farina e di biscotto e di vino e d'acqua dolce e di carne salata, e quando e ricchi destrieri furo dentro entrati e prencipi e sergenti, li marinari trassero le vele alte sugli arbori, e staccaro l'àncora da terra per fare le navi partire di porto; e tosto si partiro e dilongaro da terra, però che un gran vento si levò e ferì nelle vele di diversi colori, che tosto li cacciò nel pelago di mare e dilongolli dalla terra d'Italia.
LV.
Tanto andò Scipio con sua gente che avea con lui, ch'elli arrivò in Affrica, e sì tosto come fu gionto, lo seppe Anno duca di Poonia, che contra a lui venne con sì grande gente, come potè assembrare; ma in questa battaglia che gli Affricani assembraro, primamente furo venti e sconfitti, e lo duca Anno vi fu morto, il quale perdè tutto suo onore e ricchezza e vita. Questa fu la prima battaglia che Scipio fece poi che gionse in Affrica. Intanto sì combattè lo consolo Sempronio con Anibal in Puglia, ma malamente avvenne a' Romani in quella battaglia, chè lo consolo Sempronio vi fu sconfitto, ed elli il più tosto che potè si partì dello stormo, e tornò fuggendo a Roma molto lieto e gioioso non della perdita di sua gente, ma dello scampo di sua vita.
LVI.
Allora si ragunaro li Cartagginesi e li Mirmidieni, e quali erano nell'aiuto e nel soccorso de' Poonii, li quali erano venuti contra Scipio che duramente assaliva e distruggeva Affrica; e sappiate che queste due genti erano due osti belle e grandi, e sì avvenne che una notte s'attendaro l'uni presso all'altri. Scipio, che bene avea fatto cercare di loro affare per sue spie, andò tanto con sua gente verso la mezza notte, che s'appressò al loro campo, e tantosto comandò che fusse messo fuoco nelle tende e ne' padiglioni, senza ciò che le guardie se n'avvedessero, perciò che non avevano dottanza niuna; e sì tosto come il fuoco fu appreso nell'oste, sì si levaro suso tutti storditi come gente ch'erano addormentate, gridando: «al fuoco, al fuoco», come coloro che credevano che 'l fuoco fusse appreso per alcuno accidente.
LVII.
A quello remore e a quello grido venne Scipio lo consolo con grande cavallaria, che tanti n'uccise de' Poonii e de' Mirmidieni, che disarmati erano, colle spade taglienti, che tutta la terra n'era ingombrata de' morti e de' feriti, che tutti furono morti e menati a martiro. Foilse re de' Mirmidieni, che parente era dello re Anibal, si fuggì con molta poca gente, che poco si fallì che non arse dentro a sue tende. In questa battaglia ch'io v'ô detta, furo morti degli Africani tra per fuoco e per arme in quella notte quaranta milia d'uomini e presine cinque miglia. Non si dee neuno maravigliare di questa sconfitta, imperò che leggiera cosa era di loro prendare e uccidare, quando ellino entravano nel fuoco tutti disarmati per spegniarlo. Lo duca de' Poonii e lo re Foilse de' Mirmidieni, che di quella battaglia scamparo, rassembraro loro gente il più tosto che potero per combattare co' Romani e per vendicare loro ontia e loro grande dannaggio.
LVIII.
