La Seconda e Terza Guerra Punica Tratto da un codice dell'Ambrosiana
Part 4
Astrubal, il quale era sconfitto in Ispagna, siccome voi avete udito addietro, assembrò sua gente con quella ch'e Cartagginesi li avevano mandata, e sì cavalcò e tornò verso e Romani, ov'era Cornello Scipio e l'altro Scipio, amenduni consoli di Roma, e quali sconfitto l'avevano l'altra fiata, ed erano mastri e capitani; e sì tosto come seppero la venuta di Astrubal, eglino vennero incontra a lui con molta gran gente, che con loro erano assembrati; ma innanzi che l'osti d'una parte e d'altra s'appressimassero, vennero li due consoli, ch'io v'ô nomati, a loro schiere per assembrare primamente alla gente dello re Astrubal, che tutti erano armati ed apparecchiati longo una foresta presso ad una montagna. Li Romani, che poco dottavano li Cartagginesi, avvenga che non credessero che fussero tanti come egli erano, che già entravano nella valle tutti ordinati per combattare con loro nemici; e sappiate che là fu molto fiera e dura battaglia; li Romani che orgogliosi erano, lassaro corrare loro cavalli contra agli Affricani, e quali avevano più gente di loro.
XXXIX.
Che v'andarò io contando o dicendo li colpi della battaglia? Io non vi dirò chi ferì l'uno l'altro, chè assai tosto vi potrei mentire di cotali cose, se io me ne tramettesse; ma bene sappiate certamente, che dopo molta grande punta[35] li Romani furono sì villanamente sconfitti, che perdero li due consoli, che molto erano arditi e valenti cavalieri, d'onde Roma fu molto duramente abbassata, e così furo li due Scipioni danneggiati, che furo morti per Astrubal in Ispagna; ma non furo li Romani tutti morti, anzi ne scamparo assai il meglio che potero, e poi si assembraro il meglio che potero, siccome voi udirete.
NOTE:
[35] _Pugna_, _battaglia_: nel _Morgante_, 22, 244:
La scala combattè di mano in mano, E come Orazio gran punta sostenne.
XL.
Allora s'era lo re Anibal tratto verso la marina per soggiornare e per mettare tutte le terre a sua signoria, e il mare propiamente altresì, imperò ch'elli voleva avere la signoria della terra e del mare. Li Romani che tanto fortemente erano spaventati, sì che non sapevano che si fare, mandarono verso Capova gran gente e gran cavallaria per prendare la città se potessero, nella quale lo re Anibal aveva lassate sue guardie per li Romani prendare, quando uscissero fuore di Roma, e là fu mandato Quinto Fulvio con gran gente, che assediaro la città; e sappiate che molte battaglie vi dero con lancie e quadrelli e altri ingegni che fecero, e fecero tanto infine che la presero per forza; e sì tosto com'ella fu presa, fece Quinto Fulvio assembrare gran gente per cercare la città, e sì fece ragunare l'avere e le ricchezze della città e le grandi prede ch'eglino avevano conquistate, e sì fece ogni cosa portare a Roma, che v'è assai presso; e poi fece prendare li uomini della città, per cui la città era stata governata e tenuta contra lui, e sì li fece tutti uccidare e angosciosamente morire, e sì gli avevano mandato a dire li senatori di Roma per loro lettere, che non facesse uccidare li uomini di Capova; ma per cosa ch'e senatori li mandassero a dire, non lassò che non ne facesse giustizia, e disse che male a loro uopo s'erano dati ad Anibal, e sì tosto lassato l'onore e la signoria di Roma. Quando ciò seppero li altri baroni d'intorno delle città, che le terre di Campagnia tenevano, ellino ebbero tale paura dall'una parte de' Romani e dall'altra parte dello re Anibal di Cartaggine, di cui udiro dire che tornava in Italia, che non sapevano che si fare; per la quale cosa si raunaro insieme e presero consiglio, ed insieme s'accordaro tutti gli alti uomini della contrada, e presero per partito che meglio lo' metteva[36] di morire, che vedere lo grande dolore che l'oppressava a loro gente e a loro cavallaria.
NOTE:
[36] _Meglio conveniva_; nella _Retorica_ di Aristotile: «Sopra ogni altra cosa mette lor meglio di fermarsi, che saper quella di cui si parla.»
XLI.
Per questa paura bebbero veleno mortale, per la quale cosa tutti perdero la vita, e così fu Campagnia e la città di Capova racquistata per la forza di Roma, e tratta della signoria dello re Anibal, ove ell'era sottomessa. Allora fu a' Romani la ventura alquanto tornata, e a quello Scipio Cornellio, che poi fu chiamato Scipio Affricano, che molto ebbe grande dolore di suo padre e di suo zio, che Astrubal lo fratello d'Anibal aveva morti in Ispagna. Questo Scipio non aveva più di vintiquattro anni, giovano era di tempo e bello e grande, e sappiate ch'egli era molto savio e pro e ardito, e più valente di lui non era in tutta Roma, siccome si mostrò ne' suoi fatti, ed era di grande nobiltà di sangue. De' due Scipioni, ch'erano stati morti, l'uno era stato suo padre, e l'altro suo zio. Per questo grande dolore vendicare sì si proferse a' senatori ed a' consoli di Roma d'andare in Ispagna contra Astrubal, che gran parte della terra avea conquistata, e di ciò furo molto lieti li senatori e consoli; ma quando ebbero ragunata la gente, ellino avevano sì poco avere, che non sapevano come nè in che maniera e' potessero tenere sì gran gente a soldo in istranie terre. Adunque era Roma molto impovarita, che solea essare donna di gran ricchezze e di gran signoria. Per quella povertà che allora avevano molto grande, sì raunò Claudio Marcello e Valerio Levino[37], che allora erano consoli e molto ricchi, d'oro e d'argento e di drappi di seta, e sì arrecaro dinanzi a' senatori tutto loro tesoro e loro ricchezze che avevano conquistate, e sappiate che non ritennero per loro nè per loro figliuoli, se non uno anello d'oro ed uno fermaglio, con che acconciavano loro capelli, e a loro figliuole e a loro donne a ciascuna una libra d'oro ed una d'argento, che tanto n'avevano di prima, che appena se ne sapeva il numaro; e per l'assemplo di questi ch'io v'ô detti, fecero il simigliante tutti li alti uomini di Roma, e missero tutto loro tesoro in comune per guardare e difendare la città, e per queste cose spezialmente inforzò molto la città di Roma.
NOTE:
[37] M. Valerio Levino II e M. Claudio Marcello IV, verso l'anno di Roma 544.
XLII.
Quando ciò fu fatto, Scipio con sua grande oste andò tanto per sue giornate, poi che si partì di Roma, che passò i monti di Pineos, e tanto fece che venne in Ispagna; e quando fu entrato nella contrada, egli domandò dove fossero ragunate le più grandi ricchezze degli Affricani, e quale era la terra, ov'ellino avessero mandata maggiore forza di loro gente, e fu lo' detto di Cartaggine novella, la quale avevano fatta in Ispagna. Di questa Cartaggine novella, siccome Orosio contia, e dice la maggiore parte della gente, che questa è quella città, che ora è chiamata Marot, e tali dicono ch'è chiamata Tolletta[38], che tanto è oggi nominata e pregiata, ch'è posta su lo rivaggio, ove altri truova tale fiata granella d'oro mescolate coll'arena, chi bene la vuole cercare, ma non vi so bene dire quale fu di queste due città l'una, che fu quella Cartagine ch'io v'ô parlato; ma tanto sappiate certamente di vero, che questa non fu la gran Cartaggine, ch'è in Libia nelle parti d'Affrica, d'onde lo re Astrubal aveva sì grande gente ragunata in Ispagna per navilio; Cartaggine, ond'io vi parlo, fu la città di Marte, siccome a me pare, e sappiate che Astrubal era nell'ultime parti di Spagna, là ove avea fatte molte battaglie a prendare le città e le castella, e conquistare le stranie nazioni. Ma sì tosto come seppe e intese che Scipio avea passati e monti di Pineos, d'onde io v'ô dinanzi parlato, e ch'egli era già entrato in Ispagna, elli si partì il più tosto che potè per venire contra a lui, ma intanto assediò Scipio Cartaggine novella, là ove era tutto l'oro e tutto l'argento, che gli Affricani avevano conquistato.