Quando tutte le genti d'Affrica furo tutte assembrate, ellino cavalcaro tanto, che vennero in quella parte, ove Scipio li aveva dinanzi sconfitti di notte, e tantosto furo le battaglie ordinate e divisate d'una parte e d'altra; e sì tosto come s'aggionsero insieme, missero mano alle spade, e cominciarono la battaglia, traendosi sangue da tutte parti, e tagliandosi braccia, teste e tutte altre membra, tanto che de' morti era tutta la terra ingioncata e coverta. Alla fine li Romani ebbero la vittoria, però che lo consolo Scipio s'abbandonava in quella parte e in qualunque pressa vedeva maggiore per loro confondare e rempare, e Lenio[40] e Massimo e li altri consoli Romani pregiati d'arme e buoni pedoni e la buona cavallaria li menaro tanto alle spade taglienti, che li cacciaro del campo sconfitti e venti senza nulla speranza di tornare addietro. Là fu preso lo re de' Mirmidieni, e sì lo prese Lenio, che 'l gionse quando fuggiva sopra uno destriere d'Affrica, e li altri che camparo, fuggiro tanto che entraro nella ricca città d'Aguarento[41]; e come furo dentro, chiusero le porti e fornirono le mura e le difese d'armadure per difendare la città, e Lenio l'incalciò e tanto menò gran forza di gente, che gli assediò, e tanto assaliro le mura e le porti, che le ruppero. E quando quelli della città viddero che non si potevano più tenere, si arrendero salve le persone.
NOTE:
[40] M. Valerio Levino, creato console nell'anno 544 di Roma.
[41] Agrigento, per la cui espugnazione la Sicilia rimase per intero sottomessa ai Romani.
LIX.
Sì tosto come la città fa arrenduta, Massimo fece prendare li alti baroni della città e lo re de' Mirmidieni tutto incatenato, e si lo menò a Scipio che la battaglia aveva venta, e sì aveva morto lo duca de' Poonii e presi molti altri uomini. Sì tosto come Scipio vidde lo re dinanzi da lui, egli il dè in guardia a Lenio, e tutti li altri prigioni altresì, e tutto il guadagno che aveva fatto nella città ed in Affrica, fe menare a Roma per dimostranza della vittoria. Lenio andò tanto per mare e per terra con tanti prigioni ed avere, che appena si potrebbe contiare, che venne a Roma e presentò a' sanatori e popolo di Roma da parte di Scipio e prigioni e le grandi ricchezze.
LX.
Per questa novella, che tosto fu saputa e sparta per tutta Italia, lassò Anibal tutte le città e castella della contrada, e trassene fuore sue guardie e suoi uomini. In questo tanto ebbero quelli di Cartaggine sì grande paura di Scipio, che conquistava il regno d'Affrica per forza, che mandaro allo re Anibal imbasciata che tornasse il più presto che potesse in Cartaggine per soccorrire la città e tutto lo reame, ch'e Romani distruggevano per loro potenzia. Quando lo re Anibal udì così parlare li messaggi, e seppe certamente che li conveniva tornare addietro, elli cominciò a piangiare, perciò che lassava il regno di Italia e Roma, innanzi che l'avesse conquistato, e tantosto fece suo navilio apparecchiare; e quando fu tempo d'entrare in mare, elli fece torre suo avere e mettarlo nelle navi, e tutti li cavalieri della contrada rimasero, che di loro grado nol volevano seguitare; e sì tosto come sua gente fu entrata in mare, fece l'àncora levare e andò via. E così fu deliberata Italia dallo re Anibal, che v'era stato dieciotto anni, e alle genti d'Italia aveva fatto sofferire molta pena e molto travaglio, siccome voi avete udito e inteso; e sì tosto come quelli delle fortezze viddero e intesero che Anibal s'era partito, sì si ritornare alla divozione del popolo romano.
LXI.
Lo re Anibal navicò tanto tra dì e notte, che si appressimò al regno d'Affrica; e sì tosto come lo re Anibal seppe che si appressimava alla terra, elli comandò a' maestri marinari che salissero sulli arboli delle navi, che molto erano alti, e sì lo' comandò che guardassero qual città l'era più pressimana. Coloro a cui lo re comandò, furono tosto saliti nelli arboli, che cento sessanta piei erano longhi, e sì riguardaro verso la terra, che anco l'era alquanto lontana; e quando ebbero gran pezzo guardato per cognosciare il paese là ove ellino andavano, lo re Anibal li domandò che ellino vedevano, ed eglino risposero che non vedevano se non sepolture in più parti, siccome a loro pareva.
LXII.