NOTE:
[38] Parlasi qui di Cartagena costrutta da Asdrubale, secondo Polibio e Pomponio Mela. Dopo la distruzione fattane dai Vandali, la sua grandezza e dignità passò a Toledo, che contava Cartagena tra le molte sue città suffraganee. Sotto i Romani la sua giurisdizione estendevasi su sessantacinque città, e della sua ricchezza fa ampia testimonianza Tito Livio.
XLIII.
All'assediare della città di Cartaggine fu molto gran romore di gente, ma tutta la gran forza della cavallaria della contrada erano andati con Astrubal, sicchè quelli della città non potevano avere aiuto se non di loro medesimi e di coloro che lassati v'erano. Dentro v'era Margon fratello di Astrubal, che v'era venuto novellamente, il quale molto si penò e travagliò con grande gente ch'egli aveva, per tenere la città, ma forza nè potere nollo potea cresciare, siccome io v'ô detto. Ma Scipio che dinanzi alla città era attendato, a costui crescea molto la sua forza, imperò che tutti li Romani, ch'erano scampati della sconfitta di suo padre e di suo zio, erano assembrati e tornati a lui, per la quale cosa sua forza era molto cresciuta e crescea di giorno in giorno. Onde avvenne molte maraviglie, siccome voi udirete appresso tutte per ordine nella storia, che molto è buona e dilettevole a udire; e chi lo cuore e lo 'ntendimento vi pone, vi può imprendare molte cose che possono essare utili, che non sono nelli altri libri nè in altre storie.
XLIV.
Così e in tale maniera assembrò Scipio molta gente, che tanto fece e procacciò per suo gran senno e per sua gran prodezza, che prese la città, che allora era piena di molto avere e bene popolata di gente. Questo acquisto che Scipio fece allora, rimbaldì tutta Roma, che mandò in prigione Margon lo fratello dello re Anibal e molti altri uomini di nome d'Affrica; là fu molta gran letizia fatta, e per tale maniera diliberò Scipio tutti li staggi ch'erano in prigione delle città di Spagna, che Astrubal v'aveva messi per sicurtà che gli aiutassero, e che per persona non lassarebbero, nè per doni, nè per promesse, nè per neuna altra cosa che avvenisse, e d'altra parte che non terrebbero co' Romani, nè loro comandamenta non farebbero, s'egli avvenisse cosa, ch'eglino nella contrada tornassero. Ancora perciò che Scipio rendè agli alti baroni di Spagna loro figliuoli e loro frategli e loro nipoti, ch'erano in prigione, questi tornaro tutti a lui ed a sua gente, onde accrebbe molto sua forza e sua compagnia.
XLV.
Intanto gionse Astrubal con sua gran gente contra Scipio lo consolo, che la battaglia non rifiutò niente, anzi ordinò sua gente e sue schiere come valente cavaliere e cortese e savio, e sì gli amaestrò molto di ben fare e di vendicare l'onta e 'l danneggio che gli Affricani gli avevano fatto, e allora venne tutte le schiere senza dimoranza. Lo re Astrubal, che attendato era, non avea dormito tutta la notte per lo gran disio della battaglia, e la mattina per tempo fece sue schiere armare, chè non credeva che li Romani si potessero tenere contra lui in nulla maniera, e similemente li Romani desideravano di combattare con lui, e non credevano già vedere l'ora che le schiere fussero ordinate; e per questa volontà che l'uni e l'altri avevano sì grande di combattare, furo tosto assembrati. Poi che s'accostaro, là fu molto grande battaglia e pericolosa e crudele senza misericordia e senza pietà; là fecero molto bene li arditi e li valenti cavalieri, che per paura di morte none sbigottiro; e bene sappiate che neuno che troppo dubiti, non può essere nè pro nè ardito, e coloro che vogliono avere il pregio e l'ardimento di loro grande forza acquistare fama, sì si metteno in avventura di morte. Là lo' fece molto bene lo consolo Scipio, chè per sua grande prodezza furo li Affricani sconfitti lo dì, e Astrubal loro signore cacciato dello stormo, e sua gente cacciata per forza infino alla notte. Là fu molto grande acquisto fatto, chè quando li Romani tornaro di loro incalcio, ellino trovarono le tende e padiglioni degli Affricani sì guarniti d'oro e d'argento e di drappi di seta e d'avere e di prigioni e di preda, sì che appena ne potrebbe altri dire il numaro; e così crebbe in molto grande avere Scipio e in grande nome pel primo anno per la terra di Spagna e per tutte le contrade del paese d'intorno.