Di queste parole si maravigliò molto lo re Anibal in sè medesimo, e pensò che questo significasse qualche ingombro, e perciò comandò che arrivassero ad altro porto che a quello ove eglino andavano; e così come elli comandò, così fu fatto, e non si dimoronno niente grandemente, che essi arriverò nel porto d'uno castello che molto era ricco e bello della signoria di Cartaggine, che aveva nome Lepino. Là discese lo re Anibal a terra e tutta sua gente, che del mare e della pena ch'eglino avevano auta erano molto travagliati, e sì si riposaro ine longamente, e lo re Anibal fece trarre fuore delle navi suo avere e sue prede, delle quali avevano grande abbondanza. Mentre che lo re Anibal e sua gente si riposavano sotto al castello di Lepino, mandò suoi messaggi a' prencipi della città di Cartaggine, come elli era tornato in Affrica ed era arrivato con sua gente al castello di Lepino, che molto era grande e forte; e allora fu fatta in Cartaggine grande gioia e grande allegrezza per la venuta dello re Anibal, che molto era desiderato e amato da tutti quelli della città e da' ricchi e da' povari, perciò che avevano in lui sicurtà e fidanza per lo suo senno e per la sua prodezza, della quale avevano udito molto parlare appresso e a longa.
LXIII.
Quando lo re Anibal si fu riposato a sua volontà, elli fece levare lo campo, e tanto andare, che si attendaro sotto a Cartaggine in uno bello piano; e quando si furo attendati, li alti baroni di Cartaggine vennero allo re Anibal, e salutare lui e tutti suoi baroni, e sì lo volevano menare dentro in Cartaggine per gioia e festa fare, come era ragione e drittura; ma lo re Anibal lo' rispose e sì lo' disse ch'elli e sua gente non entrarebbero dentro alle mura di Cartaggine, infino a tanto ch'elli avarà veduto lo consolo Scipio e parlato con lui, e sapere se potesse fare pace e concordia con lui, e se non combattarebbe con lui, perciò che non è bene fatto di lassare stare lo suo nemico in suo paese chi trarre nel può o per ragione o per forza.
LXIV.
A questo s'accordaro bene tutti e Cartaginesi, e incontanente procacciaro forza ed aiuto, mentre lo re Anibal mandò suoi messaggi allo consolo Scipio, che presso a lui era a meno di due giornate, e sì gli mandò a dire che gli vorrebbe parlare, e se intendeva di volere pace con lui e co' Cartagginesi. Li messaggi andaro tanto che gionsero ove li Romani erano attendati, e sì domandaro lo consolo Scipio, in cui erano tutte le bontà. Il nobile cavaliere e cortese sì si accordò di parlare allo re Anibal, e ciò promisse per la volontà de' savii uomini di sua oste, e li messaggi altresì da parte dello re Anibal; e poi presero commiato il più presto che poterono, e tornarono allo re Anibal ed a' Cartaginesi, e sì lo' contiaro la risposta de' Romani e' belli sembianti ch'ell'avevano fatto.
LXV.
Intanto venne il termine del dì del parlamento, ch'era ordinato in capo di quindici dì. Li principi e li baroni di Cartaggine furo in una piazza, ove lo parlamento doveva essare, assai presso dalla città di Bredum, ch'e Cartagginesi tenevano. Là venne lo consolo Scipio tutto disarmato molto nobilemente con sua cavallaria, che appena si potrebbe dire loro grande fierezza, e la maniera de' drappi della seta di che erano vestiti, nè le fatture nè e ricchi sembianti de' ricchi destrieri d'Affrica e di Spagna che cavalcavano; e dall'altra parte non vennero meno fieri la gente dello re Anibal n'e Cartagginesi, che di ricchi palii di seta erano vestiti. Li due principi, lo re Anibal e lo consolo Scipio, che tanto erano valorosi, erano troppo riccamente vestiti ed apparecchiati, siccome a loro si conveniva; e sì tosto come si viddero, si miroro molto l'uno l'altro per lo grande nome che l'uno aveva udito contiare dell'altro e dire, e molto si maravigliò l'uno dell'altro, e sì erano così come sbigottiti per la maraviglia; ed allora parlò primamente lo re Anibal a Scipio, e sì li disse per belle ragioni in lenguaggio romano, che molto duramente si maravigliava, perchè elli era passato in Affrica per combattare, quando elli assai presso a Roma l'arebbe potuto trovare per tutta Italia. Scipio lo consolo, che tanto era bello di corpo e di forza, che a grande pena si potrebbe scrivare, rispose allo re Anibal, ch'elli avea passato il mare e venuto in Affrica per vendicare l'ontia e 'l danneggio, ch'e Cartagginesi l'aveano fatto in Italia e in altre contrade.
LXVI.
E così cominciare le parole tra' nobili principi, e quali erano da tutti li altri guardati a gran maraviglia, e scoltavano le parole de' due principi. Quando ebbero parlato assai di ciò e d'altre cose, si parlò lo re Anibal, che più fiate era stato sconfitto in battaglia, sì pensò le sciagure che possono intervenire, e perciò parlò primamente di pace a Scipio, siccome Eutropio dice; ma lo consolo Scipio non ne volse niente fare, se non per tale condizione, che Cartaggine rendesse a' Romani ora al presente cinque milia pesi d'argento e mille libre d'oro per la pace e per la triegua che fra loro era, la quale l'avevano rotta e spezzata. Questi patti spiacquero molto allo re Anibal ed a' Cartagginesi, e dissero che innanzi si combattarebbero co' Romani, che questi patti facessero; ed allora si partiro e Romani e Cartagginesi, e quali molto s'odiavano, e procacciaro di combattare senza dimoranza. E poi ch'e prencipi furo tornati a' loro alberghi, non fu poi nessuno dì che none assembrassero loro gente, e che none ammaestrassero di ben fare, siccome per tutto guadagnare o per tutto perdare e vita e avere e donne e figliuoli e onore.
LXVII.
Quando tutte loro genti furo assembrate, ellino s'attendaro più presso che potero l'uno all'altro, e li due prencipi, e quali erano coraggiosi e fieri, avevano messo tutto loro ingegno e avere in gente ragunare per avere la vittoria; e sì tosto com'ebbero ciò fatto, ellino non si indugiaro più che non si assembrassero, che molto lo' parea all'uno e all'altro che si tardasse la battaglia, tanto erano desiderosi di combattare. Quelli due che prima s'assembrassero in su ricchi destrieri dinanzi a tutte le schiere bene una balestrata, si fu Scipio ed Anibal, che duramente si feriro in sulli scudi dorati, e quali spezzare, e ruppero le lancio sugli sberghi doppi che non ne smagaro niente, nè niuno de' due baroni cadde del destriere, anzi passare oltre e misserò mano alle spade per combattare con coloro che lo' venivano alla rincontra a grande ardire. Per questa giostra furo molti cavalieri morti ed abbattuti, de' quali e cavalli fuggivano per lo campo; e quando le genti appiei assembraro a quelli da cavallo, allora fu grande dolore di sbudellare cavagli ed abbattere de' cavalieri, e quelli che non si potevano levare, giacevano a terra; e sì avareste da mille parti udito sgridare l'uno Cartaggine e l'altro Roma con sì alte voci, che tutta la contrada ne rinsonava. Tre volte avvenne che Anibal e Scipio combattero a corpo a corpo colle spade nude, e tagliarsi li scudi innorati onde si coprivano, e tre volte li partì la pressa de' loro cavalieri che si mettevano tra loro, e poco si poteva sapere chi n'avesse il meglio; e quando le prime schiere di Scipio si missero infra li alifanti, che quelli di Cartaggine avevano menati, in quella parte Scipio si trasse colla forza de' Romani, chè coloro delle castella che gli olifanti portavano, facevano di loro uomini molto crudele dannaggio; ma poi che gli cominciaro a uccidare, eglino gli fecero tutti tornare addietro, sicchè nullo ne potevano fare ritornare alla battaglia di quelli che feriti erano e che fuggire potevano.
LXVIII.