XLVI.
Eutropio conta che intanto Fabio Massimo uscì di Roma con grande gente appiè e a cavallo per volontà de' senatori, e sì andò tanto che gionse alla città di Taranto, ove era tutto il fornimento di Anibal, e le grandi ricchezze ch'egli avevano conquistate per molte contrade. Quando Abran, uno duca dello re Anibal, che molto era valente e di grande potenzia, che con lui avea molta gran gente menata e ragunata dentro alla città di Taranto, sì tosto come Fabio Massimo venne dinanzi alla città, sì uscì lo duca contra a lui a battaglia ordinata, e senza fare menzione o parola nulla di fare o pace o concordia, ma tostamente s'incontrarono con loro, però che si odiavano mortalmente, e sì si feriro molto duramente li Romani e li Affricani, imperò che molto desideravano di sconfiggiare l'uno l'altro e cacciarsi di campo. Coloro che là assembraro primamente, non curavano di belle giostre per mostrare loro cavallare, anzi assembraro sì tosto come si viddero, e cominciaro a trarre e a lanciare l'uno l'altro, e quelli appiei e quelli a cavallo tutti insieme, e sì si ferivano di lancie e di quadrella e di spade e d'accette taglienti, che allora e in quello tempo erano molto in usanza di portare in battaglia, colle quali si fendevano e tagliavano teste e costati e petti in sì grande quantità, che tutta la terra n'era coperta. In quella battaglia uccise Fabio Massimo Abran, per la cui morte quelli della città di Taranto e li Affricani medesimi che con lui erano, furono sconfitti. Là fu molta grande distruzione di cavalieri e di sergenti allo 'ncalciare verso la città, imperò che li Romani li seguivano molto vigorosamente, sicchè insieme con loro entraro dentro alla città, e sì furo sì duramente sbigottiti e spaventati quelli che sopra le mura della città erano, e le donne e le damigelle per lo grande dolore e per la grande distruzione, ch'elle vedevano fare di loro gente, che ciò era maraviglia; e già neuno faceva difesa per li Romani ritenere o per difendare loro vita. Così e in tale maniera fu presa la città di Taranto.
Allora lo consolo Fabio Massimo fece ragunare l'avere e le grandi prede che là furono trovate e guadagnate, e sì le partì tutte e donò a sua gente e a sua cavallaria, e poi fece vendare bene vinti milia prigioni ch'elli aveva presi, e sì ne fece portare l'avere a Roma e mettare in comune tesoro della città. Allora tornaro alla forza e all'aiuto de' Romani molta gente che s'era partita da loro per paura di Anibal, imperò che Fabio Massimo lo' diceva e sicurava, che mai più lo re Anibal non arebbe sopra loro signoria.
XLVII.
Allora tornò lo consolo Valerio, il quale aveva fatto pace collo re Filippo di Macedonia e con quello di Grecia e collo re Quatenio d'Asia, ch'era allora di gran possanza. Quando tutte queste cose furono fatte, lo consolo Valerio tornò a Roma con molta gente in navilio, e arrivò e prese porto in Sicilia; e sì tosto come fu nella contrada, li venne novelle che uno duca d'Affrica, il quale era chiamato Anno, era nella città d'Agrigento, onde Valerio vi mandò uno consolo chiamato Junio, e venne dinanzi alla città con suoi Romani, e sì la prese per forza, e lo duca Anno altresì con molta della sua gente, e quali menò a Roma in servaggio. Allora cercò Junio la contrada, e renderseli quaranta castella, e sedici ne prese per forza; d'onde Junio fece tantosto le mura abbattare e confondare, e mandò li prigioni e tutto l'avere a Roma, ove grande gioia ne fu fatta.
XLVIII.
Allora tornò lo re Anibal e combattè con Gaio, che contra a lui aveva molta gran gente della signoria di Roma. Questa battaglia fece a' Romani grande danneggio, chè Gaio Fulvio vi fu morto, e con lui dieci principi di Roma, che le schiere guidavano, e diecisette cavalieri che di grande nome erano e di grande cavallaria, e per questo grande dolore vendicare venne lo consolo Marcello contra lo re Anibal con tutta la forza che potè avere, e sì combattè con lui tre dì, ciascuno dì infino alla notte; ma il quarto dì innanzi che venisse il vesparo, furo sì menati li Romani e 'l consolo Marcello, che per forza furo cacciati del campo, e troppo avarebbe perduto, se la notte non fosse sì tosto venuta. Ma come lo re Anibal e sue genti furono tornati a loro tende, sì rassembrò Marcello tutta sua gente, e sì lo' disse e pregò che non fussero sbigottiti per cosa che avvenuta lo' fusse, imperò che Anibal aveva perduta due tanta più gente di loro; e bene fussero certi che s'ellino volessero assalirlo vigorosamente la mattina, ellino si potrebbero molto bene vendicare del dannaggio e dell'ontia, ch'egli avevano ricevuta da' loro nemici.
XLIX.
E per queste parole rimenò Marcello sue genti alla battaglia, che sì bene lo' fecero quel dì, ch'ellino uccisero sette milia uomini della gente dello re Anibal, e lui e sua gente fecero fuggire per forza a loro tende, e così rimase quella battaglia, che più non ne fu fatto a quella fiata, chè tanta gente avevano perduta e Romani, che non potevano più sofferire nè più assalire lo re Anibal, se non avessero gente che lo' fusse in aiuto. Ma quando ciò venne al capo dell'anno, Marcello consolo ebbe gran gente assembrata, imperò che molto desiderava di cacciare lo re Anibal fuore di Italia, e perciò rassembrò colui il più tosto che potè a battaglia; ma malamente ne gli avvenne, chè lui vi fu morto, e sua gente tutta presa e morta sì al tutto, che uno solo non ne scampò, che tutti non fussero morti o presi.
L.
In quello tempo medesimo era Scipio consolo nella terra di Spagna che aveva sconfitto e vento lo re Astrubal, siccome io v'ô detto, e già era il terzo anno di sua venuta in Ispagna, nella quale avea ottanta città conquistate e messe sotto la signoria di Roma per gran battaglie, le quali lassò tutte franche senza rendare tributo, e così tornò alla città di Roma. Ma innanzi che se ne partisse, se n'era partito lo re Astrubal, siccome già potrete udire e contiare innanzi. Lo re Anibal, ch'era in Sicilia, e avea morto lo consolo Marcello, udì dire di verità, che lo consolo Scipio tornava di Spagna, e ch'elli avea sconfitto Astrubal suo fratello, sicchè non l'osava di aspettare in campo; e perciò mandò a dire a Astrubal suo fratello, che lassasse la terra di Spagna, e fusse certo che contra a Scipio nulla potrebbe tenere, e che se ne venisse il più tosto che potesse in Italia a lui, e che quando fussero insieme, distruggiarebbero tutta Roma, chè bene n'avarebbero la potenzia, e sì mettarebbero tutta la terra nel podere e nella signoria di Cartaggine. Quando lo re Astrubal, ch'era in Ispagna, udì lo comandamento di suo fratello Anibal, elli si misse alla via senza indugio, e menò con lui molto grande sforzo di Gallici e di Spagnuoli e di quelli di Affrica e di grandi ricchezze d'oro e d'argento e d'altre ricchezze; e avea con lui molti olifanti e altre bestie da portare carriaggio, le quali bestie li erano state mandate d'Affrica.
LI.
In questo modo, come voi udite, si partì lo re Astrubal di Spagna, e passò poggi, valli e fiumi e riviere e montagne nella terra di Gaule, tanto che venne a' monti di Mongeu, e quali passò a molta gran pena. Allora si partiro di Roma Claudio e Marzio Luccio, amenduni consoli, con molta grande gente per venire contra Astrubal, del quale la novella era già venuta a Roma, e questi due consoli vennero contra a lui, siccome io vi dico, con tutta loro gente.