Alla fine furo sconfitti li Cartagginesi ed Anibal altresì, che tanto si tenne nello stormo, che non v'erano più che venti cavalieri di rimanente, e non fuggiva, però che ontia li pareva di fuggire. E vinti difendevano loro signore, che non volevano fare dislealtà nè fellonia; e tanto dimorò Anibal, che nolli rimasero più che quattro cavalieri, e con questi quattro cavalieri si partì Anibal tristo e corruccioso, perciò che non vi poteva più dimorare; e sì se ne venne fuggendo ad Adrumento sua città per campare sua vita, e d'inde n'andò in Cartaggine, ove elli non era mai entrato in ventisei anni ch'erano passati, che se ne partì la prima volta collo re Amilcar suo padre. Intanto li Romani che la vittoria avevano auta, si trassero a' padiglioni dello re Anibal, ove trovarono duecento miglia di grossi d'argento e grande quantità d'oro e tante altre ricchezze, che non si potrebbe dire nè contiare. In quella battaglia furono morti quaranta migliaia di Cartagginesi e cinque milia presi, e ottanta olifanti tra presi e morti.
Intanto ch'e Romani ragunavano loro guadagno e loro prede, che seppellivano loro uomini morti secondo loro costume e loro usanza, Anibal ch'era in Cartaggine, ove grande dolore era fatto, parlò co' baroni e colli alti uomini di Cartaggine, e disse che neuno altro rimedio era, che di fare pace co' Romani, acciò che la città non fusse distratta nè confusa. E baroni e altri uomini di Cartaggine, che viddero e cognobbero che altrimenti non poteva essare, richiesero pace a Scipio, siccome avevano dinanzi divisato, e Scipio il consentì di volontà de' consoli e de' senatori, a cui mandò suoi messaggi, e ferma triegua fu fatta per cinquanta dì, tanto ch'e messaggi potessero andare e tornare.
LXIX.
Allora eran consoli a Roma Cornello Lentulo ed Elio Peto, per cui conseglio la pace fu fatta intra Cartagginesi e Romani. Quando la novella fu saputa e detta in Cartaggine, allora fecero grande gioia con tutte le sciagure che avevano aute, perciò che avevano pace con Scipio e con Romani, onde sapevano che Cartaggine non sarebbe distrutta. Questa pace non potè lo re Anibal vedere nè udire, anzi si partì della città dolente e corruccioso, e sì se n'andò facendo grande dolore allo re Antioco di Siria, che lo ricevette allegramente, e molto l'onorò per la grande prodezza e per lo ardimento che era in lui, e sì lo fece capitano di tutti suoi cavalieri e pedoni per mare e per terra.
Intanto venne Scipio dinanzi a Cartaggine con tutta sua oste per ricevare e conventi de' Cartagginesi, siccome voi avete udito dire e parlare adietro. Allora fece prendare le navi, delle quali v'aveva più di cinquecento, molto riccamente apparecchiate, e sì le fece venire dinanzi alla città, e sì lo' comandò sopra tutti e patti che erano tra loro e Romani, che non mettessero più che trenta navi in mare insieme, sapendo che se passassero suo comandamento, elli li farebbe distruggiare; ed allora entrò Scipio in Cartaggine, e furonli le chiavi della città date e presentate.
LXX.
Allora vennero a lui tutti li cittadini delle città d'Affrica, e sottomissersi a fare sua volontà e sue comandamenta. Allora conquistò Scipio molto avere e molto tesoro, e sì donò franchigia a cui volse, e a cui volse la tolse, e sì abbattè tutte le fortezze d'Affrica; e quando elli ebbe ciò fatto, elli si tornò a Roma con grande vittoria e con grande onore riceuto da' consoli e da tutto l'altro popolo, e da quello dì innanzi fu chiamato Scipio Affricano, perciò ch'elli aveva tutta l'Affrica conquistata, siccome voi avete inteso. Ed era durata la detta guerra ventun anno, però che Anibal, siccome io v'ô detto, stette in Italia diciotto anni, e Scipio stette tre anni in Affrica, innanzi che sottomettesse Affrica a sua signoria; e sappiate che in sì breve tempo non avarebbe acquistata sì grande signoria, se non fusse le battaglie che fece con Anibal e vente, che aveva tutta la forza d'Affrica insieme ragunata.
* * * * *
Finite le siconde guerre che ebbero e Romani co' Cartagginesi, quando conquistaro Cartaggine e tutta Affrica.
LXXI.
Dopo due anni solamente infra sei cento anni che Roma era stata primamente fondata, nel tempo che Lucio Censorino e Marco Manio erano consoli di Roma, levonnosi contra a' Romani quelli d'Affrica la terza guerra; ma non si sa perchè la guerra si rincominciò, che molto fu grande e maravigliosa, onde la città di Cartaggine fu distrutta e confusa, siccome voi potrete udire e intendare.
LXXII.
Nel tempo che io v'ô detto, providdero li senatori e consoli e la comunità di Roma di distruggiare Cartaggine, e sì tosto come quello conseglio fu preso, lo consolo Lucio Censorino e Marco Manio e Publio Scipio furono eletti per passare il mare e per andare in Affrica. Costoro s'apparecchiaro molto riccamente di buoni cavalli e di ricche armadure, e molto assembraro grande gente appiè e a cavallo e molto avere. Quando esciro di Roma, costoro andaro tanto ch'ellino entraro in mare con grande navilio, e sì tosto come furo in mare, il vento si levò, il quale ferì nelle vele di diversi colori, e sì andaro tanto senza tempesta, che giunsero in Affrica assai presso a Cartaggine; e sì tosto come ebbero preso porto e l'àncore gittate in terra, ellino trassero delle navi cavalli e armadure, e sì si attendaro longo il porto alla marina, e là si riposaro li Romani tre dì, e intanto mandaro loro messaggi a' baroni della terra di Cartaggine, che lo' venissero a parlare, ed ellino così fecero; e sì tosto come e consoli di Roma li viddero, sì lo' comandaro che lo' dessero tutte loro navi e loro armadure per fare loro bisogno, perciò che none avevano recate tante armadure, quante a loro genti bisognava. A questo comandamento non si ristettero niente e Cartagginesi, anzi dierono a' Romani tutto loro navilio e galee altresì. Appresso lo' fecero arrecare fuore di Cartaggine sì grande quantità d'armadure, che tutte le genti d'Affrica se ne sarebbero potuti armare per difendare loro corpi in battaglia.
LXXIII.
Sappiate che mai sì grande quantità d'armadure non furono vedute, come ebbe allora dinanzi a Cartaggine. Quando e Cartagginesi ebbero date a' Romani loro armadure, così come voi avete udito, li Romani lo' comandaro che abbandonassero loro città e abbattessero loro fortezze, e sì si dilongassero dal mare dieci milia passi per fare loro magioni e loro casamente. Quando ciò intesero li Cartagginesi, ellino furono tutti corrucciati comunemente più per loro armadure, d'onde s'erano sforniti, che per nissuna altra cosa, però che non sapevano che si potere fare; ma nella fine s'accordaro a ciò che prima volevano morire nella città ed essare là entro sepolti, che nolla difendessero tanto quanto potessero; e tantosto elessero dentro a la città due alti uomini forti e possenti di grande signoria, de' quali l'uno aveva nome Famenca, e l'altro Asdrubal, che fussero duca e conducitori della città, e sopra a tutti li altri fu data la balia a Asdrubal. E sì tosto come ebbero ciò fatto e divisato, ellino fecero le porti della città serrare, acciò che neuno potesse nè entrare, nè uscire; poi fecero ragunare tutti li maestri della città, e fecero fare armadure di rame e di cuoio e d'oro e d'ariento e di metallo per loro bisogno e necessità del ferro. Là furo fatti li sberghi d'oro e d'argento, sicchè non vi fu risparmiata ricchezza, e di quello tanto di ferro e d'acciaio che eglino avevano, fecero fare spade e saette e dardi e ferri da lancie, e del rame e del cuoio fecero l'altre armadure.
LXXIV.