Intanto che le genti di Astrubal discendevano li monti di Mongeu, e li consoli gionsero colle loro genti dall'altro lato segretamente, che lo re Astrubal non sapeva niente di loro venuta; e siccome la gente dello re Astrubal discendea delle montagne pieni di freddo, così erano assaliti da' Romani, de' quali innanzi che discendessero tutti, ne fecero grande uccisione, imperò che gli trovarono venuti mezzi meno per lo grande freddo. Ma come Astrubal con tutta sua gente fu disceso, allora s'incominciò una crudele battaglia e pericolosa, e durò uno grande pezzo, che non si sarebbe potuto cognosciare chi n'avesse auto il meglio, e la gran quantità degli olifanti che lo re Astrubal aveva menati, e quali facevano grande danno a' Romani, e tenevano si strette, le genti sue, che li Romani non li potevano offendare. Ma li Romani ordinaro due grandi schiere di cavalieri, a' quali posero a ogniuno in groppa uno sergente, e tutti erano coverti di ferro con buone accette in mano; e poi si missero in mezzo degli olifanti, e quelli ch'erano in groppa, scesero appiei in terra, e a niuna altra cosa attendevano, se non a uccidare gli olifanti, e non potevano essare offesi, perchè quelli cavalieri che gli avevano portati, tenevano sì stretti quelli delle castella, che avevano briga di loro difendare, sicchè ne facevano grande uccidare. Quel modo d'uccidare gli olifanti aveva primamente trovato lo re Astrubal, e non perciò si stavano li altri, imperò che in più di mille luogora si combatteva, ed era la battaglia pessima e pericolosa.
LII.
Mentre che la battaglia era sì pessima e pericolosa, andò tanto la cosa d'una parte e d'altra, che lo re Astrubal vi fa morto sopra uno fiume, che a nome Menarco[39], e fu tutta sua gente venta e sconfitta; là fu fatta grande distruzione di gente, però che della gente dello re Astrubal ne furo morti cinquantotto milia e presine sei milia, che tutti furo menati in servaggio a Roma, e si ricoverarono quattro milia pregioni, che aveva Astrubal, tutti Romani, de' quali li due consoli che avevano la battaglia venta, ebbero grande gioia e grande letizia, e de' Romani furo morti in questa battaglia ben otto milia, de' quagli poco curavano, perchè avevano vinta la battaglia. In quella battaglia conquistoro li Romani molto onore e molte grandi ricchezze, che lo re Astrubal e sua gente avevano recate, come oro e argento e ricchi drappi di seta, tanto che nullo ne potrebbe dire la quantità; e poi appresso fecero prendare la testa dello re Astrubal e fecerla portare allo re Anibal suo fratello, là ove egli era attendato con tutta sua gente.
NOTE:
[39] Asdrubale morì presso il Metauro nell'anno 207 avanti Cristo sotto i consoli Claudio Nerone e Livio Salinatore.
LIII.
Quando lo re Anibal vidde la testa di suo fratello Astrubal, e seppe il dannaggio e la grande sconfitta di sue genti, elli si trasse versa Sicilia per temenzia d'alcuna sciagura e per lo dolore di suo fratello e di sua gente, della quale lo re Anibal facea grande dimostranza; poi passò uno anno, che tra e Romani e lo re Anibal non fu battaglia, non perchè fusse nè pace nè triegua infra loro, ma perchè avevano auto l'uno e l'altro tanta pistolenzia, oltre alle crudeli battaglie, che non potevano arme prendare per andare a battaglia. Intanto Scipio ebbesi la contrada conquistata da' monti di Pineos infino al mare Oceano, cioè al mare che intornia tutto il mondo, nel quale tutte le nazioni stranie di diverse maniere abitano, e tutti bracci di mare, città e castella e ville e piani e montagne tutte sottomisse alla signoria di Roma; e ciò che si metteva a fare, li veniva fatto in modo che il più della gente credeva ch'egli operasse per volontà delli Dii, e che in lui fusse alcuna cosa divina, perciò che in lui erano tutte le bontà d'onore e di larghezza è di prodezza, come più potevano essare in nullo uomo, che mai fusse nel mondo. Quando Scipio ebbe tutta Spagna conquistata, come voi udite dire e contiare, elli tornò a Roma con sì grande onore e gloria e con sì grandi ricchezze, che Roma fu tutta di gioia piena.
LIV.